Loveless

 

 

Boris e Zhenya stanno divorziando, litigano furiosamente su tutto e il loro ménage familiare è ormai in frantumi. Entrambi si sono accasati con un nuovo partner e il figlio di dodici anni è l’ultima cosa di cui entrambi si curano. Tanto che il ragazzino sparisce nel nulla, lasciando i suoi genitori dentro un abisso nerissimo, fatto di sensi di colpa e solitudine.

Andrej Zvyagintsev, regista russo vincitore del Leone d’oro nel 2003 con Il ritorno, già in quel film parlava di rapporti familiari per esplorare un disagio più profondo, di un’apocalissi tutta interiore che investiva i personaggi, le loro esigenze, le loro mancanze. In quel caso avevamo un padre che ritornava dopo dodici anni facendo a pezzi gli equilibri di due giovani fratelli cresciuti senza di lui, qui troviamo invece due genitori  anch’essi assenti ma in modo diverso, forse ancor più feroce ed egoista.

Non è un caso dunque che Zvyagintsev, cineasta rigoroso e implacabile, sia tornato nuovamente alla radicale brutalità dei rapporti tra persone che vivono sotto lo stesso tetto per ritrovare forza e compattezza, dopo il meno ispirato Leviathan, dove dirigeva gli attori in maniera ugualmente eccezionale (una costante del suo cinema), ma si smarriva in metafore politiche sui vizi e i mali della Russia contemporanea fin troppo esplicite.

Loveless, per fortuna, lo riporta ai livelli del suo esordio, a quella disperazione non soltanto interiorizzata ma perfettamente rispecchiata anche da una messa in scena livida, priva di fronzoli. Un approccio che lavora sugli interni e sugli esterni in maniera ugualmente anaffettiva (il prologo e l’epilogo sono straordinari), che fotografa i cancri del suo paese senza esplicitarli come simboli, fatta eccezione per un’allusione finale alla madre Russia forse troppo sfacciata, ma sublimandoli sotto la pelle dei suoi personaggi respingenti.

Premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes, dove era tra i film migliori e più memorabili di un concorso opaco, candidato a 3 European Film Awards, gli Oscar europei, e candidato russo agli OscarLoveless è un’opera dall’autorialità intransingente e priva di compromessi stilistici e formali, come tutti i film di questo regista. Un cinema che si lascia scivolare su superfici spigolose, su immagini di agghiacciante bellezza, su scene di impressionante asprezza e inflessibilità come quella di Loveless ambientata in un obitorio, che trascina lo spettatore in una morsa senza via d’uscita, come in apnea.

Ma la sua assenza di sconti non è mai pretestuosa ma sempre motivata, perché serve a mostrare le anime nere di personaggi senza redenzione, dietro ai quali, seminascosto e in agguato, ma perfettamente visibile, c’è l’abisso morale di un paese intero, fatto di sparizioni di massa, di colpe non risolte, di fronti caldissimi (quello ucraino, continuamente evocato in tv).

Di padri e madri più perduti e invisibili dei figli, che pure in questo film sono, più che mai, solo e soltanto delle spettrali emanazioni di una generazione mancata, anaffettiva, alla quale non resta altro che prendere atto della fredda cronaca, e nascondersi dietro un bisogno d’amore che somiglia a nient’altro che a un vicolo cieco.

Davide Stanzione, da “bestmovie.it”

 

 

 

Riprese panoramiche delle rive di un fiume in inverno. Alberi spogli coperti dalla neve, labirinti di rami contorti e intrecciati. Sullo sfondo si notano quartieri periferici con palazzi anonimi e tutti uguali di una periferia di una città in Russia. In questo incipit di “Loveless”, ultima opera di Andrey Zvyagintsev, abbiamo già tutta la cifra stilistica che determina la messa in scena del film: la distanza dall’oggetto ripreso, il distacco chirurgico della visione in una pulsione scopica raffreddata e rarefatta.

La storia in breve. Zhenya e Boris sono in procinto di divorziare e devono vendere l’appartamento in cui vivono. La loro è ormai una rottura totale in cui si gettano addosso tutte le recriminazioni di un rapporto finito in malo modo. I due hanno già nuove storie: Zhenya con un facoltoso professionista, padre di una figlia adulta; Boris aspetta un figlio da una giovane donna.

Il disprezzo che provano per entrambi si riverbera sul loro figlio dodicenne Alyosha, trasformato in strumento di ripicche reciproche: nessuno dei due vuole la custodia del bambino. Zhenya ci vede il carattere del marito e non vuole che diventi un ostacolo per la nuova vita che si sta costruendo; Boris ha intenzione di creare una seconda famiglia e il figlio sarebbe un ulteriore impiccio, vivendo in un piccolo appartamento con la compagna e la suocera. Alyosha è silenzioso, triste, amareggiato per la situazione. Sente i discorsi di nascosto dei genitori che non lo vogliono con loro. Il regista russo effettua un’impressionante sequenza di intensità emotiva: mentre discutono animatamente sul destino del figlio, per decidere chi dei due deve dirgli che sarà mandato in collegio, la mdp si sposta e riprende il bambino nascosto dietro la porta che piange disperato al buio. La drammaticità della scena è un secondo elemento portante di “Loveless”: a uno stile icastico si contrappone un contenuto denso e ardente come quello della “mancanza di amore”, di affetto. E la scomparsa improvvisa di Alyosha crea un turbamento che penetra l’ambientazione desolata dell’intero film.

