Nebbia in agosto

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Germania del Sud, inizio anni ‘40. Ernst è un ragazzino orfano di madre, molto intelligente, ma disadattato. Le case e i riformatori nei quali ha vissuto l’hanno giudicato “ineducabile”, ed è stato confinato in un’unità psichiatrica a causa della sua natura ribelle. Qui però si accorge che alcuni internati vengono uccisi sotto la supervisione del dottor Veithausen. Ernst decide quindi di opporre resistenza, aiutando gli altri pazienti, e pianificando una fuga insieme a Nandl, il suo primo amore. Ma Ernst è in realtà in grave pericolo, perché è la dirigenza stessa della clinica a decidere se i bambini debbano vivere, o morire…
Contro natura. La storia degli ospedali che uccisero i bambini

Rivivere al cinema storie che si conoscono per vere ha sempre un effetto di riverbero particolarmente potente, ed incisivo. Esattamente come questo film nella sua interezza. Che si conoscano o meno nel dettaglio i fatti legati al fenomeno sociopolitico del nazismo, o la vicenda del piccolo Jenish Ernst Lossa (1929-1944), ucciso tramite eutanasia nell’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren, tra Monaco di Baviera e Costanza, la cui triste vicenda è raccontata nell’omonimo romanzo “Nebbia in Agosto”, di Robert Domes (2008), il risultato di questo film resta innegabile, ed importante.

Vado via da una sala satura di commozione dopo aver assistito alla recitazione assolutamente realistica e coinvolgente dell’allora dodicenne Ivo Pietzcker, alla sua seconda eccezionale apparizione cinematografica dopo la nomination come “Miglior Attore” ai Film Critics’ Awards Tedeschi per “Jack”, di Edward Berger, del 2014 – sua prima performance – e dopo essere stato citato da Variety come uno dei “10 europei da tenere d’occhio per il 2016”. E in effetti la drammatica storia del piccolo Ernst non solo è incarnata perfettamente nella recitazione impeccabile di questo incredibile esordiente, ma ad un certo punto si ha quasi la sensazione che sia lui ad emanarla, attraverso quel suo sguardo languido, dolce, e allo stesso tempo pieno di rabbia e di un’ innocente e violenta consapevolezza. Ben interpretati anche gli altri protagonisti della vicenda, tutti realmente esistiti, tranne la figura di Nandl, la ragazzina epilettica della quale Lossa si innamora nel romanzo, ma l’attenzione dello spettatore segue nel dettaglio, con un ritmo riflessivo, ma solido, i gesti pieni di pietà di questo ragazzino sano più dell’intera popolazione che lo giudicava, che venne assassinato senza scrupoli proprio per la sua lucidità.

Il film funziona e nonostante il regista provenga dal mondo della televisione tedesca, ha una patina assolutamente cinematografica. Molto interessante anche la fotografia di Hagen Bogdanski: a colori, ma dai toni talmente delicati, desaturati e spenti, da evocare l’idea del bianco e nero o di un seppiato, pur non essendolo. Un’immagine quasi sabbiosa, che c’è, ma che sembra venire da lontano. Elegantissimo anche il modo che Kai Wessel ha scelto per raccontare la profonda oscenità della fine di Lossa.

Le prime vittime dell’ ”eutanasia” nazista furono i bambini. A partire dall’agosto del 1939 le levatrici, le ostetriche e tutti coloro che lavoravano nei reparti di maternità ebbero l’obbligo di denunciare ogni disabilità riscontrata. Gli ospedali psichiatrici iniziarono a creare dei reparti speciali nei quali 5000 bambini e ragazzi trovarono la morte prima della fine della guerra. Nell’ottobre del 1939, Hitler scrisse un decreto formato da una sola frase, retrodatando il documento al 1° settembre dello stesso anno, giorno in cui aveva avuto inizio la guerra. Quel decreto diede il via all’atto denominato “T4”, che prendeva il nome dall’indirizzo di una villa situata al numero 4 di Tiergartenstraße, a Berlino. Il documento includeva i criteri di selezione in base ai quali chiunque non fosse stato in grado di contribuire al benessere della ‘comunità nazionale’, sarebbe stato ucciso con la pratica dell’eutanasia.

