Manchester by the sea

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Non è possibile essere abbastanza preparati per la tranvata emozionale che è Manchester by the Sea, il trascendente capolavoro di Kenneth Lonergan. Dirò soltanto questo: la sceneggiatura – esemplare, ma senza mai sembrare troppo rifinita o prudente – segue le ramificazioni di una tragedia familiare, che si estende dalle persone coinvolte a un’intera comunità che di volta in volta offre e nega il suo supporto. Segnatevi il nome di Casey Affleck per l’Oscar come miglior attore, tanto è travolgente la sua performance nei panni di Lee Chandler, un inserviente di Boston che ritorna alla sua città natale di Manchester-by-the-Sea quando il fratello maggiore Joe (Kyle Chandler, superbo) muore per insufficienza cardiaca.

Negli anni precedenti, Lee è stato massacrato dalla vita, e ha cercato una via di fuga nella routine del riparare lavandini, sgorgare cessi e fare rissa nei bar con gli sconosciuti. Il suo unico contatto umano è Joe, che gestisce un’imbarcazione da pesca e cerca di crescere un figlio 16enne, Patrick (il vitale Lucas Hedges, in una prova da è-nata-una-stella), i cui unici interessi sono il sesso, l’hockey e la sua rock band. La madre alcolizzata di Patrick (Gretchen Mol) ha abbandonato la famiglia da un pezzo e adesso che Joe è morto, Lee è stato nominato tutore di Patrick, un ruolo per cui quest’uomo che odia se stesso e il mondo è eccezionalmente inadatto.

In un film normale, queste linee di trama convergerebbero tutte in modo fastidiosamente familiare. Non qui. Lonergan riempie il film con un senso della vita come è realmente vissuta e non come viene artefatta da Hollywood. Affleck è già stato eccezionale in passato, soprattutto in Gone Baby Gone eL’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford(per cui è stato nominato agli Oscar), ma sono queste le sue due ore migliori sullo schermo. Nei flashback con cui Lonergan ci mostra il passato di questi personaggi prima che fossero definiti da un trauma, Lee è un ragazzaccio affascinante, sensuale marito di Randi (Michelle Williams) e padre affettuoso di tre bambini. Poi succede l’impensabile e il matrimonio finisce. In un film pieno di momenti devastanti, un incontro fortuito tra Lee e Randi vi lascerà più morti che vivi. È una scena che non dimenticherete mai.

I premi arriveranno di sicuro, anche per Lonergan, che al suo terzo film – dopo Conta su di me (2000) e la sua strana ossessione Margaret (2011) – non fa una mossa falsa. Non è un caso che Manchester by the Sea sia considerato uno dei migliori film dell’anno. Si prende un pezzo della tua anima.

Voto: 5 / 5

Peter Travers, da “rollingstone.it”

 

 

 

Dura quasi due ore e mezza, ma Manchester By The Sea ne potrebbe durare facilmente anche una in più. Perché tutto fila via in modo così rilassato e allo stesso tempo in modo così coinvolgente che alla fine i suoi personaggi e quei luoghi ti sembra di conoscerli da una vita.

Kenneth Lonergan sta finalmente prendendo lo spazio che gli spetta nel regno del cinema indie americano che conta. Il suo esordio, il sempre troppo dimenticato Conta Su Di Me, vincitore al Sundance, è targato 2000. Il suo secondo film, Margareth, doveva uscire nel 2007, prima che il regista cominciasse una battaglia infinita con la Fox Searchlight sul final cut, con il risultato di un ritardo di 4 anni e due diverse versioni del film.

Da allora sono passati altri 5 anni, ma Manchester By The Sea rappresenta finalmente la rivincita di questo regista che sembra lavorare su cose già viste e dette in modi familiari, ma che in realtà ha una voce e una visione davvero uniche. Un autore che si prende i suoi tempi per raccontare i suoi personaggi e i loro ambienti, dai quali è evidentemente emozionato in prima persona.

Manchester-by-the-Sea è una cittadina di circa 5000 abitanti in Massachusetts. Qui ci viveva Lee prima che la sua vita andasse definitivamente a rotoli a causa di una tragedia che scopriremo durante il film. Lee, che ora vive da solo a Boston, è costretto però a tornare nella sua cittadina d’origine a cause della morte improvvisa del fratello Joe, forse l’unica persona a cui fosse ancora legato.

Tornare a Manchester-by-the-Sea per Lee significa innanzitutto essere costretto ad affrontare i fantasmi del passato, causa di un dolore che lo ha scalfito per sempre e lo ha reso l’uomo impassibile e burbero che è oggi. E potrà mai un uomo ridotto così dai dolori della vita trasferirsi di nuovo lì e in più prendersi carico del nipote Patrick, che il fratello gli ha lasciato in custodia?

Lonergan non ha nessuna intenzione di correre per rispondere a questa domanda. A tratti si può pensare addirittura che abbia scritto una una sceneggiatura talmente in punta di penna e da risultare ancora più forte a una seconda visione. Perché le scene-madre sono posizionate in modo strategico, l’ironia prende il sopravvento quando non sai se puoi ridere o meno, e la tristezza non diventa mai pesante nonostante la materia sia davvero tosta.