La successiva (e tardiva) disperazione di Zhenya e Boris per il figlio assente e la loro ricerca appare una finzione di ruolo e un duello di nuovo tra le due figure genitoriali. Boris è sostanzialmente preoccupato per quello che possono pensare nell’azienda in cui lavora (retta da un direttore religioso e che licenzia i dipendenti divorziati) e in sostanza rallenta i nuovi obiettivi familistici. Zhenya è tutta concentrata su se stessa e la sua realizzazione di donna alla ricerca di un uomo che la metta al centro delle attenzioni in esclusiva, trasformandosi da soggetto attivo a oggetto passivo di adorazione.  Zvyagintsev riprende – in due sequenze alternate – il rapporto sessuale dei due protagonisti con i nuovi partner. E anche se quello di Boris con la nuova compagna appare più dolce, mentre quello di Zhenya con l’amante più violento e passionale, entrambe le scene sono messe in quadro nella penombra con la mdp che determina un punto di vista lontano. La sintassi emotiva quindi enuncia nella realtà una anafettività dei personaggi, una enunciazione della prassi egoistica della loro vita, dove l’altro (compagni o figli) sono solo elementi di contorno che provocano fastidio a una piatta e ordinata esistenza quotidiana. Le loro emozioni sono artificiali. Basta paragonare l’inquadratura di Alyosha, disperato nella cucina di casa, con quella dei genitori nell’obitorio, quando vengono chiamati a identificare il corpo di un bambino. Solo allora si lasciano andare a pianti, con il morto fuori campo, e loro due ripresi frontalmente. La disperazione appare una sceneggiata, una mancanza di liberazione, una frustrazione per una situazione che non ha fine.

La scomparsa di Alyosha diventa per Andrey Zvyagintsev una metafora per una Russia che non ama i propri figli, che li divora sull’altare di un’affermazione egoistica adulta e congelata. Il tempo appare fermo e morto come il paesaggio e i personaggi che si muovono geometricamente nello spazio: come la ricerca dei volontari che avviene sempre con movimenti organizzati e gerarchizzati, linee rette e parallele nello spazio vuoto, sia interno che esterno. Una nazione che vive sulle macerie del proprio passato. Emblematica la sequenza nel palazzo diroccato in mezzo al bosco, dove si trova il covo che Alyosha condivide con il suo amico: appare un edificio in cui un tempo si potevano riunire le persone, con un auditorium (un teatro, un centro di cultura?). Le rovine del passato si protraggono con le notizie della radio o della televisione delle guerre in corso, sempre attraverso un schermo mediatico.

L’iterazione dei comportamenti della “madre Russia” sono esplicitati dalla linea di sangue materna: così il pessimo rapporto di Zhenya con Alyosha perpetua quello di Zhenya con la propria madre. Il suo odio e il rimprovero verso la figlia è il medesimo della donna verso il figlio scomparso, fino a utilizzare le stesse parole. Sentimenti che allignano e vengono da lontano, in una solitudine sociale sistemica. Zhenya è ripresa spesso dietro a vetri delle finestre con lo sguardo lontano, così come Alyosha che guarda fuori dalla finestra della sua camera: lo schermo isola i personaggi dal mondo esterno, ripresa anche nel finale, dove il distacco dalle vicende del mondo esterno (e dal passato recente, personale e collettivo) è totale.

Vincitore del Premio della Giuria al 70° Festival di Cannes, Andrey Zvyagintsev riconferma la sua grandezza di autore – e del resto la sua carriera è costellata di riconoscimenti: Leone d’oro come miglior film per “Il ritorno“(2003); Premio speciale della giuria in Un Certain Regard per “Elena” al 67° Festival di Cannes; “Leviathan” (2014) che ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes, il Golden Globe come miglior film straniero e la candidatura all’Oscar –  con un’opera che continua nella narrazione del suo paese attraverso storie individuali, dove l’emozione dei temi affrontati sono messi in scena con uno sguardo cinico e spietato, in un connubio epifanico tra la tragicità dei contenuti e una forma scabra ed essenziale di grande eleganza.

Voto: 8 / 10

Antonio Pettierre, da “ondacinema.it”

 

 

 

Nelyubov – Loveless, ovvero “privo di amore”, espressione che nel film ha un doppio significato. È senza amore innanzitutto il protagonista, un bambino, che pure scompare dal racconto dopo una manciata di sequenze, giusto il tempo di esprimere il suo dolore per la separazione dei genitori, i quali senza tanti complimenti parlano davanti a lui delle nuove, rispettive vite di coppia che li aspettano dopo la rottura.

Al centro del film rimane comunque la sua sparizione, improvvisa, misteriosa e, per i genitori, fastidiosa, visto che interrompe lo slancio con cui progettano i rispettivi futuri. A riprova che l’evento genera in loro più irritazione che preoccupazione, le ricerche vengono affidate a una sorta di agenzia esterna, specializzata nel recupero di persone scomparse. In questo modo, il nucleo potenzialmente melodrammatico del film – l’apprensione dei genitori per un figlio che non è tornato a casa – viene disinnescato dall’approccio alla questione dei due adulti, che continuano a frequentare i nuovi partner e avere in testa la propria vita futura.

