Miss Violence

 

 

“Miss Violence” è un film. “Miss Violence” è un film greco. “Miss Violence” è un film greco che è riuscito a farsi notare in mezzo alla moltitudine di pellicole che affollano un festival del calibro della mostra del cinema di Venezia. “Miss Violence” è un film greco che è ritornato in patria solo dopo aver vinto il leone d’argento e la coppa Volpi alla 70° edizione del festival di Venezia. “Miss Violence” è un film greco, che poche settimane fa ha vinto due premi importanti al Lido di Venezia ma si merita siano solo l’inizio di una lunga serie di riconoscimenti.

Il nuovo anno cinematografico ha infine preso il via; tradizionalmente nel mar Mediterraneo esso coincide con il cambio di stagione e quest’autunno sta procedendo sotto i migliori auspici: è arrivato il momento di “Miss Violence” e MaSeDomani si unisce al coro di voci che vogliono i riflettori tutti puntati su questa pellicola, perché era tanto tempo che non arrivava in sala un film così drammaticamente spaventoso, di una potenza dirompente, carico di violenza, dolore e sofferenza ma sprovvisto di scene imbrattate di sangue, di linguaggio volgare e, nel loro insieme, inutilmente feroci. Quest’opera riesce a zittire (prima) e schiaffeggiare (poi) lo spettatore con una pacata narrazione, con scene tranquille, con dialoghi parchi dalle dolci parole e con il costante abbraccio di una luce ovattata.

Entrare in un cinema a vedere questa pellicola significa, infatti, assistere a un’opera dalla trama carica di suspense, recitata con un pathos inimmaginabile, e contribuire a svuotare la sala di ossigeno. Alla fine sarete stanchi, increduli, demoralizzati, magari arrabbiati e di sicuro soddisfatti. Perché quest’opera del regista Alexandros Avranas calamita l’attenzione dello spettatore dal primo istante, con quella scena iniziale che prende in contropiede tutti per quanto strida con i pochi (ma eloquenti!) fotogrammi che la precedono, per quel sorriso in primo piano che dura solo qualche attimo ma che ci porteremo dentro a lungo e per quella monocromia senza tempo che addolcisce gli animi delle figure sullo schermo e inganna le persone in sala.

E così, con un gesto secco e deciso, in un batter d’occhio sarete portati di peso dentro quelle mura e assisterete a una routine domestica quieta, vi porrete sempre più domande, vi angoscerete man mano che individuerete la nota stonata e quando avrete le prime certezze inizierete a pregare che i vostri timori non vengano confermati. Perché alla fine riceverete tutte le risposte, ma saranno una prevedibile ginocchiata nello stomaco.

“Miss Violence” ha molti pregi: è un film delicato dal violento messaggio; è carico di suspense senza nulla mostrare; è recitato in modo impeccabile e coraggioso; è drammatico come pochi altri racconti; è tremendo perché è molto (troppo!) reale; ed ha un finale su cui potremmo discutere a lungo ma che, personalmente, ritengo sia dovuto agli spettatori per infondere loro speranza e per alleviare un’animo appesantito da due ore di costante inquietudine.

Voto: 8. Era dai tempi del magistrale “Amour” di Haneke che non davo un voto così alto con tanta convinzione.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

Grecia. 2013. In un appartamento una famiglia come tante altre sta celebrando un compleanno, ci sono i palloncini, la torta, le candeline ma il disco che suona, “Dance me to the End of Love” di Leonard Cohen, sembra quasi essere un presagio della tragedia imminente. Angeliki, la festeggiata, a soli undici anni decide di lanciarsi nel vuoto mettendo fine alla sua giovane vita.

Questo suicidio apparentemente senza motivo offre a Alexandros Avranas l’opportunità di rivisitare la tragedia classica greca. Il regista 36enne, già regista di “Without”, e Kostas Peroulis costruiscono una sceneggiatura geometrica e minimalista in cui a farla da padrone più che i dialoghi sono gli sguardi e i sorrisi tirati che si scambiano i membri della famiglia . Dietro una parvenza di normalità infatti si nascondono segreti inconfessabili che pian piano, e sempre con maggior crudezza, vengono svelati al pubblico in un crescendo di suspense.

