La tenerezza

 

Lorenzo è un anziano avvocato appena sopravvissuto ad un infarto. Vive da solo a Napoli in una bella casa del centro, da quando la moglie è morta e i due figli adulti, Elena e Saverio, si sono allontanati. O è stato lui ad allontanarli? Al suo rientro dall’ospedale, Lorenzo trova sulle scale davanti alla propria porta Michela, una giovane donna solare e sorridente che si è chiusa fuori casa, cui l’avvocato dà il modo di rientrare dal cortile sul retro che i due appartamenti condividono. Quella condivisione degli spazi è destinata a non finire: Michela e la sua famiglia – il marito Fabio, ingegnere del Nord Italia, e i figli Bianca e Davide – entreranno nella vita dell’avvocato con una velocità e una pervasività che sorprenderanno lui stesso. Ma un evento ancor più inaspettato rivoluzionerà quella nuova armonia, creando forse la possibilità per recuperarne una più antica.

Ispirato al romanzo “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Maraone, il film di Gianni Amelio dichiara le sue intenzioni fin dal titolo: perché il regista va a stanare la tenerezza nascosta nelle stanze della casa oscura di Lorenzo (cui la fotografia di Luca Bigazzi regala ombre profonde e fragili chiaroscuri) e nelle pieghe del viso stanco e chiuso di quell’uomo che dichiara di non amare nessuno.

La tenerezza è un film peripatetico non solo perché deambula lungo corridoi, moli, navate di chiesa e tunnel d’aeroporto come se risalisse altrettanti cordoni ombelicali e si aggira per i vicoli di Napoli con l’irrequietezza sonnambula di Renato Caccioppoli in Morte di un matematico napoletano, ma soprattutto perché cammina intorno al dolore circoscrivendolo in cerchi sempre più stretti senza avere mai il coraggio di entrarci dentro, se non in maniera infantile e violenta.

Tutti i personaggi si parlano, attraverso dialoghi sublimi per delicatezza e intuizione (la sceneggiatura è di Amelio e di Alberto Taraglio), senza dire mai fino in fondo ciò che pensano, eppure ogni loro parola, ogni loro sguardo lascia intravvedere squarci di dolorosa verità, e fa trapelare quel desiderio di essere amati che è, appunto, voglia di tenerezza. Lorenzo parla solo con suo nipote Francesco perché “ai bambini si può dire tutto”, eppure a questi adulti da bambini non è mai stato detto nient’altro che ciò che dovevano diventare, e ciò che non avrebbero mai potuto essere.

Voto: 4 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

Che tenerezza La tenerezza, e che struggimento che vien fuori vedendolo, non uno struggimento da Sturm und drang (letteralmente “tempesta e assalto”), ma una tumultuosa dolcezza intrisa di malinconia e permeata di una sincerità disarmante. La sincerità di Gianni Amelio, innanzitutto, che sceglie un protagonista suo coetaneo in cui far traboccare stille del suo io più irrequieto e insofferente dinanzi al passare del tempo e che racconta la bellezza di noi uomini ma anche la nostra sgradevolezza, la nostra insofferenza, la nostra incapacità di amare fino in fondo e, sopra ogni cosa, il coraggio che dimostriamo nell’ammetterlo.

E la bellezza dei personaggi non proprio inventati dal regista (che ha preso spunto da un romanzo) ma da lui riplasmati è proprio questa dolorosa autoconsapevolezza: la capacità di riconoscere, in conversazioni grondanti verità o in dialoghi più brevi – e con una franchezza disarmante – di non essere all’altezza del proprio ruolo sociale e delle altrui aspettative. Succede così che un anziano avvocato con il volto di Renato Carpentieri ammetta di non aver amato la donna che ha sposato e che un timido uomo venuto dal nord impersonato da Elio Germano dichiari di non aver nulla da dire ai suoi bambini, vergognandosi un po’.

