Loving

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Capitolo trascurato della poco edificante vicenda del razzismo americano, la storia dell’unione mista tra Richard e Mildred Loving considerata un crimine nella Virginia del ’58, era stata ripescata nemmeno cinque anni fa dal documentario The Loving Story, cui Jeff Nichols si è rifatto con una cifra meno battagliera e più sentimentale.

Affidandosi a due volti poco stellari come quello dell’eterno comprimario Joel Edgerton e della rivelazione Ruth Negga, il regista americano disegna con encomiabile misura le sommesse e tormentate scene da un matrimonio, che non s’ha da fare nell’America segregazionista di allora.
Tra la Storia grande e la piccola però, Nichols privilegia soprattutto la seconda, lasciando sullo sfondo figure e cliché del tipico dramma razziale per illuminare l’amore solido e perseverante di due persone quasi incredule, l’amore nonostante tutto.

L’intelligenza politica del film sta proprio qui, nella decisione di rivoltare la questione della pelle in quella del sentimento, più ampia e universale, e del diritto sacrosanto e naturale ad essere provato e vissuto. Non a caso la cifra forte di questo melò così emozionante e trattenuto è l’ambientazione rurale, dal doppio valore simbolico di Natura e di Frontiera (mentre lo spazio legale, culturale, della questione, è sempre uno spazio chiuso: una prigione, una città, la corte federale. A nessuno di questo i Loving, nomen omen, sembrano appartenere).

Dal punto di vista formale, Jeff Nichols continua invece ad assumere come punto di riferimento il passato, la memoria del cinema classico americano come custode della democrazia, letteralmente del potere di tutti di poter essere tutto. Un immaginario che è come una Storia al contrario, dove gli ultimi sono spesso gli attori principali, eroi ed eroine come Richard e Mildred, cui Edgerton e la Negga regalano una grandezza che se ne sta appartata, pudica e singolare, silenziosa e fiera. Una grandezza che si lascia abbracciare.

Voto: 4 / 5

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

 

Vedendo Loving di Jeff Nichols mi è tornata in mente Radici, una miniserie televisiva statunitense del 1978. Una saga interessante, che a tratti assume i toni del polpettone, che parte dalla deportazione dall’Africa del capostipite di una famiglia di neri americani. Anche il film di Nichols lavora su certe situazioni e caratterizzazioni un po’ di maniera, senza però mai cadere nell’ovvietà più sfacciata.

Loving racconta la storia vera di una coppia multirazziale, lui bianco e lei nera, che decide di sposarsi nel 1958, cioè nel pieno della battaglia per i diritti civili degli afroamericani, in Virginia, stato segregazionista che all’epoca vietava i matrimoni misti. C’è una ricerca della prossimità dell’umano, che non è realmente da feuilleton ed è tutto il contrario di quanto un certo cinema odierno e forse ancora di più alcune serie televisive, soprattutto angloamericane, mettono in pratica. Non ci sono effetti facili e nemmeno un eccesso di situazioni commoventi del pur preferibile Radici.

C’è una costante sospensione, una dimensione intima, qualcosa di pudico e trattenuto nel film di Nichols. Le prime due sequenze sono quasi paradigmatiche del tono sul quale l’intero film è incentrato e che ne fa praticamente la sua cifra stilistica.

La lotta contro il razzismo
Nell’oscurità della notte, nell’intimità di un focolare, una (futura) moglie annuncia al (futuro) marito di essere incinta. Poche parole, delicate, sussurrate. Segue una sequenza diurna, dove l’uomo partecipa a una corsa di macchine insieme alla rumorosa comunità nera. Per un altro genere di film, probabilmente il regista avrebbe scelto questa sequenza come inizio, dove si enuncia d’un solo colpo la comunità rappresentata, i suoi ambienti, con ritmo e forza.

Nichols invece, che si conferma un talento forse non rivoluzionario ma intelligente del cinema statunitense (consigliamo la visione dei film precedenti del cineasta, portati in Italia da Movies Inspired), sceglie questa sequenza bisbigliata per aprire il film. Enuncia la posta in ballo, un figlio frutto di un amore interrazziale consapevole, come il tema portante dell’intero film.

