Ritratto di famiglia con tempesta

 

Ryota, cui presta irresistibile e spavalda goffaggine l’Abe Hiroshi di Thermae Romae, è un perdente che sembra uscito dalla penna di Svevo: promessa (non mantenuta) della letteratura, giocatore d’azzardo, investigatore privato per tenersi a galla, ex marito di una ex moglie che ha esaurito le sue ingentissime scorte di fiducia, padre maldestro di un bambino che conosce poco, e figlio fragile di un’anziana madre amorevolmente rassegnata (Kiki “Signora Toku” Kilin). Basterà una lunga notte di tempesta, con i quattro personaggi obbligati a condividere gli stessi metri quadrati fino all’alba, per attutire gli spigoli del presente e, soprattutto, del futuro?

Dopo Father and Son e Little Sister, Ritratto di famiglia con tempesta (After the Storm), è una sorridente riflessione sul corto circuito, quasi sempre davvero crudele, tra i sogni e la vita quotidiana. Una ballata dolceamara in cui Kore-eda Hirokazu ci diverte e commuove parlando di inettitudine e di (possibile) redenzione, di cadute e di eventuali riscatti, senza mai sovrapporre all’umana osservazione dei fatti, l’inutile pesantezza del giudizio. Una storia intelligente di sublime sottigliezza, in perfetto equilibrio tra la grazia sorridente della commedia e la malinconica rappresentazione della realtà. Una piccola narrazione che, raccontando le dinamiche di una famiglia giapponese, riesce a rappresentare con intelligente leggerezza le dinamiche di ogni famiglia problematica.

La misura del tempo presente: il piccolo grande capolavoro del “cinema gentile” di Kore-eda Hirokazu

Questo è indubbiamente uno dei film dell’anno che per il momento ho amato di più: una pellicola dal tocco particolare, con una regia interessante e molto armonica. Un’opera estremamente poetica, che si esprime soprattutto nel personaggio della nonna, splendidamente interpretata da Kirin Kiki, già meravigliosa ne Le ricette della signora Toku, di Naomi Kawase, altro film delicatissimo. After the Storm è un’opera quasi totale, delicata tanto quanto profonda: un film intriso di saggezza e di riflessione, che fa emergere una quantità impressionante di tematiche esistenziali fondamentali, ma con un piglio delicato, leggero e che fa spesso sorridere. Certamente un’opera da rivedere ogni volta che “ci si perde”: perché commuove, ma non rattrista, diverte, ma senza esagerare, ed interessa, senza appesantire o annoiare. Un film perfettamente ed assolutamente misurato: bellissimo, che cattura l’attenzione dal primo all’ultimo minuto, e in cui si sente l’amore di Kore-eda per i suoi personaggi, unito alla formidabile capacità d’imprimere colore, calore e umorismo ai dialoghi.

Ritratto di famiglia con tempesta sa parlare della vita con le giuste parole, è intriso di profonda saggezza, e mantiene la famigliarità delle sillabe che potremmo ritrovare sulle labbra di una nonna intelligente e con un ottimo senso dell’umorismo (guarda caso, il sale della vita). È un’opera piccola e perfetta e per questo grandiosa. Dolcissima. Che racconta con pacata, ma viva rassegnazione, la vita, la morte, l’amore, i sogni e le mille passioni che muovono l’umanità, sottolineando, al contempo, l’inesauribile incapacità degli uomini di viversi il proprio presente in santa pace, romanticamente, così com’è, sempre presi invece dalla smania di recuperare il passato, o di pianificare il futuro.

La sceneggiatura è impostata talmente bene che vorrei averla scritta io: ci avvicina così tanto ai personaggi da farci sentire quasi in famiglia; li possiamo comprendere profondamente, senza che debbano nemmeno dire molto, come se li conoscessimo da sempre. <<Se, quando morirò, Dio dovesse chiedermi ‘Cosa hai fatto di buono sulla terra?’, penso proprio che gli farei vedere questo film>>, ha confessato il regista, e forse non serve altro per comprendere quanta emotività biografica e vicinanza personale sia stata iniettata nello script e nelle inquadrature di questo film.

Il titolo originale, After the Storm, rende forse meglio l’idea del tema cardine: dopo la tempesta infatti si è obbligati a ricominciare, facendo ogni volta piazza pulita, come avviene spesso durante l’esistenza.