Ma senza amore, in una valenza ora positiva del termine, è anche lo sguardo del regista su questo mondo di sfacelo morale, dominato dall’egoismo e dall’utilitarismo. Abbandonati le atmosfere malinconiche e i tempi morti del precedente LeviathanZvyagintsev questa volta gira con crudele essenzialità, riempiendo i vuoti del melodramma con una messa in scena di gelida eloquenza, dominata da piani sequenza e riprese fisse che fotografano impietosamente la deriva morale dei protagonisti. La sequenza ambientata in un obitorio rappresenta, sotto questo punto di vista, il momento più alto del film, per la capacità di registrare con toni impassibili e severi una miseria esistenziale che finalmente rompe gli argini dell’interesse personale.

Loveless però non è un film di pentimento e ravvedimento, anche in questo sta la sua grandezza. Il finale racconta infatti un agghiacciante ritorno alla normalità: la falla morale apertasi nei personaggi si richiude rapidamente, i riti della quotidianità prendono nuovamente il sopravvento. Nel frattempo il regista ha disseminato le ultime sequenze di piccoli dettagli che danno alla vicenda un significato politico: la famiglia lacerata come la Grande Madre Russia, il figlio come uno stato interno che prova disperatamente a segnalare la propria esistenza.

Qualcuno è rimasto deluso e infastidito da questo finale, che esplicita in modo forse eccessivo la dimensione metaforica del racconto. A me invece sembra importante che Zvyagintsev, al momento di tirare le fila, raccordi in modo inequivocabile la dimensione politica e quella individuale, tracciando, tra l’una e l’altra, un nesso forte. Facendo dell’assenza di solidarietà e responsabilità malesseri endemici che corrodono il genere umano dall’interno, su tutti i fronti.

Voto: 4 / 5

Leonardo Gandini, da “cineforum.it”

 

Iniziare dalla fine. Girare in tondo. Filmare gelidamente, raccontare per dire di una società sull’orlo del baratro, di un’umanità imbrigliata disperatamente e senza uscita dalle sue stesse dinamiche viziose. È sempre stato questo il cinema plumbeo e carico di simbolismo di Andrey Zvyagintsev. Ed è così anche questo quinto film dove si insegue per tutto il tempo un bambino scomparso la cui presenza, quando c’era, non era che un fastidio per tutti. Boris e Genia sono infatti una coppia che sta divorziando. Sono piccolo borghesi, con un dignitoso appartamento alla periferia di Mosca ma lo stanno vendendo perché la loro famiglia non esiste più. Si odiano, si dicono di tutto, entrambi già alle prese con una nuova vita. L’unica cosa che li lega ancora è la casa, in vendita, e il figlio dodicenne di cui nessuno dei due è intenzionato a occuparsi. Fino a quando il ragazzino scompare.

Quello raccontato da Zvyagintsev è un universo quasi distopico popolato da una massa di individui che si muovono con lo sguardo sempre fisso sul proprio telefono, in perenne inseguimento di una rivalsa, di un riscatto, di una parvenza di successo, di un’affermazione personale, di un selfie esistenziale. Ogni traccia di umanità però è completamente perduta.

Anche Loveless, come già gli altri film del regista russo, soffre certo della modalità ultra enunciativa e ipermetaforica che gli è propria, della sua necessità di spiegare sempre tutto, troppo (forse un po’ meno esplicita solo in Elena, che vinse il Certain Regard nel 2011). Ma resiste. Avanza infatti costruendo la tensione narrativa attraverso una serie di scene, di passaggi di dialogo, di intenzioni recitative, di dettagli, che sarebbero bastati per il tutto. 

Come quando Aliosha decide di andarsene. Nel momento preciso in cui la porta del bagno si chiude rivelando la sua presenza fantasmatica tutto è già mostruosamente chiaro, definitivo, disperato. Tutto sta in quell’immagine del ragazzino che, confondendosi con le piastrelle del bagno, prende atto tra le lacrime di essere già tra le pareti di casa un bambino scomparso. Perfettamente cinematografico. Perfettamente bastante.

O come quando, in una notte che sembra dilatarsi all’infinito, nessuno dei genitori si preoccupa neanche per un istante che qualcuno si stia prendendo cura del figlio mentre loro passano la notte fuori casa. Una gestione del tempo della narrazione che, anche in questo caso, sarebbe bastata a fare il film.

Ma Zvyagintsev (ormai lo ha dimostrato nel suo affermarsi come autore “da festival”) non è uno cui interessa lavorare sulla suggestione o sulla sottigliezza e questo spinge il suo cinema verso una grevità che è diventata quasi un marchio e che affonda comunque profondamente le radici in un immaginario in cui il racconto del reale è da sempre inscindibilmente legato al simbolo.

