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Silence

Silence

 

Com’è difficile racchiudere il significato di un intero film in una sola parola. Silencerappresenta per Martin Scorsese un ennesimo tassello ineguagliabile nella sua memorabile carriera. Il ritorno alla collaborazione con lo sceneggiatore Jay Coks (che aveva già collaborato con il regista in Gags of New York e L’età dell’innocenza) segna di fatto un nuovo inizio per il regista americano.

Mai, a memoria, si ricorda un film così diverso da parte di Martin Scorsese. In passato il regista aveva sì toccato l’argomento storico (con Gangs of New York e Hugo Cabret) ma mai si era addentrato con così tanta efficacia in un periodo particolarmente ostile alla cultura popolare, stiamo parlando del medioevo giapponese. La lunga fase di scrittura del film (ripreso dopo ben 15 anni di buio) e l’altrettanto travagliata fase produttiva hanno creato intorno a Silence un’aura di aspettative degna del più recente blockbuster hollywoodiano, anche se qui di giganteschi pupazzi volanti e violenti non c’è nemmeno l’ombra.

Silence: emozione pura e incontaminata del cinema

 

Qui si parla di emozione pura e incontaminata del cinema, un susseguirsi di immagini incisive contornate da un’aurea fotografia paesaggistica e da scenografie da pelle d’oca. Ed è qui che il film si libra leggero e leggiadro, non riuscendo a pesare minimamente sullo spettatore (considerando i suoi 161 minuti). Martin Scorsese era pronto al grande passo: un film sulla fede e sulla religione in un momento storico così delicato e così particolare.

Il film è tratto dal romanzo di Shusaku EndoSilence (appunto Silenzio), ma la trasposizione ha qualcosa di più, ha quella possanza artistica e spirituale che le semplici parole difficilmente riescono ad avere, quella possanza che sa scalfire l’animo. Ci vuole qualcosa in più, un plus-valore che è chiaro e lampante nel film di Martin Scorsese, non a caso nella scelta del cast tecnico il regista di Hugo Cabret ha voluto i suoi collaboratori di sempre (Rodrigo Prieto alla fotografia e Dante Ferretti per i costumi e le scenografie).

Cos’è il silenzio se non la disperata ricerca di verità?

Silence trascina e appassiona dal primo all’ultimo respiro, una storia parallela che vive di luce riflessa delle Sacre Scritture e che vede protagonisti Adam Driver e Andrew Garfield (Spider-Man è cresciuto ormai e si è fatto uomo, oltre che grande attore). A completare il cast Liam Neeson nei panni del predicatore cristiano Padre Ferreira.

Silence vuol dire Silenzio e silenzio vuol dire che il mondo che ci circonda non ci sente o siamo noi a non sentirlo.

Il mistero del silenzio è che non fa quasi mai lo stesso rumore, l’incipit e la fine del film collimano in un perfetto cerchio giottesco con quello che Simon & Garfunkel avrebbero definito The Sound of Silence.
La storia ruota intorno alle figure cristiane e cristologiche di Padre Rodrigues (Garfield) e Padre Garupe (Driver), due missionari alla ricerca della loro strada e del loro mentore, Padre Ferreira. Andati in Giappone con lo scopo di radicare i principi del cristianesimo ben presto faranno i conti con la ferocia dello shogunato e conosceranno il dolore e la sofferenza sulla pelle di chi amano di più.

Martin Scorsese e il lavoro della sua vita

 

Martin Scorsese ci accompagna per mano in un viaggio fatto di speranza e disperazione, di fede e redenzione. L’intera trama del film vive in stato simbiotico con gli avvenimenti della Bibbia, ogni personaggio all’interno del film ha un suo pari nel mondo cristiano. Kichiijiro ricorda in qualche modo Giuda Escariota, debole e insicuro di se stesso, pronto al pentimento e alla ricaduta nel peccato. I martiri cristiani, torturati con le più disparate forme di martirio sono l’emblema di come il germoglio della fede cristiana risieda proprio nel sangue dei suoi vinti. Non basta più la semplice abiura di un adepto, ma chi deve cadere nella perdizione spirituale è il padre del gruppo (in questo caso Padre Rodrigues).

L’interpretazione di Adam Driver e di Adrew Garfield è profonda e toccante, l’espressività del secondo è totalmente coinvolgente. Lo spettatore vive sulla sua pelle il martirio e la sofferenza del padre cristiano, un ruolo vero e sinuoso anche quello di Liam Neeson, Padre Ferreira è l’esempio del cattolico moderno che fa della necessità virtù, della sapienza un dono del quale a volte è meglio non usufruire e della scaltrezza un mantra divino e reale. Padre Rodrigues rappresenta in sé l’estremismo e il radicalismo cattolico quasi ossessivo, la sua passione per Cristo è trascinante ma, nel suo caso, deve scegliere l’amore per l’Altissimo o l’amore per i suoi figli (in riferimento ai cristiani).

Uno straordinario viaggio nel dolore e nella fede

La sceneggiatura getta solide basi artistiche su un libro particolarmente denso, a tratti un po’ gonfio. Il merito di Scorsese e Coks è quello di aver generato uno scritto mirabile, a tratti poetico, dove i dialoghi non sono mai scattanti, ma puri e melodiosi. Le voci fuoricampo e la narrazione della vicenda rendono il tutto decisamente coinvolgente e l’immagine del Cristo che si “mimetizza” con il volto di Garfield è poesia, oltre che una piacevole configurazione artistica nel film.

La ciliegina sulla torta però è l’apparato registico e artistico coadiuvato da Martin Scorsese. Una ricca serie di immagini, fotografie, memorandum, lezioni di vita e audaci dimostrazioni di prosa stilistica che solo un genio del cinema come lui può mostrare. L’opera, perché di tale fattezza si può definire il lavoro di Scorsese, è mirabilmente adornata da un colonna sonora basata su melodie popolari, canti cristiani e… il silenzio. La dote più bella del film è proprio questa: far vivere allo spettatore diverse scene in totale sintonia con l’immagine, quasi stessimo ammirando un dipinto. E fidatevi che spesso non c’è accompagnamento più bello del silenzio.

Silence è un monumento al cinema, un film che non ha bisogno di critiche, una magnificenza senza tempo (e nello stesso tempo di un’attualità sconvolgente), un punto dal quale partire per radicare le fondamenta di una nuova storia. Silence è la forza di un pensiero, la voglia di essere liberi, aspettando, chissà… la fede, in silenzio.

Emiliano Cecere, da “cinematographe.it”

 

 

 

Per essere il film di una vita, Silence sembra assai poco un’opera di Martin Scorsese. L’ambientazione in un Giappone medievale, lontanissimo nel tempo e nello spazio dalle strade di Little Italy e dai suoi gangster; il ricorso a volti attoriali nuovi, con cui finora non aveva mai lavorato, in luogo dei soliti, fedelissimi alter ego (da De Niro a Di Caprio);  l’approccio visuale sorprendentemente ieratico, contemplativo, più interessato alla composizione dell’inquadratura che al virtuosismo della ripresa e all’ipereccitazione della messa in scena. A pensarci bene però, la straordinaria carriera di questo regista  è disseminata di mille variazioni sul tema, di continue sperimentazioni, di sincretismi originali. Già L’ultima tentazione di Cristo e Kundun, per dire, erano film di ambientazione assai particolare per il cineasta di Elizabeth Street. Il secondo, sorta di biopic sull’ultimo Dalai Lama, presentava anche interessanti varianti di poetica e stile: era la prima volta che Scorsese si misurava con un tipo di sensibilità agli antipodi rispetto alla sua e con le forme della spiritualità orientale.

Tuttavia, per capire meglio Silence, è da un altro film che bisogna partire, da L’età dell’innocenza, pure questo tratto da un romanzo e sceneggiato dal regista insieme a Jay Cocks. Già allora Scorsese aveva sfoggiato una regia incredibilmente controllata, un rigore compositivo e uno stile analitico al limite del maniacale, dove la compattezza geometrica della scena, la sua monolitica e non scalfibile realtà, costituiva il correlato oggettivo e formale di un implacabile sistema di regole sociali che mortificava e ingabbiava l’autentico sentire dei personaggi. Ecco, l’ingabbiamento. Lo vediamo all’opera più volte in Silence. Come una forza viva e disumana: quando i due preti gesuiti, i padres, arrivano clandestinamente in Giappone, in un villaggio di pescatori, e sono costretti a nascondersi in una capanna abbandonata di pietra e di paglia, per non dare nell’occhio. Poi quando vengono catturati e messi dentro una scatola di legno da trasporto; quindi quando vengono rinchiusi dentro una cella fatta di terra e di canne di bambù.

