Pescatori di corpi

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Presentato tra i Cineasti del presente al Festival del Film Locarno, Pescatori di corpi, primo lungometraggio di Michele Pennetta, affronta il problema dei boat people del canale di Sicilia, un tema di drammatica attualità, con un approccio originale, indiretto, e con un linguaggio tra narrazione e documentario.

Il mondo da un oblò

Il peschereccio Alba Angela naviga nel canale di Sicilia. Salvuccio, il capitano, ordina all’equipaggio di spegnere luci e motore; la polizia non tarderà a passare a causa di un nuovo sbarco d’immigrati clandestini. Nel porto di Catania, Ahmed abita in una barca. Alle prime luci del giorno, l’Alba Angela entra nel porto di Catania e getta gli ormeggi accanto ad Ahmed. Il peschereccio illegale, con il suo equipaggio, e l’immigrato clandestino, che lotta quotidianamente contro la povertà, convivono ignorandosi nella città siciliana. [sinossi]

Il mare. Con una lunga inquadratura fissa del mare, le onde, lo sciabordio, si apre Pescatori di corpi, presentato tra i Cineasti del presente a Locarno. Un mare magnum, il canale di Sicilia, che cela nelle sue viscere un cimitero di navi, una fauna marittima residua che nelle reti dei pescatori si mescola con fanghiglia e vestiti. Michele Pennetta, al suo primo lungometraggio, affronta in modo originale un tema di stretta attualità, cui il cinema ha dedicato già tante opere, le navi di disperati che ogni giorno attraversano quel tratto marino e l’ecatombe di quelle che colano a picco. Seguendo l’equipaggio del peschereccio Alba Angela che effettua la pesca di frodo la notte, strangolato dalla concorrenza straniera, che probabilmente incrocia tante di quelle navi di clandestini ma rimanendo nell’indifferenza. E seguendo la vita di Ahmed, un immigrato clandestino che vive in una nave ormeggiata nel porto di Catania. Pennetta ce lo mostra subito mentre fruga all’interno di una nave, rovista nel disordine estremo (evidentemente un’ex-imbarcazione di clandestini), nelle cianfrusaglie evidentemente alla ricerca di documenti di identità da riutilizzare. Un’imbarcazione già in buona parte allagata. E solo quando Ahmed esce, scopriamo che è ormeggiata nel molo. Ahmed cammina solitario sul porto, o guarda il mare sulla sabbia piena di detriti.

Il mare, le luci del porto, il traghetto in notturno, illuminato. Pennetta dimostra un senso forte dell’immagine. Tante inquadrature di mare sono incorniciate in fessure ristrette, oblò, aperture delle imbarcazioni, tenendo così il punto di vista interno, dei marinai. E in una di queste scene il regista posiziona, o meglio coglie, un crocifisso appeso a fianco di uno di questi pertugi che danno sul mare. Pennetta realizza un momento fortemente debitore del Leviathan di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel: i pescatori che selezionano il pescato delle reti, forse a strascico vista la quantità di fango e detriti. La razza agonizzante, il polpo che cerca di scappare ‘camminando’ e il nugolo di gabbiani pronti a ghermire gli scarti lanciati in mare. Quello che manca, rispetto a Leviathan è proprio la dimensione industriale, la catena di montaggio, la sovrabbondanza di pesce. Qui siamo di fronte a una penuria rovistata (come faceva Ahmed nelle cianfrusaglie) da pochi uomini, tra fango e oggetti estranei, come gli abiti di chi è affogato. Il mare è un grande cimitero.

Pescatori di corpi è soprattutto un film che gioca attorno a un grande fuoricampo, quello delle navi piene di migranti, dei naufragi, dei morti, tutte cose che non si vedono mai. Se ne sente parlare in televisione insieme al quiz di Bonolis. Si capisce che un naufragio è in corso attraverso l’allarme radio della guardia costiera. E Pennetta sa lavorare con una narrazione quasi azzerata, ai minimi termini, con storie appena tratteggiate. Con personaggi che sono evidentemente reali, che parlano, i pescatori, in dialetto stretto. Prova interessante per il regista varesino che rappresenta il secondo capitolo di una trilogia sulla Sicilia, seguendo il corto ‘A iucata – ancora passato a Locarno – sulle stalle clandestine di cavalli nei quartieri popolari di Catania.

Giampiero Raganelli, da “quinlan.it”

 

 

 

Per il suo primo lungometraggio, Michele Pennetta ha deciso di trattare un tema difficile, quello dell’immigrazione clandestina, di cui si parla tanto e troppo spesso a sproposito

Pescatori di corpi, un crudele fermoimmagine su una realtà dimenticata

Pescatori di corpi [+], diretto da Michele Pennetta e presentato nella sezione Cineasti del presente del Festival del Film Locarno, ci regala il ritratto sincero di una Sicilia abbandonata a se stessa, una terra di transito tanto amata quanto odiata. Invece di proporre un’analisi inevitabilmente parziale della situazione sull’isola, il regista italiano ha deciso di sollevare un aspetto ancora poco trattato mettendo in parallelo due situazioni le cui similitudini ci fanno inevitabilmente riflettere.