Voto: 4 / 5

Chiara Borroni, da “cineforum.it”

 

 

Alyosha ha 12 anni e non è un bambino felice. Eppure vive a Mosca in un bellissimo quartiere moderno, frequenta con profitto una buona scuola, ha un amico del cuore con cui passa il tempo libero esplorando in bicicletta il parco vicino a casa. I suoi benestanti genitori gli hanno comprato tutto quello che gli serve, nella sua cameretta ci sono un computer e tanti giochi. Ha tutto, ma una cosa gli manca: l’amore di mamma e papà.

Zhenya ha poco più di trent’anni, dirige un centro estetico e vive con il cellulare in mano. Rimase incinta giovanissima e, nonostante la madre le avesse consigliato di abortire, decise di non farlo e di sposare quell’uomo che non amava: aveva delle ambizioni e voleva allontanarsi dalla provincia, oltre che da un ambiente familiare opprimente ed anaffettivo. E’ molto aggressiva e non perde l’occasione di rinfacciare al marito di aver sprecato con lui “i migliori anni della sua vita”.

Maryana Spivak è Zhenya in Loveless - Photo: courtesy of Academy Two

Boris ha quarant’anni ed è impiegato di buon livello in una grande azienda. Alle sfuriate isteriche della moglie oppone un muro di silenzio, ormai non l’ascolta più. Dato che vive stabilmente con una nuova compagna, un’ochetta ventenne già incinta di 6 mesi, passa da casa solo per cambiarsi d’abito. E per rimbeccare ogni tanto la moglie, perché anche lei ha una relazione, con un pacato uomo d’affari 47enne, vedovo, con una figlia grande che studia in Portogallo.

A questo punto resta loro soltanto una cosa in comune: il bell’appartamento elegantemente arredato, che in vista del divorzio deve essere venduto. Ah, sì, c’è anche Alyosha: e nessuno dei due ha intenzione di accollarsi quel fardello. Potrebbe essere una buona idea rifilarlo alla nonna materna: ma sono in pessimi rapporti, è difficile che lei accetti di prenderlo con sé. Oppure potrebbero metterlo in collegio. Ci penseranno. Tante volte Alyosha ha pianto silenziosamente nella sua camera, ascoltando questo genere di discussioni: una mattina esce per andare a scuola e sparisce.

Matvei Novilov è Alyosha in Loveless - Photo: courtesy of Academy Two

La prima cosa che ho pensato, mentre assistevo a questo film, è stato che, se non per qualche cartello stradale in cirillico, avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi città dell’Europa occidentale, tanto simili sono gli ambienti, i luoghi, le auto, gli abiti di una sorta di borghesia mondiale del tutto omogenea. Sensazione inquietante, perché è facile accettare che certe cose accadano “altrove”, ai “brutti, sporchi e cattivi”, molto meno quando i protagonisti di tali incruente atrocità avvengono a pochi passi da noi, ad opera di persone che ci somigliano tanto.

Due terzi del film sono dedicati alla ricerca di Alyosha, e l’ansia cresce sempre di più, ad iniziare dai primi momenti, quando i genitori per due giorni non si accorgono di nulla: occupati con i rispettivi amanti, pensavano fosse a scuola, o da un amico. La Polizia non ha uomini a sufficienza, troppi ragazzi spariscono ogni giorno; e poi è autunno – dicono – dopo qualche giorno al freddo tornerà a casa. Vengono quindi indirizzati ad un gruppo di volontari specializzati in quel tipo di ricerche, guidati da un efficientissimo ex militare. Nemmeno in quei momenti di angoscia, però, in cui dovrebbero dimenticare tutti i contrasti, Zhenya e Boris riescono a tacere, ad essere di sostegno l’uno dell’altro.

Aleksey Rozin/Boris, Maryana Spivak/Zhenya e Aleksey Fateev/il capo delle ricerche in Loveless - Photo: courtesy of Academy Two

Il film si svolge nel 2012, quando Putin è stato da poco eletto Presidente, e tutto intorno, da radio e televisione, giungono notizie allarmanti e tristissime dalla guerra con l’Ucraina; nei telegiornali le vittime civili invocano aiuto, inascoltate. Lo sguardo del regista sembra dunque volersi ampliare ad un quadro più ampio: la Russia che presenta è una Patria divisa, una terra desolata, dove il solo fine è la pura sopravvivenza, dove l’unica prospettiva per una donna è quella di accoppiarsi con un uomo ricco. E’ una società post-industriale inondata da un continuo flusso di informazioni, ricevute da individui che si interessano alle altre persone sporadicamente e solo per ottenere qualcosa in cambio, in cui ogni individuo pensa solo a se stesso.

L’unico modo per potersi sottrarre a questa mostruosa indifferenza è quello di dedicarsi agli altri, fossero anche estranei: come fanno i volontari, che per cercare il bambino scomparso perlustrano una periferia abbandonata, tra palazzi in rovina che sembrano usciti da STALKER di Tarkovski. E lo fanno con passione, senza ricevere nessuna ricompensa, come se questo fosse l’unico scopo della loro vita. Perché uno scopo che dia senso alle proprie azioni è l’unico modo per combattere la brutalità del mondo e dare ordine al proprio intimo caos.