Lo stile narrativo viene poi rispecchiato da tutti gli altri elementi del film a partire dalla regia, che quasi volendo applicare le Unità Aristoteliche, decide di ambientare quasi tutta la vicenda in un appartamento. Il regista adotta questa scelta perchè gli permette di seguire da vicino con la sua camera le reazioni dei suoi protagonisti piuttosto che le loro azioni. La vera potenza della scrittura e della regia di Avranas giace poi nel fatto di essere riuscito a rendere il pubblico in sala non solo spettatore inerme maattore stesso di una vicenda che sembra svolgersi proprio di fronte ai suoi occhi, coinvolgendolo così in una sorta di gioco metateatrale.

Impossibile poi per un film ambientato in Grecia proprio negli anni che vedono questa nazione colpita dalla crisi economica e politica più grave degli ultimi quarant’anni, non far entrare nella sua storia anche la società con i suoi drammi. Se da un lato infatti la pellicola è incentrata tutta sulle relazioni morbose degli abitanti di questo appartamento, che formano un microcosmo a sè sospeso nel tempo e dallo spazio, dall’altro è proprio attraversoi programmi trasmessi a tutto volume dalla tv di casa , le sue porte perennemente chiuse, che Avranas crea delle potenti metafore sullo stato attuale dei paesi Europei ed in particolare quelli dell’ area mediterranea che di certo non sfuggiranno al più acuto osservatore.

Oltre ad essere magnificamente scritto e diretto “Miss Violence” può vantare anche la presenza nel cast di grandissimi interpreti a partire da Themis Panou, che dà il volto ad un pater familias prevaricatore, sadico e violento che muove le vite delle figlie e la moglie come fa un abile burattinaio con le sue marionette. Con la sua interpretazione ricca di sfumature, che gli è valsa la Coppa Volpi come Miglior Attore alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Panou è capace di far raggelare il sangue nelle vene a chi guarda incantandolo e disgustandolo al tempo stesso. Al suo fianco troviamo poi Eleni Roussinou e Reni Pittaki, rispettivamente interpreti della figlia e della moglie del personaggio interpretato Panou, che in maniera impeccabile danno il volto a due donne abituate a soprusi di ogni tipo che riescono poi a trovare la via di fuga solamente attraverso l’uso della violenza. A dir poco ipnotizzante è l’interpretazione della giovanissima Sissy Toumasi, Myrto figlia adolescente del mostro Panou.

Succede, a dir la verità sempre più raramente, che dopo aver visto un film anche a distanza di giorni le sue immagini ritornino a comparire di fronte agli occhi in maniera vivida portando con sé le stesse identiche sensazioni che si erano provate in sala, ed è questo quello che accade con “Miss Violence”. Con somma abilità Avranas lascia nella sua pellicola molte cose non dette e l’interpretazione di quest’ultime è affidata proprio al pubblico; e forse è proprio l’evoluzione della storia che nascerà dalla sua mente ad sconvolgerlo maggiormente. “Miss Violence” rappresenta uno dei titoli più interessanti di questo autunno appena cominciato perché è una pellicola che nel bene o nel male agita l’animo e le coscienza.

Mirta Barisi, da “ecodelcinema.com”

 

