L’intrusa

 

 

Napoli ai giorni nostri. Giovanna è una donna che lavora nel sociale e che si deve confrontare quotidianamente con le problematiche sociali della città. Il centro che dirige offre un luogo protetto in cui crescere e giocare dopo le ore di attività scolastica a bambini che potrebbero finire precocemente a far parte della manovalanza camorristica. Un giorno Maria, madre di due bambini, chiede e trova rifugio, con il consenso di Giovanna, in un monolocale che appartiene al centro. La quale però non sa che si tratta della giovane moglie di un boss della camorra ricercato per un efferato omicidio.

Al suo secondo lungometraggio non documentaristico Leonardo Di Costanzo sfata la regola non scritta secondo la quale a un buon film di esordio ne segue un secondo non alla stessa altezza qualitativa.

L’intrusa infatti non solo conferma che Di Costanzo sa come entrare nel vivo dei temi che affronta ma che sa girare anche con modalità di ripresa e con scelte di location non ancorate a presunti stilemi obbligati. Chi ricorda L’intervallo troverà qui la stessa sensibilità autoriale veicolata da riprese e montaggio diversi. Di Costanzo acquisisce la fisicità al contempo controllata ed empatica della danzatrice Raffaella Giordano e le affida il ruolo di Giovanna, una donna che quotidianamente deve sottoporre al banco di prova della realtà e del pre-giudizio le sue scelte che sono dettate dall’esigenza di stare vicina ai più deboli. I quali però a loro volta ritengono di avere acquisito uno status che consente loro di ergersi a giudici.

Voto: 4 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

Per misurare la forza del cinema di Leonardo Di Costanzo basterebbe apprezzare il contrasto tra il minimalismo della sua messinscena e la capacità delle immagini di evocare interi mondi. Tra i molti esempi che potremmo fare il film del regista campano c’è ne offre in particolare uno che appare più adatto di altri a spiegare ciò che intendiamo; ci riferiamo per l’appunto a tutte quelle sequenze (e non sono poche) che volgendo al termine si ritrovano a scrutare la città dormiente, con la ragnatela di palazzi che ergendosi come un muro davanti alla vista della protagonista gli preclude la visione di un possibile orizzonte. Detto che qui come altrove la mdp di Di Costanzo ci offre una versione della metropoli partenopea diversa da quella che siamo abituati a conoscere, immersa com’è in un sole senza colore e priva delle pantomime folcloristiche che da sempre ne alimentano l’immaginario popolare, le scene in questione perdono la loro funzione meramente topografica (succedeva la stessa cosa ne “L’intervallo”) per diventare il modo con cui il regista – attraverso il personaggio di Giovanna – si interroga sulla problematicità della “sua” città. Ambientato all’interno delle mura che circoscrivono il centro educativo dove Giovanna e gli altri volontari si prendono cura dei bambini delle famiglie più svantaggiate, “L’intrusa” è un film senza via di scampo non solo perché costretto a fare i conti con l’irredimibile fragilità del suo tessuto umano – messo a dura prova dalla sgradita presenza di Maria, la moglie di un pluriomicida e dei suoi due figlioletti – ma per la scelta del regista di occuparsi esclusivamente della conseguenze di questa condizione, lasciando fuori campo le cause che l’hanno prodotta mediante un montaggio che taglia qualsiasi elemento di raccordo visivo tra lo spazio indagato (il centro di accoglienza) e ciò che ne rimane fuori. Una discontinuità a cui fanno eccezione le sequenze di cui parlavamo in apertura, deputate per questo a diventare un vero e proprio collettore di questioni irrisolte e implose, destinate a rimanere tali per un’indifferenza generale che la natura “morta”, rappresentata dal magma architettonico su cui drammaticamente si sofferma la telecamera di Di Costanzo ben sintetizza.