La ricerca di Alyosha in Loveless - Photo: courtesy of Academy Two

Siamo perciò di fronte a qualcosa di molto più complesso della banale storia di un brutto divorzio con tragiche conseguenze, o di un impietoso ritratto di persone spaventosamente aride ed egoiste. Gli incubi privati si trasformano in allegoria di una profonda crisi nazionale, il racconto morale scritto e diretto da Andrey Zvyagintsev diventa, come nel precedente LEVIATHAN durissima dichiarazione politica.

Loveless è un film che sono convinta bisognerebbe vedere più volte, per coglierne a pieno tutti i significati. Magnificamente interpretato da attori di razza, è un lungometraggio classicamente lento, che si prende delle pause per permettere allo spettatore di assorbire una scena per volta. Ed è subito, fin dal primo sguardo, un film esteticamente bellissimo, grazie alla limpida fotografia di Mikhail Krichman, giocata su mille sfumature di grigio e azzurro. Insieme con l’appropriata e mai ingombrante colonna sonora di Evgheni e Sacha Galperine, riceveranno il prossimo 9 dicembre gli European Film Awards 2017, che vanno a sommarsi ad una già abbondante messe di premi importanti, dal Premio della Giuria al Festival di Cannes a quelli di Miglior Film ai Festival di Londra, Monaco e Zagabria. E la notte degli Oscar so per chi farò il tifo.

Per adulti consapevoli. Voto: 8

Marina Pesavento, da “masedomani.com”

 

 

 

Boris e Zhenya sono nel bel mezzo di una crisi il cui esito dev’essere solo formalizzato attraverso il divorzio. I due non si tollerano, la sola presenza dell’altro un insulto, la rievocazione silenziosa eppure assordante di un triste fallimento. Tra loro Alyosha, figlio dodicenne di poche parole, che dopo una lite furibonda tra papà e mamma capisce per filo e per segno la situazione: in quella casa lui è di troppo, dato che a quanto pare nessuno dei due vuole anche solo scomodarsi di comunicare l’imminente separazione. Dopo una notte in lacrime, il giorno dopo il piccolo esce; quella è l’ultima volta che lo vediamo.

Con Loveless Zvyagintsev gira un film molto ambizioso, apparentemente meno di Leviathan, che in superficie sembra un film più politico di questo mentre invece anche l’ultimo lavoro del regista russo in tal senso non scherza affatto. Il titolo è abbastanza esplicativo e parla di un contesto in cui non soltanto non vi è alcun amore ma non è nemmeno lecito pensare che mai ve ne sarà. Vuoi o non vuoi Zvyagintsev è della Russia che parla, stavolta operando il procedimento al contrario, ossia soffermarsi sul particolare per condurci verso il generale. E si prende i suoi rischi, va detto, sfiorando la metafora in più di un’occasione, cercandola proprio; è questo il caso degli ambienti in rovina di cui sono costellate parecchie scene, su tutte quella dell’edificio abbandonato dove il piccolo potrebbe essersi rifugiato. Non si può fare a meno di pensare alle rovine dell’URSS, di quel mondo e quel periodo così complesso che ha fatto spazio a qualcosa su cui Zvjagincev non è poi così clemente.

La stessa collocazione temporale, ottobre 2012, quando non pochi si fecero trascinare dall’ansia da fine del mondo sulla scorta delle profezie Maya non è per niente casuale. Il regista anche sotto tale aspetto non lascia nulla al caso perciò: non per niente l’epilogo è ambientato nel periodo della Crisi ucraina, altro evento per così dire “definitivo” che sta lì per una ragione, e la ragione è quella di far convivere la tragedia personale, il dramma familiare, quindi qualcosa di molto circoscritto, con fenomeni di ben più ampia portata. Per dimostrare in fondo che nella seconda fattispecie buona parte delle volte si tratta di chiacchiere, immagini su un pannello, che ci sfiorano appena tra una contrarietà e l’altra che riguardano il singolo e lui soltanto.

Fondamentale, a tal proposito, seguire l’evolversi dei personaggi, in particolare dei due coniugi in procinto di divorziare, prima e dopo la scomparsa del figlio. Lei sempre con quello smartphone a fotografare pure l’aria, infatuata come un’adolescente di questo tizio più anziano di lui e abbiente; lui totalmente sottomesso alle logiche aziendali, rintanato perciò nel proprio lavoro, che difende più della sua stessa vita, figurarsi di quella degli altri, fossero pure i familiari. Ecco perché, quando Boris ha oramai capito che il divorzio si farà, s’informa con un collega su come fare per limitare i danni, dato che il datore di lavoro è un ortodosso convinto, che non assume impiegati non sposati o dalla situazione familiare incerta. Problematiche da nuovi borghesucci, quali di fatto sono i due, buoni per tutto fuorché per essere genitori. È come se quel bambino sia loro caduto dal cielo, senza che il suo arrivo abbia concretamente contribuito a cambiare davvero nulla, a trasformarli; Boris e Zhenya sono ancora in quella fase di egocentrismo acuto che però, data l’età e le esperienze maturate, fa di loro degli alienati. Il cambiamento arriva, semmai, quando il figlio scompare.