E anche Silence in fondo mette in scena la tragedia di un uomo arrogante. Un uomo convinto di poter cambiare il mondo, prima di soccombervi. Non è un caso che quell’uomo sia anche un uomo di Dio. Non lo era forse anche Charlie di Mean Streets, che si credeva erede di San Francesco? O Travis di Taxi Driver, determinato a ripulire quella fogna di città infernale che è la New York dei ’70, neanche fosse un angelo sterminatore? Personaggi votati alla causa, ma la causa di chi? Come rivela un altro dei grandi personaggi scorsesiani, il Frank/Nicolas Cage di Al di là della vita (altro film che sembra arrovellarsi nelle stesse questioni di questo), il confine tra ispirazione divina e allucinazione è pericolosamente sottile. Lo stesso Gesù del L’ultima tentazione non viene forse considerato un pazzo all’inizio? Chi può dire alla fine se la voce off che padre Rodrigues sente, o pensa di sentire, sia davvero quella di Dio e non invece la sua? Chi può stabilire se prima di calpestare il fumi, la tavoletta raffigurante il Cristo, il gesuita abbia davvero sentito la voce misericordiosa del Creatore o quella pavida della sua coscienza che gli intima di abiurare e di salvare così la vita, sua e quella di altri innocenti?

C’è questa insostenibile ambiguità della fede che attraversa Silence dall’inizio alla fine. Dopotutto il film parte come una detection: due gesuiti dovranno recarsi in Giappone per scoprire se davvero il loro padre spirituale ha abiurato per salvarsi la pelle (i nipponici del Seicento consideravano la buona Novella assai pericolosa). In realtà l’oggetto di questa ricerca sarà la natura stessa del loro credere, dunque di Dio. Scorsese coglie del romanzo di Endo, basato peraltro sulla storica realtà dei lapsi (i preti apostati, letteralmente gli scivolati,  quelli che non ce l’hanno fatta a sopportare le persecuzioni e hanno abiurato la loro fede), il nocciolo dei dilemmi che da sempre lo coinvolgono. Fino a che punto, torna a chiedersi il regista, è lecito seguire Dio se così facendo rechiamo sofferenza agli uomini? Vale di più la misericordia – in fondo il comandamento supremo che Gesù trasmette ai suoi discepoli, Ama il prossimo tuo come te stesso – o la fedeltà alla Parola, che pure invita ad evangelizzare il mondo perché è Verità? La questione non è solo teologica perché tocca qualsiasi ideologia e credo. E’ anche assai moderna, sembra di leggere in filigrana i principali nodi della Chiesa di Francesco, tormentata al suo interno da analoghe questioni di natura etica e dottrinaria (pensiamo ai conflitti su divorzio, eutanasia, aborto).

La soluzione optata da Scorsese è se si può più problematica: per amore dell’uomo sì, si può e anzi si deve rinnegare la propria fede. Meglio, occultarla. Rinunciare così anche alla pratica della condivisione e dell’indottrinamento, in definitiva all’eucarestia e al proselitismo. La fede deve restare come confinata in una dimensione privata, meglio ancora se intima, interiore. Il finale azzarda questo. Non che Scorsese neghi l’altra via, quella dei martiri, il cui sangue come ci ricorda è il seme della Chiesa. Ma si tratta anche in questo caso di una scelta individuale. Non a caso qui tutto il destino della Chiesa in Giappone si riduce alla sorte di due preti, che però prenderanno strade diverse. Scorsese sposta in ogni caso la religione per far posto alla persona. Con tutte le contraddizioni e le questioni aperte del caso.

Ad esempio, questi giapponesi che torturano e combattono i cristiani venuti dall’Europa, sono solo carnefici o stanno difendendo la loro identità culturale? Non è forse lo stesso problema sentito oggi in Occidente, nei rapporti tra le comunità autoctone e l’Islam? Continuare solo a invocare il multiculturalismo come panacea di tutti i mali non basta, non più. Silence è molto netto da questo punto di vista. C’è una scena emblematica in cui dei soldati giapponesi invitano i cristiani a calpestare l’effige sacra senza troppe cerimonie, ricordando loro che solo di immagine si tratta e non di quello che custodiscono dentro. Senza perciò comprendere che per un cristiano quella effige non è solo un’immagine, così come l’ostia non è soltanto un derivato del frumento. Per un cristiano Dio è vivente, è persona, è quell’immagine, è quel pane. C’è una componente materiale nella religione cristiana che un orientale di osservanza buddista non capirà mai. Perciò una mediazione che passi dal confinamento del cristianesimo in una sfera privata, intima, pone seri interrogativi sulla sua consistenza.
Assume allora un significato ambiguo quel silenzio perorato dal titolo: è la voce dell’abbandono di Dio, la dimensione dell’ascolto interiore o il destino della cristianità in terra d’Oriente?

E’ positivo che al cospetto di un discorso così interrogativo, scettico, esistenziale, Scorsese mantenga un tono distaccato, algido, come detto controllatissimo. Senza le solite carrellate, le classiche zenitali (ma almeno un paio ci sono), le proverbiali gimcane della mdp. Senza cercare mai la scorciatoia, l’empatia, lo spettacolo, senza prendere per mano lo spettatore (che si ritrova così nella medesima situazione del gesuita “abbandonato” dal Signore). Silence non è un film immediato. Va meditato. Visivamente è molto bello e molte scene hanno notevole qualità pittorica e potenza allegorica. D’altra parte i contributi tecnici di Rodrigo Prieto (fotografia), di Dante Ferretti e di Francesca Lo Schiavo (scenografia) non si discutono. Nulla da ridire nemmeno sul talento di Andrew Garfield e di Adam Driver o sulla maestria di Liam Neeson, ma mai come stavolta il peso dell’attore deve fare i conti con una messa in scena dall’ingegneria implacabile. Scorsese rimesta nelle sue conoscenze del cinema nipponico – Kobayashi, Mizoguchi, Ozu e Kurosawa – facendone non tanto un’indicazione geografica (siamo in Giappone dopotutto) ma la chiave di volta formale e ideale di tutta l’operazione: il mondo vince sempre, però non c’è singolarità che, pure se ingabbiata, venga assimilata del tutto. Qualcosa di unico, vitale, resta sempre. Questo vale persino nel grande cinema mainstream, che Scorsese continua a frequentare senza mutarsi, infilandovi semmai una volta di più il virus dell’autorialità, incubando pezzi di pensiero, di poetica personale. Vivendo la contraddizione, facendone alimento creativo, antidoto a una coerenza marginale. Rischiando, tra la fedeltà a Dio e quella verso gli uomini, ancora la seconda. Scegliendo comunque di rimanere fedele a se stesso.

Voto: 4,5 / 5

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

 

Come si scardina il fondamentalismo religioso? Come si obbliga un mistico a scendere a patti con la realtà – cioè con le diversità antropologiche, sociali, linguistiche, culturali che stanno dentro al mondo e ci distinguono?

Siamo nella prima metà del 1600, in Giappone, all’inizio del periodo Tokugawa. Lo shogunato perseguita i cristiani, uccidendo i contadini e torturando i preti per costringerli all’abiura, cioè alla sconfessione della propria fede: una vera e propria inquisizione, perpetrata dal misterioso governatore Inoue. Quando si diffonde la notizia che un padre gesuita, Christovao Ferreira (Liam Neeson), ha rinnegato il Cristianesimo, Sebastian e Francisco (Andrew Garfield e Adam Driver), due dei suoi confratelli, decidono increduli di abbandonare il Portogallo e viaggiare fin là per verificare di persona. Troveranno sparuti gruppi di fedeli abituati a pregare di nascosto, e guardie imperiali decise a stanarli, in quanto ultimi rappresentanti della cristianità in Giappone.