Un tono trattenuto e sospeso che è quasi il rovescio dell’odio bianco, più o meno esplicitamente suprematista, che pare invece sempre pieno di frustrazioni. E proprio il protagonista, Richard Loving, un cognome che è tutto un programma e che si trova messo nella situazione dei neri, sembra l’opposto del bianco intriso di livore del profondo sud (anche se va rilevato che siamo in Virginia, stato limitrofo a Washington D.C., e non in Louisiana o Alabama), per il suo comportamento schivo, vagamente remissivo, mentre invece sarà Mildred, la solare, dolce ma combattiva moglie, a esser davvero risoluta nel fare la battaglia legale fino alla corte suprema, che pronuncerà una sentenza storica, destinata a fare giurisprudenza per tutti gli altri stati.

Otto anni di battaglie, di minacce, di arresti, dove le famiglie possono essere spezzate, e che è utile ricordare nell’era di Trump e Salvini

Otto anni di battaglie, di minacce, di arresti, dove le famiglie possono essere spezzate, e che è utile ricordare nell’era di Trump e Salvini, che vogliono le deportazioni come soluzione inumana a problemi complessi. Gli stereotipi dei caratteri razziali sono in qualche modo rovesciati: il bianco Richard ha un’impostazione antisociale e non crede alla giustizia del sistema, Mildred invece fa pensare a una giovane bianca liberal, impegnata nei diritti civili.

“Laggiù a Central Point non distinguete il sopra dal sotto, è tutto un miscuglio. Un po’ Cherokee o Rappahannock, un po’ negri, un po’ bianchi. Il sangue non sa di che colore è. Sei solo nato nel posto sbagliato, tutto qui. La legge di dio ha fatto il passero passero, e il pettirosso pettirosso. C’è un motivo”, dice il capo della polizia della cittadina a un contrito e umiliato Richard, bianco di famiglia umile (lo vediamo fare l’agricoltore, il carpentiere), il cui padre “lavorava per un negro” e trasportava legname, intimandogli di non vederla più, pena un nuovo arresto con lunga detenzione.

Poco dopo Richard esce dal commissariato e guarda sullo sfondo le macchine della polizia, che sembrano una minaccia incombente. In sottofondo una piccola musica, un motivo ricorrente che percorrerà l’intero film. Il regista limita infatti al minimo i motivi musicali rock, un genere del quale avrebbe potuto fare incetta, e ripete invece insistentemente questo motivo pervasivo ma insieme intimo e sommesso, in sospensione perenne tra una possibile potenziale serenità e un potenziale, e ben più concreto, sentimento di minaccia, di catastrofe, che sembra sempre sul punto di arrivare.

La storia sullo sfondo
Nichols eccelle nelle inquadrature ampie, in panoramiche dalle pendenze naturali leggermente oblique, nel filmare sterminate piantagioni dal verde intenso e sensuale, in una luce avvolgente e livida che il regista non abbandonerà quasi mai, nemmeno nella parte del trasferimento della famiglia a Washington. Quasi a voler usare questa sorta di estate umida perenne come contrappunto alle numerose sequenze notturne, di angoscia, di paura, di domande inquiete. Una sorta di contrapposizione, anche qui sommessa, tra l’oscurità e la luce.

Gran parte del film è fatto di sequenze brevi, laconiche e sospese, di dialoghi secchi, asciutti, con una recitazione intima, sommessa. Per questo ne consigliamo fortemente la visione in lingua originale. Fanno eccezione sostanzialmente le scene con gli avvocati che aiutano gratuitamente i neri, dietro i quali c’è il movimento dei diritti civili, i bianchi liberal, l’allora ministro della giustizia Robert Kennedy, che darà loro un aiuto discreto ma determinante nel metterli in contatto con i giovani legali.