All’epoca furono create quattro organizzazioni con nomi di copertura per applicare queste pratiche ai pazienti. Tra di esse: la “Reichsarbeitsgemeinschaft Heil-und Pflegeanstalten” (L’Associazione per il Lavoro dell’Ospedale Psichiatrico del Reich) e la “Gemeinnützige Krankentransportgesellschaft (L’Associazione delle Ambulanze Pubbliche). I dirigenti degli ospedali psichiatrici dovevano compilare dei resoconti periodici per ciascun paziente, che venivano poi inviati a Berlino, dove altri psichiatri esperti inserivano dei simboli: il segno meno di colore blu indicava ‘vita’, il segno più di colore rosso significava ‘morte’. I pazienti venivano trasportati fino ad uno dei sei ‘ospedali della morte’ per mezzo di autobus o treni e immediatamente dopo il loro arrivo, venivano uccisi nelle camere a gas.

Si stima che oltre 70.000 persone furono assassinate con questa pratica, che gettò le basi per il successivo sterminio degli ebrei europei, sia dal punto di vista tecnico, che organizzativo. In molte parti della Germania i pazienti psichiatrici ebrei furono uccisi per primi. Dal 1941 in poi, i prigionieri dei campi di concentramento che erano incapaci di lavorare furono anch’essi uccisi in questa strutture ospedaliere.

Nell’agosto del 1941, Hitler pose fine al “T4”ma la notizia di questi omicidi era trapelata, creando proteste tra la gente. La fine di questo programma non significò però la conclusione dell’eutanasia. Da quel momento in poi, furono gli stessi medici, gli assistenti sociali e le suore, a sopprimere i pazienti direttamente nelle unità, tramite avvelenamento da barbiturici, mescolati al succo di lamponi per i bambini e, dal 1943 in poi, con cibo non nutriente. Il film si concentra in particolare sulla creazione della Dieta di fame (Hungerkost), soprannominata “Dieta E”, inventata nel romanzo e nel film dal personaggio del Dottor Walter Veithausen, interpretato da Sebastian Koch, e “brevettata” realmente nell’ospedale di Kaufbeuren sempre sulla pelle di malati psichiatrici, nonché utilizzata da quel momento in poi per uccidere nell’ombra, senza poter essere accusati. I pazienti morivano di fame o di tubercolosi a causa delle loro pessime condizioni di salute e i dottori utilizzavano i loro organi per scopi di ricerca.

In alcune strutture psichiatriche i medici eseguivano esperimenti anche sui pazienti in vita, ed oltre alle 200.000 vittime degli ospedali, almeno 100.000 altri pazienti morirono in diverse aree occupate dell’Europa e per i trattamenti che dopo la fine ufficiale del secondo conflitto mondiale, nel 1945, furono barbaramente portati avanti per almeno altri due anni, al fine di “ripulire” la società da varie tipologie di malattie, psichiatriche e non.

“Bisogna tornare a morire di più”, è la frase agghiacciante pronunciata ad un certo punto da un folle generale tedesco, che getta vergogna sull’intera società occidentale e che nel film viene posta intelligentemente davanti al crimine commesso anche dalla comunità cristiana e cattolica, che operava negli ospedali e che decise semplicemente di stare a guardare, confidando in un quantomeno opinabile intervento della provvidenza.

Come ha sottolineato più volte il produttore Ulrich Limmer, che ricevette copia del romanzo e comprò i diritti per farne un film già nel 2009, era impossibile rinunciare alla realizzazione di questa opera: <<…la storia mi scosse a tal punto che non riuscii più a togliermela dalla testa. Ogni volta che vedevo la foto di questo ragazzino, pensavo: questa storia deve essere raccontata. Lo consideravo un mio dovere verso di lui, che rappresneta così tante vittime della nostra società…>>.

E dunque per fortuna, almeno l’ombra del coraggioso Ernst Lossa, avrà un convincente strumento in più per incidere il cuore e la mente delle persone di tutto il mondo, perché si riesca a non dimenticare, e ad evitare di riproporre un agghiacciante lato dell’umanità, capace di violenze ed ingiustizie che superano qualunque perversa fantasia. Ancora una volta, come ha sottolineato Wessel, << verrà messa in primo piano l’abilità speciale dei bambini di saper affrontare, con amore, rispetto e dignità, anche le peggiori condizioni di vita possibili, contestando casuali ed opinabili criteri di valutazione della disabilità>>.

Voto: 10 / 10

Leda Mariani, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

Nella Germania del Sud dei primi anni ’40, Ernst Lossa è un tredicenne di etnia nomade jenisch, orfano di madre e con un padre ambulante che non può prendersene cura. Dopo una trafila di famiglie affidatarie e il riformatorio, arriva nel reparto psichiatrico dell’ospedale gestito dal dottor Veithausen con la nomea di ragazzo problematico. Rassicurato dalle promesse del medico, Ernst si fa ben volere e trova uno scopo nell’aiutare i ragazzi più deboli. Ma quando scopre che un numero crescente dei suoi amici muore per misteriose e fulminanti polmoniti, capisce che vengono uccisi e cerca di ribellarsi con tutta la forza della sua innocenza a una macchina inumana lanciata alla sua massima potenza.

