Miss Sloane – Giochi di potere

Serrato thriller corporativo, Miss Sloane di John Madden racconta una classica storia americana, declinandola in brillanti soluzioni narrative. Al Bif&st 2017.

Socrate in tailleur

Nel mondo dei power-broker, i mediatori politici, dove le poste in gioco sono altissime, Elizabeth Sloane è una lobbista straordinaria, la più ricercata a Washington. Famosa per la sua astuzia e una lunga storia di successi, ha sempre fatto qualsiasi cosa per vincere, ma quando deve affrontare l’avversario più potente della sua carriera, scopre che la vittoria può costare un prezzo troppo alto. [sinossi]

Tradizionalmente si identifica il genere americano per eccellenza con il western, ma nonostante le radici dell’eterno duello tra cowboy e indiani, sceriffi e fuorilegge, siano indubbiamente legate alla conquista del Nuovo Mondo, bisogna ammettere che hanno poi trovato adeguata declinazione in pagine importanti del cinema italiano, tedesco, spagnolo e persino giapponese. Il “corporate thriller”, invece, con le sue dinamiche perverse di potere, i dialoghi sferzanti, gli intrighi sottili e talvolta esiziali che prendono corpo nei consigli di amministrazione siti in gelidi grattacieli di vetro, è cosa tutta americana, estremamente radicata nella cultura wasp.

Difficilmente troveremo le atmosfere – sospese tra la cronaca politico-economica e una sua versione romanzata – di pellicole come Wall Street, Margin Call, Michael Clayton o La grande scommessa, nel nostro cinema. Da noi il culto del denaro è assai più legato a un senso di colpa cattolico (l’annosa faccenda del ricco, del cammello e della cruna dell’ago) e il guadagno si accompagna a un’irredimibile perdita dell’innocenza. Lo dimostrano episodi recenti come L’industriale di Giuliano Montaldo o Il capitale umano di Paolo Virzì, mentre in passato, la questione del potere o l’ambientazione di stampo industriale caratterizzavano piuttosto il cinema d’impegno civile, con film come, ad esempio, Le mani sulla città o Il caso Mattei di Francesco Rosi.

Sembra muoversi proprio tra cinema d’impegno e thriller sul lobbismo Miss Sloane, nuovo film del regista di Shakespeare in Love e Marigold Hotel, John Madden. Protagonista è una scaltra lobbista, Elizabeth Sloane (Jessica Chastain) che grazie alla sua arte maieutica riesce puntualmente a ottenere dalle persone ciò che vuole, influenzando, tramite alcuni gruppi di pressione e con ogni mezzo, le decisioni politiche e i risultati elettorali americani, ma anche favorendo o in alternativa affossando gli interessi delle multinazionali.
Tra i suoi successi si annovera anche la soluzione della questione “Nutella Tax”, ovvero la tassazione del famigerato e probabilmente cancerogeno olio di palma (componente fondamentale dell’irrinunciabile crema spalmabile di origine italiana), la cui massiva produzione causa la deforestazione, ma costituisce una fondamentale risorsa economica per paesi come l’Indonesia. La nostra eroina riuscirà a scongiurare la famigerata tassa spedendo un senatore in viaggio-premio nell’arcipelago asiatico. La questione avrà rilevanza più avanti in questa storia, quando Elizabeth si ritroverà a tentare ciò che in America appare ancora impossibile: porre un limite all’acquisto delle armi da fuoco. È una sfida troppo allettante perché questa a tratti diabolica manipolatrice in tailleur possa rinunciarvi. In fondo le basta, proprio come succedeva in Lincoln, portare dalla sua parte il numero sufficiente di senatori.

Scorre rapido, serratissimo Miss Sloane, facendo quasi dimenticare il talento melodrammatico un po’ lezioso altrove dimostrato da Madden (suo anche il polpettone storico iper kitsh Il mandolino del Capitano Corelli), ed è merito soprattutto della sceneggiatura del film, firmata da Jonathan Perera, che inanella dialoghi sferzanti e colpi di scena, nozioni di economia politica e sapido spionaggio industriale.