Ci sono diverse scene in cui, mi sembra, Lonergan sia particolarmente interessato a voler sottolineare il disagio, o l’imbarazzo a seconda della gravità del momento, che si instaura in un determinato contesto e all’interno di una certa scena. Ci sono almeno un paio di scene che ad esempio coinvolgono Michelle Williams, splendida nelle poche scene a lei dedicate, che a primo impatto non si sa come prendere. Che poi il suo personaggio viene introdotto mentre è a letto con la sinusite, e già questa è una scelta non poco curiosa che fa pensare a quanto sia particolare Lonergan come narratore.

Così descritto però Manchester by the Sea sembra più ‘sperimentale’ e ardito di quel che in realtà è. Ha una qualità quasi ‘operistica’ nella sua struttura, una andatura fluida e musicale come ce l’aveva dopotutto pure Margareth. Per questo è un film a suo modo anche piuttosto imprevedibile, che porta verso lidi che magari non ti aspetteresti e con un paio di sorprese che colpiscono al cuore.

Ma è anche un film che vola via grazie ai suoi due interpreti principali, Casey Affleck e il giovane Lucas Hedges, rispettivamente nei panni di Lee e Patrick. Il primo regala un’altra delle sue portentose interpretazioni, grazie all’espressività e alla voce con cui può fare quel che vuole. Il secondo è un’autentica rivelazione. I loro continui battibecchi e confronti sono il cuore pulsante del film, per molti motivi. Anche grazie a loro due ti pare alla fine che a Manchester-by-the-Sea ci sei vissuto davvero da una vita e di riconoscerne il profumo di mare.

Voto: 9 / 10

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

 

C’è una metafora centrale, bella e triste in Manchester by the sea, il dramma prodotto dagli studi Amazon e candidato a sei premi Oscar (tra cui miglior film, regia, attore protagonista, sceneggiatura originale). Il cadavere di un uomo deve essere conservato in una cella frigorifera, attendendo il disgelo perché sia possibile scavare il terreno dove depositare la bara. Il film intero — in estrema sintesi — è proprio la storia di un cuore in inverno, quello del protagonista Lee Chandler, e del lungo travaglio per scongelarlo. Lee lavora come uomo tuttofare per alcuni immobili della periferia di Boston: è taciturno e scontroso; beve seduto da solo al banco del bar e, a volte, provoca risse con sconosciuti. Richiamato dalla morte del fratello nella cittadina di Manchester, Massachussets, dove è costretto a occuparsi del nipote adolescente rimasto orfano, l’uomo rivive poco a poco il passato da cui tentava la fuga. Scopriamo così che era un tipo affabile, marito innamorato e padre di tre bambini, e che era solito fare gite in battello assieme al fratello Joe e al nipote Patrick. Alternando i frammenti narrativi tra passato e presente, il film prende tempo prima di rivelarci la causa del suo esilio dal mondo; causa che qui non si può rivelare, salvo dire che ha a che fare -paradossalmente — col fuoco, all’origine dell’ibernazione emotiva di Lee.
Drammaturgo e sceneggiatore di qualità (Gangs of New York), Kenneth Lonergan costruisce molto bene l’impalcatura di andata- ritorno nel tempo, facendoci comprendere e condividere le ragioni dell’apparente atonia emotiva di Lee. Frattanto sviluppa il rapporto tra lui, tutore riluttante, e il nipote Patrick: in apparenza il suo opposto (pare non pensi che a godere la vita, alternandosi tra due amichette), in realtà lacerato come lo zio e, quanto lui, in difficoltà ad esprimere le proprie emozioni. La cosa più apprezzabile è che Lonergan non ci racconta questo dramma familiare in modo schematico o patetico, ma adotta lo stesso riserbo dei suoi personaggi, mentre li fa procedere tra aperture e incertezze, progressi e ricadute. Per giungere a una bella scena liberatoria, in sottofinale, dove Lee e Patrick “comunicano” lanciandosi una palla da tennis. L’intelligenza della regia, misurata e sapiente senza nulla sacrificare all’interesse della storia, si concentra su aspetti non evidenti nell’immediato, ma che fanno poi la qualità del film: dalla fotografia di Jody Lee Lipes, in toni di grigio dove mare e cielo si confondono, alla cura delle immagini (quasi sempre fisse), ma in cui l’isolamento di Lee dagli altri è suggerito dai rapporti spaziali all’interno dell’inquadratura. Per riuscire a far partecipare a una storia senza pathos (esibito) occorre l’impegno di tutti; e Casey Affleck, interprete più convincente del fratello Ben, è una scelta felice. Un protagonista inadeguato avrebbe sabotato il delicato equilibrio del film, rendendolo diverso da quel che è. Sono più che giustificate anche le nomination per gli attori non-protagonisti: Lucas Hedges nella parte di Patrick e Michelle Williams, nel ruolo della ex-moglie di Lee. Ottimo corredo al tutto la colonna musicale, che alterna brani di Hendel e Albinoni con Bob Dylan e Ray Charles.
Roberto Nepoti, da “repubblica.it”
Che il cinema sia in primo luogo una questione di immagini in movimento nessuno lo mette in dubbio; è così fin dal principio e cioè dal 1896 quando i fratelli Lumiere presentarono il loro “Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat“, accolto da sentimenti di meraviglia mista a paura per la caratteristiche di verosimiglianza causata dalla percezione che la locomotiva da un momento all’altro potesse uscire dallo schermo e investire gli spettatori. Lo conferma la produzione contemporanea sempre più attenta al rendimento degli aspetti formali e all’efficacia del comparto visuale. Un interesse, quest’ultimo, che ha fatto venir meno la centralità della funzione narrativa, quand’anche presente nelle forme più classiche, depauperata delle istanze di coerenza e di approfondimento che dovrebbero appartenergli. Ad equilibrare la partita, almeno qui a Roma e perlomeno in queste prime due giornate della Festa del cinema, ci pensano una manciata di titoli che si impongono per la qualità della scrittura e della direzione attoriale. “Manchester By the Sea”, terzo lungometraggio di Kenneth Lonergan risponde ai requisiti appena detti, potendo contare su un regista-sceneggiatore (il testo del film era stato scritto da Lonergan per Matt Damon a cui è subentrato dopo la rinuncia della star americana) e su un attore – Casey Affleck – adatto al ruolo principale per averlo ricoperto più volte nel corso della carriera.