Tra gli indicibili crimini contro l’umanità perpetrati dal nazismo, ancora poco si sa dello sterminio di oltre 200.000 persone – tra cui 5000 bambini e ragazzi – disabili o ritenuti incurabili e incapaci di lavorare, avvenuto tra il 1939 e il 1944 proprio nei luoghi di cura, soprattutto psichiatrici, col pretesto di una pietosa eutanasia ma con lo scopo di depurare la razza ariana degli elementi considerati nocivi. Una rupe Tarpea del ventesimo secolo, gestita col rigore, la precisione e l’assoluta freddezza di un meccanismo che sapeva di poter contare sulla collaborazione di molti volenterosi carnefici. E quando i trasporti e gli omicidi dei malati nelle camere a gas suscitarono proteste e sdegno tra la popolazione, l’efficiente macchina del Reich continuò il suo programma con più discrezione, con la cosiddetta Operazione T4 (sigla dell’indirizzo della villa berlinese dove venne prese la decisione).

Per molto tempo questa tragedia è stata ignorata dagli studiosi e dunque dalle varie commemorazioni, fino a che sono stati aperti gli archivi delle cliniche ed è stato reso noto questo ennesimo capitolo dell’orrore. È degno di nota il fatto che il medico che dal 1980 al 2006 ha gestito la clinica psichiatrica in cui è avvenuta la storia di Ernst Lossa ha fatto da consulente al film. Se l’Italia, infatti, non ha ancora fatto i conti col suo passato, la Germania lo sta già facendo da un pezzo ed è particolarmente significativo che arrivi proprio da lì, sulla scorta di un libro del giornalista e sceneggiatore Robert Domes, un film importante come Nebbia in agosto, che ci fa conoscere una delle tante e terribili storie vere che si sono svolte ai margini dei campi di sterminio.

Per un professor Giovanni Borromeo– un Giusto tra le nazioni – che inventò il terribile Morbo di K per tenere lontani i nazisti dai suoi pazienti ebrei al Fatebenefratelli e tanti altri suoi colleghi che resero onore alla loro missione, ce ne furono altrettanti che tradirono il giuramento di Ippocrate per mettersi al servizio di un’ideologia disumana e utilizzarono persone inermi come cavie di atroci esperimenti – come il famigerato e mai catturato dottor Mengele – oppure, come il dottor Veithausen del film, teorizzarono modi migliori e più economici per accelerare la dipartita di esseri giudicati inutili e nocivi, con la collaborazione di sottoposti che obbedirono agli ordini senza protestare. Quasi tutti, purtroppo, rimasti impuniti.

È già orribile immaginare uno scenario simile in generale, ma il film fa di più: ci fa conoscere (e amare) Ernst, un ragazzo fiero, sfacciato e ladruncolo ma generoso e sensibile, e i suoi compagni con la loro voglia e diritto di vivere, restituendo loro nome e dignità. Perché, come scriveva il premio Nobel Henrich Böll, “il segreto dell’orrore sta nel particolare” e più della sofferenza di masse anonime e sconosciute sono le storie individuali che ce lo fanno capire e sentire con maggiore intensità. Le dittature tolgono alle loro vittime vestiti, capelli, nome e identità per marchiarle con dei numeri, ma se sappiamo i loro nomi, vediamo i loro volti, conosciamo le loro storie, ci sono subito più vicini. A colpirci al cuore e a farci gridare “mai più” sono la bambina col cappotto rosso di Schindler’s List, Anna Frank che sogna il futuro scrivendo il suo diario, rintanata per due anni nel nascondiglio della casa di Amsterdam, Ernst Lossa col suo coraggio, impotente Davide contro un mostruoso Golia.