Ma quello che viene alla luce è soprattutto, e come spesso accade nell’action thriller contemporaneo (in fondo anche Fast&Furious 8 parla di questo), la scomoda questione del controllo, esercitato dai lobbisti e dunque dalla politica, su tutto ciò che riguarda il privato cittadino, da quello che mangia e i relativi ingredienti, alle proteste, al voto elettorale. Ogni cosa è pilotata, con buona pace di quelle libertà fondamentali che la costituzione americana proclama. Ma d’altronde, è proprio lì che è contenuta quella norma che giustifica l’acquisto e la diffusione delle armi.
Ecco allora che Miss Sloane, allontanandosi dalla questione delle armi, si rivela in fondo – e il monologo finale della nostra eroina lo sancisce – come l’ennesima messa a fuoco delle contraddizioni insite nel sistema americano. Una storia già nota, certo, ma che tra citazioni socratiche e brillanti soluzioni narrative, riesce, qui come altrove, e dunque ancora una volta, a intrigare e indignare a sufficienza lo spettatore. D’altronde ambiguità e contraddizioni sono il motore immobile di tanto cinema statunitense, western compreso.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

 

«Know your subject, people», rimprovera Sloane ai suoi collaboratori, ribadendo i toni didascalici di un film moralmente saldo che, tuttavia, non si astiene dall’aperta condanna dei rischi di un decadimento – o, nelle parole etimologicamente consapevoli di Dupont, di un vero e proprio “annichilamento” – della democrazia.

La morale è che un sistema malato («rotten», come si sente dire) non ha storia. Il paladino delle armi da fuoco Bill Sanford vuole «cambiare narrazione», e pare quasi riuscirci, in una struttura che ricalca il gioco di foresight dei lobbisti.

Perché di questo si tratta: previsione, e anticipazione dell’avversario. È il ritornello di Elizabeth Sloane (Jessica Chastain), annunciato nella scena d’apertura con uno sguardo in macchina che strizza l’occhio allo spettatore e lo chiama con gli altri personaggi – poco più che burattini nelle mani della lobbista – a far parte di un piano scaltro e per lunghi minuti abilmente camuffato. È quello sguardo – un azzardo – complice e sicuro, la chiave del film.

Perché in Miss Sloane, dove le parole si svuotano del proprio significato comunicativo e si scollano dall’azione concreta, colpevoli coscienti di spergiuro nell’inchiesta come nei flashback, solo l’occhio è idoneo a vedere e mostrare la verità. Un occhio che, ancora, più o meno direttamente, coincide con quello della protagonista: l’occhio della sorveglianza illecita, il riflettore puntato su Esme Manucharian alla svolta dei giochi, la vista attenta capace di leggere il labiale del legale attraverso la vetrata… Lo sguardo in macchina di Elizabeth Sloane diviene non più solo vocativo, ma una esplicita richiesta di adesione al proprio punto di vista, con la promessa – malgrado qualche difficoltà di identificazione nel personaggio – di una ricompensa che coincide, alla fine dei conti, con il (salato) trionfo della verità.

In Miss Sloane i temi delle armi e della violenza, punti focali della battaglia tra conservatori e opposizione, fa da sfondo e alimenta le controversie sul valore della libertà, concetto ormai astratto e falsamente utopico perché troppo spesso preteso come assoluto. Connotati di questo ideale impraticabile sono, paradossalmente, gli emendamenti della Dichiarazione dei diritti americana, oggetti del dibattito televisivo tra Sloane e Connors. Nulla è inalienabile, infatti, sostiene la lobbista, che rimane fedele al proprio pensiero sia mettendo in discussione il secondo emendamento nella lotta per il fittizio Heaton-Harris Bill (che somiglia molto al reale ma fallito Manchin-Toomey), sia rinunciando alla facile protezione del quinto punto della Dichiarazione di fronte allo smanioso senatore Sperling («Miss Sloane, welcome to the party»…).

L’ideale della libertà, così fermamente difeso dai conservatori, si rivela poi molto più complesso della sua ovvia e fallace applicazione nel Bill of Rights americano. Ed è nella sua accezione più ampia che le contraddizioni implicite nei discorsi di Connors e del resto della Cole Kravitz & Waterman vengono alla luce. Libertà è infatti incompatibile con l’assurdo piano di manipolazione psicologica dell’elettorato femminile promosso da Sanford e dai lobbisti di destra. In questo modo, il film si propone di denunciare non solo il problema sempre più urgente delle armi, ma in maniera più implicita una condizione reale ed esistente della donna – nella società come nella vita privata – vittima di una violenza dilagante sì fisica, ma anche psicologica e verbale. E, più cinicamente, l’accusa di un sistema che in definitiva continua a essere carnefice della libertà femminile.