Come era già successo in “Conta su di me” (1999) Lonergan pone a premessa della storia un lutto famigliare (figurato quello del primo film, reale quello del secondo) dal quale scaturisce il ritorno a casa del protagonista che alla pari del Terry Prescott di Mark Ruffalo si ritrova con l’inadeguatezza che lo contraddistingue a fare le veci della figura paterna nei confronti del nipote adolescente. Le analogie però finiscono qui perché, se è vero che anche “Manchester by the Sea” inquadra il rapporto tra un giovane e un adulto all’interno di schemi e dinamiche familiari assimilabili a quelli che si instaurano nella relazione tra genitori e figli, in questo caso il punto focale della narrazione risiede in qualcosa di più intimo e personale che prova a scavare nel dolore di Lee Chandler (Affleck), il protagonista dilaniato da un passato che torna a perseguitarlo nel momento in cui, giunto nel paese natale (Manchester by the Sea, città del New England) per far fronte all’improvvisa morte del fratello vede materializzarsi i fantasmi dei propri trascorsi.
Con l’intento di non perdersi nulla dei propri personaggi ma, anzi, preoccupandosi di valorizzarne il potenziale umano e drammaturgo, Lonergan colloca Lee e chi gli sta attorno all’interno di un contesto ambientale e scenografico minimale, che non offre altre informazioni (come il dettaglio del mare improvvisamente increspato o un cambio improvviso di luce) che non siano riferibili allo stato d’animo del momento; e poi ne potenzia la presenza scenica regalandogli un palcoscenico che gli consente di essere assoluti protagonisti grazie a una tecnica di ripresa che, limitando ampiezza e profondità di campo, e mantenendo la mdp all’altezza del soggetto scenico, impedisce allo spettatore di trovare altri motivi di interesse che non siano quelli indicati dalla volontà del regista. Un processo di sottrazione che, da un canto, metteva l’opera al riparo dalla retorica insita nella delicatezza dei temi trattati – il dolore, la perdita, il senso di colpa – e che, dall’altro, rischiava di farla risultare bloccata e priva di slanci. A evitare questo pericolo ci pensa soprattutto il montaggio di Jennifer Lame, che altera la successione degli avvenimenti considerati non più nella loro scansione cronologica ma secondo un tempo interiore e quindi emotivo, corrispondente a quello di Lee/Affleck che di “Manchester by the Sea”, sono i veri e propri factotum del copione imbastito da Lonergan. Il quale, memore della lezione dei vari Risi, Germi e Monicelli realizza un melodramma struggente e appassionante che pur mantenendosi costantemente sulle note della tragedia vissuta da Chandler trova modo di alleggerire la tensione con momenti di ilarità che paradossalmente – ma non troppo – rendono ancora più credibile il calvario del protagonista. Preceduto dai rumors che lo danno tra i favoriti nella corsa ai prossimi Oscar, “Manchester by the Sea”, per quanto ci riguarda, ha già un vincitore nella persona di Casey Affleck che, abbonato ai ruoli da perdente, tiene lontana la routine con una interpretazione sofferta e trattenuta che lo impone ai vertici della sua categoria.
Voto: 8 / 10
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Con “Manchester by the Sea” Lonergan ci immerge sin dalle prime scene nella vita di Lee Chandler, tuttofare in alcune palazzine di Boston, efficiente ma indelicato, distaccato emotivamente e pronto alla rissa.