Eh, la bellezza dello stare in famiglia! Trombette, torta e cappellini, si festeggia il compleanno dell’11enne Angeliki, eppure i sintomi di un’altra verità sono già full frontal. Audio e video del greco Alexandros Avranas, che porta in Concorso a Venezia70 la sua opera seconda, Miss Violence, so far il meglio film in lizza per il Leone. Violenza familiare, suicidio, pedofilia, incesto, patriarcalità imperante e, sul versante femminile, solidarietà solo nella passività colposa, il film brucia, ma a fuoco lento, camera fissa, silenzi e la violenza sorda che ottunde le coscienze, intorpidisce il quotidiano, sballa verità e finzione, traendo linfa da veri accadimenti, da un mostro della porta accanto in Germania, ma anche altrove, ovunque.
Ad Angeliki la famiglia fa letteralmente la festa, nel senso che lei si butta dal balcone. Una marionetta schiantata al suolo in una pozza di sangue, ma se tale è chi sarà il master of puppets? La famiglia parla d’incidente e tira avanti come se nulla fosse accaduto. Il segreto di questa inconsulta elaborazione del lutto va ricercato negli stessi componenti: il padre (Themis Panou), la madre (Reni Pittaki), la giovane Eleni (Eleni Roussinou), l’adolescente Myrto, i piccoli Alkmini e Filippos. Ed è devastante, ma insieme interrogativo progressivo, ineluttabile, no future: l’orco comanda a bacchetta, mischia nel sangue le generazioni, perpetua il vulnus e l’offesa, ma la sindrome è di Stoccolma, le responsabilità virali, gli innesti spuri e coatti nell’albero genealogico.
Miss Violence non ha fretta di individuare tutte le colpe, perché sono diffuse, reciprocamente nutrienti, con la bambina che schiaffeggia il fratello, la nonna colpita, la figlia di nuovo incinta, la prostituzione per ospite (in)atteso. Insieme agli assistenti sociali, entrano in campo le metafore politiche: gli ispettori entrano nella famiglia, ma non vedono nulla, non possono, meglio, non vogliono, e pensarli alla stregua della trojka UE con i piedi sulla Grecia in crisi, almeno per noi, non è peregrino. Ma se ne può fare a meno, il film parla di altro, ovvero, di sé: messa in scena elementare, nel senso di asettica e chirurgica, attori votati a togliere la luce e dare l’anima dannata e piegata senza scenate e circo, regista, classe ’77, che non (si) risparmia nulla, pur concedendo (quasi) nulla al voyeurismo, al sadismo senza quid. Eppure Salò brucia ancora, Seidl e Haneke gradirebbero, in lontananza sfavillano i canini di Yorgos Lanthimos, ma questi sono Funny Games di famiglia, senza estranei. Solo per consanguinei.
SPOILER: Abbiamo chiesto ad Avranas se anziché la catarsi – non catarsi del finale, non sarebbe stato meglio chiudere quando la madre asciuga coltelli e cucchiai, ebbene, ci ha risposto: “Formalmente sarebbe stato forte, ma per rispetto delle tante problematiche, il film doveva continuare, i caratteri completati”. Messa così, ha ragione lui.

Voto: 4 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

In una famiglia del proletariato greco l’undicenne Angeliki si suicida. Un padre spinge alla prostituzione le figlie rimaste, una madre è apparentemente consenziente, tre ragazze innocenti vengono sporcate per sempre. Una crisi morale che investe tutte le generazioni.

In una famiglia del proletariato greco dagli indecifrabili legami di parentela – chi è la moglie? chi la figlia? lo capiremo soltanto a metà dell’opera – il suicidio dell’undicenne Angeliki fornisce al debuttante regista Avranas lo spunto per un viaggio nell’incubo di una crisi che, da economica, si trasferisce nei territori dei sentimenti, delle reticenze sessuali, degli abusi. Un padre che spinge alla prostituzione le figlie rimaste, per incassare soldi senza lavorare.

Una madre silente, apparentemente consenziente ma in attesa di catarsi. Tre ragazz(in)e innocenti e di età diverse sporcate per sempre, concrezioni viventi di altrettante generazioni in crisi per colpa di chi le ha precedute. Meritevole del Leone d’Argento per la miglior regia e della Coppa Volpi (a Themis Panou) per la migliore interpretazione maschile, Miss Violence è il ritratto minimale e imploso di un sistema valoriale incapace di recuperare i propri principi fondativi. Scioccante e claustrofobico, cadenzato come ciò che è inevitabile, si regge sulle fondamenta di parole mai dette e affetti mai consumati, desideroso di tornare allo stato animale per assaporare una giustizia al sangue a matrice punitiva e femminile. E per trovare una “Miss Violence” che possa permettere il recupero della dignità perduta.