Alla proposta di un vero e proprio lavaggio di cervello dell’elettorato femminile, la risata isterica di Miss Sloane non è sufficiente a mettere a tacere lo spirito misogino che traina le decisioni reazionarie di Sanford e dei suoi uomini. La replica più efficace sta nel modello offerto dal personaggio stesso della Chastain, incarnazione dell’ideale di donna impegnata nella carriera politica, dall’ingegno nettamente superiore, nonché completamente indipendente da qualsiasi legame (il “Miss” del titolo non potrebbe parlare più chiaro) Al tempo stesso, Miss Sloane non aderisce nemmeno allo stereotipo del pensiero femminista tradizionale, dal momento che pare venire identificata come essere androgino – o, più radicalmente, come figura prettamente maschile a cui “manca solo il pene”… E al di là di una protagonista femminile che recupera precedenti mediali importanti (da Eleanor Prentiss Shaw di The Manchurian Candidate a Claire Underwood di House of Cards), il film presenta almeno altre due figure femminili essenziali (per il gioco di Sloane e la sua stessa struttura narrativa): Esme e Jane, entrambe donne giovani, forti e ambiziose.

In un mondo in cui tutti hanno un prezzo, dal ragazzo escort della lobbista al senatore capace di vendere un ideale per la carriera, pare anzi che gli unici a essere forniti degli strumenti di difesa contro la corruzione del sistema siano proprio i personaggi femminili.

Questa, dunque, la sentenza finale del film, cui, conclusa l’udienza, fa eco il biglietto di Schmidt arrivato nelle mani di Connors: «Non si può contare solamente sulla propria capacità di vincere».

Carlotta Po, da “cineforum.it”

 

 

Madeleine Elizabeth Sloane, per tutti Miss Sloane, (Jessica Chastain) è una lobbista straordinaria, la più ricercata a Washington.

Non ha famiglia, nessun legame sentimentale (il destinatario di quella frase, non a caso, è un aitante gigolò) e nel mondo dei power-broker e dei mediatori politici, dove le poste in gioco sono altissime, è famosa per la sua astuzia e una lunga storia di successi.

A capo di un team in una società di lobbyng dell’area conservativa, Miss Sloane decide sorprendentemente di passare al “nemico” (portandosi dietro gran parte del suo staff, con una dolorosa eccezione…) quando il capo della lobby delle armi si rivolge a lei per convincere l’elettorato femminile a opporsi a una legge che introdurrà nuove regole sulla vendita delle armi da fuoco.

E così, insieme al CEO della nuova società (Mark Strong) e a un gruppo di giovani e agguerriti professionisti, Miss Sloane inizia a costruire – anche attraverso sistemi non proprio eticamente irreprensibili – la fitta trama con cui condurre in porto l’obiettivo finale, conquistare cioè i favori della maggioranza dei senatori del Congresso affinché la Heaton-Harris (la legge sul controllo delle armi) venga approvata.

Ma, si sa, il troppo accanimento e la sovraesposizione oltre a compromettere i rapporti umani possono portare gli avversari ad alzare il tiro: compromessa, vulnerabile e sotto inchiesta da parte del Senato, Miss Sloane potrebbe finalmente aver trovato pane per i suoi denti.

Diretto dal britannico John Madden (Shakespeare in LoveMarigold Hotel, tra gli altri), Miss Sloane è un film dall’ingranaggio rodatissimo, sorretto da una Jessica Chastain ancora una volta sontuosa e supportato da un ensemble di comprimari di prim’ordine.

Oscillando con buon ritmo tra il ritratto di una figura professionale borderline e ambigua (al netto di ben più di qualche stereotipo) e la cifra dello spy-thriller politico, con tanto di tecniche di sorveglianza, pedinamenti, doppiogiochismi e via dicendo, il film procede spedito verso l’obiettivo.

Un intrattenimento di ottimo livello, che ricalca in un certo modo opere tutto sommato affini come Le idi di marzo di Clooney o format centrati sul lavoro d’equipe e sull’isteria di alcune professioni (vedi TheNewsroom di Aaron Sorkin, dove tra l’altro era presente anche Alison Pill, qui è Jane Molloy, il braccio destro della protagonista che decide di non seguirla quando cambia bandiera). Con tanto di (prevedibile) ribaltamento finale e chiusura surprise abbastanza forzata e a dir poco inverosimile. Ma, tutto sommato, va bene anche così.