Qualcuno sarebbe tentato di credere che i due siano semplicemente malvagi, ma si tratterebbe di una lettura approssimativa. È chiaro che si mostrano capaci di commettere azioni tremende, o di ometterne altre in maniera non meno deprecabile; ma il punto è che sono senz’anima. Moglie e marito sono due persone vuote e difatti l’odio reciproco è in larga parte dovuta a tale consapevolezza, inconscia o meno che sia: cercando un altro partner, scappando da quel contesto così familiare e mortificante, credono di poter riempire quel vuoto. La chiusa, terribile, ci dice che evidentemente non è così e che il danno è molto più profondo, radicale; non basta cambiare vita se prima non si cambia sé stessi, volendo un po’ filosofeggiare, e i due non sembrano capaci proprio perché privi (o privati) di quella capacità essenziale, che è quella di amare.

Poco sopra si è detto che Loveless è anche un film politico, e accidenti se è vero. Qui tocca però forzare un po’ i termini della questione ma la cosa non ci fa paura, né ci mette in soggezione. Il vecchio ed il nuovo nell’ambito dei quali si trovano Boris e Zhenya ha a che vedere per forza di cose con la Russia, con l’ineludibile ma pesante resa dei conti rispetto ad un recente passato tormentatissimo, l’implosione dell’Unione Sovietica tutto sommato ancora recente. La parabola è spietata e coinvolge la stessa anima russa, che in questo periodo di transizione, a quanto pare ancora in fase di sviluppo, sta dovendo necessariamente affrontare sfide che potrebbero plasmarla in maniera totalmente diversa.

Il mistero che aleggia perciò è marcatamente spirituale, perché è a quel livello, ci dice ancora una volta Zvjagincev, che la battaglia si sta consumando. Ci sono forze in campo che è difficile descrivere, dando ragione della loro entità; ed allora l’unica è stilizzare un po’, procedere per traslitterazioni ardite ma che un loro senso ce l’hanno eccome. Poi ci sono denunce che emergono senza particolari sforzi, come il gruppo che aiuta Boris e Zhenya a cercare loro figlio, gruppo sorto per sopperire all’inadempienza di una burocrazia che un poliziotto illustra bene all’inizio, lasciando intendere che in certe situazioni la polizia praticamente interviene quando oramai non c’è più alcunché da fare. In altri casi ci si deve sporgere un po’ di più, consapevoli che pressoché ogni personaggio sta grossomodo in luogo di qualcos’altro.

Nè a Zvyagintsev manca quel tocco di poesia con cui inizia e chiude il film, facendo ricorso ad un insignificante nastro, oppure, più diretto e perciò meno d’impatto, la tuta della Russia indossata sul finire da Zhenya. In Loveless insomma c’è un po’ di Antonioni ma soprattutto c’è Bergman, esplicitamente chiamato in causa dal regista russo in una recente intervista, per una sintesi oramai non per forza improbabile, alla quale possono aspirare solo certi cineasti. Film russo in tutto e per tutto, perciò chirurgico, gelido, ma anche inesorabile, con quella sensazione di apocalisse imminente che ci accompagna per tutto il tempo. Girato con rigore ma non per questo punitivo, anche perché il tutto è controbilanciato da una messa in scena oltremodo elegante, misurata, Ma che Zvjagincev sappia girare non lo scopriamo certo oggi. Il rischio è che a ‘sto giro una Palma per la regia non sia sufficiente.

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2017, Loveless di Andrey Zvyagintsev non risparmia alla (Madre) Russia una metafora geometrica, tagliente, spietata. La fuga di casa di un ragazzino disperato, travolto dal divorzio dei pessimi genitori, si trasforma immagine dopo immagine nel cupo ritratto di una nazione alla deriva, prosciugata politicamente, socialmente e moralmente. La glaciale messa in scena e l’utilizzo stordente delle musiche smussano qualche didascalismo di troppo.

Un vento a trenta gradi sotto zero disintegrava i cumuli di neve

Boris e Zhenya stanno divorziando. Litigano continuamente, ferocemente, e stanno cercando di vendere il loro appartamento per poter pianificare meglio i loro rispettivi futuri: Boris ha una relazione con una ragazza, che aspetta un figlio da lui; Genia e frequenta un uomo ricco che è pronto a sposarla. Nessuno dei due mostra il minimo interesse per Aliocha, il loro figlio di 12 anni. Fino a quando, all’improvviso, Aliocha sparisce… [sinossi]

Lo sguardo in macchina è una scorciatoia narrativa/emotiva che deve essere utilizzata con cautela. Come la disperazione e le lacrime di un ragazzino. O le tragedie famigliari. Si pensi, ad esempio, all’imperdonabile sguardo in macchina nella prima sequenza di Miss Violence di Alexandros Avranas; alle trappole del cinema furbo e ricattatorio di Thomas Vinterberg (Il sospetto); agli iper-melodrammi moraleggianti di Susanne Bier (Second Chance), a quella necessità pornografica di mostrare, inquadrare, enfatizzare. Le geometrie e il lento ma inesorabile incedere di Loveless, seppur sempre a un passo dal precipizio, neutralizzano queste derive: indubbiamente doloroso, il lungometraggio di Zvyagintsev riesce a dare uno spessore e una valida motivazione a ogni scelta estetica e narrativa, anche al pianto disperato di Aliocha, a una sequenza così sfacciatamente costruita. Una sequenza che trova il senso compiuto verso la fine di Loveless, in uno sguardo in macchina di Zhenya (Maryana Spivak) che è un controcampo chirurgicamente tenuto in sospeso. Il figlio e la madre. La Madre Russia e l’Ucraina. L’indifferenza, il fuori campo.