Più che il viaggio fisico dei due preti, che si risolve nella prima mezz’ora, il film racconta la presa di coscienza di Sebastian. L’inquisizione ha smesso di trasformare i preti in martiri, e usa le vite dei contadini cristiani come arma di ricatto. L’abiura richiesta a loro e a Sebastian è, nella sostanza, una formalità: calpestare una mattonella con il volto di Cristo. E in quanto formalità, esprime una necessità del tutto pratica, quella di tagliare le radici a una forma di misticismo che rischia di mettere in crisi il progetto dello shogunato.
La distinzione è molto importante, perché il movimento del film è un movimento di separazione linguistica: man mano che il confronto tra Sebastian e i suoi carcerieri procede, diventa evidente che le due parti non sono in grado di comunicare. Le priorità dell’inquisitore sono politiche – Inoue parla di governo e territorio, di controllo della popolazione. Quelle del gesuita spirituali – Sebastian parla di Verità con la V maiuscola, che in quanto tale non può che essere universale.

Ma Sebastian non è nemmeno in grado di comunicare davvero con gli amati fedeli, perché non ha mai imparato il giapponese: confessa uomini e donne di cui non comprende i peccati, e che pronunciano con nomi storpiati (“Paraìso, paraìso“, ripetono come una filastrocca e spesso a sproposito) dogmi della fede su cui proiettano secoli di civiltà oscuri all’Occidente, una forma di spiritualità che non è mai stata studiata e storicizzata. Dio stesso, scoprirà, qui ha un nome diverso.

Alla separazione linguistica corrisponde poi una separazione percettiva, ed è in questa che avviene il vero miracolo del film, ovvero il suo essere perfettamente laico o perfettamente cristiano a seconda dell’osservatore. Un ateo sbigottisce di fronte ai contadini pronti a farsi ammazzare per non mettere i calcagni su una tavoletta, e tanto più di fronte a un prete disposto a lasciarli morire in nome di una forma di misticismo. Il credente vede in questo la prova estrema della fede, cioè il martirio. Scorsese trova dentro a questo conflitto un equilibrio commovente, che è la prova (non tanto definitiva, quanto esplicita) della sua frattura e della sua ricerca – della sua onestà -; il regista che doveva diventare sacerdote, l’autore che ha costruito una carriera intera, e capolavori su capolavori, sulla ricerca dell’identità e i complessi di colpa.

Il pensiero, il linguaggio e le priorità dell’inquisizione non sono meno forti di quelle di Sebastian, anzi, più passano i minuti e più il padre sembra un pazzo. Tuttavia non si vede la fine del conflitto, non c’è soluzione (e qui la lunghezza e la durezza del film non sono rinunciabili). Poi l’incontro con Ferreira avviene, in quella che è forse la scena politicamente più importante del cinema di questo decennio devastato dai fondamentalismi, e nel dibattito irrisolvibile tra la fede e lo stato irrompe il compromesso, cioè il mondo. Il resto è il silenzio del padre, intorno al quale i simboli della fede restano potenti (fate caso alla cordicella della finestra, vicino alla testa di Sebastian, durante l’ultima confessione…), ma non la parola.

Film impegnativo a dir poco, diametralmente opposto nell’intento spettacolare e quindi nella forma commerciale a The Wolf of Wall Street, Silence può essere rifiutato per ignoranza, prevenzione o fatica. Ma non può essere discusso, né nelle ovvie qualità estetiche, né nella qualità straordinaria del discorso morale.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

Nero. Il suono della natura e delle cicale che si fa sempre più imponente e assordante. E poi uno stacco netto sul titolo: in assoluto silenzio, Silence. In pochi secondi c’è tutto quello che serve a Scorsese per fissare l’atmosfera al livello giusto. C’è tutta l’angoscia violenta di un percorso che incombe e che sarà tutto in salita, così pieno di nebbia che sarà difficile vedere, osservare e capire per davvero.

Silence è il passion project di una vita che Martin Scorsese ha provato a girare per anni. È, a conti fatti, la sua ultima tentazione. Il suo film meno scorsesiano, a prima vista, ma L’ultima tentazione di Cristo e Kundun non stanno lì per caso (e come se la religione non fosse parte della vita del regista e al centro di molte sue opere). Di sicuro Silence spiazza soprattutto perché viene dopo un pellicola come The Wolf of Wall Street, opera ritmicamente sotto cocaina, e tutte le differenze tra le due possono lasciare disorientati.

Basato sul romanzo di Shûsaku Endô, scritto nel 1966, Silence racconta la storia di due missionari cristiani (Andrew Garfield e Adam Driver) che devono affrontare una grande prova di fede. Quando si perdono le tracce di Padre Ferreira (Liam Neeson), i due decidono di partire per il Giappone alla ricerca del loro mentore, in un momento in cui il cristianesimo è stato messo fuori legge e la loro presenza proibita.

Si dice che il budget si aggiri attorno ai 50 milioni di dollari, e che tuttavia fosse assai minore di quanti in realtà un’operazione hollywoodiana del genere ne richiede. Però Silence è un tipo di film che a Hollywood non si fa più, ed è già un miracolo che il film esista all’interno del circuito delle major (un’operazione a suo modo simile, The Lost City of Z, è stata finanziata fuori dal sistema e distribuita da Amazon).

Se davvero il budget non corrisponde a ciò che un’operazione imponente come questa avrebbe richiesto, Scorsese lavora al meglio coi suoi collaboratori. Dante Ferretti fa un vero e proprio miracolo nel costruire il villaggio dove è ambientato in gran parte il film, e Rodrigo Prieto avvolge le sue inquadrature nella nebbia e regala alcuni fotogrammi che tolgono il respiro. Le sonorità atmosferiche, ventose e inquiete di Kathryn e Kim Allen Kluge fanno poi un lavoro di aderenza al sonoro impeccabile.

In Silence c’è insomma l’approccio di un regista della vecchia guardia che vuole fare cinema spettacolare come non se ne fa più, e si vede anche dalla produzione. Tutto è maestoso in Silence, e tutto è molto serio, questioni religiose ovviamente incluse. Chiedendosi innanzitutto cosa significhi dedicare la propria vita alla religione e alla sua propagazione, il film indaga di conseguenza anche sul peso politico dell’essere missionari.

Padre Rodrigues, interpretato da Garfield, viene costantemente messo alla prova, e ‘fisicamente’ si trasforma in un vero e proprio Cristo che sta vivendo la sua Passione. Arrivato in Giappone per ritrovare il mentore che tanto ha fatto per propagare la religione cattolica, Rodrigues si ritrova a essere lui stesso l’ultima speranza per una parte di popolazione che non vuole cedere al compromesso, sia esso calpestare un’icona sacra o pronunciare una bestemmia (sarà curioso vedere come adatteranno il doppiaggio italiano in una certa scena…).

Il prezzo da pagare per Rodrigues è quello di assistere a violenze e torture su innocenti. “Il prezzo della tua gloria è la loro sofferenza”, gli dice a un certo punto Inoue, l’Inquisitore che terrorizza il villaggio. Ma il percorso di Rodrigues è un atto di fede in tutto e per tutto. Però Scorsese non parla solo di grandi dilemmi religiosi, perché mette chiaramente in scena anche uno scontro fra culture e tradizioni fondate su secoli di Storia diversa. E sta anche nell’impossibilità di scendere a compromessi da entrambi le parti sta il cuore di tenebra di Silence.

Pieno di scene di maestria totale, come quella in cui Rodrigues – prima di essere preso ostaggio dei Giapponesi – impazzisce specchiandosi in un ruscello e vede la faccia di Cristo riflessa, Silence è un film che chiede molto e non sempre raggiunge le vette che sperava. Il film originariamente doveva durare più di 3 ore, e ora si ferma sotto i 160 minuti. Si vede che Scorsese e la fidata Thelma Schoonmakerhanno faticato in fase di montaggio, o perché dovevano rispettare una scadenza o perché il respiro che cercavano era paradossalmente troppo ampio.