Voto: 3 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Un bel giorno di tanto tempo fa, Ulysses S. Grant inventò il termine “lobbista” per descrivere i rappresentati di interessi particolari che come falchi lo attendevano nella lobby del Willard Hotel di Washington. La definizione del diciottesimo Presidente degli Stati Uniti (ammesso che la storia sia vera) era calzante e accompagnata probabilmente da un giudizio che sottintendeva ansia, fastidio e soprattutto rassegnazione. Già, perché la temeraria, spietata e insinuante categoria era ormai nata e, nei decenni e secoli a seguire, si organizzò in strutturati gruppi di pressione determinati a influenzare i detentori del potere politico e più tardi a incuriosire il cinema (e anche la migliore televisione). Cosa normale, quest’ultima, perché di solito i film si pregiano, in un modo o nell’altro, di essere lo specchio della realtà.

Piuttosto insolito, invece, è il fatto che i power broker e il loro modus operandi  – tra legalità e arti oscure – abbiano suscitato l’interesse di John Madden, un regista che ricordiamo soprattutto per Shakespeare in Love e i due Marigold Hotel, e che a un primo sguardo sembra poco aduso alla descrizione della spietatezza umana e a una fotografia del dietro le quinte dell’infame D.C., arena dove si vien dati in pasto a belve feroci e replica, su piccola scala, del contemporaneo mondo malato che in una struggente canzone Nick Cavedescrive come un posto dove “Everybody fucks everybody else over”.

Ma il giudizio morale (o la denuncia di un marciume generalizzato) non è l’obiettivo principale del film, che nasce invece dal desiderio da parte del regista di rispondere a una domanda: un lobbista cosa fa? Come si comporta? Quali strategie usa per portare dalla sua parte il maggior numero di senatori possibile in modo da far passare un disegno di legge al Congresso? Con una simile premessa, Miss Sloane può diventare – senza essere noioso, documentaristico, didascalico o incomprensibile a chi non padroneggia determinati argomenti – un percorso di conoscenza, un viaggio che si fa via via più avvincente e avventuroso perché sposa il linguaggio del thriller politico, un discreto thriller politico, aggiungiamo noi, dove non manca qualche svolta inattesa e in cui il montaggio – ora veloce e ritmato, ora più lento – è in perfetto accordo con il mood dei personaggi e con l’alternanza di vittorie e impasse del piccolo studio legale intenzionato a far approvare un decreto a favore di una regolamentazione della vendita delle armi da fuoco.

E poi c’è un qualcosa in più nella nostra cronaca di una vittoria annunciata, un valore aggiunto, un valore avvolto in morbidi cappotti di cachemire e che ama calzare laboutins. Seducente ed elegante, il lobbista stavolta è donna, una donna che ha più testosterone di una squadra di rugby, certo, ma che una formidabile Jessica Chastain rende comunque femminile, oltre che grintosa, spietata e “kick ass”. Sempre sull’orlo dell’esaurimento e sempre più inghiottita dall’ossessione di avere successo ad ogni costo, la sua Elizabeth Sloane è il vero cuore pulsante del film, anche se, al di là di un’interessante dialettica tra emotività e fredda compulsività e fra robotica precisione e barlumi di umanità, il personaggio finisce per essere troppo archetipico: nel non avere una famiglia e cercare il sesso a pagamento, nella dipendenza da farmaci, nella solitudine e in un opportunismo che si risolve in un’odiosa tendenza a giocare con le vite degli altri.

Ma la ragazza ha comunque fegato e intelligenza, e soprattutto è portatrice di quell’ironia sferzante che attraversa i dialoghi, che sono molti, anzi moltissimi: perché Miss Sloane è un film decisamente verbale, dove si parla in continuazione, e dove la carne da mettere al fuoco non è certo il secondo emendamento. Quello lasciamolo a Michael Moore e ad altri nati negli States. Al britannico Madden – che ci piaccia o no – interessa fare solamente capolino in un universo che con le sue regole e anti-regole offre lo spunto per fare dell’intrattenimento. Un intrattenimento non per “dummies”, l’abbiamo già detto, che però alla fin fine, nonostante una bella svolta imprevista, non ci sorprende esattamente con la stessa prontezza e l’astuzia che il miglior lobbista dovrebbe possedere.