L’improvvisa morte del fratello maggiore Joe lo riporta nel suo paese di origine, per occuparsi del funerale e del nipote Patrick.

La perdita del fratello e il rivedere quei luoghi, che sono stati spettatori della sua vita passata, lo costringono a ripercorre un passato doloroso col quale non riesce a saldare il conto.

Uno straordinario Casey Affleck presta volto e anima al tormentato Lee. Padrone assoluto della scena in “Manchester by the Sea”, l’attore riesce a mostrare l’immenso travaglio del protagonista, che inizia con questo suo ritorno ‘alle origini’ un doloroso tuffo nel passato.

Manchester by the Sea: la storia di una famiglia e dei suoi spettri

Lonergan attraverso i ricordi di Lee narra la storia dell’intera famiglia Chandeler e, come in un puzzle che pian piano si compone, lo spettatore comprende le dinamiche affettive e gli episodi che hanno portato alla situazione attuale, che vede il protagonista quasi costretto a vivere le sue giornate. A evidenziare il tormento emotivo di Lee c’è la vitalità dirompente di Patrick che, nonostante il recente lutto, guarda al futuro con ottimismo.

Quella del regista, autore anche della sceneggiatura, è un’analisi profonda sulle radice del dolore e sul come dietro ogni uomo c’è una storia, che lo ha portato ad essere quello che è: il Lee di oggi appare molto diverso da quello che viene mostrato nei ricordi dello stesso protagonista.

Manchester by the Sea: due ore che scorrono in un battito di ciglia

“Manchester by the Sea” è un film che supera le due ore, eppure niente è dilatato, semplicemente il regista cura il racconto nei minimi dettagli, permettendo allo spettatore di entrare fin nel cuore del protagonista, e di chi gli sta attorno. La pellicola scorre senza pause, scuotendo il cuore di chi guarda attonito questo racconto all’indietro.

Le coste innevate del Massachusetts e una fotografia costantemente limpida e nitida coadiuvano la narrazione, come un co-protagonista silenzioso che a volte fa capolino timidamente, altre si mostra nel pieno della sua magnificenza.

Il film di Lonergan è spiazzante nella sua chiarezza emotiva e nel suo mostrare la fatica di vivere di Lee, come se tutto l’amore del mondo non basti a colmare il vuoto che si porta dentro. Purtroppo certi vuoti hanno radici profonde, difficili da estirpare, soprattutto se chi soffre non riesce ad abbandonare la sofferenza.

Una spanna sopra gli altri Casey Affleck, ma bravi tutti, soprattutto Michelle Williams, sempre a suo agio in ruoli sofferti, forse perché purtroppo può attingere dal suo vissuto personale.
Hanno collaborato al film, presentato nella Selezione Ufficiale della Festa Del Cinema di Roma 2016, in veste di produttori, Matt Damon e John Krasinski.

“Manchester by the Sea” è un film che consigliamo a tutti perché lascia qualcosa dentro, come pochi film sanno fare.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

 

Punizione, vendetta, riscatto. Nei tre atti canonici di un racconto cinematografico, sono questi alcuni degli ingranaggi che permettono la risoluzione di un conflitto, la catarsi. Poco importa se del pubblico o dei protagonisti sullo schermo. L’importante è che, arrivati i titoli di coda, i nodi siano stati sciolti e i conti saldati. Ma la vita funziona realmente così? Come una scatola dai principi narrativi chiari e strutturati, dove tutto trova alla fine una risoluzione? Per Kenneth Lonergan, regista e sceneggiatore di Manchester By The Sea, la questione è più complicata; perché la vita scorre in una sola direzione e gli uomini non sempre sono più forti delle loro cicatrici; e perché il tempo, nel bene e nel male, ha sempre la meglio, corrodendo, con il suo scorrere, la possibilità di una vera risoluzione.

Lee fa il portinaio. Lo vediamo riparare tubi e scarichi mentre vive come in sordina, capace di lasciarsi andare solo alla violenza. Ci sembra assurdo il freddo distacco con cui affronta la notizia della morte del fratello. Non riusciamo a capirne il motivo. Brevi incursioni nel suo passato ci avevano mostrano un Lee Chandler diverso: felice, su una barca in pieno mare, in compagnia del fratello defunto e del nipote. Ora che il fratello maggiore non c’è più, Lee deve occuparsi di suo figlio. Allora ci viene mostrato ancora una volta il passato di Lee, questa volta fino a capire il vero motivo della sua indifferenza. E’ un colpo allo stomaco (che non rivelerò). Un dolore irreparabile. Il tempo, tuttavia, inarrestabile, costringe Lee a fare l’unica cosa che gli è concessa: andare avanti. Anche se accompagnato da quello stesso identico dolore.