Ma “L’intrusa” è anche un film di mediazioni che riguardano tanto il narrato che la sua realizzazione. Evidenti quelle relative alla storia che attraverso il personaggio di Giovanna cerca i motivi che possano rendere accettabile agli altri la presenza di Maria, lo sono un po’ meno quelle presenti nel dispositivo cinematografico messo a punto da Di Costanzo per la sua opera seconda. Documentarista tra i più importanti della nostra scuola, il passaggio al racconto di finzione è stato paradossalmente il modo con cui Di Costanzo ha salvaguardato l’indipendenza del suo cinema, permettendogli quell’imprevedibilità che ne è sempre stata la costante. Se l’esigenza di verità è rimasta la medesima, a cambiare è stato il percorso che ha consentito di raggiungere questo obiettivo. Ancora una volta è l’analisi del girato a mostrarci le scelte del regista. Dopo una breve introduzione infatti la storia si sviluppa utilizzando un incipit visibilmente artificiale nella sua costruzione. La scena, seppur senza la spettacolarità di altri contesti, è segnata dall’improvvisa irruzione della polizia nell’istituto e dalla successiva cattura del killer di fronte allo sguardo esterrefatto di Giovanna e dei suoi colleghi. Di Costanzo inizialmente forza la realtà, la manipola fino a che è possibile per portarla nella sua direzione (poiché prima di quell’evento nessuno sapeva che Maria fosse la moglie del pluriomicida) ma da lì in avanti procede in senso inverso, smantellandola, passo dopo passo, dalle sovrastrutture che le aveva imposto. Per capire come ci riesca ci si potrebbe aiutare rifacendosi alla leggerezza dello strumento cinematografico (macchina a spalla, luci essenziali, libertà di movimento all’interno dell’inquadratura, attori non professionisti etc) ma ciò che davvero fa la differenza sono i momenti dedicati ai riti collettivi, quelli in cui la spontaneità di adulti e bambini si fonde a meraviglia con la fenomenologia del lavoro quotidiano e delle attività (ludiche e non) organizzate dai volontari per animare i pomeriggi dei loro ospiti. Un coagulo di anarchia controllata di cui Di Costanzo si serve per dare forza – drammaturgia – e credibilità narrativa ai contenuti di una marginalità economica, sociale, culturale (dei frequentatori del centro, dell’intrusa e dei suoi figli come pure dei volontari, lasciati da soli di fronte alle loro responsabilità) che ha il solo risultato di dividere gli umiliati e gli oppressi, di mettere le vittime una contro l’altra. Senza dimenticarsi della consistenza dei personaggi, a cui Di Costanzo riesce a donare una centralità tanto più potente quanto minore è la retorica che ne manifesta la loro presenza. Prova ne sia la performance di Raffaella Giordano (ballerina e coreografa, qui alla prima prova d’attrice) a cui bastano poche battute per impossessarsi del corpo dolente ma battagliero di Giovanna. Un capolavoro interpretativo che la candida alla vittoria di categoria nei David di Donatello della prossima stagione.

Voto: 7,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

 

 

 

Di Costanzo, come già ne L’intervallo, affronta la questione della criminalità da una prospettiva laterale, sghemba, in modo da poter inquadrare altre dinamiche e porre nuove domande e riflessioni. Che lui stesso, per quanto riguarda L’intrusa, riassume così: cosa accade quando i “cattivi” invadono lo spazio dei “buoni”?Bisogna reagire con la stessa violenza oppure bisogna porre il confronto su un piano diverso? E si deve sempre temere l’intrusione dell’altro, dell’elemento estraneo? Giovanna affronta il dilemma tra la tranquillità e il perseguire, invece, fino in fondo la missione che si è data. Escludere Maria e ancor più la piccola Rita, significa rinunciare alla speranza di cambiare una mentalità, invertire una tendenza, una spirale di ingiustizia, sopruso e violenza. D’altro canto, Giovanna lascia a Maria la responsabilità di decidere e di valutare le conseguenze delle proprie scelte e dei propri comportamenti, verso sé e verso gli altri.