Tutte storie vere che dovrebbero invitarci a ricordare che questo è stato e non dovrebbe più accadere e che proprio perché lo stiamo dimenticando si ripete oggi in altre parti del mondo, come la Siria e la Nigeria. Nebbia in agosto è un film che rende davvero onore alla Memoria dei milioni di vittime innocenti della storia, e lo fa in modo coinvolgente, rigoroso e contenuto, con molte scene che restano impresse nella memoria e un’unica veniale concessione alla retorica cinematografica in un finale che ci ha ricordato Qualcuno volò sul nido del cuculo. Gran parte del merito va anche agli attori, a partire dai due protagonisti, il giovanissimo, straordinario Ivo Pietzcker e il veterano Sebastian Koch, premiatissimo interprete di Le vite degli altri, che ha messo spesso il suo talento, con lodevole impegno civile, al servizio di film che fanno luce sulla storia più buia del suo paese. Nebbia in Agosto è un tassello prezioso aggiunto alla storia di un secolo e di un’umanità dai cui errori non riusciamo proprio ad imparare, un film che speriamo sia visto da molti e che soprattutto nelle scuole troverà un pubblico ancora incontaminato, in grado di recepirne il messaggio.

Voto: 3,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Paola Casella

Germania, primi anni ’40. Ernst Lossa è un tredicenne tedesco jenisch, orfano di madre e con un padre venditore ambulante senza fissa dimora. A piazzare Ernst al centro del mirino, nella Germania nazista, è soprattutto la sua indole “asociale e ribelle”, che fa sì che il ragazzo sia rimbalzato da un istituto all’altro, approdando infine all’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren. Il direttore dell’ospedale è un medico dall’apparenza gentile, e invece convinto seguace delle teorie eugentiche sostenute dal Fuhrer. Ernst si troverà a proteggere i piccoli ospiti disabili dell’istituto, considerati dal direttore e dai suoi infermieri inutili ostacoli nel programma di liberazione della Germania dall’invalidità fisica e mentale.
Nebbia in agosto è un thriller di grande tensione narrativa, tenuta alta dal regista tedesco Kai Wessel per tutta la durata della storia. Una storia che ha come colonna sonora il rumore lontano delle bombe e come eroe un irriducibile: in questo senso ricorda quella di Qualcuno volò sul nido del cuculo o anche quella di Il giornalino di Gian Burrasca (vedi la rivolta alimentare), perché racconta come le personalità più indisciplinate e riottose diventino necessarie all’interno di quelle istituzioni che per garantirsi il controllo reprimono qualunque forma di dissenso, con ogni mezzo “necessario”.
Ma la storia di Ernst Lossa è ancora più disturbante perché è vera, non solo in quanto il ragazzino jenisch è realmente vissuto e ha davvero affrontato la degenza nell’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren pur non soffrendo di alcuna disabilità fisica o mentale, ma anche in quanto mostruosità come il decreto Eutanasia o la legge sulla Salvaguardia della salute ereditaria del popolo tedesco sono davvero esistite. Nebbia in agosto racconta la sua parabola agghiacciante con una cura estetica che la rende ancora più atroce, e contrappone all’ideale di purezza nazista l’essenzialità poetica delle sue immagini desolanti. È la storia del coraggio indomito di un’anima limpida il cui atto massimamente rivoluzionario è chiedere conto delle nefandezze perpetrate a chi detiene su di lui diritto di vita e di morte.
Perché Nebbia in agosto parla soprattutto di responsabilità individuale, di scelte autonome, dell’opportunità di non rispondere sempre e comunque “sissignore” (che in tedesco è il terrificante “jawhol!”) davanti agli ordini, anche quelli più insensati. Con mano registica salda e narrazione fluida, Wessel lascia che al centro della trama giganteggi un ragazzino ingestibile dalla testa rasata, un Franti capace di grandi gesti di pietà ed empatia. Il suo è un film bello e terribile che lascia dentro un profondo senso di disgusto ma anche di speranza davanti a ciò che l’essere umano può essere, e soprattutto diventare.