Forse ci voleva ancora un po’ più di lavoro e, soprattutto, meno adesione letterale al testo: anche senza aver letto il libro, si intuisce che intere sezioni e dialoghi sono stati riportati fedelmente. Soprattutto l’uso della voce off di Rodrigues è esageratamente presente e vuole spiegare troppe cose. Mi sembra che Scorsese si fidi ancora del suo sguardo vecchio stile, mentre non creda fino in fondo nel pubblico. Silence non è certo una passeggiata di film, evidentemente: ma a questo punto ci voleva un approccio ancora più radicale e più… silenzioso.

Scorsese e Jay Cocks (co-sceneggiatore, e già collaboratore del regista in due period movies come L’Età dell’Innocenza e Gangs of New York) azzeccano però una parte finale molto potente e persino toccante, con un’immagine finale che scatenerà interpretazioni. Mentre ciò che viene prima può far storcere un po’ il naso, tra macchiette giapponesi (lo è un po’ l’Inquisitore di Ogata, ma a bilanciare c’è la presenza magnetica di Shin’ya Tsukamoto) e un indugiare sul torture porn emotivo a volte un po’ dubbio.

Voto: 7 / 10

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

Dopo 2 ore e 45 minuti di Silence, l’impressione è che non tutto fili liscio, che il racconto dei due preti gesuiti che vanno a recuperarne un altro, la cui fede in Dio pare sia stata messa in crisi nel Giappone delle persecuzioni ai cristiani, sia pieno di grumi, momenti in cui la fluidità dello storytelling si arena in pantani capaci di appesantire una durata già impegnativa di suo. Al contrario di The Wolf of Wall Street (solo per citare l’ultimo dei film lunghi di Scorsese), Silence non ha quel passo indemoniato che accorcia il minutaggio percepito, anzi, ha un fare dilatato e contemplativo che non sempre rende giustizia a questo Apocalypse Now! della fede cristiana, questo viaggio nel cuore del Giappone alla ricerca di un uomo che non risponde più ai dettami della Chiesa.

Per Silence Dio sta in minuscoli crocefissi incisi sommariamente e della grandezza di un bottone o in icone grandi quanto una zolletta di zucchero, artefatti piccoli, ideali per essere contrabbandati o nascosti, che sprigionano una potenza religiosa inaspettata. Sono i veri strumenti di questo racconto che mira a palesare l’evidenza di Dio senza farlo davvero.
C’è infatti nei momenti migliori di Silence un desiderio di credere e una sete di ricerca divina così evidenti, da far pensare che chi dirige (e ha cosceneggiato) il film fosse il primo a bramare una manifestazione del divino, a desiderare una ragione del silenzio di Dio. Non stupisce quindi che le domande per le quali il film non ha risposte siano tantissime, e spesso le stesse di altri film di Scorsese (il dubbio su che atteggiamento avere verso il fedele peccatore compulsivo alla ricerca di facili assoluzioni, non è diverso da quello verso il barbone pazzo che non fa altro che bere acqua di Al Di Là Della Vita).

Forse proprio per questo desiderio di credere Scorsese trova continuamente equivalenti religiosi nelle storie che racconta. Come sempre infatti i suoi protagonisti che fanno ammenda per i propri peccati (siano mafiosi pentiti che collaborano con la polizia o uomini d’affari truffaldini che patteggiano con l’FBI) finiscono in un limbo, un purgatorio che è meglio dell’inferno che hanno vissuto ma non realmente un paradiso. Silence non fa eccezione e il purgatorio rappresentato alla fine è degno dei momenti migliori della filmografia di questo regista, il dipinto di un’esistenza così permeata di divino da impressionare realmente anche il più ateo degli spettatori. E che il film riesca in questo proprio con gli strumenti e i trucchi del racconto è ancora più dissetante.

È infatti un’illusione tutta cinematografica quella che riesce a far avvertire l’incombere di un Dio nelle vite, nelle stanze e nella solitudine dei protagonisti, che lo manifesta senza mostrarlo. Nel suo finale Silence fa ammenda per la durata che non è riuscito sempre a giustificare, mettendo in scena con pornografica attenzione la concentrazione giapponese nell’evitare la rappresentazione del Dio cristiano o la sua venerazione, anche in forme minuscole. A quel punto, anche grazie ad alcuni grandi momenti di recitazione per sottrazione tra Liam Neeson e Andrew Garfield, si crea un’atmosfera di tensione e paura così pervasiva e ubiqua da suscitare l’impressione che questa presenza davvero esista, che sarebbe lì lì per manifestarsi non fosse per il rigoroso controllo nipponico che la tiene a bada. Come i mostri nei film fantastici, rinchiusi in anfore o scrigni protetti, anche qui si ha l’impressione che questa creatura metafisica ci sia, guardi tutto, incomba su tutti e sia incatenata da un’armata di controllori.
È questa una conquista spirituale più concreta ed evidente di quella che possono vantare molti capolavori, più intellettuali e meno personali, che ambiscono a raccontare la ricerca di divino nelle vite umane.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Nel Giappone del XVII secolo dopo un centinaio di anni di pacifica evangelizzazione iniziò sotto il periodo Tokugawa una feroce persecuzione nei confronti dei cristiani. Si stima che intorno al 1600 i giapponesi convertiti dai missionari europei fossero quasi 300.000, ma nel 1614 un editto espulse tutti i preti cattolici e diede via libera alle autorità feudali di combattere con ogni mezzo la religione cristiana. La storia di Silence e dell’omonimo libro di Shūsaku Endō inizia in questo inferno di abiure, torture, condanne a morte e conversioni. Nel 1640 due gesuiti ancora giovani ricevono una lettera disperata del loro padre spirituale Ferreira (Liam Neeson), trasferitosi in Giappone anni prima. La lettera è vecchia e alcune dicerie parlano di un Ferreira che nel frattempo ha abiurato al cristianesimo e si è convertito al buddismo. Rodrigues (Andrew Garfield) e Garpe (Adam Driver) decidono così di raggiungere clandestinamente il Giappone per recuperare le tracce di Ferreira e proseguire l’evangelizzazione interrotta dal maestro. Trovano un Paese dilaniato dalle persecuzioni e in mano agli shogun.

È un progetto che Martin Scorsese inseguiva da moltissimo tempo, al punto che la sceneggiatura di Jay Cocks risale ai primi anni 90 e sembra davvero che tutta la recente, e in buona parte controversa, filmografia del cineasta italoamericano abbia ricoperto solo una funzione meramente alimentare al cospetto di questa lunga (160’) e rigorosa riflessione sulla fede cristiana. I temi sono quelli ricorrenti della filmografia scorsesiana dai tempi di Mean Streets e Toro Scatenato: il sacrificio, la possibilità di una redenzione, il conflitto culturale come violenza sociale. E ci sono anche alcune concessioni drammaturgiche come l’effeminato inquisitore interpretato da Issey Ogata: quasi un’incarnazione grottesca e mefistofelica del villain Joe Pesci di Quei bravi ragazzi/Casinò e del Macellaio di Gangs of New York. Anche se in realtà Silence chiude in tutta evidenza unasilence-scorsese-tsukamoto trilogia religiosa iniziata con L’ultima tentazione di Cristo e proseguita con Kundun (senza dimenticare Al di là della vita, che nella sua ossessione per la salvezza e per la fuga dalla morte sembra quasi una costola horror di questo film). Il cattolicesimo da una parte e il buddismo dall’altra, che qui vengono messi uno accanto all’altro, quasi a specchio, per portare il racconto dell’uomo scorsesiano verso una terza via.