18manbysea-facebookjumboC‘è una duplice immagine che attraversa Manchester by the sea: lo scorrere del tempo e la resistenza caparbia del senso di colpa a quello stesso scorrere. In tutta la prima parte del film immagini e musica danno questa sensazione. “Sempre avanti, senza fermarti” ci sussurrano. I flashback sono rapidi, incompleti, come strappati solo momentaneamente a questa forza. Tutto riporta ad un presente fatto di semplici gesti, capaci anche di farci sorridere. In Manchester by the Sea la sopravvivenza quotidiana al senso di colpa scalza infatti qualsiasi impennata drammatica. A volte in modo duro, quasi insensibile. Questo non esclude la profonda compassione del regista, una delicatezza costante. Ora con il malinconico suono di un oboe, ora con un coro candido, Kenneth Lonergan sembra infatti accarezzare nei momenti più duri Lee Chandler. A volte anche con effetti ironici. Questi commenti musicali sono l‘unica forma di “perdono” che vedremo.

Mentre ero in sala, non riuscivo a non pensare ad un grande classico, Fronte del Porto di Elia Kazan, che conManchester by the sea ha forse in comune solo l’ambientazione portuale. Nel cult del 1954 tutti i personaggi erano perseguitati da un senso di colpa che imprigionava ciascuno di loro in modo diverso. Alla fine, tuttavia, riuscivano a liberarsi da quel peso, uscendo dalle proprie gabbie personali (anche se a caro prezzo). InManchester By the Sea l’immagine della gabbia dei colombi viene sostituita con quella molto più beffarda di una barca in mare aperto. Qui non sembra esserci una chiara via d’uscita.manchester-by-the-sea-film-2-1Non è un caso se tutta la seconda parte del film, che vede la convivenza di Lee con il nipote, rimandi sempre a quella loro barca. Non più in mare e con il motore rotto. Forse da vendere, forse da riparare. Un simbolo della stasi emotiva di Lee, sospeso tra passato e presente. La barca alla fine dovrà necessariamente riprendere il mare e Lee e il nipote dovranno ricominciare a vivere, assecondando di nuovo la direzione della corrente. Eppure c’è qualcosa che ci dice che Lee sia ormai in ritardo per qualsiasi riconciliazione con la vita.

Se avrete la pazienza necessaria per seguire il corso di Manchester by the sea, allora, ai titoli di coda, non sentirete la necessità di avere delle risposte. Avrete solo la sensazione che il moto intimo del film sia penetrato dentro di voi, in modo così autentico da far male. E’ bello vedere un film americano capace di ribellarsi ai canoni più tradizionali, come se fosse un film di Ozu. Vuol dire che la scatola chiamata cinema non ha ancora cementificato le proprie pareti.

Michele Assante, da “fuoriposto.com”

 

 

 

Manchester non è in Inghilterra, come tutti immaginano. Qui si guida a destra e c’è il mare, un mare splendido battuto dai venti gelidi dell’inverno nordamericano. Questa è Manchester-by-the-Sea, Massachusetts, piccolo borgo a pochi chilometri da Boston. Eppur sembra di essere sulla costa inglese, tra barche a vela, pescherecci, albatros, pinte di birra mandate giù fino a sfondarsi. E una tristezza inguaribile.

Lee Chandler non ha più niente da chiedere alla vita. È solo, depresso… c’è qualcosa che lo ha ucciso dentro. L’unico legame è con il fratello maggiore, Joe, e con il nipote adolescente, Patrick. Quando Joe muore per una malattia cardiaca, Lee torna a Manchester per risolvere le questioni legate al funerale e all’eredità. Nel testamento, il fratello lo ha nominato tutore di Patrick. Ma Lee non vuole restare a Manchester. Troppi ricordi, troppo dolore…

manchester by the sea michelle williamsLonergan viene dalla scrittura, prima per il teatro e poi per il cinema. E Manchester by the Sea, in qualche modo, lo dimostra, perché gran parte della sua originalità poggia sulla struttura narrativa, su quell’uso sistematico dei flashback che si legano, senza soluzione di continuità, al presente del racconto. È un costante andirivieni, costruito sull’andamento emotivo dei ricordi in soggettiva prima ancora che sulle esigenze del plot, dei suoi risvolti e segreti. Tutto si svela, ovviamente, ma non secondo la logica intelligente dell’incastro a tavolino. La scrittura di Lonergan non è invasiva, non punta alla costruzione a effetto o al virtuosismo giocato sulla scomposizione e ricucitura delle traiettorie. Qui tutto sembra procedere secondo una dinamica interiore, memorie che vengono fuori da una libera associazione, un tono d’umore, un sentimento, una scossa emotiva più o meno forte. O un’immagine, una situazione, un paesaggio. Se la vita “esteriore” di Lee sembra ormai ridotta al grado zero, completamente annichilita da un’indifferenza autodistruttiva (fottitene, lasciala andare), quella intima si muove veloce, procede a ondate e a vortici. Il dolore si nasconde, ma non si annulla, non si vince e non si piega. Rimane sotto e lavora, lavora e scava, traccia crepe nel cuore e solchi sulla pelle. Monta sotto pressione ed esplode in rabbie improvvise, immotivate, sbagliando bersaglio, colpendo a vuoto, sempre distante, sempre più distante. Ecco, tutta la struttura temporale immaginata da Lonergan serve, a suo modo, a raccontare l’impasse di Lee, quell’impossibilità del presente, stretto d’assedio da un passato che toglie respiro, che non permette altri percorsi, altre scelte, un altro respiro della storia.