L’idea del film nasce nel 2011 a partire da un luogo: dopo il trasferimento di sua madre in un complesso residenziale, il regista si è immaginato <<una passeggiata in mezzo a questi palazzi, di mattina, con l’erba luccicante di pioggia… La città è bellissima dopo una tempesta!>>. Nel 2013 Hirokazu, erede ideale di Ozu Yasujiro, ha iniziato dunque a scrivere la sceneggiatura partendo da questa annotazione: <<Non tutti diventano quello che volevano essere>>. Ciascuno di noi si misura, nella vita, con la speranza di diventare l’adulto che da bambino avevamo sognato di essere: qualcuno ce la fa, qualcun’atro si arrende, altri ancora, come Ryota, non ce la fanno, ma lottano ugualmente, continuando a cercare una via per la felicità e per trovare la pace.

Una fischiettante colonna sonora scandisce momenti e vicissitudini con semplicità ed eleganza, portandoci gradualmente all’approfondimento delle vite dei personaggi della storia, con tempi e modi che sanno di realtà, che evocano la semplicità dei dialoghi e dei pensieri del quotidiano, ma che grazie all’ impeccabile sceneggiatura, lo sono in una maniera più vera del vero, e quindi filosofica.

Le inquadrature sono volutamente sintetiche e spoglie, spesso fisse. I personaggi si muovono dentro al quartiere come figure di un fumetto nei loro riquadri, e i toni sono talmente smorzati e desaturati, da far dimenticare, a tratti, che stiamo guardando un film a colori. Ma la dimensione estetica impostata da Yutaka Yamazaki è profondamente adeguata, oltre che incantevole, perché ciò che deve risaltare, e che gradualmente viene alla luce, è il mondo interiore dei protagonisti.

Gli attori sono tutti eccezionali, compreso il bambino (Taiyô Yoshizawa), ed hanno volti intensi e interessanti, come nei film di Wong Kar-wai, o in quelli d’animazione.

L’unico buffo neo, è forse la sigletta finale, che in tipico stile narrativo contemporaneo giapponese, riassume il messaggio complessivo della vicenda. Questa forma di riepilogo, che sto recentemente incrociando in molti film, sia anime che non, a me non piace molto, ma forse semplicemente non la capisco, in quanto europea.

Tolto questo, difficile incappare in un lavoro altrettanto pregnante, gentile, intelligente e toccante, le cui parole, immagini, ed espressioni, sanno di vita.

Però ecco, dovreste cercare di vederlo in lingua originale sottotitolato: il doppiaggio, al solito, è deludente rispetto all’interpretazione degli attori.

Voto: 9 / 10

Leda Mariani, da “storiadeifilm.it”

Fino a ieri Shinoda Ryota aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Ryota gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a ‘scommettere’ questa volta sull’amore. Il vento si placa e una mattina tersa si prepara.

Infaticabile ritrattista di famiglie, di cui fa un campo di investigazione privilegiato, Hirokazu Kore-eda realizza un’ode all’istante, solo rifugio di un mondo dove niente è permanente, soprattutto le relazioni umane. In quell’intervallo e dentro una notte tempestosa ritrova una famiglia. Una famiglia che probabilmente non tornerà mai unita ma che impara ad esserlo anche separata.

Autore delle emozioni millimetriche e di una maniera contemplativa, Kore-eda procede a un’analisi clinica del gesto quotidiano e dei caratteri che mette in schermo, rintracciando ancora una volta le ferite prodotte dalla relazione padre-figli. Al cuore della storia c’è un perdente cechoviano e una rassegnazione cechoviana. Ryoto, padre assente e alla deriva, incarna la speranza delusa del figlio e della letteratura e un’immaturità che si trascina e prospera in un mestiere avvilente. Dal padre, il protagonista ha ereditato il vizio incorreggibile per il gioco e una tensione alla menzogna che ha mandato all’aria la sua vita, separato la sua famiglia e deluso suo figlio, che lo guarda imbrogliare e imbrogliarsi.