l'intrusal'intrusal'intrusaRispetto al lungometraggio precedente, viene fuori con maggior evidenza la formazione da documentarista di Di Costanzo, non solo per come attraversa gli spazi della periferia, ma soprattutto per il modo in cui racconta l’esperienza del volontariato, quell’eroismo silenzioso, come da definizione, di una società civile che interviene e si fa carico. In fondo, la sceneggiatura di Di Costanzo, Maurizio Braucci e Bruno Oliviero concede alle attività ricreative della Masseria uno spazio altrettanto ampio, se non addirittura maggiore, della vicenda drammaturgicamente forte. Lo sguardo indugia sulle dinamiche di gruppo dei bambini e sembra lasciar loro tutta libertà di muoversi e di agire. Solo dopo si avverte il peso scrittura, in quei momenti in cui rischia di essere troppo stringente e di compromettere la verità dell’insieme.  È la ridondanza esplicativa di alcune scene e di alcuni dialoghi che intralciano la fluidità delle interpretazioni “adulte”, a cominciare da Raffaella Giordano, per altro molto efficace. Ecco, a tratti, si crea un cortocircuito tra l’immediatezza della presa diretta e la sottile sensazione che Di Costanzo si costringa troppo nel rendere “servizio” alla storia e alle sue implicazioni tematiche, restringendo i margini di libertà, suoi e nostri. Ma sono istanti, che nulla tolgono all’immediatezza vitale del film, alla sua capacità di cogliere e raccontare quei segni di bellezza e di invenzione che rompono il grigio della desolazione.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Già regista di quel gioiello che era stato L’Intervallo (2012) Leonardo Di Costanzo con L’intrusa racconta l’intrusione, appunto, della malavita organizzata all’interno di una delle poche oasi libere dalla criminalità, in un quartiere problematico della periferia partenopea: un centro giovanile in cui Giovanna (Raffaella Giordano) offre a piccoli emarginati  della società una vita al di fuori della crimine. Ma, all’improvviso, l’opera dell’educatrice, che da tempo ha creato l’ istituzione mettendosi al servizio dei ragazzi svantaggiati e delle loro famiglie, è minacciata da una situazione più difficile del solito in cui la donna sarà obbligata a prendere una difficile decisione che potrebbe per sempre cambiare il destino suo e della sua vocazione. Un film magistralmente diretto e recitato (da attori non protagonisti, a parte la Giordano, danzatrice-coreografa ), equilibrato in tutti i suoi elementi sui quali l’autore non indugia mai, lasciandoli emergere in maniera molto naturale. E la Napoli delle periferie non è  più solo camorra, o gomorra come molti oramai definiscono la malavita, ma anche un luogo dove insieme alla violenza e alla sopraffazione c’è posto per il rispetto e per la collaborazione.

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Bellissimi  i bambini del centro, che riescono a liberarsi ogni giorno, almeno per qualche ora, da tutte le preoccupazioni e le frustrazioni che già li affliggono, sognando intorno a un robot in costruzione, accarezzando con amore una lucertola, coltivando un piccolo orto tra il cemento e, soprattutto, imparando a perdonare dopo un litigio. E bravi tutti coloro che vi collaborano, persone prese dalla strada che non recitano nel ruolo che hanno nella vita ma che sanno trasmettere con enorme sensibilità e senza mai cadere nel cliché l’enorme umanità che convive accanto alla violenza di quartiere. Il male c’è, non lo si nasconde, ma come lo stesso regista afferma, viene ripreso da una postazione laterale, per non correre il rischio che una ripresa frontale  possa in qualche modo celebrarlo e mitizzarlo.

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Si può essere o meno d’accordo con questo punto di vista, ma resta il fatto che in L’intrusa non si ha mai la sensazione di censure, e la violenza, quando non la si vede, la si sente e percepisce molto chiara e forte; ma non così forte da coprire le emozioni di ogni giorno e la bellezza che, inevitabilmente, la vita riesce a offrire, anche in un difficile quartiere di periferia, dove l’intrusa potrebbe essere la camorra, ma anche chi, pur essendo dalla parte del bene, non vuole rischiare di accogliere chi cerca di cambiare. Recitato in parte in lingua italiana e in parte in dialetto, il film riesce ad essere compreso soprattutto attraverso la mimica, l’espressione e la gestualità degli interpreti, che sono lasciati alla loro veridicità, esprimendosi in dialetto originale, forse difficile, ma che non farà di loro dei personaggi da fiction di prima serata, che spesso si esprimono in un  dialetto italianizzato il cui unico effetto è la non credibilità. Invece Di Costanzo, ancora una volta, ci ha regalato una storia fatta di voci e volti veri. Da vedere.