Non è un film pienamente appagante Silence. Eppure mai il cinema di Scorsese è stato così materico e laico. Non è tanto un’opera spirituale, quanto una discussione sul colonialismo – e soprattutto qui risiede la sua attualità, per non dire urgenza, politica – e sulla fede attraverso gli strumenti dell’uomo. Il sacro emerge una volta ancora attraverso gli oggetti – crocifissi, rosari, volti del Cristo che diventano allucinazioni – in una comunicazione che si fa necessariamente orizzontale e interiore. Senza la possibilità di un segno. Da uomo a uomo. Oppure dentro l’uomo. “Signore, perché sei silenzioso? Perché sei sempre silenzioso?”. Attraverso il silenzio – anche di una colonna sonora musicale inaspettatamente assente – Scorsese riscopre tanti elementi che nel suo cinema fino a oggi avevamo stentato a riconoscere. Trova un suo ritmo. Un suo tempo. I suoni diventano la partitura di un mondo primordiale da ascoltare e contemplare e di un dialogo costante con le voci fuori campo di protagonisti e narratori.
E le immagini di Rodrigo Pietro – altro talento messicano della cinematografia contemporanea, ma più rigoroso e meno pirotecnico del connazionale Lubezki – si plasmano e interfacciano con gli elementi della natura. Silence diventa così non soltanto un film di parole (e di volti), ma di aria, terra, acqua e fuoco. Nella ricerca di Dio, i gesuiti Garfiled e Neeson finiscono con lo scoprire un altro paesaggio percettivo e Scorsese con l’abbracciare in maniera definitivamente convincente un altro cinema possibile. Forse in generale non più urgentissimo. E piacerà a pochi. Ma finalmente personale e depurato.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

La fascinazione di Martin Scorsese, cresciuto seguendo i dettami di una ferrea educazione cattolica (tanto che coltivò, da adolescente, il sogno di diventare prete, prima di dedicarsi, fortunatamente, al cinema), nei confronti della religione è cosa nota. All’interno delle sue opere spesso sono presenti i dubbi, le incertezze e le pulsioni nei confronti di una fede che si palesano attraverso simboli e iconografie che negli anni abbiamo imparato a riconoscere come un elemento ricorrente della sua filmografia, dal sangue come ingrediente catartico e liberatorio al tema del peccato, fino alla violenza che provoca quella sofferenza fisica, che è la sola via per la purificazione.

Non stupisce dunque che, a due anni da L’ultima tentazione di Cristo (1988), Scorsese volesse già dirigere un nuovo film a tema religioso e Silence, il romanzo di Shûsaku Endô, offriva le tematiche perfette con cui misurarsi. Ambientato nel Giappone del XVII secolo, racconta la storia di due missionari gesuiti, Padre Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Padre Francisco Garrpe (Adam Driver), che decidono di lasciare il Portogallo e partire alla volta del paese del Sol Levante. Il loro obiettivo è duplice: diffondere il cristianesimo tra la popolazione giapponese e scoprire cosa ne è stato davvero del loro mentore Padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson), accusato di aver commesso apostasia.

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Opera monumentale (non solo per le due ore e quaranta di durata) girato in pellicola 35mm, Silence è un film di un rigore compositivo estremo e di una ferrea compostezza formale. Le inquadrature perfettamente bilanciate sembrano quasi delle gabbie da cui è impossibile trovare vie di fuga, un simbolismo che trova una controparte calzante nelle varie prigioni in cui i due gesuiti vengono rinchiusi (prima la capanna da cui non potranno uscire se non di notte, poi altri spazi delimitati da sbarre per costringere non tanto il corpo, quanto la potenzialità della parola dei religiosi, per non parlare delle stuoie in cui i cristiani venivano avvolti e gettati in mare). A far da contraltare a questo senso di costrizione e di occultamento, c’è l’infinito, la spiritualità interiore, la fede incondizionata di Padre Rodrigues (Andrew Garfield mostra una sorprendente maturità artistica nell’interpretarlo) il cui credo inattaccabile sconfina nell’arroganza di chi possiede la verità, quella indiscutibile e assoluta, per cambiare il mondo.

Esattamente alla stregua del Charlie di Mean Streets, che si credeva erede di San Francesco o del Travis, giustiziere di Taxi Driver, anche Padre Rodrigues ha una missione da compiere. Una missione per lui assolutamente giusta e insindacabile, i cui intenti iniziano a vacillare quando l’incontro con un popolo “altro” che abbraccia il buddismo e che, senza risparmiarsi nulla in quanto a violenza, tenta di salvare la propria identità religiosa e culturale, tira fuori le proprie ragioni, altrettanto valide. Non è un problema solo religioso o etico, ma diventa, soprattutto, un problema culturale. E da qui le domande: fino a che punto è considerato ancora un bene seguire Dio se il farlo reca sofferenza al prossimo? Ha più valore la fede nella Parola di Dio o la misericordia? E perché Dio rimane in silenzio di fronte ai carnefici giapponesi che uccidono i cristiani senza pietà? E poi, davvero calpestare l’immagine di Dio può essere considerato un atto di fede?

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Il distacco del regista nel proporre questa parabola sul destino della cristianità in terra d’oriente, che poi non è altro se non una ricerca sulla natura stessa del credere, è funzionale a quello che vuole trasmetterci. Scorsese ci mostra una serie di fatti, terribili e strazianti, e ci induce a riflettere su di essi e sulle loro conseguenze. Non cerca l’empatia, né tantomeno l’approvazione: lo spettatore è solo, abbandonato davanti a questa immensa mole di questioni che gli vengono proposte.
Silence si prende i suoi tempi (eccessivamente lunghi, è vero) per affrontare ogni tematica che tocca in modo approfondito e dettagliato. Ne esce un affresco contemplativo sull’uomo e sulla spiritualità, sulla fede in tutte le sue forme. E su come un atto che è a tutti gli effetti la negazione stessa del dogma come lo Yefumi (il calpestamento di una tavoletta raffigurante il Cristo o la Vergine Maria), possa diventare un gesto attraverso il quale si accede a un livello di fede superiore. Dopo, c’è solo il silenzio.

Voto 8

Carolina Tocci, da “movielicious.it”

 

 

Dalla croce alla croce, Martin Scorsese si riconcilia con il simbolo della religione cristiana trent’anni dopo le provocazioni allucinatorie de L’ultima tentazione di Cristo: un paesaggio arido di polvere e secchezza faceva allora da ultimo orizzonte; oggi, in Silence (progetto fortemente voluto dal regista americano) l’uomo condannato a morte giace legato al legno, rivolto verso il mare. Onde altissime d’acqua salata lo schiaffeggiano, gli tolgono il respiro, ma non la fede; perché in quell’atto spietato egli ritrova il primo incontro con Dio, il sacramento del battesimo, l’inizio di una nuova vita. Siamo nella prima metà del diciassettesimo secolo e le potenze europee come Olanda, Inghilterra, Spagna e Portogallo navigano sulle rotte orientali per conquistare, colonizzare, convertire. Spesso sinonimi tra loro, soprattutto quando a dettarli è un credo religioso, sono tre verbi che in Silence ridondano come il tambureggiare delle mani su una superficie, proprio a indicare un monito che non si deve, e non si può trascurare.

SilenceSilence – la fede come arma e missione

Quando due padri gesuiti portoghesi, interpretati nel film da Andrew Garfield e Adam Driver, vengono inviati in Giappone sulla strada percorsa dal loro mentore scomparso (Liam Neeson), la voce narrante li definisce in tre parole, tanto affilate e pericolose come il taglio della carta sulle dita, “army of two” “un esercito di due”. Esercito, perché i missionari di pace sono militari della fede, esercito perché è attraverso l’esercizio e la pratica cristiana che si conquista la mente, ancor prima che la terra, dei popoli lontani. D’altronde tutti ambiscono a diventare immagine eterna, a osservare il mondo dalla stessa altezza di Dio (come suggerisce splendidamente la posizione della macchina da presa di Scorsese), e per farlo è necessario il gesto della preghiera, il vero grande inganno del cristianesimo: preghiamo, parliamo a un’entità evanescente in cerca di risposte, con la promessa della salvezza. Un inganno “rivelato” dal cinema stesso attraverso un lungo e doloroso percorso esistenziale, quello di padre Rodriguez, ma anche dello spettatore, nelle camere oscure della fede, tra luci e ombre dell’anima.