Si può essere russi o ex-russi in molti modi. Come l’ucraino Sergei Loznitsa (AusterlitzThe EventMaidanAnime nella nebbia), cineasta capace di percepire sempre la giusta distanza morale dalle immagini, dal racconto, dalla Storia. Come l’astuto Andrej Končalovskij, spudoratamente filogovernativo col recente Paradise. O come Zvyagintsev, sostenuto da capitali europei, libero di tessere metafore impietose, di puntare il dito contro il disfacimento della Russia, della Madre Russia. Un disfacimento politico, sociale e morale che ha i suoi templi pagani, dei monumenti che solo apparentemente sono silenziosi: Loveless ha uno sguardo quasi documentaristico sui cimiteri della Russia oramai soffocata, sugli imponenti scheletri di edifici che ci raccontano di un passato oramai lontano e di un futuro fatto di indifferenza, individualismo, consumismo.

La ferocia di Loveless sgorga da uno sguardo preciso, lucido, anche spietato. Zvyagintsev tratteggia delle madri glaciali, calcolatrici, fin troppo pragmatiche. E dei padri deboli, apatici. Non solo Zhenya, proiettata verso un matrimonio con un uomo facoltoso, pronta ad accomodarsi in un salotto lussuoso, a tenersi in forma sul tapis roulant. A scappare su un tapis roulant. Le altre madri fanno ancora più paura: incattivite, avvinghiate ai soldi, alla proprietà. Già, proprietà, prospettive. E selfie, l’unica prospettiva possibile, col resto del mondo fuori campo.
A smussare gli eccessi didascalici, fin dalla scolastica linearità della trama, concorrono la tagliente colonna sonora di Evgeni Galperin e la messa in scena di Zvyagintsev, questa architettura visiva che sequenza dopo sequenza sembra voler erigere una pietra tombale sulla Russia, sulle scelte politiche, sull’imbastardimento capitalista.

Di Loveless non restano impressi solo sguardo in macchina di Zhenya o le lacrime di Aliocha, ma anche e soprattutto i luoghi. Il bosco, la gigantesca parabola satellitare, il cortile della scuola (altro significativo controcampo). Luoghi che vengono via via coperti dalla neve, dal freddo che avanza: Zvyagintsev sembra volerci dire che non c’è più tempo, l’inverno sta arrivando, un’epoca è oramai tramontata. E così gli stessi luoghi sembrano cambiati, come le persone, la gente, i ragazzini che giocano nel parco. Come Loznitsa, Zvyagintsev chiede al nostro sguardo di fare attenzione, di osservare nuovamente quello che abbiamo già visto, come la stanza di Aliocha, il panorama dalla sua finestra. Ancora quel bosco, la parabola, i ragazzini che giocano. Ma la prospettiva è cambiata. Per sempre (?).

Enrico Azzano, da “quinlan.it”

 

 

 

Loveless, ovvero “senza amore”. È questo il titolo internazionale dell’ultimo film del regista russo Andrey Zvyagintsev. In concorso al 70° Festival di Cannes, dove ha ricevuto il Premio della Giuria, il lungometraggio racconta la separazione di Zhenya e Boris, una coppia con un figlio dodicenne di nome Alyosha che un giorno scompare improvvisamente.
È un film duro e glaciale quello di Zvyagintsev, un dramma che vuole criticare direttamente, e su molteplici livelli, la Russia contemporanea. Rappresentando una coppia capace di pensare solo a sé stessa, proiettata verso un ‘dolce’ futuro e totalmente indifferente rispetto alle esigenze (e alla sorte) del figlio, il regista mostra cosa accade in un mondo, in questo caso familiare, senza amore.
Alyosha, dopo aver sentito litigare i genitori per l’ennesima volta e consapevole del fatto che non sia amato, sparisce. La madre Zhenya, impegnata in una relazione con un uomo di successo più grande di lei e divorziato, è costantemente ossessionata dalla propria immagine tanto da faticare a staccarsi dal cellulare anche nel bel mezzo di una cena romantica. Il padre Borisinvece, ha una compagna più giovane, che già aspetta un figlio da lui, e lavora per un’azienda i cui requisiti per farne parte sono legati al rispetto della religione ortodossa. Ergo, la separazione può essere motivo di licenziamento. I due genitori si accorgono tardi della scomparsa del figlio e colgono l’ennesima occasione per attaccarsi. La polizia chiarisce fin da subito che potranno rivedere il bambino solo se tornerà spontaneamente a casa. Zhenya e Boris, che vivono la scomparsa del figlio più come una scocciatura che per l’effettivo dramma, si affidano a un gruppo di volontari, gli unici che si dimostrano davvero interessati al bambino. Gli unici che agiscono senza voler nulla in cambio, che si sacrificano per il bene degli altri.
Il regista russo Andrey Zvyagintsev racconta il dramma della scomparsa con eleganza formale, con inquadrature calibrate e dalla cura maniacale. Le immagini simmetriche e i movimenti di macchina attenti ed essenziali direzionano lo spettatore all’interno di un thriller (senza mai svelare particolari indizi) in cui il vuoto e il gelo rappresentano il vero fulcro della vicenda. Le interpretazioni efficaci di Maryana Spivak e Aleksey Rozin sono poste in un contesto privo di “sentimento”, così come il clima politico e sociale contraddistinto dalla guerra del Donbass con l’Ucrania, a cui la pellicola fa riferimento.
Loveless è un film ipnotico e intenso capace di coinvolgere il pubblico dall’inizio alla fine.