Voto: 4 / 5

Davide Pulici, da “nocturno.it”

 

 

È il giorno del suo undicesimo compleanno. E la famiglia si è riunita per festeggiarla. Dopo aver spento le candeline, scattato qualche foto e ballato, Angelikisi avvicina alla finestra, scavalca la ringhiera e si butta nel vuoto.

I primi minuti di Miss Violence sono abbastanza eloquenti da farci intuire quello che seguirà. Non perché l’evoluzione della storia sia immediatamente prevedibile, ma perché diventa subito evidente la violenza latente che si cela dentro quelle mura, anche se il nonno scardina la porta della stanza della figlia minore «perché in questa casa non c’è nulla da nascondere».
E invece in quella casa non sono chiare nemmeno le parentele, che infatti vengono a galla lentamente: apparentemente due nonni, due figlie e tre nipoti, più un quarto in arrivo. Ma la realtà è diversa.

Nel film di Alexandros Avranas – premiato all’ultima Mostra di Venezia con il Leone d’Argento per la miglior regia e la Coppa Volpi al miglior interprete maschile (Themis Panou) – non esiste una reale sinossi, se non il tentativo da parte della famiglia di celare ai servizi sociali il motivo per cui Angeliki si è tolta la vita. È dal racconto della quotidianità che lo spettatore riesce a ricomporre i pezzi di un puzzle sconcertante. Imparando a familiarizzare con il dispotismo di un nonno che comanda a bacchetta tutti quanti, infliggendo punizioni ma pretendendo baci; con i silenzi, i pianti e i sorrisi di terrore; con le porte che si chiudono e impediscono di vedere cosa succede al di là, lasciandolo “solo” immaginare; con le lame che incidono la carne; con le promesse mai mantenute, le mani che schiaffeggiano e dominano il corpo altrui.

Avranas sceglie di procedere per sottrazione, non mostrando e non dicendo apertamente, ma usando i dettagli per suggerire la tragica verità. La sua è una regia asettica, quasi chirurgica, che come i suoi protagonisti – spesso immobili e silenziosi – si prende i suoi momenti di stasi e si concede parecchi piano sequenza, che amplificano  l’orrore e il senso d’angoscia dello spettatore. Una scelta estetica autoriale, che alla lunga rivela la sua natura pornografica (esplicitata in una sequenza di insistita violenza carnale) e finisce per esasperare e instillare nel pubblico il desiderio di porre fine a quella tortura. Un ritratto di famiglia disturbante, che nemmeno nel finale – apparentemente catartico – riesce a trovare una luce di speranza. Metafora del buio che incombe sulla Grecia di Avranas da tempo.

Mi piace
La bravura degli attori nell’interpretare e trasferire l’orrore, usando quasi ed esclusivamente il corpo, gli sguardi e i silenzi. Meritata Coppa Volpi a Themis Panou.

Non mi piace
La regia lavora di sottrazione, non mostrando e non dicendo, salvo poi rivelare la propria natura pornografica.

Consigliato a chi
Non si spaventa davanti a film tanto disturbanti, figli di un cinema che mostra le storture e le perversioni della società.

Voto
3/5

Silvia Urban, da “bestmovie.it”

 

C’è ancora una cinematografia, nel Mediterraneo, che a dispetto della situazione politico-economica in cui versa il paese, o forse a causa di questa, si può dire goda di sana e robusta costituzione: quella greca.

Da Yorgos Lanthimos che fu a Venezia con Alpeis, ad Athina Tsangari, che sempre al Lido presentò Attenberg, a Elina Psicou, che col suoAntonis Paraskevas sta girando i festival europei, a Alexandros Avranas, pluripremiato a Salonicco nel 2008 con la sua opera prima Without, in concorso a Venezia con Miss Violence (al Lido ha vinto il Leone d’Argento per la migliore regia e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile).