Eroe avvilito e romanzesco, il protagonista di Abe Hiroshi rimanda ad una indecisione dello spirito e a una indecidibilità del corpo. Nondimeno, incarna la nascita di un padre, ribadendo nel cinema di Kore-eda il sentimento di paternità come coscienza (affettiva) che si apprende. Come Father and son, After the Storm dimostra che non si diventa padri da soli, c’è sempre un bambino a insegnare l’amore, è sempre lo sguardo di un bambino a fare di un uomo un padre. Perché la paternità non si stabilisce immediatamente con la nascita ma si costruisce nel tempo.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Tre generazioni: un uomo, sua madre, suo figlio. E poi il presente, il passato, il futuro. La vita come la volevi, e come non è stata, e la rassegnazione, il rimpianto, la testardaggine di continuare a provarci.
C’è tutto questo, e anche di più dentro al nuovo film di Hirokazu Kore-eda, uno di quelli giapponesi fino al midollo, capaci di raccontare storie con semplicità cristallina ed essenzialità monacale, ma che quella semplicità lì la fa esplodere dentro di te fino a fari perdere il conto delle sfumature e dei livelli di quelli che sullo schermo sembrano i gesti e le parole più naturali del mondo.

E allora eccoli lì sullo schermo, un uomo cialtrone che non si rassegna al suo fallimento come scrittore né alla fine del suo matrimonio, una madre anziana rimasta senza marito e con due figli che più che amarla la sfruttano per cucinare e come baby sitter, e gli rubano i soldi, e un figlio giovane, un ragazzino che è l’unico ad aver accettato le cose come stanno, e che forse ha smesso troppo presto di aspettarsi di più e di meglio, dalla vita. Kore-eda li racconta, li ascolta, li segue e li ama, con tutti i loro pregi e difetti, e ne racconta la quotidianità con un racconto talmente limpido e pulito da abbagliarti.
Li racconta, li ascolta e li segue perché anche tu possa imparare ad amarli, cialtroni o meno, e a vedere in loro pezzettini di te, della tua vita, delle persone che conosci.

Anche se la mossa di Kore-eda di chiudere in casa – in una casa piccola e piena come un uovo come solo in Giappone – i protagonisti del suo film, mentre fuori infuria il tifone, è una chiara manipolazione a scopi narrativi e metaforici, l’incanto dell’immacolato naturalismo del film non si spezza: solo gli ingenui posso pensare che raccontare la realtà sia assenza di artifici e non un’operazione di creazione e manipolazione.
Lì, in quella casa angusta, gomito a gomito l’uno con l’altra, gli uomini e le donne, gli adulti e i bambini di questo film avranno di che imparare gli uni dagli altri, troveranno il modo di accettare sé stessi e quel che la vita gli ha dato. Riusciranno, anche, a far pace con ciò da cui erano sempre fuggiti, dai confronti scomodi, dai panni di certi altri che sono sempre anche i nostri, ci piaccia o meno.

Non c’è amarezza, in Ritratto di famiglia con tempesta o nei suoi esiti, nei destini segnati dei suoi personaggi. Non quella vera, almeno.
Perché se per un verso Kore-eda gioca sempre, per tutto il film, a mettere al dramma la maschera della commedia, bilanciando i toni all’insegna del soave, c’è un senso di pace e serenità tutto orientale, tutto buddista, nel vedere che alla fine i pezzi vanno tutti dove dovevano andare.
Che la vita un po’ la si fa, un po’ la si accetta. Accettando i limiti degli altri, e i nostri.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Per arrivare alla tempesta del titolo e spiegare come mai quel che accade tra un padre e un figlio in quel momento, dentro uno scivolo mentre fuori infuriano gli elementi, sia un frammento di vita memorabile, dolce e tenero, Hirokazu Koreeda ha bisogno di costruirci attorno tutto un film che ci permetta di vedere quel momento come lo vede lui.
C’è infatti buona parte della sua vita vera in questa storia di due genitori separati e di un padre che cerca di stare quanto può con il figlio, si rovina con le scommesse e ha un lavoro che non lo mantiene a sufficienza. Povertà giapponese, senso di inadeguatezza ma poi anche dei momenti di fantastica comunione con un figlio e di speranzosa, impossibile riunione con la moglie.

Come negli ultimi film è ancora la famiglia il centro del racconto e, in molti modi diversi, il tempo. Little Sister raccontava un anno che sembrava una vita, qui invece ci sono dei momenti molto più brevi che sembrano troppo brevi, si ha l’impressione che il protagonista non stia mai quanto dovrebbe o vorrebbe con il figlio, si sente lo sfuggire del tempo tra le dita, il desiderio di fermare un istante.
Quello di Koreeda è un cinema difficilissimo, di rara mimesi con il naturale, dotato della capacità incredibile di forzare la mano apparentemente molto poco alle immagini e comunque lasciare che sintetizzino al massimo ciò che il racconto non dice a parole.

