Manifesto

 

Il Manifesto del Partito Comunista raccontato da un homeless, i motti dadaisti recitati da una vedova a un funerale, il Dogma 95 descritto da una maestra ai suoi alunni e così via. 13 personaggi diversi: ogni personaggio uno scenario, ogni scenario un movimento celebrato attraverso intensi monologhi. A dare corpo a queste parole una sola attrice: Cate Blanchett calata in 12 personaggi diversi. Lo si potrebbe definire in molti modi Manifesto. Uno di questi potrebbe essere: documentario.
Definire ‘documentario’ questa opera di Julian Rosefeldt rischia di essere molto riduttivo.

Non perché il genere documentario sia una forma minore di espressione mediale (il successo che sta meritatamente riscontrando in questi anni ne costituisce una testimonianza inattaccabile). Il fatto è però che in questa occasione si va oltre le regole che definiscono il genere per offrire allo spettatore un’esperienza unica.

Non a caso, prima di arrivare sul grande schermo, è nato come installazione. L’esperienza è unica perché una sola attrice ha prestato se stessa per fare esistere esseri umani contestualizzati in ambiti totalmente differenti l’uno dall’altro. Cate Blanchett ci aveva già dato grande prova di trasformismo interpretando Bob Dylan in Io non sono qui ma in questa occasione supera se stessa considerando anche il tempo ristretto (12 giorni) delle riprese.
Ma non si tratta di puro e semplice virtuosismo attoriale (che di per sé sarebbe comunque già sufficiente per apprezzare il film) perché l’obiettivo è decisamente elevato. Rosefeldt rilegge un gran numero di ‘manifesti’ per saggiarne la consistenza e la presa (se ancora c’è) sul rapporto odierno tra società, arte e vita quotidiana. Andiamo così da Marx a Lars Von Trier passando per Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, Éluard e innumerevoli altri. Le loro parole, le loro ribellioni (giovanili e non) vengono fatte proprie da una punk tatuata oppure da una CEO a una festa privata ma proprio questa apparente astrazione le fa risuonare con maggiore evidenza interpellandoci.
Non è obbligatorio sapere tutto del Futurismo o del Situazionismo così come del Surrealismo o del Minimalismo. Anzi, stranamente, ci si accorgerà che meno se ne sa più quelle invettive o quelle definizioni che non lasciano spazio ad alternative acquisiranno una energia che si fa nuova proprio perché ignorata. Il confronto e la riflessione saranno inevitabili e produttivi.

Voto: 4 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Il Manifesto del Partito Comunista raccontato da un homeless, i motti dadaisti recitati da una vedova a un funerale, il Dogma 95 descritto da una maestra ai suoi alunni. Tredici personaggi diversi: ogni personaggio uno scenario; ogni vicenda un movimento celebrato attraverso intensi monologhi capaci di “sprigionare” una certa empatia. A dare corpo a queste parole un’unica attrice, ovvero Cate Blanchett, abile nell’interpretare ben dodici personaggi differenti. Manifesto di Julian Rosefeldt non riesce ad avere una vera e propria consistenza; potrebbe essere definito in molti modi, da particolareggiato lavoro drammatico a prodotto costituito da evidenti “tonalità” filo-documentaristiche. Proprio per questa irresolutezza, Manifesto prima di arrivare sul grande schermo, è stato costituito come semplice installazione. Narrativamente lo sviluppo è alquanto azzardato, se si considera la scelta di impiegare unicamente una sola attrice, per far coesistere più personaggi, contestualizzandoli in vicende diversificate. Un connotato decisamente kafkiano che rende suggestiva quest’opera di Julian Rosefeldt.

Manifesto 1

Il quale, con Manifesto, attinge dunque agli scritti futuristi, dadaisti perfino suprematisti, “tramutandoli” in vere e proprie “effusioni vitali”; gli “dona” un corpo, una voce, rappresentandoli, come ribadito in precedenza, in contesti differenti. Il regista ha impiegato solo 11 giorni, girando nei dintorni di Berlino. Manifesto diventa una forma celebrativa del pensiero, ma soprattutto di intuizioni. Un “compito” arduo quello sostenuto dal pubblico; tra riflessioni varie e concitate prese di coscienza, chi visiona Manifesto, rimane inerme, a tratti spaesato.Indubbiamente Rosefeldt mette in scena un lavoro complesso, difficile da contemplare per lo spettatore medio. Soltanto con l’utilizzo di una celebre e grandiosa attrice, il regista rende un prodotto semi-insostenibile in un qualcosa di mediamente “digeribile”. Versatilità interpretativa e ottima scenografia, questi sono gli elementi più riusciti di Manifesto.

Manifesto 5

Tra attitudini diverse e arzigogolate parole, Rosefeldt “mostra” una Blanchett quasi inedita. Non un semplice e stucchevole esercizio di stile, ma una vera e propria esperienza visiva (e intellettuale) di difficile omologazione. Manifesto è provocazione, inventiva e salace ironia; dall’inizio alla fine la regia si dimostra “pulsante”, a tratti anche spregiudicata. Una Blanchett istrionica, “multiforme”. Un Rosefeldt pionieristico, che narra, trasforma, ma soprattutto attua “un’ode” al mero apparato culturale. Tutto questo è Manifesto.

Voto: 3,5 / 5

Alessio Giuffrida, da “nocturno.it”

 

 

 

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