Ma forse non si tratta esattamente e solamente di vergogna. Ne La tenerezza, piuttosto, ci si rammarica: in una bellissima scena in cui Germano aggredisce un extracomunitario che vende sciarpe e poi si pente, e negli scoppi di umanità di chi si è schermato il cuore per egoismo, paura o noncuranza ed evita di risolvere conflitti. La cosa bella è che questa pulsione a volte mortificante e a volte accettata di buon grado Amelio la lascia venir fuori inaspettatamente e d’improvviso, sorprendendo per esempio chi credeva che il suo film fosse destinato a prendere soltanto la direzione della poesia o dell’istantanea di una tranche de vie. Certo, ognuno dei suoi protagonisti in qualche modo cerca la gentilezza o magari la dispensa, ma per poterla invocare il regista ha bisogno di sfiorare la violenza immotivata, facendo sì che la sua storia, da iniziale ritratto di una quotidianità, si faccia viaggio inquieto, continuo peregrinare fra le strade di una Napoli piena di aule, scale, cucine, piazze e camere d’ospedale che rappresenta benissimo uno stato d’animo diffuso e squisitamente contemporaneo: l’ansia di chi sa che sta franando e non capisce bene a cosa aggrapparsi, o il malessere di chi a un certo punto comincia a sentirsi solo in mezzo agli altri e allora impazzisce.

E’ un film di andirivieni il nuovo lavoro del regista de Lamerica, a cui però interessa soprattutto sottolineare il momento del ritorno, perché la felicità per lui è una casa in cui riandare, magari cambiati, ma incuranti della velocità supersonica di un presente che rischia di farci annaspare e di un futuro che magari non si vuole esplorare. In questa dimora metaforica, la famiglia – tante volte esplorata da Gianni Amelio – minaccia di dissolversi. Oppure può ritrovarsi e ricrearsi dal nulla, perché famiglia non è solo il nucleo in cui si nasce e di genitori, fratelli e figli se ne incontrano molti nell’arco dell’esistenza. Ci sono tante giovani donne come la Michela di Micaela Ramazzotti, insomma, a cui fare da padri, così come infinite possibilità di inventarsi un gesto che possa cerare empatia, un gesto generoso come quello del bambino di Ladri di biciclette, che cerca di confortare un papà umiliato e offeso.

Bene illuminato dalla fotografia di Luca Bigazzi, La tenerezza si nutre anche degli sguardi e del “gioco” di attori che si sono lasciati andare a una direzione pacata e non competitiva e che hanno avvicinato con pietas i personaggi che hanno avuto in dono: in particolare Germano, alle prese con un ruolo di difficilissima interpretazione e Carpentieri, immenso nella graduale transizione del suo Lorenzo dalla ruvidezza all’abbandono. Da buon alter-ego di Amelio, e di chiunque senta di assomigliargli, quest’ultimo occupa orgogliosamente quasi ogni scena, alla faccia di chi davanti alla macchina da presa si ostina a mettere i soliti volti giovani e noti ai più, volti spesso acerbi che non hanno una storia scritta nelle rughe.