Di nuovo al lavoro con il grandissimo protagonista Hiroshi Abe, Ritratto di Famiglia con Tempesta è una ode malinconica che funziona come un ricordo addolcito, in cui anche le parti più drammatiche sono ammorbidite da un’atmosfera fatta di campi lunghi in esterno e medi in interno, tramite la quale Koreeda racconta un’estate. Quel periodo che il cinema ama usare per incastrare in una finestra temporale ben definita le storie d’amore giovanili, qua (come già nel fantastico L’Estate di Kikujiro di Kitano) incastra un adulto e un bambino, sempre nell’atto di reinnamorarsi l’uno nell’altro.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Come si ferma il lento fluire del quotidiano? Ritratto di famiglia con tempesta segna ancora la necessità di inseguire il frammento, di arrestare provvisoriamente il tempo nello spazio di un’inquadratura come se il pittore davanti un dipinto. Non c’è la rappresentazione della vita come la vedono gli occhi ma soltanto la sua percezione. Ci sono ancora dei “gruppi di famiglia” dove un evento (in questo caso l’arrivo del tifone) ridisegna tutti gli equilibri come è avvenuto in Little Sister e Father and Son. Ma la figura stessa del protagonista Ryoka – un tempo promettente scrittore, ora detective privato senza più talento e soldi che sta cercando di riallacciare i rapporti con la propria famiglia – appare filmato con un’astrattezza simile alla bambola gonfiabile di Air Doll o i fantasmi di After Life, proprio per il tentativo di recuperarne qualcosa di invisibile, quasi una sua anima sotterranea.

Ritratto di famiglia con tempesta sembra un film ancora più essenziale nel cinema di Kore-eda. Non pedina neorealisticamente il protagonista, ma ne cattura lo scarto tra desiderio di ricominciare e una sottile autodistruttività. C’è sempre un tempo dell’attesa, come in Nobody Knows, una sottile incertezza vicina all’inquietudine quando l’inquadratura successiva potrebbe mostrare una sorpresa che potrebbe rimettere in gioco tutto. Invece delle case in collina o i giardini di provincia, c’è un dichiarato ritorno ai quartieri della sua infanzia, i caseggiati dell’Asahigaoka House Complex di Kiyose, a Tokyo. E dietro una rappresentazione apparentemente impassibile, si avvertono fratture del passato, piccoli e grandi dolori e una malinconia del tempo che passa mostrati con una magica trasparenza simile al cinema di Ozu.

Il cinema di Kore-eda balla sottilmente tra il dramma e le forme di una commedia leggera. La giornata di Ryoka con il figlio ha momenti esilaranti come l’acquisto degli scarpini da calcio che vengono intenzionalmente rovinati dal protagonista prima di andare in cassa per poter pagare così di meno. Lì si avverte l’inadeguatezza di Ryoka davanti alla normalità del rapporto padre-figlio, che diventa invece qualcosa di straordinario, e la tentazione impossibile di trasformarsi in qualcos’altro. Sono tutte geometrie che intrecciano i rapporti del personaggio principale anche con la madre e l’ex moglie, protagonisti tutti e tre di un folgorante momento: i due parlano seduti per terra; quando arriva la tempesta, sono come intrappolati, mentre la madre prepara da mangiare. La vita continua a scorrere normalmente, in una tranquilla immobilità come gli anziani che ascoltano Beethoven.

Un tempo provvisorio, sempre sul punto di fuggire, un momento di serenità, di pace che appena ci si rende conto è già passato. La magia del cinema, dello sguardo di Kore-eda, sta nell’attraversarlo consapevolmente in uno stato continuamente sospeso tra allegria e tristezza, dove la visione diventa esperienza, memoria di un’esistenza. Quella propria.