Voto: 3 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

“Tratto da una storia vera”. L’avvertenza è d’obbligo, perché sembra quasi incredibile che sia andata così. Invece andò proprio così. Nei modi e nei tempi che “Nebbia in agosto”, il bel film di Kai Wessel ispirato fedelmente al libro di Robert Dones, rievoca con lucida commozione, a ciglio asciutto, mostrando pratiche, dettagli, ambienti, liste ben ordinate, siringhe, strumenti chirurgici. Come scrisse lo scrittore tedesco Henrich Böll, premio Nobel per la letteratura, “il segreto dell’orrore sta nel particolare”. Una storia individuale, un nome e un cognome, un viso, una fotografia, una data di nascita e di morte: di questo abbiamo bisogno, talvolta, per ricordare che cosa fu il nazismo hitleriano, di quali atrocità inaudite fu capace, di come riuscì a mobilitare un’intera nazione piegandola a un’ideologia mortifera e razzista.
Osservate questa foto. Ritrae il vero Ernst Lossa, il ragazzino tedesco di origine nomade, uno “jenisch”, ucciso il 9 agosto 1944, a poco più di quattordici anni, nell’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren, Baviera, con un’iniezione di morfina e scopolamina. Uno dei tanti finiti nell’infame programma di eutanasia lanciato dai capi del Terzo Reich nel 1939 con la cosiddetta operazione Aktion T4. Oltre 200 mila tedeschi, tra i quali 5 mila bambini e adolescenti, furono uccisi in una serie di ospedali e manicomi tra il 1939 e il 1945 (qualcuno anche dopo). Disabili, storpi, deformi, ciechi, sordomuti, epilettici, malati psichici: insomma coloro ritenuti “tarati”, incapaci di lavorare, una zavorra, gli elementi deboli, “impuri”, della presunta razza ariana. “Una rupe Tarpea del ventesimo Secolo, gestita col rigore, la precisione e l’assoluta freddezza di un meccanismo che sapeva di poter contare sulla collaborazione di molti volenterosi carnefici” ha scritto giustamente Daniela Catelli su Comingsoon.it. All’inizio molti di questi sfortunati vennero avviati alle camere a gas, quasi anticipando la Soluzione Finale destinata agli ebrei; poi, per evitare clamori e proteste, si preferì proseguire con maggiore discrezione, attraverso un’eliminazione sistematica ma camuffata, cioè attraverso barbiturici versati in succo di lampone, iniezioni di morfina, soprattutto la famigerata “Dieta E”, consistente nell’alimentare quei poveretti con brodo di verdura privato di ogni potere nutritivo, fino a farli morire di fame continuando a dar loro da mangiare.
Il piccolo Ernst Losse arriva nella clinica del professor Valentin Faltlhauser nel 1942, da Dachau. Ladruncolo ribelle e sfacciato, dotato di buona salute e di furba grinta, il ragazzino si fa ben volere dagli amici e anche dal personale clinico. Il suo sogno è andare in America insieme al padre ambulante, ma serve una fissa dimora per essere dimesso dall’ospedale e quella non c’è. Intanto il feroce piano eugenetico è entrato nel vivo con l’arrivo di una nuova infermiera: tanto sorridente quanto efficiente nell’amministrare veleni. I bambini muoiono l’uno dopo l’altro, i certificati medici parlano di polmoniti fulminanti, ma Ernest ha capito tutto. Proverà a salvare una ragazzina epilettica, che forse le piace, però il suo destino di scomodo testimone è segnato, mentre si avvicina la fine della guerra e le bombe alleate cadono sempre più vicine (si spiega così il titolo del libro e del film, appunto “Nebbia in agosto”).
L’esemplare vicenda di Ernst Lossa è stata già raccontata nel 2011, su La7, dal teatrante Marco Paolini con lo spettacolo “Ausmerzen – Vite indegne di essere vissute”. Il film del 55enne regista tedesco Kai Wessel, coraggiosamente distribuito da GoodFilms in prossimità del Giorno della Memoria, conduce per mano lo spettatore dentro quell’inferno lindo e organizzato, facendo affiorare lentamente la verità, con il suo corredo di farneticazioni e azioni conseguenti (l’idea iniziale era di eliminare un terzo della popolazione tedesca).
Certo non un film che si vede a cuor leggero, un senso di minaccia e angoscia cresce strada facendo nel corso delle oltre due ore, e tuttavia “Nebbia in agosto” tratta la terribile materia con pudore, sobrietà di stile, lasciando che lo sdegno affiori senza didascalie. Anche grazie alla prova straordinaria degli attori, tra i quali il giovanissimo Ivo Pietzcker e il veterano Sebastian Koch: il bambino zingaro che ha capito tutto contro lo psichiatra suadente che organizza lo sterminio.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

 