Voto: 3 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Stati Uniti. Elizabeth Sloane lavora, ottenendo ottimi risultati, per un’agenzia lobbistica legata all’area conservatrice. Decide però di andarsene quando si cerca di farla aderire a una campagna di supporto alle aziende che producono armi. Si vuole infatti contrastare una proposta di legge, che ne avvii la regolamentazione dell’uso, promuovendo una campagna che solleciti le donne ad armarsi per difendere i propri cari. Sloane porta con sé la sua squadra (con qualche importante eccezione) con l’intento di agire sul fronte opposto.

Il termine ‘lobbista’ si fa risalire al presidente americano Ulysses S. Grant il quale veniva sollecitato da pressanti richieste di favori mentre cercava di riposarsi nella lobby del Willard Hotel a Washington.

Oggi i lobbisti non si muovono più in ordine sparso ma fanno parte di vere e proprie strutture perfettamente organizzate. Facciamo conoscenza con il concentrato di tutte le loro caratteristiche nel momento in cui Elizabeth Sloane deve prepararsi per subire un interrogatorio da parte dei rappresentanti del Congresso degli Usa in ordine alla sua attività corruttiva. Le istruzioni che riceve dal suo avvocato hanno un denominatore comune: non rispondere ad alcuna domanda appellandosi al Quinto Emendamento.

Che Jessica Chastain fosse un’attrice capace con uguale efficacia di dare corpo alla Grazia (The Tree of Life) così come all’Eros più contorto (Wilde Salomé) lo sapeva chiunque si appassioni al cinema. Ma l’attrice è comunque capace di sorprendere ancora e lo fa in questo ruolo in cui le viene chiesto di incarnare una macchina umana finalizzata al successo, e pertanto capace di passare come un rullo compressore non solo sulle personalità altrui ma anche sulla propria. Miss Sloane è una donna che ha smesso di essere tale anche nella dimensione più intima e personale, che non ha dimenticato il sesso ma che lo ha separato brutalmente da qualsiasi possibile forma di sentimento. È interessante che Madden ne faccia una protagonista per una buona causa stando bene attento a non ‘convertirla’ a una diversa modalità di approccio nei confronti di chi la circonda. Positivo o negativo che sia il fine da raggiungere, la strategia e le tattiche impiegate non possono mutare più che tanto. Anche se, nel profondo, brilla ancora una fiammella di passione disancorata dall’utile da conseguire. Chastain, costretta da un abbigliamento formale da cui può liberarsi solo per del sesso senza amore, ci offre un ritratto amaro di un’ “eroina” dei nostri tempi. Che non sono tempi che lascino ben sperare.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

 

Se vuoi vincere, devi prevedere

Ricorderete John Madden come il regista di Shakespeare in Love, particolare adattamento cinematografico che fece incetta di premi, portandosi a casa – tra l’altro – addirittura 7 Oscar, nell’ormai lontano 1999.
Dopodiché, il cineasta proseguì la sua carriera inanellando una serie di buone pellicole, senza tuttavia lasciare il segno nell’Olimpo di Hollywood, come invece le fasi iniziali della sua carriera avevano fatto presagire. Se non altro si tratta di un regista che ha dimostrato nel tempo di non farsi fagocitare dall’industria cinema, dai blockbuster e da quella tendenza a partorire il più ampio numero di pellicole possibili, senza badare troppo ad una autorialità, evidenziando invece, con la particolarità delle produzioni e una cadenza non troppo ravvicinata, la passione per il proprio lavoro.

Il 2017 è l’anno della distribuzione italiana di Miss Sloane, film che ha visto la luce negli States già nel novembre scorso, e che da noi verrà proiettato in sala a partire dal prossimo 7 settembre.

La protagonista indiscussa è Jessica Chastain, che Madden aveva già diretto ne Il Debito, e che qui interpreta in maniera magistrale Elizabeth Sloane, la lobbista più famosa e più ricercata (in senso buono) di Washington.
Il suo personaggio è una donna orgogliosa e tenace, determinata a raggiungere sempre comunque il risultato, sacrificando in ogni occasione la morale, in un vero trionfo di machiavellica concezione. Questa sua indole l’ha portata ad una carriera costellata solamente di successi, ma anche di solitudine. Quando la donna sarà costretta a scontrarsi contro l’avversario più potente di tutta la sua carriera, in una lotta per l’approvazione o meno della legge sul controllo delle armi, scoprirà che la vittoria richiederà un prezzo davvero troppo elevato.