Ma tutto è incentrato su di loro, questa coppia è il perno: la marcia al Lincoln Memorial di Martin Luther King, l’assassinio di John Kennedy a Dallas, l’escalation del Vietnam, sono lasciati fuori campo, accennati o ignorati, per lasciare sempre al centro dell’obiettivo queste due persone che sognavano di edificare un piccolo grande simbolo di amore interrazziale. Una casetta tra le piantagioni.

Francesco Boille, da “internazionale.it”

 

Richard e Mildred Loving, una coppia interraziale, sono condannati alla reclusione in Virginia nel 1958 per essersi sposati.

Se con Midnight Special il giovane regista americano Jeff Nichols aveva puntato sulla rieducazione alla meraviglia, costruendo un racconto fantascientifico di sogni e speranze, con il suo nuovo film deve aver sentito la necessità di dover raccontare una storia che aspirasse a descrivere la società americana ripartendo dalle fondamenta, quasi a voler ristabilire la giusta gerarchia di certi valori fondamentali che nella realtà frammentata in cui viviamo si stanno pian piano perdendo.

Loving si ispira alla storia vera di Richard e Mildred Loving, lui bianco e lei di colore, la cui relazione fu dichiarata fuorilegge dallo stato della Virginia verso la fine degli anni ’50, quando il matrimonio interrazziale era ancora vietato, conducendoli ad una lotta di nove anni per conquistare il diritto di vivere come una famiglia nella loro città natale.

È chiaro fin dal titolo il modo in cui Nichols ha deciso questa volta di approcciarsi al film: nel modo più semplice possibile, mettendosi al servizio della storia, sottolineando quanto i valori in ballo siano più importanti del modo in cui vanno comunicati, quanto a volte il messaggio sia più importante dell’autorialità del regista.

E così, dopo una prima parte più “alla Nichols”, in cui quasi tutto ci viene mostrato con le immagini e non spiegato a parole, il regista di Mud architetta un’invadente sequenza dal montaggio alternato, nella quale mentre Richard si sta arrampicando in cima ad un cantiere per completare il muro di una casa, rischiando di venire travolto da un sacco di cemento pericolante, uno dei suoi figli, giocando a baseball con i fratelli, viene investito da un’auto. Sarà quello il momento in cui la coppia deciderà di voler tornare a tutti costi nella propria città, smettendola di cercare di adeguare la propria vita ad un posto che non è quello giusto per loro, con la consapevolezza di dover ripartire da delle fondamenta adeguate su cui poter costruire un futuro solido, senza il rischio che ogni cosa possa crollare da un momento all’altro.

Da qui in avanti Nichols sembra abbandonare ogni pretesa autoriale per lasciare spazio ai dialoghi e al racconto, quasi per voler dire che certe storie hanno il bisogno di essere raccontate senza filtri, senza metafore, senza giri di parole, perché non esiste nulla di più chiaro, importante e convincente che una coppia che si ama e lotta per poterlo fare.