Basato sull’opera omonima letteraria, Nebbia in agosto è incentrato sul brutale metodo di eliminazione promosso come ‘eutanasia’, poi adottato a breve distanza nei campi di sterminio. Prime vittime dell’ ‘eutanasia’ nazista furono i bambini portatori di qualunque forma di disabilità. Oltre 5000,  tra piccoli e adolescenti morirono negli ospedali psichiatrici, divenuti sedi dell’eliminazione decentrata. Tra loro anche Ernst Lossa, un ragazzino orfano di madre e definito ‘ineducabile’, perfettamente interpretato da Ivo Pietzcker.
La produzione, desiderosa di trasmettere al film un approccio realistico, si è avvalsa della consulenza professionale del Prof. Michael Von Cranach, che ha suggerito alla regia cenni storici e passaggi fondamentali allo sviluppo della trama, sì da trasmettere al film uno stile quasi documentaristico ma senza tralasciare la linea poetica e romanzata. Kei Wessel dirige con maestria una vicenda tragica, avvalendosi soltanto di pochi spazi e di una scenografia impeccabile. La fotografia, assolutamente in simbiosi con lo sviluppo della trama, in un crescendo di atmosfere tetre, drammatiche e cimiteriali, consegna al lavoro ancor più realismo. La cronologia storica non viene mai tralasciata, inserendo elementi, dialoghi e sequenze che illustrano in maniera dettagliata l’evolversi dell’idealismo nazionalsocialista e il tragico avvento di quello che viene definito il ‘grande motore’: ovvero l’eliminazione di massa.
Un film che racconta uno spaccato poco (o per niente) affrontato: ovvero l’avvento dell’eutanasia, concetto assolutamente distorto di quella che oggi in molti Paesi civili e democratici è una volontaria richiesta da parte del paziente. Kei Wessel ci conduce nei tetri corridoi dell’Ospedale Psichiatrico di Kaufbeuren attraverso una molteplice soggettiva: lo spettatore vive il drammatico evento attraverso gli occhi dei piccoli pazienti, della spietata infermiera Kiefer (Henriette Confurius), di una sensibile e provata suor Sophia (Fritzi Haberlandt), dello scienziato prestato al braccio armato del nazismo dott. Veithausen (Sebastian Koch). Senza necessariamente ricorrere a un’estetica sanguinaria e violenta, Wessel riesce a descrivere meticolosamente la crudeltà e il metodo disumano introdotto da Hitler. Un film che certamente risulta necessario nel sottogenere, ma più adatto al piccolo schermo che alle sale.

Voto: 3 / 5
Nico Parente, da “cinematografo.it”

 

 

Ambientato nella Germania del Sud degli inizi anni ’40, Nebbia in agosto è il nuovo film drammatico – basato su una storia realmente accaduta – diretto da Kai Wessel, che vede come protagonista il piccolo Ernst. Quest’ultimo è un ragazzino orfano di madre, molto intelligente ma disadattato. Le case e i riformatori nei quali ha vissuto l’hanno giudicato “ineducabile” ed è stato confinato in un’unità psichiatrica a causa della sua natura ribelle. Qui però si accorge che alcuni internati vengono uccisi sotto la supervisione del dottor Veithausen e così Ernst decide di opporre resistenza, aiutando gli altri pazienti e pianificando una fuga insieme a Nandl, il suo primo amore. Ma il piccolo è in realtà in grave pericolo, perché è la dirigenza stessa della clinica a decidere se i bambini debbano vivere o morire.

Con grande maestria il regista Kai Wessel ha donato al grande pubblico un piccolo gioiellino cinematografico, che tutti nella vita dovrebbero vedere almeno una volta. Mantenendo un andamento lento per tutta la durata della pellicola, Wessel è stato in grado di cogliere nel segno ciò che il pubblico si aspettava di vedere in un progetto che racconta uno spaccato di vita reale: il periodo in cui, per volere di Hitler e allo scopo di portare a compimento l’idea di una Germania basata sulla perfezione della razza ariana, negli ospedali e cliniche psichiatriche si applicava l’eutanasia per uccidere tutti i portatori di handicap e di malattie ereditarie o gravi. Il tema centrale del film, infatti, ruota tutto intorno alla morte dei bambini, che porta lo spettatore a chiedersi se sia giusto o meno decidere della vita degli altri, di chi deve morire e di chi vivere. Una volontà del regista, inoltre, sembra essere quella di far riflettere il pubblico sulle atrocità verificatesi in un passato che possiamo definire universale, in modo da renderlo più consapevole di quello che in realtà avveniva in quel dato tempo storico.

La pellicola, nonostante il ritmo lento e serrato, non risulta pesante da seguire e riesce a mantenere l’attenzione dello spettatore grazie all’ottima colonna sonora e all’interpretazione degli attori coinvolti. Lodevole è quella del piccolo Ivo Pietzcker il quale non ha avuto bisogno di troppe parole per dare vita a un personaggio di grande spessore. Con l’intensità del suo sguardo è riuscito a regalare momenti di pura emozione e grande commozione. A colpire dritto al cuore è la capacità di un bambino di comprendere la realtà meglio di un adulto (Sebastian Koch) che, per inseguire il sogno di una Grande Germania al ‘fianco’ di Hitler, è disposto a diventare un assassino. In Nebbia in agosto tutti gli interpreti (Sebastian Koch, Fritzi Haberlandt, Henriette Confurius, David Bennent e Karl Markovics tra i tanti) hanno dato grande prova di sé, facendo emergere il lato più umano della storia: il dolore e la rabbia per tutti quei bambini, adulti e anziani che hanno perso la vita a causa di un credo politico e delle manie di grandezza di un uomo, Hitler, che ha lasciato un segno indelebile nella storia di tutto il mondo.