Voto: 3,5 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Per fortuna il film “La tenerezza” è molto meglio del manifesto pensato per promuoverlo. “Non ci voleva molto” direte. E tuttavia l’undicesimo lungometraggio di Gianni Amelio, che arriva a quasi quattro anni da “L’intrepido”, è tra i suoi migliori: per intensità e asciuttezza, per stile e recitazione, per atmosfera e sapori. Con l’aria che tira nel cinema italiano, sia drammatico sia di commedia, nonostante la retorica cara al ministro Dario Franceschini, “La tenerezza” porta una ventata di senile freschezza in un panorama che tende alla calma piatta, anzi alla ripetizione estenuata di modelli, intrecci e formule.
Dopo l’anteprima del 22 aprile al barese Bif&st, il film, prodotto da Pepito Produzioni (Agostino Saccà) con Raicinema, uscirà nelle sale il 24 aprile, in circa 200 copie; e c’è da augurarsi che il pubblico si faccia incuriosire, insomma raccolga l’invito di Amelio, il quale, incontrando i giornalisti a Roma, così definisce il senso della sua storia: “Non so se la tenerezza sia un sentimento o un gesto. Ma so che ne abbiamo bisogno per scacciare l’ansia, specialmente oggi, in questo mondo fatto di trappole e inganni. Ci vuole il coraggio di non essere timidi o vergognosi”.
Naturalmente “La tenerezza” non è un film tenerone, tutt’altro: custodisce un’asprezza che insegue i personaggi, quasi li divora, cercando le ragioni di ciascuno attraverso i comportamenti, spesso crudeli, avvolti in un rancoroso segreto. Solo alla fine dei 103 minuti un gesto di pura e inattesa tenerezza riaprirà un discorso possibile all’interno di una disastrata famiglia.
Non si può raccontare granché della trama, pena svelare un nodo tragico e cruciale attorno al quale tutto ruota. Diciamo, allora, ciò che si può dire. Nella Napoli odierna il 72enne Lorenzo, ex avvocato piuttosto chiacchierato per le sue notevoli fortune, esce dall’ospedale dopo un infarto. Nel bell’appartamento in centro nessuno l’aspetta. L’uomo è misantropo, egoista, brusco, alquanto anaffettivo (se non fosse per il nipotino Francesco di cui si prende cura alla sua maniera). “Ma tu non stavi morendo?” chiede il piccoletto. “All’ultimo momento ho deciso di no” celia l’anziano. Lorenzo da tempo ha tagliato ogni rapporto con i figli Saverio ed Elena, semplicemente perché non li ama, anche se la femmina, traduttrice dall’arabo a Palazzo di Giustizia, gli vuole bene, e soffre di quella situazione ulcerata, pure insensata.
Questo il contesto nel quale, cinico e rassegnato ad una esibita solitudine, si muove Lorenzo. Finché non conosce la famiglia che s’è appena trasferita nell’appartamento di fronte. Vengono da fuori. Fabio è un ingegnere navale, educato e compresso; sua moglie Michela è gioviale e sventata, capace di sciogliere la durezza dello scorbutico dirimpettaio; quanto ai due figlioletti, sono vivaci e carini, due amori. In poco tempo Lorenzo diventa una specie di nonno, il sorriso rinasce sul suo viso rugoso. Ma forse la famigliola non è felice come appare, e una sera tornando a casa sotto la pioggia…
Le note di regia definiscono il film “la storia di due famiglie in una Napoli inedita, lontana dalle periferie, una città borghese dove il benessere può mutarsi in tragedia, anche se la speranza è a portata di mano”. In effetti non ci sono echi di “Gomorra”, tutti portano il casco e il sindaco De Magistris può stare tranquillo rispetto all’immagine della città.
Amelio pedina Lorenzo un po’ alla maniera del cinema neorealista, lasciando emergere il suo carattere intrattabile, e insieme un senso di sconfitta e di rinuncia, anche sentimentale, che viene da lontano, dall’aver lasciato una donna amata per tornare all’ovile dalla moglie, incapace di perdonarlo.
Amelio ha la stessa età di Lorenzo, e forse qualcosa di autobiografico è finito nel personaggio del settantenne incapace di un gesto di tenerezza, anche se di tenerezza avrebbe bisogno per non lasciarsi andare. Ma il film guarda più in là, evoca e documenta un’inquietudine diffusa, pronta a esplodere in forme di insofferenza furente, e ci invita ad ascoltare, a non chiuderci, ad accettare l’età senza incattivirci.
Ventisette anni dopo “Porte aperte”, a mio parere il film più bello e profondo di Amelio, Renato Carpentieri torna a lavorare col cineasta calabrese e si cuce addosso mirabilmente il personaggio di questo avvocato, apparentemente senza qualità, lesto a definirsi “il re dei parafanghi”. È lui, Carpentieri, a imprimere a “La tenerezza” un certo mood emotivo, esistenziale; anche se tutti gli altri interpreti non sono da meno: da Micaela Ramazzotti a Elio Germano che incarnano i vicini di casa, a Giovanna Mezzogiorno e Greta Scacchi nei panni della figlia maltrattata e della madre dell’ingegnere.
Scritto da Amelio insieme a Chiara Valerio e Alberto Taraglio, il copione è liberamente tratto dal romanzo “La tentazione di essere felice” di Lorenzo Marone. Forse non tutto torna, in sottofinale c’è una punta di retorica teatrale, ma il film scorre denso e sorvegliato, grazie anche alla non effettata fotografia di Luca Bigazzi e ai misurati interventi musicali di Franco Piersanti.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