Francesco Ruzzier, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

Loving è, sulla carta, uno dei tanti film che ripassa la storia americana relativamente recente, con specifica attenzione alla questione interrazziale. Si rimprovera spesso al cinema statunitense di voler sciacquare la coscienza sporca in blande produzioni con al centro una vicenda legata al conflitto di razza, la difficile convivenza tra parte bianca e parte nera, i suoi esiti spesso sanguinosi e moralmente indigesti, il corpo a corpo tra pregiudizio etnico e istanze universalistiche. In questo caso, si tratta di un lungometraggio basato sulla vera storia di un matrimonio interrazziale, quello tra il biondo muratore Richard Loving (l’australiano Joel Edgerton, straordinario autore e attore del notevole The Gift) e l’esile afroamericana Mildred Jeter (l’etiope-irlandese Ruth Negga, quest’anno candidata come miglior attrice agli Oscar), vicini fin da giovanissimi in una Virginia rurale e retriva. Un legame, il loro, da cui nacquero tre figli e che, a causa di ciò – l’illegittimità dei figli ‘misti’ –, venne punito dalla legge del paese con un esilio di almeno 25 anni. Solo l’interessamento, alla vigilia del Sessantotto e una decina d’anni dopo le nozze clandestine a Washington, di una lega a difesa dei diritti civili porta il caso alla Corte Suprema e innesca la modifica costituzionale. Se, dunque, nel suo rapporto diretto con il fatto storico, Loving rientra nella categoria dei film a stelle e strisce sui retaggi dello schiavismo e sul peso politico della pseudo-scientifica gerarchia razziale, la sua appartenenza al genere è, però, solo apparente. La principale qualità di questo lungometraggio che il regista ha plasmato su un principio estetico e drammaturgico di understatement, è, infatti, quella di non subordinare la narrazione umana alla testimonianza storica, ma di sbilanciare i rapporti di dipendenza tra i due aspetti a favore del fattore affettivo. A Jeff Nichols non interessa tanto portare sul grande schermo la ricostruzione di un evento epocale, quanto piuttosto osservarne, insieme con distacco e con rispetto, la timidezza dei suoi protagonisti e il loro amore profondo, ma silenzioso, fatto di gesti di quieta tenerezza, di connessioni addomesticate dalla mestizia del quotidiano. Come il fotografo di Life, Grey Villet, che nel 1966 dedicò ai coniugi Loving un reportage casalingo divenuto iconico, anche il giovane Nichols, che da quel reportage si è fatto ispirare, s’acquatta in un angolo ad osservare, con la pazienza di aspettare l’apertura impercettibile, la grinza inattesa e minima nella tessitura dell’ordinario. Il pregio di Loving è, allora, tutto stilistico: sul grande schermo, prima che la Storia, viene rappresentata la relazione tra un marito e una moglie e il racconto di questa relazione viene affrontato con un linguaggio nuovo, mimetico rispetto al reale e anti-performativo, il ‘lessico famigliare’ di una coppia che si ama molto, ma parla poco, che reciprocamente si sostiene e si protegge ma senza tempo né vocazione per schermaglie e rivendicazioni sentimentali. Loving è, allora, la storia di un amore comune che diventa straordinario e solo perché qualcun altro ne ha decretato, astrattamente, l’illegalità: il grottesco della proibizione risuona, dunque, potenziato, nella sua bizzarria e nella sua illogicità legalistica, dalla placida corresponsione affettiva in un matrimonio ‘criminale’ per cultura e senza macchia per natura. Ed è significativo anche politicamente che sia la mitezza amorosa di una coppia taciturna e senza grilli per la testa, ben rappresentata dalla regia e ancor meglio interpretata da Joel Edgerton, solido nel corpo e nella lealtà sentimentale, e Ruth Negga, delicata nella fermezza del suo calore, a farsi porta d’accesso per una riflessione storica sulla convivenza interrazziale che rinnova ora, in America e nel mondo, la sua attualità e che il regista, in ogni caso, si rifiuta di considerare prioritaria rispetto alla contemplazione quasi impersonale della nuda forza degli affetti.

Carolina Iacucci, da “indie-eye.it”

 

 

Siamo nella Contea di King and Queen, nel cuore della Virginia, e lungo una strada di campagna, in piena notte, due automobili procedono a passo d’uomo e a fari spenti. Appena avvistata la casa del loro obiettivo, accostano, si fermano; dagli abitacoli scendono due ufficiali e lo sceriffo della contea, che iniziano a camminare con passo felpato e un’arma in ogni mano. Bastano pochi colpi ben assestati per compiere un’irruzione, pochi istanti per ritrovarsi prepotentemente nella vita e nel mondo degli altri, nella loro intimità. Quella notte del 1959, davanti alle bocche da fuoco e alle torce degli agenti, si ritrovano Richard e Mildred Loving. Sono due modesti cittadini americani, gente su cui l’intera storia del continente si fonda, che senza saperlo sono destinati a iniziare un viaggio infernale di persecuzioni legali, denunce, tribunali, minacce di arresto, avvocati, fughe in piena notte, bambini nati quasi per strada, in un raro momento di respiro. La loro colpa, secondo lo Stato della Virginia dove risiedono, sono due e particolarmente gravi: sono protagonisti di un matrimonio interraziale, celebrato per di più in uno Stato terzo, due cose affatto tollerate all’epoca.