Simone Emiliani, da “cineforum.it”

 

 

È sempre faticoso scrivere di Kore-eda. Non perché si è svogliati, come direbbe mia madre, né perché si fa fatica a entrare nei suoi film, al contrario… è facile come bere un bicchier d’acqua. È una delle cose più semplici di questo mondo, come sedersi a tavola in famiglia, farsi un bagno caldo e poi infilarsi il pigiama. Non sembra esserci stacco tra le scene che vediamo e quelle che viviamo ogni giorno. Le emozioni, le sfumature di sentimento, i pensieri, i dubbi, è esattamente lo stesso. È come se il cinema fosse la prosecuzione naturale del quotidiano. Non più un’immagine after life, o un’istantanea estratta dall’album dei ricordi, ma un’altra esperienza perfettamente inserita nel flusso della vita. La costruzione, la struttura, la forma, tutto ciò che dovrebbe raccontare, in un modo o nell’altro, lo sforzo del fare film sembra dissolversi come per incanto. E per questo si fa un’enorme fatica a uscire fuori, a recuperare quella prospettiva un po’ esterna che permetta un’analisi, un ragionamento. I personaggi di Kore-eda li incontriamo a ogni angolo di strada, in ogni momento. Sono persone ben “reali”, anche quando sono fantasmi o bambole di gomma. Ryota Shinoda potrebbe essere mio padre, il mio migliore amico. Del resto ha il volto ormai familiare di Hiroshi Abe, “still walking”, che torna ad abitare queste stanze, insieme alla straordinaria Kilin Kiki, al beffardo Lily Franky. Ryota potrebbe tranquillamente essere me, tanto le sue tenerissime debolezze riflettono le mie e i suoi sentimenti mi appartengono. Per questo ogni cosa che dice e che fa mi tocca nel profondo. E ogni parola sul suo conto implicherebbe una confessione, un atto di dolore fatto tra il sorriso e il pianto. Significherebbe ammettere le proprie incongruenze, tutte le illusioni infantili, tutti quei maldestri tentativi di tenere in piedi i sogni e la realtà, di cercare un’utopica permanenza dei rapporti senza tener conto dei cambiamenti irreversibili, delle scelte, degli errori, dello scarto incolmabile tra il passato e il futuro.

ritratto di famiglia con tempesta hiroshi abeCerto alcune cose vanno dette, se si vuol mantenere una parvenza di serietà (anche se l’unica professione è quella di fede…). Ad esempio, che per l’ambientazione e i risvolti più stravaganti del racconto, Ritratto di famiglia con tempesta mostra tutta la vena più comica e leggera del cinema di Kore-eda, che torna ai quartieri popolari della sua infanzia, ai caseggiati dell’Asahigaoka House Complex di Kiyose, a Tokyo. Non più dunque quelle casette in collina, i giardini di periferia e le stradine di provincia, intorno a cui le storie si dipanano lentamente, secondo ritmi “alla Ozu”, tranquilli seppur non indifferenti. Qui c’è un’altra frenesia, più sanguigna, che si riflette nella simpatia irriverente della vecchia Yoshiko, nella stessa confusione un po’ cialtrona di Ryota, che sembra aver dilapidato il suo talento di scrittore nel vizio del gioco, fino al fallimento familiare. Separato dalla moglie, incapace di pagare l’assegno di mantenimento per il figlio, cerca di guadagnare qualche soldo lavorando in un’agenzia investigativa. Il che ovviamente lo mette in una serie di situazioni improbabili e ridicole.

after the stormSi ride e si assiste ai maldestri tentativi di un uomo che prova a recuperare disperatamente il terreno perduto degli affetti e dei sogni. Ma la malinconia di fondo rimane, il senso del tempo che scorre, delle fratture, dei cento, mille piccoli lutti quotidiani. Non è un dramma, purché si accetti l’inevitabilità di tutto questo passaggio. Purché si comprenda che la felicità inseguita non ripaga del tempo speso a inseguirla, che la perdita non è una negazione, un fallimento, ma un’evoluzione naturale delle cose. È come dipingere a olio, aggiungere colore su colore, fino a coprire l’immagine precedente, non più visibile, ma pur sempre presente, ancora lì sotto. Bisogna avere la forza di lasciare andare le cose, il mondo, le persone. “Sarai davvero un uomo, solo quando accetterai di essere il passato di qualcuno”. Sembra una constatazione amara, ma in realtà ha tutta la terribile dolcezza della vita. Che non è un romanzo fatto e compiuto, ma un susseguirsi di prove, di tentativi, di frasi e appunti presi su post-it che appendiamo al muro. Vivere, fare film, scrivere… è sempre uno spargere note, semi che, magari, saranno raccolti poi, altrove, da qualcun altro.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