Voto: 4,5 / 5

Maria Capozzi, da “nocturno.it”

 

 

 

E’ una Napoli che resiste la città intravista ne L’intrusa, una Napoli di ben note zone periferiche ma confinata in un centro ricreativo che nel nome (la Masseria) allude a scenari tranquilli se non bucolici, a un’isola di felicità dove bambini a rischio possono trovare nella creatività un’alternativa al degrado e alle disfunzioni familiari. E’ una Napoli che Leonardo di Costanzo ama e che rappresenta attraverso un cinema della realtà (il suo cinema della realtà) che non si traduce in un documentario a cui è stata appiccicata una storia inventata, ma in un film di finzione al 100%, con personaggi che si sviluppano e cose che accadono. E con una sceneggiatura forte e il validissimo contributo di una protagonista (l’ex ballerina ora coreografa Raffaella Giordano) che recita invece di limitarsi a essere o a improvvisare in mezzo ad attori non professionisti e quindi per definizione meno abituati a venire guidati.

Questo aspetto è bene chiarirlo subito se si vuole rendere giustizia al nuovo film del regista de L’intervallo, anche se il punto di partenza sono fatti veramente accaduti e anche se lo stile è asciutto e manca completamente un giudizio da narratore più o meno omniscente, quasi si volesse dire che certe situazioni parlano da sole. La situazione della moglie di un camorrista che trova rifugio in una casupola interna a la Masseria, però, non parla da sola, perché lo scompiglio che la donna provoca apre le porte a un dibattito che sembra banale (ma che banale non è) su tolleranza e diffidenza, su accettazione e ribellione, e su regole morali ed eccezioni che le confermano o non le confermano.

Prediligendo l’unità di luogo – che gli consente di inchiodarsi a quanto ha da narrare – Di Costanzo non si mette nella volante di un poliziotto né in un’aula di tribunale e lascia che il conflitto avvenga in particolare nella testa e nel cuore di una donna determinata e forte eppure dolce, una signora venuta dal nord che osserva una delle culle della Camorra come potrebbe guardarla lo spettatore, uno spettatore non buonista ma combattivo in contemplazione di un mondo nel quale convinzioni e codici di comportamento sono immutabili e la solidarietà fra simili diviene muro contro chi ha acconsentito all’ingiustizia. Giovanna il muro prova ad abbatterlo e con lei il film, che nella descrizione di giorni quasi tutti uguali sposta continuamente il confine fra ciò che è permesso e ciò che non è permesso, mentre piccoli eroi contemporanei si sostituiscono a uno stato completamente assente.

E’ una rappresentazione del nostro paese piuttosto desolante quella che viene fuori, una visione a cui L’intrusa reagisce mostrando ottimistica fiducia nel volontariato, in uomini e donne che la criminalità organizzata la combattono pacificamente, di certo convivendoci, ma guadagnando ogni giorno terreno e costruendo, oltre a una rete di proficui interventi, una torre di biciclette che punta al cielo. Il loro percorso è lastricato di ostacoli e di tensione, e di tensione ce n’è nel film, e serpeggia ora più ora meno mentre Giovanna si interroga sul da farsi o la mamma “estranea” si aggira di notte nella cucina del centro in cerca di un fornello su cui scaldare del latte. Anche questa trepidazione “fa poco” documentario e crea un senso di inquietudine che riesce a uscire dallo schermo e invadere la sala.