LovingAnche se oggi sul piano dei diritti civili abbiamo fatto tantissimo cammino, e vecchie leggi come queste ci fanno quasi sorridere, non bisogna mai dimenticare che tanti passi in direzione del progresso sono stati percorsi anche grazie a pionieri come i due protagonisti di Loving, che hanno portato la loro storia sul tavolo della Corte Costituzionale degli Stati Uniti e hanno vinto la loro battaglia dopo immani sofferenze. Vittorie che vanno oltre la mera politica, oltre il mero dibattito, e sfociano direttamente nell’amore incondizionato, altissimo, che tanto ha colpito Jeff Nichols. Il regista dell’Arkansas, divenuto famoso al grande pubblico dopo quel piccolo gioiello chiamato Take Shelter, è rimasto incastrato nella storia della famiglia Loving dopo aver visto un documentario HBO; spinto dalla moglie, non ha poi potuto fare altro che scrivere su carta “una delle storie d’amore più pure della storia americana”. Il risultato è un film volutamente semplice, lineare all’estremo, per stessa ammissione del suo autore “privo di complicanze, di parole non dette, di significati fra le righe”, poiché il suo unico obiettivo è di mostrare al pubblico la storia di due piccoli grandi uomini, di raccontare come il sentimento, il coraggio e la perseveranza possano portare a conquiste eterne, raccolte ora nei libri di storia. Nonostante Loving non abbia i tornado e i sogni allucinati di Take Shelter, i toni cupi e maledetti di Mud, gli alieni illuminati di Midnight Special, e sia per forza di cose un “figlio minore” di Nichols, è innegabilmente girato in maniera impeccabile, con tempi del racconto ben dosati e due protagonisti meritevoli di un premio per la recitazione.

Ruth Negga, promettente attrice etiope, è una madre amorevole, timorosa ma mai scomposta, Joel Edgerton, che ha bisogno di ben poche presentazioni, è un padre di ferro con un cuore tenero, un uomo del sud con carattere e sguardo schivo, racchiuso in un’interpretazione da fuoriclasse. Chi ha amato il regista per i suoi lavori precedenti, probabilmente si troverà questa volta stranamente spiazzato, ma è una storia che è importante ascoltare; a sessant’anni dai fatti narrati nel film, il panorama è sì cambiato, ma non il vizio di calpestare alcuni diritti civili che dovrebbero invece essere sacrosanti. Riusciamo sempre a imparare poco dalla storia.

Aurelio Vindigni Ricca, da “cinefilos.it”

 

 

Richard e Mildred si sposarono il 2 giugno del 1958, entrambi giovanissimi: 25 anni lui, 19 lei, già in attesa del primo figlio. A poco più di un mese di distanza da quelle nozze, lo sceriffo del distretto di Central Point avrebbe fatto irruzione nell’abitazione privata dei coniugi Loving per coglierli in flagranza di reato: dividevano lo stesso letto ed erano quindi rei, per le leggi dello Stato, di aver violato le normative razziali che vietavano i matrimoni misti.

ArtWork-LOVING-webA quell’arresto seguirà il carcere (un giorno per lui, cinque per lei), la condanna e il successivo esilio dallo Stato della Virginia per un periodo di 25 anni. Sembra la trama di una tragedia shakespeariana, eppure quanto raccontato nel film di Jeff Nichols è dato storico, difficile credere che poco meno di 60 anni separano quei fatti dall’America del Presidente Obama.

Tanto forte è l’assunto drammatico che muove la vicenda, tanto l’approccio al racconto scelto da Nichols è essenziale, rigoroso nel racconto dei fatti storici ma lontano da qualsivoglia sentimentalismo. Nessuna commozione furbescamente indotta, nessun romanticismo in technicolor (basti citare la scena d’apertura, nella quale la protagonista svela al compagno di essere incinta) niente che si discosti dal racconto del vissuto di una coppia (stra)ordinaria che non poté far altro, più forte della Storia e dei limiti del suo tempo, che continuare a restare unita.

