Our War

 

 

Terrorismo. Guerre. Terremoti. Emergenze ambientali. Non passa quasi giorno, oramai, che il mondo complesso e teso in cui viviamo non ci metta di fronte a questioni difficili; a problemi che a volte sembrano insormontabili; a domande alle quali è arduo trovare la risposta appropriata. Per quanto però difficile possa essere, è palese che è non solo insufficiente, ma spesso perfino dannosa, la risposta data dalle anime belle della rete, che affidano a post di Facebook o ai 140 caratteri di Twitter uno sdegno fatto di eccessi, di recriminazioni gratuite, di formulette e sentenze sputate, buone per la polemica e per lavare la coscienza come una Messa domenicale per il cristiano che si ricorda di esser tale una volta alla settimana.
Parlare (in questo caso, addirittura, scrivere) è facile: fare lo è molto di meno. Per questo un film come Our War, oltre a sapere come raccontare una vicenda di stringente attualità e i tre personaggi attraverso la quale viene esplorata, è un film fortunatamente scomodo. Perché sotto alle questioni che riguardano la politica, sotto quelle dell’ideologia, sotto quelle che vanno a toccare l’argomento spinoso della violenza e del suo utilizzo “per scopi nobili”, sbatte in faccia a chi guarda la questione sempre più rimossa, e moralmente complessa e rilevante, del fare.

I tre protagonisti del film di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravallotti e Claudio Jampaglia, i tre foreign fighters che hanno lasciato le loro case in Occidente per andare a combattere una guerra al fianco dei guerriglieri curdi dello YPG, nel Rojava, a Kobane, contro l’avanzata dell’Isis, sono tre personaggi che – guidati da motivazioni differenti – hanno scelto di fare. Di agire.
Sono un ragazzo italo-marocchino dei centri sociali, spinto da una passione politica; un curdo nato in Svezia, rimasto scioccato dopo un video dell’Isis visto su Facebook; un ex marine americano che voleva tornare al fronte ma senza la politica che lo aveva disgustato nella gestione del Corpo. Sono tre persone che, invece di imbracciare una tastiera e arringare gente su internet, sono andate a fare: rischiando la pelle, combattendo una guerra che ritenevano giusta, sostenendo una causa.

Argentieri, Chiaravallorri e Jampaglia evidenziano questa dimensione, senza esaltare però la loro scelta, lasciando che siano le loro parole e la realtà dei fatti che tutti conosciamo ad evidenziare il contrasto tra il loro agire e il gomitolo di lana caprina dentro al quale rischiano di perdersi tutte le iniziative dei Governi e tutte le parole degli opinionisti e dei cittadini, di fronte al crescere e l’avanzare dello Stato Islamico. Così facendo, lasciano pure che emergano le tante contraddizioni insite nelle loro azioni da un lato, e nelle inazioni imbambolate dell’Occidente dall’altro; le ambiguità morali e le questioni eticamente scottanti insite in una scelta di violenza estrema, e quelle di una politica che intreccia l’interesse economico a quello della sicurezza del mondo.
Il loro sguardo è curioso, aperto, alla ricerca di motivazioni e conseguenze più che di semplici e un po’ arroganti giudizi. E le questioni che mettono sullo schermo sono lì, pronte per essere valutate e discusse. Nel bene come nel male.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Our War è un documentario diretto da Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia, presentato fuori concorso nel corso di Venezia 73.

Il film racconta senza pregiudizi e preconcetti tre storie di altrettanti uomini che hanno lasciato la comodità e la relativa sicurezza della vita da civili per arruolarsi volontariamente nella cosiddetta Unità di Protezione Popolare (YPG), ovvero un gruppo di combattenti stanziati in Rojava e di origine prevalentemente curda, con lo scopo di arginare l’avanzata e il crescente pericolo portato dall’Isis.

La canzone che dà il titolo al film è scritta da Vittorio Cosma e dal celebre cantautore italiano Eugenio Finardi.

I tre protagonisti di Our War sono il 25enne di madre marocchina e padre italiano Karim Franceschi, arruolato volontariamente nell’YPG dopo una vita spesa fra centri sociali, e associazioni umanitarie e antirazziste, l’ex marine Joshua Bell, incapace di abituarsi a una vita da civile e deciso a ritornare nei luoghi da lui già battuti durante la sua permanenza nell’esercito americano, e lo svedese di origine curdo-irachena Rafael Kardari, che ha sentito la necessità di vivere il conflitto in prima persona dopo aver visto un video in cui alcuni membri dell’Isis uccidevano poveri e incolpevoli bambini.

Il film racconta le loro vite estremamente diverse fra loro e la comune esperienza in un piccolo esercito, spesso dimenticato dagli organi d’informazione ma fondamentale nella lotta all’attuale più grave minaccia alla pace mondiale.

Our War ci offre uno sguardo sincero e disincantato su un risvolto della lotta all’Isis sconosciuto ai più, ovvero il fondamentale apporto dei cosiddetti foreign fighters, termine che in questo caso non allude ai combattenti dello Stato Islamico, ma ai volontari di ogni origine e nazionalità che scelgono di schierarsi contro questo temibile e folle gruppo di criminali.

Parallelamente, il documentario di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia ci racconta anche le tre vite di personaggi anomali e contraddittori, estremamente diversi l’uno dall’altro, ma con la stessa voglia di fare qualcosa di concreto e tangibile per contrastare il più pericoloso gruppo di terroristi attualmente in circolazione.

Venezia 73 - Our War: recensione del documentario

In un’epoca in cui ognuno si sente all’altezza di avere una ricetta vincente per la lotta all’Isis e di divulgarla sui principali social network comodamente seduto sulla propria poltrona, Our War rompe una barriera fatta di ipocrisia e qualunquismo mostrando  quale sia la reale posta in gioco e i rischi, il coraggio e l’incoscienza necessari per fare qualcosa di concreto per risolvere la situazione.