Ispirano tenerezza i bambini “proletari” de L’intrusa e ispira tenerezza perfino la giovane moglie del camorrista (ben interpretata dall’esordiente Valentina Vannino), che sa di portare sulle proprie spalle il peso di un destino disgraziato e che la legge delle brave madri è implacabile e ferrea, proprio come in un dramma antico. Tuttavia qui le tinte non sono forti, e in un presente in cui male e bene appaiono contigui, le zone grigie sono l’unica realtà possibile e plausibile. Il film di Leonardo Di Costanzo si immerge nelle loro vischiosità, non fornendo precise risposte ma semplicemente lasciandoci con una domanda assai chiara: ha più bisogno di aiuto chi si è salvato da solo o chi ha bisogno di essere salvato?

Voto: 3 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

La camorra, il piccolo casolare di un centro ricreativo nel cuore di Napoli, il brulicare delle vite attorno e dentro, una madre e una figlia, un boss, una donna testarda nel voler a tutti i costi strappare alla malavita quante più giovani vite possibili. Dopo la decisione di scegliere A Ciambra di Jonas Carpignano come candidato italiano per i prossimi Oscar nella corsa al miglior film in lingua straniera, ecco un altro titolo, L’intrusa di Leonardo di Costanzo, capace di confermare una tendenza ormai diffusa di nostri autori più validi: il cinema italiano riscopre la forza del realismo e inventa nuovi linguaggi per esplorare un territorio appartenuto ai grandi maestri del passato.

L'intrusa: Valentina Vannino in una scena del film

Come nel caso del film di Carpignano anche questa è una sorpresa che arriva da Cannes, da quella Quinzaine des Réalisateurs che li ha visti correre insieme all’altro titolo rivelazione di questa new wave italiana, Cuori puri.
A occupare lo spazio è l’occhio sul diverso, l’attenzione alla marginalità, la fotografia di una realtà che ci corre a fianco; sono film che recuperano una riflessione onesta e coraggiosa su tematiche del nostro tempo, senza fornire soluzioni assolutorie o colpevoliste. Sono film che riportano il cinema al ruolo di grande narratore restituendogli una funzione epifanica, quando a imporsi sullo schermo è un racconto schietto e ‘feroce’ a cui non ci si può sottrarre, che piaccia o meno allo spettatore.

Cinema verità

L'intrusa: un'immagine del film

Il cinema di Leonardo Di Costanzo ti chiama in causa, ti obbliga a farti domande e non nasconde le sue origini, perché Di Costanzo è un fine documentarista e qui ancora una volta sperimenta l’indagine appassionata di una materia che conosce molto bene, il reale, e che ha sempre saputo lavorare con la passione dell’artigiano. Ne L’intrusa, come già era successo nel suo debutto a un lungometraggio di finzione, L’intervallo, la realtà è l’ancora alla quale saldare l’intero racconto frutto di un lunghissimo lavoro di scrittura e prove con gli attori, alcuni dei quali non professionisti o alla loro prima volta in scena come nel caso di Raffaella Giordano, danzatrice e performer che interpreta Giovanna, una donna del Nord trasferitasi a Napoli per gestire un centro ricreativo per bambini, “La Masseria”, un’isola felice che possa offrire ai giovanissimi un’alternativa alle logiche mafiose della strada.

L'intrusa: un'immagine tratta dal film

Proprio qui, in una casupola diroccata, Giovanna accoglierà Maria e i suoi due bambini, ma quello che non sa e che scoprirà solo in un secondo momento, è che Maria è la moglie di un boss della camorra accusato di omicidio. Quella donna è il simbolo di un mondo contro cui lottano le madri dei bambini che ogni giorno si ritrovano alla Masseria e Giovanna ben presto si troverà a dover dare una risposta: accogliere l’intrusa o allontanarla?

Un racconto di eroi moderni

L'intrusa: una scena del film

L’intrusa si regge sul conflitto che esplode nella testa della protagonista e che si manifesta nella stessa distribuzione dei luoghi: la casupola dove quella “bestia ferita, testarda” con dentro l’inferno ha cercato rifugio e lo spazio tutto intorno della ciclofficina, del giardino, dei disegni sui muri del casale.
Da un lato l’estraneo, il diverso e dall’altro il gruppo coeso, compatto, strenuo difensore della propria comunità; la camorra c’è ma non si vede, la raccontano le vite dei personaggi che entrano ed escono dalla masseria, il rumore degli elicotteri in lontananza, i palazzoni oltre le siepi del centro.