Una cinematografia che fa i conti con la realtà abbandonando volentieri le griglie del realismo, che attraverso storie piccole apre squarci illuminanti sui problemi di politica e morale, che reinventa lo stile attingendo alle radici ancestrali della propria cultura e alla modernità con economia di mezzi ed esattezza dello sguardo. (Esattamente come quella nostrana, n’est-ce pas?)

Una tavolata da festa triste, una famiglia le cui coordinate relazionali non sono affatto chiare (e si capirà perché), un balletto démodé, aprono il film, in un appartamento piccoloborghese e grigio, dove tutti sono raccolti intorno ad Angeliki, per festeggiare il suo undicesimo compleanno. La macchina da presa asseconda il movimento della bambina verso il balcone, sguardo in camera interrogativo (o accusatore?), mentre alle sue spalle la danza continua, ed ecco un volo di tre piani, per finire sul vialetto col cranio fracassato.

Partono i titoli di testa, quasi smaccatamente ispirati a quelli di Caché. L’apparente calma con cui il nucleo reagisce all’accaduto è il coperchio di una polveriera, bisogna solo trovare la miccia, le cui ragioni si dischiudono nel progredire della vicenda: perché la famiglia parla di un incidente e tira avanti come se nulla fosse successo? Cosa nascondono, cosa buttano nei sacchi neri, il padre (Themis Panou), la giovane Eleni (Eleni Roussinou), l’adolescente Myrto? Cosa soggioga i piccoli Alkmini e Filippos nella conta degli alberi, nelle punizioni reciproche? Che cosa sa, e non dice, la senescente madre (Reni Pittaki), che pazientemente assembla puzzle di dubbio gusto, come una parca col filo del tempo, come Aracne con il suo telaio?

Ispirata a un fatto di cronaca vera avvenuto in Germania, la storia narrata da Avranas si offre al consueto ampio spettro di livelli di lettura: da quella psicologica e sociologica, abbracciata dall’autore, a quella politico-allegorica, vivacemente disconosciuta dallo stesso (ma non staremo mica a credergli per davvero?). E dunque, se da un lato potremo liberamente inorridire di fronte all’emergere delle atrocità domestiche, rincorrere le traiettorie ambigue del desiderio incestuoso e della violenza patriarcale, sentire a nostra volta il peso delle responsabilità, intrappolati da sguardi che sfiorano continuamente l’obiettivo, è d’altro canto una congettura che non ci fa sentire affatto in colpa individuare una metafora della Grecia odierna in quella teoria di porte aperte, chiuse, divelte; nell’esercizio di prostituzione coatta imposto dal padre alle figlie; negli assistenti sociali, esecutori di ordini, che controllano la casa in un piano-sequenza impietoso, caricando l’attenzione su dettagli talvolta demenziali (l’odore del sapone), ciechi come gli ispettori UE che non sanno da che angolazione gestire la crisi; nel dirimpettaio che, guarda un po’, nell’attesa di scaricare la propria voglia su Eleni, ascolta Toto Cutugno a tutto volume. Buongiorno, Italia: la storia prosegue, decidi tu come, dietro una porta chiusa.

Voto: 3 / 5

Alessandro Uccelli, da “cineforum.it”

 

 

Diventata il termometro di una crisi che in Europa non accenna a diminuire, la Grecia almeno sul piano culturale sembra invertire i sintomi della decadenza grazie a una manciata di registi capaci d’accendere la passione dei cinefili, con le visioni di una comune apocalisse indagata con la precisione di uno sguardo da entomologo. Parliamo innanzitutto dell’artefice di questo risveglio, quel Giorgos Lanthimos impostosi all’attenzione generale con un film come “Dogtooth” in grado di rielaborare il concetto di famiglia alla luce di rapporti regolati su fattori di sudditanza e manipolazione. Un principio degeneratore che il ventisettenne Alexandros Avranas conferma con altrettanta virulenza nel suo “Miss Violence”, opera seconda gratificata con il Leone d’argento per la miglior regia, e vincitrice del premio per il miglior attore, andato a Themis Panou.