Forte di questo suo approccio anti-spettacolare, “Loving” è animato dalle emozioni che traspaiono sui volti della coppia protagonista: Ruth Negga è un esempio di composta grazia, teneramente elegante e sommessamente fiera, mentre Joel Edgerton regala un’interpretazione di vibrante, trattenuta fierezza.

Voto: 7,5 / 10

Marco Moraschinelli, da “criticalminds.it”

 

Loving racconta la storia vera di un amore ostacolato da una legge ingiusta, retaggio di una mentalità ancora non completamente eradicata che vede il peccato o l’errore nell’unione tra persone appartenenti ad etnie diverse; l’ennesima, squallida declinazione del razzismo, portata avanti dietro allo scudo di insensate motivazioni protezionistiche o, addirittura, tirando in ballo il volere di un’ entità divina che “se avesse voluto le coppie miste, non avrebbe creato le razze”.
Jeff Nichols decide di dare un volto ai protagonisti di una battaglia dall’inestimabile valore storico, i coniugi Loving i quali, in seguito ad una sentenza del 1958 che ne decretò l’estradizione dallo Stato della Virginia per aver contratto un matrimonio misto (pena la reclusione)  non persero mai la speranza, riuscendo – dopo anni di battaglie – a portare la loro causa in  Corte Suprema e a far invalidare la legge.
Una causa che prese il nome, involontariamente simbolico, di Loving v. Virginia, evocando la strenua resistenza dello Stato segregazionista, non solo contro quella coppia in particolare, ma contro l’amore in generale che  -per definizione – dovrebbe essere un diritto inalienabile e non sottoposto a condizioni ingiustificabili.

 

In Loving, vediamo riecheggiare le intense atmosfere di Take Shelter, capolavoro del regista premiato nel 2011 proprio a Cannes, con la differenza che se nel primo film il rifugio assumeva la forma di un intimo ma disperato urlo di aiuto verso quelle istituzioni cieche di fronte al bisogno, qui lo stesso desiderio di riparo ha la forma della lenta costruzione di una casa fatta di mattoni abbastanza solidi da proteggere una famiglia normale, la cui felicità viene gratuitamente ostacolata.
La macchina da presa torna in modo ricorrente sull’atto di posare un mattone sopra l’altro, con la stessa costanza e pazienza che i protagonisti impiegano nel portare avanti il loro sogno d’amore a qualunque costo e restando sempre uniti, sottolineando il valore della perseveranza e del vedere sempre l’obiettivo al di là dell’ostacolo.
In particolare Richard (Joel Edgerton), uomo pratico e di poche parole, riversa in quel piccolo gesto tutta la straordinaria semplicità e purezza del suo amore per Mildred (Ruth Negga) e per i loro bambini, preservandolo da chi lo vuole distruggere senza lasciarsi mai andare a rabbia o sconforto, col coraggio di chi, in realtà, ha già tutto ciò che desidera e vuole solo tenerlo stretto a sé.
Le inquadrature si posano poi su momenti di vita quotidiana delle persone intorno alla coppia, tutte apparentemente amichevoli ma non abbastanza da non giudicare, considerando questi coniugi sovversivi una minaccia per gli equilibri indecenti della terra in cui vivono; volti che vengono prima esaminati con sguardo indagatore e poi messi fuori fuoco quando i protagonisti, sicuri della direzione da intraprendere e completamente impermeabili al giudizio altrui, decidono di passare oltre e proseguire la loro battaglia a testa alta verso il futuro che gli spetta.