L'intrusa: Raffaella Giordano in una scena del film

L’intera impalcatura della storia si alimenta della lotta tra bene e male, sul dilemma tra paura e accoglienza, e si nutre degli elementi tipici della tragedia dove gli eroi sono gli uomini e le donne come Giovanna, che ogni giorno sperimentano nuovi modelli di convivenza, occupandosi dei margini, degli oppressi e dei sommersi con la testardaggine e la tenacia che manca alle istituzioni. Sono gli uomini e le donne che per le convinzioni più disparate fanno gruppo, si autofinanziano e lottano, animati spesso soltanto dal proprio profondo senso civico e umano, per sanare, bonificare e recuperare terreno su ogni tipo di stortura sociale.
L’intrusa non è un documentario, ma è racconto, finzione pura che dal terreno documentaristico mutua stile e linguaggio; la sua grandezza consiste nel saper far muovere all’interno di questo spazio quasi sacro una collettività di personaggi credibili e umani, senza piegarli a esigenze sceniche che violerebbero la loro verità.
La masseria diventa terra di frontiera contesa dall’ intrusa (lo sguardo dolente e inorgoglito di Valentina Vannino qui al suo debutto al cinema), dai bambini che lì vorranno tornare per finire di costruire con pezzi di vecchie bicilette il loro Mr. Jones“l’uomo con la capa dritta”, dalle loro madri e dagli operatori del centro. Ma forse la masseria è semplicemente terra di tutti. O forse no.

Elisabetta Bartucca, da “movieplayer.it”

 

 

Documentarista di grande levatura, Leonardo Di Costanzo, dopo L’intervallo e l’episodio del film collettivo I ponti di Sarajevo, torna alla finzione con L’intrusa.

Nel cinema del regista napoletano però non è mai possibile separare nettamente presa diretta della realtà e costruzione del racconto, e anche in questa occasione emerge un’attitudine che tende a mischiare i due piani.

Se il modo di puntare la macchina da presa svela l’occhio documentario, la sceneggiatura lascia intravedere un lungo lavoro di scrittura per approdare felicemente alla massima naturalità.

La vicenda all’apparenza essenziale si dipana attorno a Giovanna, una donna del Nord a Napoli da molti anni, attiva nel mondo del volontariato in quanto responsabile di un centro di accoglienza per bambini spuntato ai margini di quartieri disagiati e lambiti dalla camorra.

E proprio la malavita irrompe nel microcosmo protetto sotto le sembianze di una ragazza, moglie di un boss, che insieme ai due figli prende possesso di una casupola all’interno della proprietà.

La presenza crea disagio nelle madri degli altri ragazzi, Giovanna invece è dilaniata dal dubbio se allontanarla o tenderle la mano.

L’intrusa si racchiude tutto intorno alla domanda della protagonista, sollevando con semplicità questioni etiche di dirompente attualità.

Giovanna non ha certezze cui aggrapparsi, se non i propri saldi principi morali. A essi fa appello per dipanare un’intricata matassa che intreccia responsabilità individuali e collettive, obblighi dello stato e coscienza dei singoli. Un labirinto in cui lo spettatore si perde al pari della protagonista.

E anche se alla fine Di Costanzo una risposta la suggerisce, in realtà lascia aperti molti e profondi interrogativi legati all’atteggiamento giusto da assumere di fronte al disagio vissuto da tanti esseri umani.

Ogni individuo è chiuso nel proprio mondo, così come il centro di accoglienza. Lasciare una porta aperta è un atto che può portare il caos, ma proprio per questo rivoluzionario.