manchester by the sea Casey Affleck Lucas HedgesForse l’insistita ripetizione dei flashback produce in ogni caso una sensazione meccanica, così come è troppoforzata la sottolineatura musicale (l’Adagio d’Albinoni) nei momenti più drammatici della vicenda (c’era davvero bisogno? Non era tutto già scritto tra il volto e le spalle di Casey Affleck, o nella nuda situazione?). Ma sono solo una zavorra residua, che ben poco toglie alla profondità del film, a quella capacità di entrare nelle ferite del cuore con la delicatezza necessaria a non lacerarle definitivamente, per sempre. Perché è già tutto un lutto. È sempre un lutto, che si ripete ogni giorno, nonostante i tentativi, i propositi, le rielaborazioni. Per quanto si riscriva la storia, la perdita è ovunque, a ogni a fine riga e, da lì, di nuovo, a ogni capoverso. Le persone si ammalano, i motori si rompono, le case bruciano… “Non conta più niente” dice Lee a Randi in lacrime e in cerca di un ultimo contatto d’amore. Il che non vuol dire che non si possa continuare, non si debba continuare, non si possa tornare a sorridere, magari riconoscendo nella vita degli altri un riflesso di quella goliardia irresponsabile che era il nostro magico luogo di resistenza. Ma quando la morte è entrata nel cuore, non c’è più nulla che possa estirparla. È una “brutta malattia”, da portarsi appresso sino alla fine. “Non riesco a superarlo”… Ma non c’è solo dolore in Manchester by the Sea. C’è anche una stoica sopportazione che sa tramutarsi in un senso dell’ironia strano, malinconico, irresistibile. E c’è la speranza di un’apertura (a cuore aperto…), di una diversa consapevolezza, disposizione verso le cose e gli altri. E tutto passa e prende forma grazie a Casey Affleck, ai suoi silenzi, alle sue frasi mozzate e ai suoi gesti che lasciano passare tutto un mondo. Chi gli sta intorno dà il proprio contributo, Michelle Williams, Kyle Chandler, Lucas Hedges. Ma la sfera di emozioni in cui riescono a entrare, l’ha disegnata lui. Quella sua sottrazione inquieta che assomiglia sempre più a quella del fratello Ben (e già lo vedo il prossimo film con i due che non si scambiano neanche una parola…). Il cinema dei bostoniani è sempre più grande.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Scene di ordinaria routine della vita di un idraulico al servizio di un condominio, il burbero e attaccabrighe Lee Chandler (Casey Affleck), sempre incazzato con il mondo e la cui vita è scandita da riparazioni di tubi, solitarie e spesso rissose serate al pub ed energiche spalate di neve (siamo a Boston in pieno inverno). Si apre così Manchester by the Sea, un film sul dolore e l’ingiustizia della vita, ma anche sui legami di famiglia e la loro intensità. L’arrivo di una telefonata proprio all’inizio di una giornata lavorativa come tante darà la svolta alla vicenda: il fratello morto, il necessario ritorno di Lee al paese d’origine, Manchester by the sea, nel Massachusetts, la sua nomina a tutore legale del sedicenne nipote Patrick. Acquista così senso la primissima scena del film: Lee, suo fratello e il nipote bambino che pescano felici su una barca a motore. Sarà il primo di una serie di flashback, mai annunciati o in qualche modo segnalati, ma inseriti in maniera naturale nel contesto. Attraverso questi salti nel passato conosciamo sempre meglio la storia di Lee, della sua famiglia, dei loro drammi: spesso il regista indugia su particolari apparentemente insignificanti, ma sono proprio quelli che ci rendono possibile una crescente identificazione con i sentimenti del protagonista fino alla rivelazione centrale, in cui finalmente si chiarisce il perché della fama di Lee nel suo paese di origine ma anche quello della sua fuga da esso, qualcosa di effettivamente innominabile ma che  il regista Kenneth Lonergan deve assolutamente comunicarci.E quando lo fa, non c’è nessuna pillola da indorare, il dolore è dolore, senza fronzoli e senza retorica, proprio come il viso espressivo e quasi ancora incredulo di Lee (un immenso Casey Affleck che non sembra mai recitare ma solo essere).