Una regia delicata ma intensamente poetica, che ha il sapore di un ricordo emozionante, sussurrato senza alcun protagonismo da parte di Nichols, che si limita a dare voce ed espressioni ad una storia così bella da non aver bisogno di cornici.
Un’impresa non facile, ed un modo non scontato di trattare un tema che, per la sua stessa natura, smuove facilmente rabbia e risentimento. Emozioni che Nichols sceglie deliberatamente di tenere fuori dalla narrazione, concentrandosi sull’unica cosa che merita davvero importanza: la sublime semplicità dell’amore che unisce questa coppia ed il loro cammino a testa alta verso la vittoria di una guerra contro un nemico che non ha un volto e che non merita di essere messo in risalto.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

 

È probabile che sarà ricordata a lungo questa stagione cinematografica statunitense, mai come quest’anno condizionata dai mutamenti della società. Gli “Oscar so white” della passata edizione accompagnati dall’elezione di Donald Trump hanno reso Hollywood il principale strumento di potenza di un mondo, quello del cinema, sicuramente privilegiato, ma non per questo insensibile alle attualissime tematiche sociali. Loving, uscito negli Stati Uniti il 4 novembre scorso, in maniera forse involontaria anticipava ciò che sarebbe diventato evidente con le successive uscite di Moonlight, di Barriere, Il diritto di contare e soprattutto con l’arrivo dei festival e della “season award”. Candidature e premi si sono tinti di “black”, ribaltando la polemica della scorsa stagione politicizzando ogni tipo di cerimonia e oscurando qualsiasi tipo di discorso meritocratico.

Di sicuro non era questo l’intento di Jeff Nichols, regista e sceneggiatore di Loving, suo quinto lungometraggio. È la storia di Richard Loving (Joel Edgerton) e Mildred (Ruth Negga), giovani innamorati che decidono di sposarsi. La coppia però vive nella segregazionista Virginia del 1958. Richard è bianco, Mildred è nera: la legge dello Stato non consente matrimoni misti, e Richard e Mildred vengono prima arrestati e poi condannati a 25 anni di esilio. I due però, onesti e umili cittadini, non rimangono a guardare e grazie all’aiuto della lega per i diritti civili iniziano una lunga battaglia contro lo stato della Virginia che coinvolgerà la corte Suprema e avrà risvolti epocali.

C’è un filo conduttore nella, seppur breve, filmografia del regista. Jeff Nichols rimane, in ogni sua opera, sensibile e attaccato a quella parte d’America distante per mentalità e stile di vita dalla frenesia delle metropoli. Questa forma d’interesse per un’America meno nota e più provinciale si sposa alla perfezione con l’intento di voler rappresentare i problemi delle minoranze, di ieri come di oggi.

Loving, ambientato cinquant’anni fa, è la storia vera del caso passato alla storia con il nome “Loving contro Virginia”, con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò una volta per tutte incostituzionale il Racial Integrity Act del 1924. È soprattutto in questo passaggio che Loving rifiuta l’etichetta di dramma sentimentale e sposa invece quella di biopic. Come alcuni recenti esempi quali The Help e Selma – La strada per la libertà, Loving è il racconto di un episodio che ha cambiato la storia degli Stati Uniti d’America. Jeff Nichols lo aveva ben chiaro, tuttavia è proprio su questo punto che Loving mostra i suoi difetti. La macchina da presa del regista segue, senza mai staccarsi, la coppia formata dall’ottimo Joel Edgerton e dalla bravissima Ruth Negga (candidata anche all’Oscar per quest’interpretazione), dimenticandosi però della cronaca e della realtà che scorre. Siamo negli anni Sessanta, quelli di Malcolm X e di Martin Luther King, personaggi che hanno contribuito alla fine della segregazione in America, eppure in Loving non ve n’è traccia. Consapevole di trattare un tema già ampiamente visto sugli schermi hollywoodiani, e preoccupato di scadere nel banale e stereotipato, Nichols esclude qualsiasi appiglio alla realtà del tempo nel tentativo di dare immortalità al suo film. È una scelta che, forse fortunatamente, lo premia: le battaglie per i matrimoni fra coppie di razza mista di ieri assomigliano molto alle lotte per le unioni civili di oggi.

Proprio per questo motivo, e pur mancando di originalità, Loving è la dimostrazione di come il cinema può essere finissima lente di ingrandimento di eventi storici in grado di creare una riflessione in questo ponte tra passato e presente.

Giovanni Belcuore, da “flaneri.com”

 

 

 

 

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