Il punto di partenza è lo stesso di Lanthimos, e cioè il consesso famigliare e le sue liturgie, ma a differenza del predecessore, Avranos si preoccupa di inserire i protagonisti del film in un contesto domestico e consuetudinario, con la festa per il compleanno di Angeliki celebrato con ampio sfoggio di allegria, auguri e tavole imbandite. A rovinare la letizia il gesto autodistruttivo della festeggiata, che si toglie la vita saltando dalla finestra della propria abitazione non prima di averci regalato un sorriso da Gioconda. Un’azione sconcertante eppure motivata dalle ragioni che a poco a poco emergeranno dai comportamenti del capo famiglia (Panou), un distinto signore che dietro le maniere educate nasconde sembianze da orco delle favole.

Per raccontare l’orrore del quotidiano, Avranas parte da una trama esile e lineare, trasformandola in una ragnatela di reazioni emotive raggelate da un lavoro che procede in due direzioni: da una parte prosciuga gli attori del loro bagaglio espressivo, conferendo ai loro corpi una fisicità compressa da una fissità e da un immobilismo del tutto innaturale; dall’altra imbastisce una messinscena in cui lo spazio, scandagliato con precisione geometrica e scarti violenti della macchina da presa – come la carrellata in avanti che isola la madre dei bambini dal resto del contesto per sottolineare l’origine di una maledizione che a partire da lei è ricaduta sulla sua progenie sotto forma degli abusi perpetrati dal maturo patriarca – diventa il simbolo di una prigione, reale e figurata, che Avranos enfatizza filmando i personaggi in spazi limitati (stipiti e rientranze sembrano stringersi sui capannelli familiari riducendo l’ospitalità degli ambienti) e continuamente ostacolati dall’architettura della casa che in alcuni casi li sottrae a una perfetta visuale.

Alla pari del suo protagonista, o forse per restituire la percezione degli abusi di cui l’aguzzino si rende artefice, Avranos incombe sui corpi delle vittime con una regia che sembra schiacciarle sotto il peso della loro afflizione (basterebbe la ripresa dall’alto del corpo senza vita della bambina poi riproposta nella locandina) stabilendo una dittatura della immagini che si riflette nel primato del regista pronto a raccogliere il disagio di volti messi a nudo da primi piani di insistita inquisizione. Se il film è inscindibile dal contesto che lo produce – con la Grecia ridotta allo stremo da una gestione economica e politica a dir poco fallimentare – è vero anche che la metafora della caduta proposta da Avranas mediante il disfacimento, morale e materiale, della famiglia di Angeliki non grava sulle finalità di una vicenda avulsa tanto dalla retorica del film a tesi, quanto dalle sanatorie di soluzioni riparatrici. Più che indicare una strada, “Miss Violence” rappresenta la pietra tombale sui valori di una tradizione che proprio il culto della vita familiare, modellata sui fasti di un passato glorioso ma lontano, era riuscito a salvaguardare, e che ora invece ne certifica la dipartita nella mancanza di solidarietà che accomuna i comportamenti dell’umanità presa in esame. Se il mondo di “Miss Violence” si alimenta delle proprie ossessioni, Avranas non manca di dialogare con la contemporaneità, evitando qualsiasi concessione al voyeurismo imperante (molte sequenze finiscono con una porta che si chiude) e anzi stimolando nello spettatore pulsioni di segno contrario, come capita quando imploriamo di toglierci dalla vista la faccia del bambino ripetutamente schiaffeggiato, o allorché, presi in contropiede da una violenza (uno stupro collettivo avallato e organizzato nei minimi dettagli) non più suggerita ma eccezionalmente manifesta, aspettiamo impazienti di liberarci da quel supplizio.