Voto: 4 / 5

Rosanna Donato, da “filmforlife.org”

 

 

Germania del sud, inizio anni ’40. Ernest Lossa (Ivo Pietzcker) è un adolescente con un’intelligenza vivace, ma irascibile e rifiuta ogni forma di educazione. Orfano di madre, con padre apolide, Ernest è costretto a vivere soggiornando in vari riformatori. Per la sua condotta indomabile, gli educatori dei riformatori dove soggiorna lo giudicano “ineducabile”. La sorte di Ernest subisce un’inequivocabile destino crudele quando viene confinato in un’unità psichiatrica diretta dal dott. Walter Veithausen (Sebastian Koch). Siamo in pieno periodo bellico e la Germania nazista ha dato il via, in tutta segretezza, ad esperimenti di eugenizzazione. Ma Ernest si accorge della feroce macchinazione quando scopre che alcuni bambini, afflitti da disabilità fisica e psichica, sono stati uccisi e che altri subiranno la stessa sorte. Nandl (Jule Hermann), una bambina affetta da epilessia, diventa per lui un’amicizia particolare, tanto che con lei decide di pianificare una fuga. “Nebbia in agosto”, diretto da Kai Wessel, racconta la storia vera di Ernest Lossa ucciso il 9 agosto 1944, all’età di 14 anni in un ospedale psichiatrico tedesco per ordine del medico nazista Valentin Faltlhauser (nome del vero medico) che adottò l’Aktion T4, nome col quale si designava il programma nazista di eutanasia. Faltlhauser fu responsabile di almeno 1200 soggetti eugenizzati. Il dramma umano perpetuato dal nazismo, organizzato minuziosamente a tavolino, durante il secondo conflitto mondiale è oggetto di attenzione di Kai Wessel, conosciuto dal pubblico televisivo tedesco per il successo di una serie TV dedicata ad un professore di letteratura ebraica che insegnava in quei terribili anni del conflitto. Ma in “Nebbia d’agosto” Wessel mette sotto accusa la potenza di un’educazione pedagogica costrittrice, ricevuta sin dall’infanzia, che plagia e persegue un’idea assoluta di obbedienza e porta, con ferma convinzione, ad un comportamento di follia omicida e distruzioni comunitarie per il bene della Nazione, come si manifesta nel dott. Veithausen. L’interpretazione di Sebastian Koch è perfetta nel suo immedesimarsi nell’immobilismo emozionale del medico psichiatra che, usando quei corpi di giovani vittime inermi, è convinto fermamente di rendere un servizio utile alla Nazione. Il carnefice ha il volto del buon medico, educato e pieno di premure verso i piccoli pazienti, tanto da ingannare con la sua benevolenza anche l’acuto Ernest. Veithausen è convinto di essere un valido soldato nel condurre le sue ricerche sull’eugenizzazione, di essere importante per il suo paese quando ordina la soppressione dei bambini per mano dell’infermiera Edith Kiefer (Henriette Confurius), che somministra veleno sciolto nel buon succo di lampone. Ma i bambini vengono anche uccisi lentamente, mangiando. Denutriti, assaporano la zuppa di verdura cotta ore ed ore, sino a perdere ogni sostanza nutritiva. Wessel coglie molto bene il senso di una follia umana costruita socialmente, un “chip” cerebrale mostruoso, che categorizza l’umanità in due settori, quella da conservare e custodire e quella da sterminare. Lo stile fluido, la scrittura filmica romanzata e l’ottima scenografia, rendono alla perfezione la veridicità del dramma collettivo, ben recitato dai vari protagonisti, in cui spicca la sorprendente performance di Ivo Pietzcker nella parte di Ernest Lossa, il bambino che aiutò i suoi compagni di sventura a sperare ancora nell’illusione. Ciò che ancor più sconvolge è il seguito che ebbe l’assurdità umana di questa storia: il dott. Valentin Faltlhauser, dopo la guerra fu condannato al carcere e poi amnistiato nel 1954. La sua infermiera, responsabile di almeno 200 soppressioni, dopo pochi anni di carcere, ha ripreso tranquillamente il suo lavoro infermieristico con i bambini.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

Basato sull’opera di Robert Domes, Nebbia in Agosto è  la vera storia del giovane tedesco Ernst Lossa, testimone del piano messo in opera molto prima della Shoah, da parte dei nazisti sull’eutanasia: l’Aktion T4.