Le inquietanti immagini raccolte da Karim Franceschi (il personaggio più interessante dei tre, nonchè la principale fonte di ispirazione per il documentario) ci mostrano una durissima realtà fatta non di riunioni, manifestazioni e convegni, ma di rifugi stretti e angusti che vengono continuamente presi di mira dalle bombe ostili, e di casolari diroccati dai quali i nemici cercano ogni giorno di dispensare morte e distruzione.

Karim, Joshua e Rafael non vogliono essere modelli di comportamento nè personaggi rassicuranti, ma sono mossi solo ed esclusivamente dalle loro voci interiori, che per motivi diversi e non sempre condivisibili li portano a compiere un atto non necessariamente dettato da fini nobili, ma che porta risultati concreti e importanti nella lotta al crimine e al terrorismo.

Per proteggere la pecora devi cacciare il lupo. E ci vuole un lupo per cacciare un lupo, è chiaro?”

Così dice il personaggio interpretato da Denzel Washington in Training Day, citazione che ben si adatta all’attività di questi tre coraggiosi (e un po’ folli) uomini, che supportano la necessaria, ma non sufficiente, azione fatta di droni e bombardamenti dall’alto da parte delle super potenze mondiali andando a sporcarsi le mani sul campo e a mettere in pericolo la loro stessa vita ingaggiando col nemico una lotta senza quartiere, ad armi pari e corpo a corpo.

Venezia 73 - Our War: recensione del documentario

Il pregio principale del film di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia sta nel grande equilibrio nella narrazione, che ben miscela le immagini di lotta sul campo con l’introspezione dei tre protagonisti, mantenendo sempre viva l’attenzione dello spettatore e riuscendo nell’intento di descrivere i pensieri e le emozioni che hanno portato Karim, Joshua e Rafael a compiere una scelta tanto difficile e rischiosa, senza lodare o enfatizzare oltre il dovuto la loro volontà e il loro operato sul campo di battaglia.

Our War è un documentario profondo, disturbante e necessario, che ci mette davanti a una realtà che non tutti comprendono e che pochissimi sono in grado di accettare a cuor leggero.

Un film arduo, coraggioso e scomodo, che ci scuote improvvisamente dalla coperta fatta dei nostri sogni e delle nostre false sicurezze, ricordandoci che il male è la fuori, più vicino di quanto crediamo, e che esistono persone che per sconfiggerlo sono disposte a lasciare casa, famiglia e tranquillità in nome di un’ideale e con un’alta probabilità di fare ritorno dentro a una bara. Un’opera che nobilita il documentario italiano e che ci auguriamo vivamente che possa avere il successo che merita.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

 

 

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Locandina Our War

Joshua (30 anni) è un ex marine del North Carolina che ha deciso di andare a sostenere i combattenti curdi nell’area della Siria che l’Isis cerca di occupare. Lo stesso ha fatto Karim Franceschi (27 anni) raggiungendo Kobane così come Rafael (28 anni) di origini curdo-irachene e residente in Svezia. Il documentario ce ne propone le motivazioni e li segue nei luoghi dei combattimenti.
La dizione “foreign fighter” si associa ormai per abitudine a coloro che, abilmente indottrinati da emissari dell’integralismo jihadista, lasciano la loro quotidianità per andare ad ingrossare le file dei terroristi dell’Isis ovunque essi siano in azioni di guerra. Questo documentario di Argentieri, Chiaravalloti e Jampaglia ci invita a considerare che in realtà si tratta di una definizione di comodo tendente alla semplificazione. Perché ci sono anche combattenti che si schierano sul fronte opposto. La storia ci ricorda che nel 1936 in Spagna accadde la stessa cosa. Non furono solo gli Stati (con modalità e impegno diversi) ad andare a sostenere l’una o l’altra delle parti in lotta ma anche semplici cittadini di varie nazionalità. Chi volesse conoscerne le motivazioni può vedere o rivedere Terra e Libertà di Ken Loach. Perché è proprio sulle motivazioni delle tre persone, a cui viene dato modo di raccontare la propria esperienza, che si finisce con il porre l’attenzione. C’è chi si è sentito ribollire il sangue quando ha visto fucilare dall’Isis dei bambini in un video (Rafael), chi è ancora un comunista duro e puro pronto a combattere per gli oppressi (Karim) e chi aveva bisogno di trovare un luogo in cui potersi trovare in guerra senza essere sottoposto a una rigida disciplina (Joshua). È proprio da quanto dice di sé l’ex marine che può nascere una domanda estensibile anche agli altri due e che è sintetizzabile in una sola parola: perché?
Le immagini girate nei luoghi in cui si combatte e si muore restituiscono con grande efficacia il clima di continua tensione in cui si è costretti ad esistere. Le descrizioni del decesso del primo nemico caduto per propria mano mettono a nudo le coscienze ma il quesito resta. Siamo di fronte ad eroi che un giorno speriamo di dover ringraziare per il contributo che hanno dato alla sconfitta dell’Isis oppure dinanzi a persone che hanno trovato nell’ideale un modo per sublimare in positivo le proprie pulsioni, il proprio bisogno di sfidare la morte? Gli autori non ci danno e non ci vogliono dare una risposta precostituita. Ci chiedono di guardare e di pensare senza utilizzare alcuna sollecitazione emotiva addizionale e di collocare a nostra scelta l’aggettivo possessivo che fa parte del titolo. La guerra viene definita come ‘nostra’. Di chi? Di noi tutti o solo di loro? Sui titoli di coda c’è una canzone di Eugenio Finardi che merita l’ascolto.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

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