Un’opera seconda potente e importante, quella del regista greco, a cui però fa riscontro un eccesso di zelo che lo spinge a ribadire in qualunque circostanza la padronanza del meccanismo cinematografico. La conseguenza più immediata è una narrazione a tratti rigida, in cui la componente teorica prevale in certi casi su quella squisitamente drammaturgica. Difetti che non spostano di una virgola i pronostici di un futuro che si annuncia luminoso.

Voto: 6,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.com”

 

 

Miss Violence è un titolo forse fuorviante, su cui si riflette un po’ dopo l’uscita dalla sala: può infatti ricordare film come Lady Vendetta, Kill Bill, storie di eroine che uccidono per soldi, istinto o necessità. La Violenza cui il titolo si riferisce, però, pare essere un’entità astratta o la somma di più personalità oppresse, costrette quindi a sposarla. Procediamo con ordine: la famiglia è composta dal padre (Themis Panou), dalla madre (Rena Pittaki), dalle figlie Eleni, Myrto e Angeliki. Eleni ha due figli a propria volta, Alkmeni e Philippos. La storia comincia quando Angeliki procede lemme lemme verso il balcone, dopo aver spento le undici candeline sulla sua torta di compleanno, e si butta giù. Se ne va in silenzio, decisa, come se avesse ponderato l’uscita di scena più eccentrica e dolorosa possibile. Perchè? C’è forse speranza di catarsi per qualcuna delle sue sorelle? Il padre gestisce la tragedia in modo freddo, ordinato, come in una catena di montaggio, e c’è solo un momento in cui si lascia andare alle lacrime. Dopo aver visto tutto il film sarà chiaro definitivamente il valore di quel pianto, forse sincero ma foriero di contraddizioni che sono troppo comuni in un modello di famiglia patriarcale bigotta. Nessun altro in casa è capace di fronteggiare la disciplina tanto rigida quanto irrazionale del padre, di reagire alle sue continue violenze psicolgiche, delle mortificazioni cui a turno madre, figlia e sorelle devono assistere.La speranza di una catarsi si fa più rarefatta man mano che ci si avvicina alla fine del film: nella prima metà si desidera che arrivi subito, vista la lentezza con cui si svolge la trama. Il ritmo della storia è infatti regolare ma compassato, i rapporti tra i personaggi emergono poco poco alla volta. Chi è la madre o la sorella di chi è una domanda senza risposta fino almeno all’ora di proiezione, ma riflettendoci a film finito è giusto che sia così: la confusione iniziale è fastidiosa, è innegabile, ma l’ultima mezz’ora di film ripaga l’attesa quasi estenuante dei restanti 69 minuti. Miss Violence, violenza senza sangue – o quasi: la peggiore.

Paolo Ottomano, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

Vincitore del Leone d’Argento alla 70° Mostra del Cinema di Venezia e della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per il protagonista Themis Panou. Presentato il 9 Settembre 2013 al Festival di Toronto e in distribuzione nella nativa Grecia dal 21 Novembre 2013. Miss Violence sarà distributo in Italia ma non sono ancora note le date ufficiali.

Il film racconta una difficile storia di dinamiche familiari oppressive e degradate, con una regia programmaticamente fredda e ricca di immagini simboliche e sequenze forti.

Durante la sua festa di compleanno, l’undicenne Angeliki con un’espressione assolutamente impassibile si getta dal balcone di casa, scatenando la reazione disperata dei familiari, e i dubbi degli assistenti sociali. Tuttavia nei giorni successivi tutto in famiglia sembra tornare alla normalità; i personaggi di contorno sono sorpresi, e con loro lo spettatore.

La sceneggiatura ci fa entrare a poco a poco in un mondo claustrofobico, di manipolazione e assenza di privacy, impossibilità di decisione. Scopriamo presto che il nonno, unico uomo adulto della famiglia, costringe le figlie alla prostituzione, e aveva probabilmente in serbo una sorte simile anche per la nipote suicida.