CRITICA

“(…) è un altro dei bellissimi racconti famigliari a cui il regista ha dedicato i suoi ultimi lavori. Dopo il mondo femminile di ‘Our Little Sister’, al cuore della storia è un personaggio maschile. Non un uomo inflessibile – con gli altri e con se stesso – come il padre di ‘Like Father Like Son’, ma un uomo spezzato, deluso di sé, e che ha deluso chi gli sta intorno. (…) Kore-Eda mette in scena una delicatissima coreografia dei personaggi, dei dialoghi e dei sentimenti; in cui, dalle macerie di cose preziose perdute per sempre (…) , dalla malinconica accettazione di quanto certi sogni siano irrealizzabili, dall’amarezza dei rimpianti, sboccia il senso di una realtà nuova, più profonda – degli affetti e delle identità. Quando, il mattino dopo – e dopo la tempesta- i personaggi escono alla luce del sole, nessuno è cambiato. Però è tutto diverso.” (Giulia D’Agnolo Vallan, ‘Il Manifesto’, 1 giugno 2017)

“Una piccola storia come altre e nello stesso tempo unica. (…) ‘Ritratto di famiglia con tempesta’ di Hirokazu Kore-Eda è un magnifico, toccante melodramma cosparso di nuvole, come nella tela temporalesca di Giorgione dove l’autore analizza come sono difficili i mestieri di padre figlio e le complicità sentimentali. Ma sulla famiglia divisa incombe un tifone che per una notte li obbligherà a stare di nuovo insieme. Notte speciale che l’autore giapponese esplora con una raffinatezza psicologica rara, andando al passo dei tempi interiori di ciascuno, frutto anche di un’emozione personale che impregna il film senza alcuna forzatura retorica. Un cinema minimalista, intimo che elegge Kore-Eda erede poetico del grande Ozu, dove i personaggi si chiedono come e perché sono scomparsi i loro sogni, di qual corto circuito siano rimasti vittime. Hiroshi Abe (un bravissimo Gregory Peck nipponico), vaga insicuro e goffo, offrendo un sorriso. L’autore dice che in punto di morte porterà a Dio questo film come prova del suo impegno terrestre: pronti a fargli da garanti per la dolcezza con cui esprime le emozioni invisibili di tutti e rende il tempo del cinema uguale a quello reale.” (Maurizio Porro, ‘Corriere della Sera’, 25 maggio 2017)

“Antica quanto la settima arte, negli ultimi anni la cinematografia giapponese non ha espresso personalità a livello del suo glorioso passato. Tra le più interessanti c’è quella di Hirokazu Kore-Eda, autore a pieno titolo dalla poetica ben riconoscibile: centrata, soprattutto nelle ultime opere (‘Father and Son’, ‘Little Sister’), sulla famiglia, il rapporto tra presente e passato, i sentimenti individuali nel piano tematico, la sobrietà di regia in quello formale. Frequentatore abituale di Cannes, l’anno scorso il cineasta nipponico ci aveva portato ‘Ritratto di famiglia con tempesta’ (…). L’ultima parte del film, che si svolge all’interno della casa, è una seduta a porte chiuse condotta con un senso dell’intimità – e insieme del pudore- visto di rado nel cinema più recente. Ne era maestro il grande Yasujiro Ozu: inarrivabile, certo, ma del quale Kore-Eda è un po’ il discepolo inconfessato. Simile la capacità di rendere significanti i gesti di ogni giorno, di suggerire le tempeste interiori senza ricorrere a sovrattoni, di caricare simbolicamente gli oggetti più banali (qui i biglietti della lotteria che il ragazzino, ben più ‘adulto’ del padre, vorrebbe vincere per riunire i genitori ). Ma la sottigliezza del regista si apprezza in particolare nel modo in cui ci spinge a percepire i suoi personaggi. Quello del protagonista, soprattutto. Inaffidabile, geloso, bugiardo e non troppo onesto, Ryota avrebbe tutto per risultarci antipatico; e invece, nella sua immaturità puerile, ma unita a un sincero desiderio di riscatto, finisce poco a poco per aggiudicarsi la nostra solidarietà.” (Roberto Nepoti, ‘La Repubblica’, 25 maggio 2017)