Da un lato Pescatori di corpi segue il quotidiano dell’Alba Angela, peschereccio che gioca con l’illegalità (spesso naviga fuori dalla zona di pesca) e che deve costantemente confrontarsi con l’aumento della polizia dovuto all’afflusso sempre maggiore di migranti, e dall’altro ci fa entrare nell’intimità di Ahmed, immigrato clandestino che sogna di scappare dopo cinque anni passati sulla sua casa galleggiante, una barca abbandonata nel porto di Catania. Senza mai incontrarsi, Ahmed e l’equipaggio dell’Alba Angela condividono un quotidiano fatto di precarietà, un mondo in cui i poveri lottano fra di loro per sopravvivere, fra rimorsi e istinto di sopravvivenza. Ciò che rende Pescatori di corpi grandioso nella sua semplicità sono i piccoli ed apparenti dettagli che ritmano la vita quotidiana degli uni e degli altri. I pesci che boccheggiano sulla nave di contrabbando ci ricordano i corpi agognanti di troppi esseri umani buttati in mare con imbarcazioni di fortuna. Allo stesso modo le immagini dei gabbiani che popolano il cielo ci permettono di respirare di nuovo rendendo il contrasto ancora più evidente. La realtà della Sicilia, l’atrocità dei corpi senza vita che si perdono in mare, non è mai esplicitamente mostrata, al contrario è attraverso la ricostruzione di una quotidianità di fortuna (quella di Ahmel) che arriva l’accusa. Ahmel, e moltissimi come lui, si trasforma in ombra, un’ombra che cerca di mantenere il poco di umanità che gli resta: costruisce una doccia d’emergenza, cerca di prendersi cura di se, di coltivare quei piccoli gesti (lavarsi i denti, rasarsi la testa, tirare una tenda lacera che funge da porta) che gli permettono ci ricordarsi chi era, una persona come tutti noi. Pescatori di corpi, quasi interamente girato di notte, nella penombra, ricorda a tratti la tragicità di un Caravaggio, dà ai corpi una nuova ed inaspettata consistenza. Il giorno si leverà mai su questa terra abbandonata a se stessa? Che futuro ci si può aspettare in una terra che non ha più niente da offrire tanto a chi ci è nato che a chi ci è approdato (malgrado lui)? Il mondo con le sue piccole, riconfortanti banalità, fa a tratti capolino in modo quasi irreale: attraverso una T-shirt dei Rolling Stones indossata da un compagno di sfortuna di Ahmed o dagli altoparlanti del suo smartphone con cui ascolta delle canzoni famigliari. Niente sembra davvero reale eppure tutto lo è, tragicamente.

Di sicuro il tema trattato da Pescatori di corpi non è nuovo, ma necessario, ed il suo modo di osservare la realtà senza enfatizzarla, senza spettacolarizzare la miseria, lo rende particolarmente interessante. La dignità, quella poca che resta, diventa in un certo senso il tema stesso del film.

Giorgia Del Don, da “cineuropa.org”

 

 

Locarno. Il pregio di un festival del cinema come quello di Locarno è di riuscire fin dal suo nascere, 69 anni fa, a coniugare esigenze di ‘spettacolo’ con qualità da una parte, aderenza a un’attualità che si impone; è insieme ‘palestra’ per nuovi talenti, ma ‘specchio’ di ‘saperi’ ed esperienze spesso difficili, spigolosi, tormentati. Si può discutere e polemizzare con certe scelte e ‘offerte’; ma bisogna comunque riconoscere il coraggio di saper percorrere itinerari inediti e complessi, e offrire ‘visioni’ non scontate, mai banali.

E’ il caso di Michele Pennetta, nato a Varese, classe 1984, master in regia cinematografica conseguito all’Ecole cantonale d’art de Losanne. Il film con cui si diploma ‘I cani abbaiano’, del 2010 viene selezionato al festival del ‘Cinèma du Rèel’ di Parigi e al ‘Torino Film Festival’; il successivo ‘A iucata’, del 2013 è presentato a Locarno nella selezione ‘Pardi di domani’, vincitore del Pardino d’oro. Quest’anno è la volta di ‘Pescatori di corpi’, il suo primo lungometraggio.

Lo stesso Pennetta ne spiega la trama: “Si comincia con l’ ‘Alba Angela’ che galleggia nel mezzo del canale di Sicilia… Il capitano impartisce l’ordine all’equipaggio di spegnere luci e motore”, racconta Pennetta. “La polizia non tarderà a passare, a causa dell’ennesimo sbarco di immigrati clandestini. Ecco dunque che l’equipaggio, ligio agli ordini ricevuti, ritira le reti, e attende in silenzio, avvolto nell’oscurità della notte. Contemporaneamente nel porto di Catania Ahmed cerca un modo per lasciare la barca abbandonata che è diventata da cinque anni la sua casa. Lontano, ma non troppo, ecco un cargo, che scarica il suo carico di ‘clandestini’… Sta facendo giorno, e l’ ‘All’alba Angela’ attracca nel porto, Ahmed potrebbe toccarne, volendo, gli ormeggi. Il peschereccio illegale, il suo equipaggio che non si fa troppe domande, il clandestino che ogni giorno si guadagna la vita con le unghie e coi denti, sullo sfondo una Catania che ignora, non vede, lascia indifferente che queste realtà convivano”.

Il film precedente, ‘A iucata’, racconta il mondo delle corse clandestine dei cavalli, una realtà diffusa e conosciuta; perfino tollerata, e con grandi interessi in ballo. Ogni tanto qualche retata, qualche sequestro, più che altro perché qualcosa bisogna pur fare, se si vuol dire che qualcosa si fa.

Valter Vecellio, da “lindro.it”

 

 

 

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