La storia procede con passo misurato, ma non lento, come un puzzle di cui ricostruiamo la composizione. In questa trama apparentemente scarna sono presenti tanti aspetti che vengono fuori a poco a poco, aggiungendo sempre nuove sfumature all’orrore familiare rappresentato qui con occhio a tratti impassibile, a tratti impotente. Una storia vissuta essenzialmente da donne, in cui l’uomo è rappresentato come un freddo sfruttatore, capace di un affetto distorto nei confronti delle sue vittime,inibite e complesse, ma non ancora spezzate.
Il regista ha affermato in proposito: “Il film è tratto da una storia reale accaduta in Germania, tre volte più dura. Il cinema ha il dovere di rappresentare queste vicende, ma non può esagerare con la violenza, per evitare che lo spettatore abbia una reazione di chiusura e rifiuto nei confronti della storia”.

La colonna sonora accompagna le immagini del film allineandosi alla sobrietà dell’insieme. La musica è spesso presente nelle scene più pregnanti del film, facendo da contrappunto ironico a una situazione profondamente sgradevole. Un esempio di questo è la scena in cui la figlia maggiore (Eleni Roussinou) viene portata dal padre a casa di un cliente, e siede sul divano mentre questi ultimi ballano al ritmo di L’italiano di Toto Cutugno.

Il film, duro quanto coinvolgente, è il secondo lungometraggio di Avranas dopo Without del 2008 ed è prodotto dallo stesso regista.
Una storia di carnefici e vittime, in cui il legame fra gli uni e gli altri è molto forte e il confine a tratti labile. Quanta sofferenza è in grado di sopportare l’essere umano? Qual è il grado di responsabilità per una madre vittima che non riesce a proteggere i figli dal suo stesso oppressore?

Francesco Maria Solinas, da “cinemacritico.it”

 

 

Nella famiglia di Angeliki tutto sembra andare per il verso migliore se non fosse che la bambina, il giorno del suo 11esimo compleanno, a sorpresa si suicida buttandosi dalla finestra. Lo smarrimento che segue è inusualmente cauto, l’annuncio di una serie di altre stranezze che lentamente riveleranno l’inferno familiare vissuto dalla bambina e che ora vivono gli altri membri della famiglia. Il massimo della pulizia del perbenismo borghese che il patriarca mantiene infatti è solo una patina.
Appartenente alla scuola di Michael Haneke, Alexandros Avranas mette il pubblico nei panni degli anelli più deboli del suo film e li vessa dall’inizio alla fine, ne tortura e umilia spirito e animo molto prima della carne (di violenza vera in Miss violence ce n’è pochissima), ma a differenza del regista austriaco sembra non avere una motivazione per tanta distanza e freddezza dai suoi protagonisti.
L’intuizione migliore del film così pare essere quella per la quale lungo tutto il corso della pellicola si fatica a comprendere i ruoli della famiglia. Le parentele sono svelate lentamente e con un continuo ribaltamento di senso, mostrando con i fatti e non con le parole lo smarrimento umano di quel nucleo e aumentando, di scoperta in scoperta, la sensazione di disumana oppressione.
È il punto in cui culmina tutto questo lento costruire a deludere allora. La chiusa di una storia che sembra non avere speranze sceglie una via peculiare, asseconda il titolo, non concilia nè terrorizza davvero ma riesce solo a rendere ancor più fastidiosi e insulsi i personaggi, la cui mancanza di dignità non è mai affrontata, spiegata o solo comunicata. Così, quando è finita, la parabola di Miss Violence e tutta la distanza che il regista prende dai personaggi nel metterli in scena, generano una profonda disaffezione e pochissima partecipazione anche ai drammi più ingiusti che senza empatia risultano artificiosi.
Vista la situazione economica della Grecia non è difficile trovare paragoni, metafore o possibili allegorie con la storia del film, tuttavia l’impressione è che tale aderenze esistano più negli occhi di chi vuole vederle che nel film in sè.

Voto: 2,5 / 5

Gabriele Niola, da “mymovies.it”

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