Marina Sanna, da “cinematografo.it”

 

 

 

Leonardo Di Costanzo firma il suo secondo lungometraggio, L’intrusa, cercando di rintracciare una volta di più il punto d’incontro tra realtà documentaria e ricostruzione narrativa; stavolta però il meccanismo si inceppa, e i nodi non vengono al pettine, anche per la scarsa empatia che si sviluppa tra lo sguardo del regista e il mondo che sta indagando. Alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes 2017.

La masseria

Giovanna è la fondatrice del centro “la Masseria” a Napoli: le mamme del quartiere ci portano i bambini per sottrarli al degrado e alle logiche mafiose ed immergerli nella creatività e nel gioco. In quest’oasi cerca rifugio e ospitalità Maria, giovanissima moglie di un killer arrestato per l’omicidio di un innocente. Maria ha due figli. Per le altre mamme è il male incarnato. Ma la scelta di Giovanna è più difficile. Chi ha bisogno di più aiuto? [sinossi]

L’intrusa è la moglie di un killer della camorra, latitante in fuga dopo aver ucciso un innocente; è Giovanna, che ha fondato il centro la Masseria e attraverso questo cerca di far ritrovare agli abitanti del quartiere un concetto di comunità, di luogo comune per portare avanti percorsi simili, vicini; è anche la stessa Napoli, che si insinua sottopelle ed è a sua volta dominata da logiche le più diverse tra loro. Almeno sulla carta. Legittima era l’attesa attorno a L’intrusa, secondo lungometraggio di finzione diretto dal documentarista di lungo corso Leonardo Di Costanzo dopo l’apprezzato L’intervallo, che prese parte nel 2012 alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia ma avrebbe meritato senza dubbio un posto nel concorso ufficiale, “occupati” invece da Bella addormentata di Marco Bellocchio, È stato il figlio di Daniele Ciprì, e Un giorno speciale di Francesca Comencini. L’intervallo pose sulla ribalta nazionale e internazionale un regista dotato di rara sensibilità, in grado di mettere a fuoco la realtà che lo circonda senza ridurla mai a cliché, in una lettura scevra di pre-giudizi: stesse qualità riscontrabili nel suo decennale lavoro documentario, come dimostrano tra gli altri A scuola e Cadenza d’inganno.
Anche L’intrusa, uno dei tre film italiani accolti nella selezione della Quinzaine des réalisateurs – gli altri sono Cuori puridi Roberto De Paolis e soprattutto A ciambra di Jonas Carpignano –, si muove nella stessa direzione degli altri lavori di Di Costanzo. L’ambientazione è la Napoli sottoproletaria, schiacciata dalla prepotenza e dallo strapotere della camorra; l’umanità è alla ricerca di un proprio posto, costretta a fronteggiare logiche di pensiero e di dominio che sembrano essersi immerse a tal punto nella vita di tutti i giorni da non poter essere estraibili in alcun modo.

Se nel suo esordio nel cinema “di finzione” (le categorie quando si ha a che fare con opere simili decadono immediatamente, e dimostrano la loro labile essenza) Di Costanzo aveva ricreato l’ideale del prison-movie ponendo in forma dialettica due ragazzini, l’una prigioniera, l’altro carceriere, ne L’intrusa cerca di rintracciare la medesima istanza narrativa attribuendo un angolo del ring a Giovanna, figlia della Napoli intellettuale che vuole dare il proprio contributo alla lotta contro la camorra, e contro i legacci che tengono avvinti i cittadini spaventandoli e rendendoli muti complici, e dall’altro Maria, giovanissima consorte di un latitante, ricercato per omicidio, che si rifugia nella piccola comunità creata da Giovanna e qui riceve asilo. Una convivenza che poco per volta ma in maniera costante minerà l’armonia del luogo e svelerà le contraddizioni di un pensiero collettivo che reclama la propria diversità rispetto alla connivenza mafiosa e camorrista, ma non sa poi evadere dalle logiche di pensiero su cui le strutture criminali si formano.
Questa affascinante presa di posizione autoriale non trova però nel corso del film una struttura solida su cui poggiare le basi. Di Costanzo, come si è scritto, si muove ancora attorno alla (con)fusione tra documento del reale e sua ricreazione totale, e dimostra di saper lavorare con i non professionisti, ma poi carica di responsabilità un’attrice che attrice non è: il ruolo di Giovanna, centro nevralgico del discorso e dello sguardo del regista, è affidato alla coreografa e danzatrice Raffaella Giordano, alla prima interpretazione come protagonista di un film e prima d’ora vista solo ne Il giovane favoloso di Mario Martone. Una scelta che sposta l’asse del discorso verso una finzione esibita, poco credibile, e che cozza in maniera a tratti clamorosa con la capacità di scavare nel profondo di Napoli (e della napoletanità) che il resto del film dimostra, e che rappresenta l’aspetto più prezioso e convincente de L’intrusa.