Il film di Madden ricorda strutturalmente un serial televisivo condensato, con la donna che sembra la perfetta fusione di Frank e Claire Underwood in House of Cards, e permane un’opera corposa, colma di riferimenti professionali specifici, che richiedono una particolare attenzione del pubblico e di conseguenza non si può certo definire come un film adatto ad ogni tipo di spettatore.
Tuttavia è ammirabile la cura certosina di uno script cervellotico, che funziona a meraviglia sullo schermo, dando vita ad un flusso narrativo assolutamente continuo e morbido a dispetto di un trama incredibilmente complessa.

L’opera ricalca le orme lasciate da altre produzioni, che abbiamo visto più o meno di recente, tra cui possiamo citare Le idi di Marzo di George Clooney, o Michael Clayton (dove c’è di nuovo Clooney, ma solo nei panni di attore), eppure possiede un’impianto differente e meno improntato sul thriller e sullo spy, quanto nel subdolo gioco di rapporti di potere interni alle lobby e non solo, mirando a farci entrare il più possibile nel meccanismo, azzerando i momenti di distrazione, o quantomeno limitandoli al massimo. Similmente al suo protagonista, Miss Sloane, che tira dritto per la sua strada e verso i suoi obiettivi, perdendo di vista tutto ciò che dovrebbe far parte della vita e che in lei è mero accessorio, e a volte nemmeno quello.

Nonostante l’etica sia un fulcro dell’opera, il regista scavalca la barricata per presentarci il punto di vista dei lobbisti, di Elizabeth in primis, presentandoci un personaggio pieno di difetti e vuotato della morale, ma la cui coerenza professionale e le brillanti di doti Jessica Chastain (tra le più brave e più belle attrici del panorama mondiale, indiscutibilmente) riescono a farci empatizzare e fare addirittura il tifo per lei.

A più riprese avevamo ammirato le straordinarie capacità della Chastain davanti la macchina da presa, in diversi ruoli, ed in particolare in quel masterpiece che fu Zero Dark Thirty potemmo apprezzarla nei panni di un personaggio nemmeno troppo distante da questo (salvo i valori etici), ma stavolta l’attrice ha dato proprio il meglio di sé, sfoderando una prestazione super convincente sotto ogni aspetto, sollevando sulle spalle l’intera opera e trascinando, anche questa, verso il successo.
Più o meno, comunque. Perché a tutti gli effetti Miss Sloane è un buon film. Di certo – come detto – non è un’opera che potrà sbancare il box office per via di tematiche e modalità di narrazione che non troveranno il consenso di tutti, eppure dal punto di vista analitico è un film con un tessuto impeccabile e una sceneggiatura da applausi, un cast che, oltre alla Chastain, vanta nomi di livello come Mark Strong, Michael Stuhlbarg e il sempre formidabile John Lithgow, ed un plot twist magari in parte prevedibile nella forma ma non nella sostanza.
Nelle fasi iniziali probabilmente il film fa un po’ fatica a decollare, il ritmo saltuariamente si inceppa, però recupera a pieni voti già nella prima di metà, riuscendo a far passare i 132 minuti totali in un modo che, sinceramente, non credevamo possibile.

Miss sloane recensione

Verdetto:

Miss Sloane ricorda strutturalmente un serial televisivo condensato, con la protagonista che sembra la perfetta fusione di Frank e Claire Underwood in House of Cards, e permane un’opera corposa, colma di riferimenti professionali specifici, che richiedono una particolare attenzione del pubblico e di conseguenza non si può certo definire come un film adatto ad ogni tipo di spettatore. Tuttavia, nonostante ciò e nonostante una primissima fase in cui il ritmo si inceppa saltuariamente, l’opera recupera a pieni voti il tutto, riuscendo a far scorrere in maniera incredibile una narrazione così complessa per un totale di 132 minuti (mica pochi…), grazie anche all’interpretazione di una sempre incredibile Jessica Chastain e ad uno script eccezionale.

Voto: 7,2 / 10

da “staynerd.com”

 

 

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