Silence

Diversamente provocatorio ma ugualmente ancorato al dilemma dell’umanità (chi siamo? in cosa crediamo?), Silence prosegue un discorso iniziato con L’ultima tentazione di Cristo con nuove consapevolezze, forse più mature per l’età e per lo sguardo completo del suo regista. Discreto, quando si pone al lato della storia, violento e spietato quando affonda il giudizio morale, eppure sempre a favore dello spettacolo cinematografico, della bellezza dell’immagine, qui sottolineata dalla fotografia di Rodrigo Prieto, dalle inquadrature nascoste dal fumo; un incenso che stordisce celando quella verità su cui ognuno, prima o poi, torna a riflettere. Come il personaggio di Garfield che specchiandosi nelle acque di un ruscello vede il riflesso di se stesso che si fonde con quello di Gesù, uomo tra gli uomini, giunge in luoghi ostili, viene perseguitato, sfida le tentazioni come il Cristo nel deserto, e infine, contemplando il silenzio, scopre di essere egli in persona la verità, la risposta a tutte le domande. Trovare Dio è trovare se stessi? Siamo forse noi stessi la fonte di ogni cosa, benessere, sofferenza? Chi abbiamo pregato finora?

Cecilia Strazza, da “cinefilos.it”

 

 

 

Prendete Martin Scorsese. Prendete la sua poetica, il suo stile. Prendete Taxi Driver, Cape Fear ed i più recenti Shutter Island e The Wolf Of Wall Street. Bene, adesso metteteli da parte e fate finta che non siano mai esistiti. Perchè qui, oggi, Martin Scorsese è cambiato. Non c’è la follia di un ex reduce del Vietnam o di un ex galeotto. Nemmeno un folle investigatore o uno spudorato broker. Non c’è il Dio Denaro a comandare come un deus ex machina, tantomeno gang di New York o bravi ragazzi della Grande Mela. Non c’è il ritmo frenetico del suo ultimo film con Di Caprio, anzi. Mi si perdoni se scomodo Bresson con il suo “Il diario di un curato di campagna” ma stavolta, più che in Taxi Driver, l’ispirazione c’è ed è molto presente.

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Silence è un film evocativo, aulico, come se fosse un grande viaggio introspettivo verso il significato della religione nell’uomo. Andrew Garfield sveste i panni di Spiderman per mettere quelli di Padre Rodrigues, un gesuita in viaggio verso il Giappone insieme a Padre Garupe, un Adam Driver che si sveste della tunica di Kylo-Ren ed indossa anche lui quella dei gesuiti. La terra del Sol Levante sta trattenendo un po’ troppo Padre Ferreira (Liam Neeson), il padre spirituale dei due giovani gesuiti. Non si hanno sue notizie da troppo tempo e l’ultima non sembra delle più incoraggianti: Ferreira si è convertito al buddismo, rinnegando la sua religione e passando a nuova vita. Sembra impossibile per tutti una notizia del genere. Il Giappone è terra ostile per i cristiani del ‘600. Perseguitati come criminali, chiunque fosse stato scoperto a professare il cristianesimo, avrebbe dovuto subire atroci torture fino all’abiuro o alla morte. Padre Rodrigues sarà messo a dura prova, fisicamente e non, come un moderno Gesù Cristo, il quale si troverà di fronte ad una scelta importante per lui e per la sua vita futura.

silence scorsese

La tipica crisi religiosa della terza età colpisce anche il regista capace di fare un film ritenuto blasfemo da molti come L’Ultima Tentazione di Cristo. Tratto dall’omonimo romanzo, capolavoro della letteratura contemporanea giapponese, Silence cambia i canoni del film tipo di Scorsese. Qui il regista esamina il problema della fede di fronte alle sofferenze umane, scava nel dubbio che si pone Rodrigues di fronte alla spietatezza dei giapponesi, mettendo in luce lo scontro (fisico prima e dialettico poi) fra culture.
La forte carica simbolica delle immagini è il vero punto di forza del film. Il Giappone viene mostrato da paesaggi opprimenti, pieni di insidie dove non esiste un’ipotetica safe-zone. Lo stile di ripresa, asciutto e privo di virtuosismi, viaggia coerentemente in parallelo con la dottrina dei due protagonisti, quella dei gesuiti, famosi per la totale abnegazione del voto di povertà (teoricamente). La totale assenza di una colonna sonora o di una qualsiasi musica rendono il film molto crudo e diretto. Emblematico che l’unica canzone presente nel film sia un inno cantato da un giapponese in procinto di morte. Magari potrà risultare un po’ troppo prolisso sotto alcuni aspetti e probabilmente i fan puristi di Scorsese potrebbero rimanere delusi ma oggi, il regista italo-americano ha diretto un film tanto atipico quanto bello.

Lorenzo Pietroletti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

Ogni discorso su Dio, al cinema, non ha senso se non riguarda prima di tutto il cinema stesso e la sua pretesa di replicare il reale, di interrogarne la vastità.

Silence è l’unico film che Scorsese poteva e doveva fare dopo Al di là della vita, l’ultimo suo lavoro veramente personale, l’ultima prova inconfutabile della tenuta del suo cinema (un cinema espressionista, estremo nei sentimenti e nella violenza, carico di religiosità, blasfemia, allucinazione, rigore, passione), prima che il ’900 finisse, prima che il digitale stravolgesse tutto, prima che Scorsese stesso  fosse canonizzato in  “maestro” ed entrasse nella fase meno fervida, meno spontanea, più compromessa e non sempre lucida della sua filmografia.

Silence è il film inseguito per trent’anni, figlio di riscritture, ripensamenti, difficoltà produttive, tentennamenti e, una volta girato, di ritardi nella distribuzione e cambi nella durata: per una volta, però, l’opera di una vita intera, il progetto inseguito, vezzeggiato, trovato e poi ritardato (una vera sottocategoria della storia del cinema, che conta grandi registi e grandi progetti molto spesso mai realizzati) non ha dato vita a un film “malato” o meravigliosamente sbagliato, ma a un film di pura precisione, di ragionato, inevitabile controllo. Non un esempio di ascetismo dell’immagine da opporre alla violenza ossessiva dell’Ultima tentazione di Cristo (quella crocefissione in apertura, con i chiodi che spaccavano le mani del Messia…), quanto, piuttosto, il risultato di un lungo lavoro di analisi e separazionedella propria estetica; il precipitato che mostra l’essenza del cinema di Scorsese, ciò che ne resta dopo anni di riflessioni più o meno esplicite sulla fede, la predestinazione, il legame fra umano e divino, l’appartenenza a un mondo e il dubbio sulla propria sopravvivenza al suo interno.

A quanto pare, Silence è un film girato il più possibile in continuità, cioè facendo coincidere l’ordine delle riprese con l’ordine delle sequenze: questo potrebbe spiegarne la compattezza visiva e soprattutto emotiva, una voce uniforme che comprende senza soffocarli o annientarli anche i picchi drammatici del racconto. Almeno nella prima parte, è anche un film che nasce dalla parola scritta, in cui le immagini sono generate dalle lettere di padre Ferreira, il gesuita che forse ha abiurato la fede durante le persecuzioni ai cristiani nel Giappone del XVII secolo, e di Padre Rodrigues, che insieme al confratello padre Garupe viene inviato a scoprire la verità sul missionario scomparso. La voce over, che ancora in Wolf of Wall Street era l’origine del racconto, il primo passo di un assalto visivo e narrativo alla realtà e alla Storia, qui aiuta le immagini ad ancorarsi alla materia di cui è fatto il film, a cogliere il senso imperscrutabile e misterioso di una storia di fede e violazione, rinuncia e paura.

Il tono piano e sconsolato delle voci degli interpreti fa pensare alle invocazioni tipiche del cinema di Malick: ma in Silence la parola non è preghiera; è testimonianza, a volte semplice resoconto. Padre Rodrigues e padre Garupe, che approdano clandestinamente in Giappone nel 1637 e sbarcano in alcuni villaggi cristiani dell’arcipelago di Goto, sono sì accolti come guide, come salvatori, ma in realtà non sono altro che semplici testimoni di una fede che essi stessi faticano a comprendere. La morte, soprattutto per padre Rodrigues, costretto a un certo punto a osservare da lontano il martirio del compagno (figura monolitica di sacerdote sicuro della propria fede e del proprio destino), è vissuta come spettacolo che condanna all’impotenza, evento inevitabile che costringe il protagonista a vivere ilclamoroso ribaltamento messo in atto dal film: non la passione di una divinità che paga per i peccati degli uomini, ma il martirio mancato di un uomo che crede di vivere a immagine e somiglianza di Dio e così facendo fa scontare agli altri il proprio peccato di superbia.