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E l’iniziale accettazione del ruolo di padre per il nipote Patrick (bravo anche Lucas Hedges, bella figura adolescenziale, un ragazzo che già ha sperimentato tanta sofferenza ma cerca a tutti i costi di restare aggrappato alla sua “normalità”) sembra offrire al protagonista una nuova chance per ricominciare, una vita di servizio ai vari impegni del giovane, tra garage band, primi amori, scuola e hockey. Ma ogni contatto con il prossimo che il nuovo ruolo di padre putativo gli fornisce  non riesce  mai a far rientrare Lee in un certo tipo di quotidianità; è una battaglia persa, perché il dolore non lo puoi mai mettere da parte, e accettare di nuovo gli inviti della vita sarebbe come tradire la propria sofferenza e tutto quello che l’ha procurata.Tante belle persone fanno capolino nella sua vita, personaggi solidi, anche quelli di contorno, che sostengono l’impalcatura di questo dramma con veridicità e intensità, trasmettendo spesso un vero senso di empatia, non perché siano tutti buoni, ma perché sono tutti genuini, esseri umani che cercano di  fare del loro meglio, altri che si sono lasciati sconfiggere, qualcuno che tenta a fatica di risalire.

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Lee non è solo nel suo dolore, intorno a sé ognuno porta il suo fardello, molti lo comprendono e lo sostengono: la sua scelta finale sarà la conferma che niente può annullare il passato e che la vita  che non può chiederci  il reset di noi stessi. Ed il raggio pallido di sole, unico nel film, nella scena finale della sepoltura di  Joe, dopo tante inquadrature di paesaggi perfetti e mozzafiato quanto malinconici e sbiaditi, di mare e di neve, di inverno e di attesa (notevole anche la fotografia di Jody Lee Lipes) fornisce un debole ma significativo segnale di speranza. Mai scontato o prevedibile, anche nel finale Lanargan resta coerente con le premesse e lascia il protagonista alla sua vita, senza forzature e con uno sguardo pieno di umana pietas. Il tutto accompagnato da un’intensa colonna sonora. Le musiche del film sono state scritte dal noto compositore Lesley Barber, ma ad esse si aggiungono alcuni brani del repertorio classico di grandi musicisti come Julies Massenet  e George Friederic Händel (di cui Lonergan è un appassionato ammiratore); e sicuramente il libretto del Messiah di Händel, costituito da testi biblici, ha tanti rimandi ai fatti narrati.Il momento centrale poi, la rappresentazione della  tragedia non annunciata, è senza parole ma commentato dallo struggente Adagio in sol minore di Albinoni: sono momenti di grande emozione a cui anche lo spettatore più scafato difficilmente resterà indifferente.

Voto: 3,5 / 5

Maria Capozzi, da “nocturno.it”

 

 

Schierati contro “La La Land”, capitolo secondo. Le candidature sono sei: film, regia, sceneggiatura (firmata dal regista Kenneth Lonergan), Casey Affleck attore protagonista, Lucas Hodges attore non protagonista. Michelle Williams attrice non protagonista. Non si può dire che sia brutto – certo più strutturato, meno lirico e divagante rispetto a “Moonlight” – ma l’entusiasmo generale pare eccessivo. Per portarsi avanti con le scommesse, “Manchester by the Sea” ha su Metacritic il 96 per cento di recensioni positive, tre punti meno del ragazzino nero gay e tre punti in più dei ballerini bianchi. Segna la fine di un incubo per il regista Kenneth Lonergan, lanciato dal bellissimo “You Can Count On Me” (anno 2000, con Mark Ruffalo e Laura Linney). Non ha fatto proclami antisemiti, non ha picchiato la moglie con tanto di registrazioni, quello era Mel Gibson (e gli hanno perdonato tutto in fretta). La faccenda riguardava “Margaret”, tormentatissimo film con Anna Paquin e Matt Damon, su una falsa testimonianza (sei anni di litigi con i produttori, per farla breve). Qui Casey Affleck vive in un seminterrato a Boston e lavora come tuttofare – godetevi le prime scene, unico momento non impregnato di tristezza, nostalgia, senso della tragedia incombente. Avete presente le storie con la cronologia andata in frantumi? Quando uno prende la macchina, o in scena appare un bambino, subito pensiamo “ecco l’incidente, ora arriva l’incidente”. “Manchester by The Sea” fa questo effetto. Tra un lavandino sgorgato e una cantina svuotata a Casey Affleck annunciano la morte del già cagionevole fratello maggiore, che come ultima volontà gli affida il figlio adolescente. Torna quindi al paesello – mossa altamente sconsigliabile al cinema, anche in presenza di leggiadre casette colorate sul mare – e appare Michelle Williams, l’ex moglie non pacificata. Lo spettatore trema: capiamo che non gli perdona l’imperdonabile. Casey Affleck – bravo, bravissimo, sul filo del ricatto emotivo – porta sulle sue spalle i mali del mondo. Per noi (pochi) cinici, Lonergan ha un po’ esagerato nel pizzicare le corde del cuore. Se dal cinema volete lacrime & sofferenze non troverete di meglio.

Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

 

 

Luce a Nord Est

Una musica quasi gregoriana riempie le immagini di apertura di Manchester by the Sea, sposando la luce bianca che invade un mare freddo eppure grondante di calore casalingo. Siamo nella costa nord est del Massachusetts, nelle insenature su cui si affaccia, in un paesaggio che sembra quasi quello dei fiordi norvegesi, la graziosa cittadina di Manchester-by-the-Sea.

locandina Poster Manchester by the SeaLa purezza della luce, unita ai cori angelici della Plymouth Corale di Lesley Barber (che firma tutti i brani originali della colonna sonora), aggancia subito lo spettatore mettendolo nella pancia del film e lasciandocelo fino alla fine. Il canale comunicativo è dunque aperto, spalancato, e tutte le scene successive fluiscono limpide, gravide di senso, necessarie. A un’ora e mezza d’auto da MBTS, a Boston, il bel Lee Chandler (un Casey Affleck da Oscar per quest’anno e quello dopo) fa il custode residenziale. Non si esime dal far nulla: idraulico d’emergenza, elettricista, spalatore di neve, aggiustatore; il tutto per i suoi inquilini. Che lo detestano. Lee è infatti solitario, scostante, non dice mai buongiorno e si profonde in parolacce con chiunque non appena perde la pazienza. Se l’avesse. In un giorno nevoso, arriva una chiamata dall’ospedale del suo paese natale, Manchester-by-the-Sea per l’appunto: il suo amato fratello Joe (Kyle Chandler) è stato ricoverato d’urgenza. Lee non riuscirà ad arrivare in tempo. Con sua enorme sorpresa, l’uomo scoprirà di essere stato nominato da Joe – divorziato – tutore legale di suo nipote, il sedicenne Patrick (Lucas Hedges).

L’arco cronologico del racconto è sostenuto da scene relative a momenti diversi della vita dei personaggi. Arrivano nette, senza artificio, come onde di un mare gonfio ma dolce, e costituiscono l’architettura di un film che ha del sublime. Passando da Albinoni a Ray Charles, la colonna sonora copre pudicamente il parlato dei momenti più drammatici. E la cosa più straordinaria è che quei momenti, bellissimi nella loro musica, lo sarebbero anche senza. Lo spettatore si alza grato al regista Kenneth Lonergan (Margaret), che non spreca nemmeno un fotogramma del suo lavoro; grato a Casey Affleck, i cui occhi restituiscono tutto il tormento, la rabbia, la spensieratezza e la gioia estatica di un uomo che ha vissuto due vite, a Michelle Williams, che in pochissime sequenze riesce a infondere in Randi tutta l’eternità disperata del suo amore. L’amalgama dei molti attori è perfetto e niente è mai sopra le righe.

L’ironia che irresistibile arriva a cadenzare la vicenda dà tono e ritmo a una storia che trova nel mare, nel vento e nel cielo i suoi confini. Manchester By the Sea è candidato ai prossimi Oscar in sei categorie: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attore non Protagonista, Migliore Attrice non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Originale.

Teresa Scarale, da “ilcineocchio.it”

 

 

 

Un dolore netto e lucido, che ha messo radici talmente profonde nell’anima umana da rendere impossibile la sola idea che la vita possa tornare a splendere di nuova luce. Perché il punto, alla fine, è uno soltanto: come si supera un lutto? Questi i presupposti di “Manchester by the Sea”, scritto e diretto da Kenneth Lonergan, presentato al Sundance Film Festival 2016 e passato alla Festa del Cinema di Roma dello stesso anno. Protagonista – forse alla sua miglior prova come attore – è Casey Affleck nella parte di Lee Chandler, tuttofare di Boston costretto a tornare a Manchester per la morte improvvisa del fratello maggiore Joe (Kyle Chandler). Il drammatico evento è l’innesco che può far detonare la bomba emotiva che si agita dentro Lee: tornare nel luogo dove è nato e vissuto per anni, infatti, implica rivedere l’ex moglie Randi (Michelle Williams) e decidere se assumere o meno la tutela legale dell’unico nipote, Patrick (Lucas Hedsges). Lee è un uomo che sembra essersi arreso alla vita e alla sofferenza, muto osservatore della realtà, salvo poi lasciarsi andare a improvvisi scatti di violenza, l’unico modo che ha trovato per entrare in contatto con l’altro. Per il protagonista essere costretto a confrontarsi – forse per la prima volta – anche con il dolore di altri, e con il modo che ciascuno ha di affrontare la scomparsa di un uomo che è stato padre e fratello e amico, può rappresentare l’unica via d’uscita dalla sua condizione. O no? Lonergan scrive e dirige un film duro, implacabile ed estremamente umano, come dura e implacabile e umana è la vita. Per raccontarla, questa vita, si prende tutto il tempo che può, letteralmente. “Manchester by the Sea” è un film lungo, lento, a tratti sfiancante, in cui ogni sguardo, silenzio o battuta ha un suo peso specifico necessario. Casey Affleck è perfetto nel restituire un uomo incapace, semplicemente, di essere altro che annientato, circondato dall’altra grande protagonista della pellicola: una Manchester fotografata in tutto il suo freddo grigiume, anch’essa apparentemente incapace di andare avanti. “Manchester by the Sea” non fa sconti e accetta che il dito affondi nella piaga, perché – talvolta – non resta altro che lasciarsi fare e attraversare dalla sofferenza, e sperare di sopravvivere. Da vedere.

Giulia Mazza, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

 

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