Anche la lettura politica del film conferma le doti di Di Costanzo, che affronta una questione spinosa senza cedere alla retorica e senza attenuare il livello del conflitto: la sequenza finale, con la festa tanto attesa e fino all’ultimo a rischio cancellazione, che esplode “nonostante tutto” trascinando nella danza anche Giovanna, è una soluzione brillante, potente, carica di senso e di molteplici sfumature. Dispiace dunque che a tratti L’intrusa sembri accartocciarsi su se stesso, perdere consistenza, adagiarsi su forme più accomodanti, respirare una falsità più che legittima finzione. L’artificio, tenuto con sapienza fuori dalla porta ne L’intervallo, riemerge e mina il percorso, come se l’atto politico si facesse d’improvviso “solo” atto civile. Resta comunque l’impressione di un autore in grado di affrontare il reale senza timori, e senza chiavi di lettura preconcette. E tanto basta, probabilmente.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

L’indagine sulla condizione umana, condotta tra minimalismo ed eloquenza, è al centro dell’opera seconda del cineasta campano Leonardo Di Costanzo, che ne fa un percorso di fuga senza via di scampo; una corsa disperata verso un irraggiungibile orizzonte.
Protagonista de L’intrusa, ambientato all’interno delle mura di un centro educativo, è la volontaria Giovanna (Raffaella Giordano), che si prende cura di bambini nati in famiglie disfunzionali.

Si accennava a una costruzione narrativa che non lascia spazio alla speranza; la pellicola, non a caso, esplora in profondità la fragilità innata dei personaggi senza tuttavia soffermarsi sulle sue origini, bensì mostrandone le conseguenze in tutta la loro ontologica claustrofobia. Raffaella Giordano, alla sua prima prova d’attrice, incarna efficacemente tanto il dolore di Giovanna che la sua cieca volontà di lottare, malgrado la scomoda presenza di Maria, la moglie di un serial killer, e dei suoi due bambini.

Di Costanzo, più che alla scrittura, si affida a un montaggio talvolta discontinuo, irrisolto come caratteri e problematiche al centro della vicenda. O, ancora, indugiando sulla metropoli partenopea all’esterno del centro: fredda, caotica e indifferente. Una distesa incolore priva di empatia – ben lontana dall’immaginario popolare – e anzi, contraddittoria e problematica quanto Giovanna e chi la circonda.
Che il regista si sia affidato più alla tecnica che alla spettacolarizzazione dei sentimenti è evidente anche dal ricorso alla macchina a spalla e dall’uso (essenziale) delle luci. Una scelta insolita nel panorama italiano contemporaneo e, in questo caso, funzionale e comunicativa.

Dietro questa apparente carenza di rigore e disciplina nell’uso della sintassi cinematografica, infatti, si cela la forza drammaturgica del lungometraggio, che conduce lo spettatore nel mondo di chi vive ai margini della società e di chi, persino in quel contesto, è guardato come un minaccioso outsider.

L’intrusa è un film che, pur in assenza di retorica, riesce a donare credibile consistenza ai drammi dei protagonisti, ed è un esempio – raro ai giorni nostri – di sapiente padronanza del mezzo tecnico come veicolo di emozione e credibilità.

Chiara Carnà, da “darksidecinema.it”

 

 

 

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