Se il Cristo dell’Ultima tentazione era un uomo che cercava di sfuggire alla predestinazione, il sacerdote di Silence, come Frank Pierce, il paramedico di Al di là della vita, è un uomo che vive inconsapevolmente la propria passione cristologica, salvo essere abbandonato al silenzio del reale. La parabola di Frank era poi ricondotta a un universo iconografico e religioso comprensibile, a un’immagine finale ispirata alla Pietà di Michelangelo; Padre Rodrigues, invece, costretto per la sua figura ad affrontare di petto ciò che gli altri personaggi scorsesiani sublimavano attraverso l’autodistruzione, è vittima di un doloroso ma inevitabile cammino di accettazione del mistero del reale. E il film non fa altro che accompagnarlo in questo cammimo, assumndone in qualche modo l’enormità.

Come in altri film di Scorsese, anche in Silence due personaggi entrano in un mondo “straniero” e provano a modificarne la struttura (Rodrigues e Garupe non sono troppo diversi da Sam Rothstein e Nicki Santoro di Casinò; lo conferma indirettamente Padre Valignano, il loro superiore, quando prima di salutarli dice «Voi sarete gli ultimi due missionari ad andare. Un esercito di due», e ricorda Nicky che riassumeva l’esperienza dei “bravi ragazzi” a Las Vegas dicendo «Poteva essere una pacchia. Invece fu l’ultima volta che a dei criminali da strada come noi fu affidato qualcosa di tanto valore…»); di queste due figure, Rodrigues e Garupe, una dubita e l’altra no, una è incompleta (come i mafiosi mezzo o pienamente ebrei di Quei bravi ragazzi e ancora Casinò, o come la Madame Olenska, americana europeizzata, di L’età dell’innocenza) e l’altra è granitica, perde lo status di protagonista e viene visto morire da lontano e si trasforma in semplice corpo annegato, eroico, vuoto, incomprensibile. Ancora come in Al di là della vita e nell’Ultima tentazione, le immagini della colpa, della tentazione, della debolezza, inSilence assumono sembianze umane (e qui ci sarebbe da affrontare la questione della transustanziazione come figura chiave del cinema di Scorsese…), concentrate in una figura sfuggente e simbolica: il fantasma di Rose, la ragazza che Frank Pierce non aveva saputo salvare, o Noel, il tossico che chiede continuamente aiuto a Frank, o lo stesso diavolo che diventa bambina per ingannare Cristo, sono ripresi da Kichijiro, l’uomo che tradisce, abiura e si confessa di continuo, che compare ogni volta per mettere Rodrigues di fronte alle proprie responsabilità, e poi finisce anch’egli per sfuggire alla logica del racconto e della comprensione del singolo.

Al di à di questi elementi tipicamente scorsesiani, però, in Silence c’è qualcosa che Scorsese non aveva mai affrontato in maniera così evidente e naturale: il rapporto fra fra il racconto, la sua origine e il suo andamento, e l’immagine di Cristo.

L’effige del figlio di Dio compare per la prima volta dopo alcuni minuti di film, quando Rodrigues è disteso e guarda in alto: a un primissimo piano di Andrew Garfield segue in modo netto il controcampo speculare dell’immagine pittorica di Gesù, che va a riempire lo schermo per diversi secondi; una soggettiva che mette a confronto l’uomo e Dio e crea i termini speculari del confronto. La seconda apparizione, invece, coincide con la svolta narrativa e concettuale del film: all’immagine di Rodrigues riflessa nell’acqua si sovrappone quella di Gesù, unico momento in cui l’immagine perde la propria naturale, classica materialità e si fa trasparenza digitale. È il momento in cui il racconto si soggettivizza, in cui il destino umano di Rodrigues, che ripercorrerà le tappe già affrontate da Padre Ferreira, si separa dalla sua avventura spirituale, trasformando la sua voce over in un soliloquio camuffato da interrogazione a Dio.

Vedendo Cristo in sé stesso, Rodrigues ribalta il Cristo dell’Ultima tentazione, diventa l’uomo che vuole farsi Dio, che vive in una dimensione onirica, quasi isterica, ignorando la propria esistenza terrena. Scorsese non infierisce sul personaggio, non ne mette in scena l’umiliazione o il tormento: semplicemente, lo lascia solo di fronte al silenzio, non di Dio, ma del reale.

Alla terza apparizione, l’immagine di Cristo compare dipinta su delle assi di legno, ancora filtrata dalla soggettiva di Rodrigues, ma non più riflessa: è un’immagine immateriale diventata oggetto. E quando padre Ferreira cerca di convincere l’ex allievo dell’impossibilità di trapiantare il cristianesimo in Giappone, in quel momento l’immagine stessa di Gesù (non la sua natura imperscrutrabile), viene annientata dal film stesso. Raccontando del missionario Padre Francis Xavier, Ferreira dice: «Xavier venne qui per parlare ai giapponesi del figlio di Dio. Prima, però, dovette chiedere come ci si riferiva a Dio. “Dainichi” gli risposero. Vuoi che ti mostri il loro Dainichi?». Ferreira allora punta il dito fuori campo e sullo schermo compare il primo piano gigantesco e frontale del sole. Esattamente come l’immagine di Cristo all’inizio del film. Campo e controcampo, due immagini semplice e purissime. Niente movimento, niente musica (non c’è quasi musica in Silence!), solo due immagini dal contenuto opposto a confronto. «Oltre… c’è il sole di Dio», dice ancora Ferreira. «Il sole creato da Dio. Ma Dio ha solamente generato il sole. Nelle scritture Gesù risorge nel terzo giorno. In Giappone, il solo sorge ogni giorno. I giapponesi non sanno pensare a un’esistenza oltre il regno della natura. Per loro nulla trascende l’umano».

Non c’è stile, non c’è immagine, oggi, che possa significare oltre sé stessa, oltre la natura, oltre l’umano (come invece potevano ancora fare, forse, le immagini di Kundun, che aprivano l’inquadratura alla vertigine desiderata della preghiera): questo è il precipitato del cinema di Scorsese, finalmente realizzato in Silence.

Non è una questione di credere ancora nell’immagine, o di realizzare un film personale con stile impersonale o classico inseguendo il trascendente. Non è nemmeno una questione di continui ribaltamenti di prospettiva, di elementi che contraddicono le convinzioni acquisite dai personaggi (come potrebbe sembrare dall’ultimo movimento di macchina del film, che in teoria va a sconfessare ogni cosa, dal momento che la macchina da presa “penetra” in una bara con un effetto speciale digitale, dopo che per tutto il film gli oggetti non hanno fatto altro che sovrapporsi ad altri oggetti o spaccarsi gli uni contro gli altri…). È una questione di far aderire il cinema, e i suoi elementi in contrapposizione e contraddizione, alla materialità del silenzio che ci circonda. E quindi trovare attraverso la naturalezza del cinema, di tutto il cinema non solo il proprio, la cifra per accoglierne il più possibile la vastità.

Forse il reale al suo interno contiene la verità, forse contiene Dio. Ma non potrà mai svelarla. Non sa di possederla. Se il cinema intende cercarla, quella verità, non può far altro che accettare il fatto che ogni immagine, come si sente ripetere infinite volte in Silence, è soltanto un’immagine, una formalità.

Roberto Manassero, da “cineforum.it”

 

 

In Silence Martin Scorsese torna a ragionare sul significato di fede, sul conflitto culturale e sulla necessità di aprirsi all’altro per comprendere se stessi, e dare un reale peso alle proprie convinzioni. Con Andrew Garfield, Adam Driver, Shinya Tsukamoto, Liam Neeson, Tadanobu Asano e Issei Ogata.