 

Nebbia in Agosto racconta del piano di eutanasia del nazismo che  prende origini dagli studi sulla Eugenetica ad inizio secolo, e che porterà  ad una serie di omicidi di massa negli ospedali: l’Aktion T4.

Nel Mein Kampf  Adolf Hitler aveva già anticipato tutto e per questo particolare programma con queste parole: “Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese.“

Questa premessa è necessaria per illustrare il contesto storico del film Nebbia in Agosto tratto dall’omonimo romanzo di  Robert Domes , portato sullo schermo da Kai Wessel. Per la prima volta in un’opera cinematografica si affronta l’Aktion T4 (abbreviazione di “Tiergartenstrasse 4”, l’indirizzo della via e numero di Berlino dove era situato il quartier generale dalla Gemeinnützige Stiftung für Heil- und Anstaltspflege, l’ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale) il programma nazista di eutanasia che sotto la responsabilità medica prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche o inguaribili a causa di handicap mentali, nei casi più gravi di quelli fisici. Queste persone non potevano sopravvivere nel nuovo stato nazista dove la pura razza ariana doveva dominare il mondo.

Di conseguenza non ci troviamo sull’ennesimo film sulla Shoah, anche se esce nel periodo dedicato alla giornata della memoria (27 gennaio), ma di quello che è accaduto prima visto che il programma partiva già da metà degli anni ’30 con una politica di sterilizzazione (si consideravano ereditarie le malattie mentali) per poi procedere ad una serie di omicidi a partire dal 1939, e tale vanno chiamati, passati sotto il nome di eutanasia nazista.

Il film di Kai Wessel attraverso gli occhi del giovane  Ernst Lossa (interpretato da Ivo Pietzcker ) ci porta all’interno di un di questi ospedali dove stimati medici, si prodigavano per uccidere al meglio i loro pazienti, pratica che non si fermò neanche al termine delle ostilità, e molti di loro benché processati a Norimberga subirono lievi condanne, prova ne sia che una delle infermiere che somministrava succo di lampone misto a barbiturici per uccidere i bambini, passò solo qualche anno in prigione per poi tornare a fare la puericultrice.

In senso strettamente cinematografico ci troviamo di fronte ad uno dei migliori film mai realizzati su questo scottante argomento, che solo di recente è stato affrontato dagli storici in modo approfondito.

Se Il Figlio di Saul è stato il film che ci ha portato dentro l’orrore dei campi di concentramento come non mai, il film di Wessel in modo delicato a volte poetico ci porta dentro un’altro orrore, dove i medici, nonostante il giuramento di Ippocrate, si  sono macchiati di atrocità incredibili.

Le scelte registiche di attori e luoghi sotto l’attenta supervisione di molti storici che hanno collaborato sono a dir poco perfette, quasi maniacali. Nelle due ore della pellicola si riesce a squarciare il velo su una storia che ancora non ha un numero reale di morti, si parla ufficialmente di circa 70.000 persone, ma per molto ricercatori  la cifra andrebbe raddoppiata o triplicata. La forza del film grazie alla sua perfetta sceneggiatura, una prova maiuscola di tutti gli attori da Sebastian Kochnei panni del Dottor Walter Veithausen, Fritzi Haberlandt (Suor Sophia). Henriette Confurius (il personaggio forse più inquietante nei panni dell’infermiera angelo della morte Edith Kiefer)   e la giovane Jule Hermann (Nadl). Tutti assieme al citato Ivo Pietzcker nei panni di Ernst Lossa riescono a trascinare lo spettatore all’interno di questa storia vera.

Nebbia in Agosto,  oltre che ad essere una severa lezione di storia, affronta tutti i dilemmi che fanno parte della moderna società occidentale dove si dibatte il tema dell’eutanasia, un problema che i nazisti risolsero semplicemente mettendo in atto una serie di omicidi di massa, si calcola che solo i bambini uccisi siano stati oltre 5000. Nebbia in Agosto appartiene a quelle ristretta categoria di film che devono essere visti, non solo per la sua forza narrativa, ma per cercare di comprendere che il male non è affatto banale e che chi ha contribuito a suo modo ad alimentare questi omicidi di massa sono stati stimati, dottori, infermiere inflessibili e tanti altri complici silenti, che il giovane Ernst Lossa tentò di fermare.

Roberto Leofrigio, da “talkymovie.it”

 

 

 

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