“Quando diciamo di un film ‘come in un romanzo’. Perché? Per l’intensa fusione di ragione e sentimento in personaggi da scoprire fuori e dentro se stessi nel corso di un tempo sufficiente a lasciarci la prova della loro ‘esistenza in vita’, tra desideri, rimpianti, fallimenti, risalite, da leggere nei volti e ascoltare nei silenzi. Conta l’equilibrio delle parti e la chiarezza dei conflitti, e qui siamo a un risultato ammirevole, dall’autore giapponese di opere approfondite su ruoli ed emozioni nelle convenzioni del family-drama, sollecitate però a espansioni zen rivelatrici, come ‘Still Walking’, ‘Father and Son’ (2013) e ‘Little Sister’ (2015), ma questo è anche più riuscito. (…) Magistrali la scelta dei piani, il procedere quasi circolare, le singole personalità, gli attori, i ‘luoghi’ del quotidiano. C’è l’eredità di Ozu nel potere controllato del tempo.” (Silvio Danese, ‘Nazione-Carlino-Giorno’, 25 maggio 2017)

“Poeta dell’intimità familiare, Kore-Eda sceglie il punto di vista paterno per tratteggiare un nuovo capitolo del rapporto padre-figlio (il riferimento è a ‘Father and Son’, 2013) e rinuncia al ruolo di regista-controllore a vantaggio di quello di osservatore, certamente mai giudice. Per la riflessione antropocentrica, non è difficile rintracciare elementi dal cinema di Ozu, netta ispirazione per l’opera di Kore-Eda come autore ma in particolare dentro questo film: lo spettatore paziente non potrà che giovare di tanta maestria. Una commedia umana che lo stesso regista annovera fra i suoi lavori più maturi e riusciti.” (Anna Maria Pasetti, ‘Il Fatto Quotidiano’, 25 maggio 2017)

“Tre generazioni a confronto. (…) Hirokazu Kore-Eda racconta le loro storie con semplicità e amarezza, ma senza disperazione. II messaggio? Si può essere più uniti anche da separati. II ritmo è lento; se non amate questo tipo di cinema, rischiate la noia.” (Maurizio Acerbi, ‘Il Giornale’, 25 maggio 2017)

“(…) è un altro dei bellissimi racconti famigliari a cui il regista ha dedicato i suoi ultimi lavori. (…) Kore-Eda mette in scena una delicatissima coreografia dei personaggi, dei dialoghi e dei sentimenti; in cui, dalle macerie di cose preziose perdute per sempre, dalla malinconica accettazione di quanto certi sogni siano irrealizzabili, dall’amarezza dei rimpianti, sboccia il senso di una realtà nuova, più profonda – degli affetti e delle identità.” (Giulia D’Agnolo Vallan, ‘Il Manifesto’, 19 maggio 2016)

“Il senso dello scorrere del tempo, la precisione nell’analisi del microcosmo familiare e la sensibilità per i personaggi femminili e infantili sono le caratteristiche migliori di questo regista giapponese che si comincia a conoscere anche in Italia (…). ‘Dopo la tempesta ‘ (…) è un film di fine impaginazione che racconta in maniera non superficiale i sentimenti e le relazioni, e ci porta in giro per le storie in maniera gradevole e a volte inattesa.” (Emiliano Morreale, ‘La Repubblica’, 19 maggio 2016)

“(…) bellissimo film, del regista giapponese Kore-Eda Hirokazu, «Dopo la tempesta». Un regista (…) che anche gli spettatori italiani hanno cominciato a conoscere grazie a opere come «Padri e figli» o al più recente «Little Sister». Anche in questo suo nuovo lavoro (…) ci porta al cuore di una vicenda familiare raccontata, come nelle sue corde, soprattutto scandagliando i legami affettivi tra padre e figlio per allargare poi il discorso a quelli tra marito e moglie, tra il giovane padre e l’anziana madre dove, ad essere messa in scena, è proprio la delicata trama dei rapporti e dei sentimenti che lega tra di loro le persone. (…) Con il suo stile delicato e rarefatto, il regista racconta la trama dei rapporti familiari legando il passato e il presente in un intelligente lavoro di introspezione. Al centro di tutto la riflessione su come si diventa quello che si è, di come accettare che la vita che si sognava non si sia avverata, di come affrontare la vita giorno per giorno e, una volta adulti, prendere atto, per esempio, che in una coppia non basta più solo l’amore.” (Andrea Frambrosi, ‘L’eco di Bergamo’, 20 maggio 2016)

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