Di villaggio in villaggio

Silence narra di due preti gesuiti portoghesi che nel 1638 partono alla volta del Giappone per indagare sul presunto abbandono formale della religione da parte del suo mentore Ferreira. Arrivati a destinazione, saranno testimoni delle persecuzioni ai danni dei Cristiani… [sinossi]

Silence si apre tra le nebbie giapponesi, con due teste mozzate a monito e guardie armate a controllare il territorio. Nell’era Tokugawa, conosciuta anche come “periodo Edo”, inaugurata con la vittoria delle truppe capitanate da Ieyasu Tokugawa nella battaglia di Sekigahara (1600) [1], il cristianesimo venne bandito, e gli adepti subirono una dura repressione; questo piano rientrava nel progetto di sakoku, paese blindato, voluto dallo shogunato per impedire al Giappone di risultare schiacciato dalle grandi potenze navali dell’occidente. La rotta verso est era in piena espansione, e la colonizzazione europea passava anche, e a volte soprattutto, attraverso l’evangelizzazione. Il conflitto religioso veniva dunque a sovrapporsi a quello politico ed economico. In reazione a questo, e diversamente da molte realtà vicine – la Cina e la Corea in particolar modo – il Giappone decise di chiudersi completamente all’esterno. In un regime di pensiero che rendeva sinonimi gli aggettivi “cristiano” ed “europeo”, i primi dovevano essere espulsi. Estirpati o, ancora meglio, redenti.
Non è però il carattere storico, né la sua stretta veridicità, a interessare in particolar modo Scorsese, come dimostra la scelta di inserire tra i personaggi anche il gesuita Alessandro Valignano, tra i più importanti missionari dei suoi tempi, già morto da decenni però al momento dei fatti narrati in Silence (il film inizia nel 1637, con la rievocazione della “rivolta di Shimabara” [2], e arriva fino al 1683). La storia dei gesuiti Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe, decisi a raggiungere il Giappone per continuare l’evangelizzazione delle genti e al tempo stesso scoprire cosa è davvero accaduto al loro mentore Padre Ferreira – del quale si dice che abbia fatto pubblica abiura del suo credo –, non vuole “solo” aprire gli occhi al publico sulle atrocità patite dai cristiani nella terra del Sol Levante. Silence non è un racconto sulla “parola di Dio” ma, come afferma il titolo stesso, sul suo silenzio.

Padre Rodrigues, il vero protagonista di un vicenda che si sviluppa in tre passaggi chiave (il primo contatto con le comunità clandestine cristiane, nelle isole del sud dell’arcipelago di Gotō; l’errare solitario di Rodrigues dopo la separazione con il suo fratello; la detenzione e il processo di fronte all’inquisitore Inoue), si reca in Giappone per portare il verbo, la verità, e si trova di fronte non solo a una terra che non la vuole recepire, ma anche e soprattutto a una coscienza che lo fa dubitare di sé e delle sue stesse azioni. C’è un afflato epico, un monumentalismo credente che domina Silence e in qualche modo inesplicabile lo inghiotte: la ieratica potenza delle immagini, lavorate fino allo stremo, lo stordente potere di qualcosa che è immateriale spodesta la viscerale (pre)potenza scorsesiana, spostandola in territori che potrebbero apparire più consoni a Terrence Malick. Non nuovo a mettere in scena la religione e la violenza che in un modo o nell’altro da essa sgorga e a essa viene ricondotta, Scorsese stavolta si inerpica in territori eterei, quasi che il “silenzio di Dio” da metaforico dovesse risultare naturale, empirico, comprovabile.
Nel suo percorso Scorsese potrebbe essere un novello Rodrigues, costretto a porre sotto inquisizione il proprio concetto di fede, e di credo in quanto tale. Se c’è una vera potenza in Silence, non va però ricercata tanto nella cura formale o in uno sguardo che cerca di rintracciare rivoli di ascetismo, ma semmai nell’asciuttezza laica con cui poi, alla fine, il regista deve sempre tornare a fare i conti. Un corpo che galleggia, oramai privo di vita, dopo aver cercato di salvare altri esseri umani, per esempio. Vale da solo il personaggio del povero diavolo Kichijiro, quasi un rinnegatore di professione (ha già fatto abiura mentre la sua famiglia veniva sterminata, e non perde occasione per compiere lo stesso gesto più volte nel corso del film), che nella sua postura ricorda alcune figure archetipiche del cinema di Akira Kurosawa, non ultimo il Kikuchiyo interpretato da Toshirō Mifune ne I sette samurai. È lui, prima ancora di Rodrigues e Garupe, il vero personaggio chiave di Silence, insieme a Mokichi, il “kirishitan” (così i cristiani venivano chiamati in Giappone) portato in scena da un eccellente Shinya Tsukamoto, che da regista più volte si è soffermato sull’idea di martirio, di corpo come elemento umano/politico [3].

Nel mostrare un mondo chiuso, Scorsese ne contrappone un altro, dominato dalla paura: i villici con cui entrano per primi in contatto i gesuiti non vogliono raggiungere i villaggi vicini, né che si allontanino i loro ‘padres’. I kirishitan sono un microcosmo a se stante, altrettanto chiuso di quel mondo buddista (e shintoista, elemento che in Silence viene omesso con un po’ troppa facilità, visto che proprio l’era Tokugawa dà ulteriore spinta al sincretismo tra il credo nativo giapponese e il buddismo, importato invece dalla corte cinese) che li combatte. Esemplare, per stratificare il discorso, la metafora delle quattro concubine che l’inquisitore racconta a Rodrigues. Il silenzio della divinità è sempre silenzio dell’uomo, e solo quando questo sa rinunciare al proprio egoismo (Rodrigues parte per il Giappone già consapevole di andare verso un martirio, e assume per sé la figura di Cristo, quasi ne fosse una reincarnazione) può iniziare davvero a comprendere il peso del simbolo, e della fede.
Calpestare un’immagine sacra non diventa altro che un gesto, sotto questo punto di vista. Un gesto, e nulla più. In questa riflessione sul credo e sulle sue molteplici sfaccettature, un valore determinate dovrebbe acquistarlo il linguaggio, ancor più determinante in un contesto in cui le parti in causa dovrebbero avere evidenti difficoltà di comunicazione – il giapponese non era lingua conosciuta nemmeno tra gli eruditi, all’epoca. Qui Silence mostra una delle sue falle più grandi: a fronte di un rigore ascetico mostrato nei confronti dell’immagine, quasi che essa stessa possa dimostrarsi sacrale (il panorama non è comunque quello giapponese, visto che il film è stato prodotto a Taiwan, probabilmente per una ragione di costi maggiormente sostenibili), Scorsese sembra assai poco attento all’importanza del “verbo”. Non solo tutti i personaggi portoghesi e italiani del film parlano tra loro in un inglese dal forte accento americano – con il consueto effetto straniante quando devono esprimersi in latino, per officiare, benedire e confessare – , ma anche gli stessi giapponesi si esprimono quasi tutti nella lingua di Hollywood. Una scelta che per di più rende abbastanza inesplicabile il personaggio interpretato da Tadanobu Asano, che dovrebbe essere un interprete – ma Issei Ogata, che veste il ruolo dell’inquisitore, si rivolge a Rodrigues in un inglese ben più che scolastico. L’impressione è che se si vuole davvero apparire rigorosi, per portare a termine un progetto che si sente particolarmente vicino (Scorsese iniziò a lavorarvi, a quanto afferma, a ridosso della post-produzione de L’ultima tentazione di Cristo, quasi trenta anni fa), lo si deve essere fino in fondo. Ancor più in un contesto che, è doveroso ribadirlo, vede il dialogo come base portante del discorso.

Lontano dai caratteri ossessivi che hanno segnato la parte più consistente (e considerevole) della sua carriera, Scorsese non sempre riesce a maneggiare con la doverosa cura una materia comunque affascinante, giustamente problematizzata e non trattata con una faciloneria che altrove sarebbe stata rischiosamente in procinto di ergersi da ogni inquadratura. Nella parte finale, quando Rodrigues è finalmente stato in grado di comprendere l’altro, e di confrontarsi con un mondo che dava per scontato – perché costretto a vivere nella non-verità – Silence eleva di nuovo lo sguardo e si apre una volta di più. È nell’incertezza la forza di questo racconto, nello sguardo di dolore che non trascende mai l’umano; in quel nitore strapotente delle immagini a volte l’incertezza viene meno, lasciando il posto a una verità imposta. Poi, a tratti, sopraggiunge l’abiura. Per fortuna.

Raffaele Meale, a “quinlan.it”

 

 

 

 

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