Giulia Scalfi, da “cineavatar.it”

 

 

Zhenya e Boris stanno per separarsi. Entrambi hanno già pianificato da tempo la propria exit strategy: lei con un facoltoso e rassicurante 47enne, già divorziato, lui con una donna più giovane, che tra qualche mese lo renderà padre per la seconda volta. Il primo figlio, Alyosha, avuto dodici anni prima con Zhenya, non si sa quale destino avrà. Entrambi i genitori, infatti, sembrano fare a gara per non tenerselo. Messo in un angolo, dimenticato, Alyosha svanirà nel nulla.

Andrej Zvjagintsev vince il Premio della Giuria a Cannes 2017 (tre anni dopo Leviathan, che al Festival vinse il premio per la sceneggiatura e, mesi dopo, ottenne il Golden Globe per il miglior film straniero): stavolta, come da titolo, lo fa con un film senza amore (Loveless, appunto), dove la solita messa in scena maniacale e scientifica e i movimenti di macchina calcolati al millimetro coincidono con uno schematismo del racconto figlio di una presa di posizione, oseremmo dire ideologica e moralista, molto forte.

 

Il film, d’altronde, è chiaro sin dall’inizio, quando l’inquadratura fissa sull’uscita dalla scuola abbraccia la moltitudine caotica degli studenti nel piazzale per poi affidare ad un breve carrello laterale la “scelta” del ragazzino che – scopriremo poi – con la sua sparizione certificherà il fallimento di due esseri umani.

Non esiste redenzione, e neanche il cambiamento sembra essere contemplato dal regista russo: come su un tapis-roulant impostato per non spegnersi mai, neanche l’illusione di un nuovo inizio potrà rimescolare le carte.

È un loop, una corsa senza senso, senza amore, che narcotizza e impedisce di far crescere nel modo appropriato le nuove generazioni.

Dallo sviluppo basico e lineare, aperto e chiuso dalla stessa immagine su un fiumiciattolo innevato con contrappunto al pianoforte in un crescendo inquietante, Loveless è un film che vuole ricordarci quanto, ai giorni nostri, interessarsi veramente del bene e dei bisogni di qualcuno sembra essere diventato impossibile.

Da questo punto di vista, Zvjagintsev non perde occasione per far ruotare intorno alla vicenda principale situazioni e figuranti preposti allo scopo.

Tra un inutile selfie e discorsi vuoti (contro i quali il regista prova a rispondere attraverso un ragionamento sul senso dell’immagine ben marcato e definito), nel sottofondo di confronti ormai regolati solamente da odio e frustrazione repressa, la solitudine di un 12enne – per essere degna di nota – deve passare attraverso un’inspiegabile sparizione.

È un gesto di ribellione? Per attirare l’attenzione? Ha avuto un incidente? È stato rapito? Alla fine, chi sembra davvero preoccuparsi delle sorti di questo ragazzino sono il coordinatore e la sua squadra di volontari chiamati a ogni possibile sforzo per ritrovarlo.

Ed è naturalmente solo verso di loro che lo sguardo di Zvjagintsev sembra posarsi in modo benevolo. L’ultima speranza rimasta per ritrovare il senso delle cose (e di un paese) perdute(o).

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.
Andrey Zvyagintsev fin dalla sua prima comparsa sugli schermi internazionali con Il ritorno ha avuto modo di farsi notare. Quel film gli valse il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia anche se aveva qualche debito di troppo con Maestri come Tarkovsky e Sokurov.

La giuria aveva però colto il grande potenziale di un regista che ha saputo dispiegarlo originalmente nei film successivi non nascondendo comunque le sue fonti di ispirazione. Come in questo caso in cui afferma di aver pensato a uno Scene da un matrimonio di bergmaniana memoria trasferendolo nella Russia odierna.

Rispetto al suo modello ha mostrato grandi doti di sintesi e, soprattutto, il desiderio di proseguire una lettura della condizione attuale del proprio Paese filtrata attraverso le vicende di persone comuni.

Il suo è uno sguardo privo di qualsiasi pietà nei confronti di una nuova generazione parentale che ha perso qualsiasi senso di appartenenza. Alyosha non ‘appartiene’ a nessuno. Non al padre che, non contento di avere un figlio di cui non si è mai occupato, ha già messo incinta la propria giovane nuova compagna con la quale ha intrecciato un legame che lo sta avviluppando mentre lui crede possa aprirgli nuovi orizzonti di vitalità. Lo stesso accade alla madre, Zhenya, la quale si è sposata per sfuggire al controllo oppressivo di una madre amata/odiata e ha vissuto la gravidanza come un peso che tuttora si trova davanti nell’aspetto di un bambino che non ama e da cui non si sente amata.

Voto: 3,5 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

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