 

 

Non c’è nulla da dire, Gianni Amelio resta sempre una delle migliori espressioni del cinema nostrano. “La Tenerezza” attraversa un tema delicato come il rapporto genitore e figli, ma non in modo scontato, come si tende solitamente a fare. Non solo il regista mostra la distanza che spesso si viene a creare tra un genitore e un figlio in età adulta, soprattutto a seguito di un’esistenza piena di problemi e divergenze; ma anche come un anziano riesca ad avvicinarsi più ad una famiglia sconosciuta, in cui si rivede nostalgicamente, che alla propria.

L’uomo attempato è Lorenzo (Renato Carpentieri) che piuttosto che riprende i rapporti con i suoi figli, preferisce passare del tempo con la coppia di vicini di casa, Fabio (Elio Germano) e Michela (Micaela Ramazzotti), genitori di due bambini; sembra che Lorenzo sia vittima di un transfert, tramite cui proietta i sentimenti per la sua prole nei due condomini.

La Tenerezza: uno strappo nel cielo di carta che porta il pubblico ad aprire gli occhi

Elio Germano La Tenerezza

Elio Germano in una scena del film.

“La Tenerezza” è divisibile in due parti filmiche. Nella prima si respira un’aria ansiogena, attribuita in maggior parte al personaggio di Fabio, a cui l’interprete Elio Germano conferisce quest’aria tra il sogno e il malessere, che porta ‘allo strappo nel cielo di carta’ verso quella che è indicabile come la metà del film in termini diegetici; un momento clou (in cui si esaurisce l’ansia delle scene antecedenti) che appare allo spettatore come un brusco scossone. Da qui in poi Amelio poteva continuare a far procedere gli eventi in un stile incalzante fino ad una vera e propria rottura, ma sarebbe stato poco originale.

È nella seconda parte, infatti, che si approfondisce il vero protagonista della pellicola, Lorenzo. Sebbene il suo carattere così particolare e solitario sia giunto nella prima parte tramite la brillante recitazione di Renato Carpentieri, è solo successivamente che capiamo le cause di questo temperamento, quando il personaggio domina di meno la scena, grazie ai dialoghi che la figlia Elena (Giovanna Mezzogiorno) intreccia con altre persone.

La Tenerezza: quando gli attori e la fotografia sono ponderati con maestria

Renato Carpentieri ed Elio Germano La Tenerezza

Renato Carpentieri ed Elio Germano in una scena del film.

Inutile dire che gli attori hanno giocato un grande ruolo nel film, dal sorriso così rassicurante della Ramazzotti, che appare in scena come un angelo del focolare, alla rigorosità e la testardaggine dimostrati dalla Mezzogiorno nel cercare a tutti i costi un rapporto con il padre, scavando, davvero in tutti i sensi, tra vecchie scartoffie e polvere.

I veri re della scena solo loro, i due uomini, i due papà. Il film è basato sugli aspetti della paternità: da un lato, Lorenzo, magistralmente interpretato da Carpentieri, che non ha più rapporti con i figli, non li ama più, eppure sembra vivere bene nel suo essere così serrato nei legami con l’unica famiglia che gli è rimasta; dall’altro, Fabio, giovane, affezionato ai due bambini, eppure pieno di conflitti interiori. Amelio non poteva scegliere espressività migliore di quella del volto di Germano per un ruolo così sofferto e scricchiolante.  Il regista costruisce abilmente a livello di sceneggiatura e, soprattutto, con il montaggio delle scene una sorta di parallelo tra l’anziano e il giovane.

La fotografia è un altro pregio che pochi nel Belpaese possono permettersi. Dai colori alle luci tutto è dosato con sapienza, creando un ritratto di questa drammaticità esistenziale.

La Tenerezza: la poesia di una pellicola che scuote lo spettatore per poi rassicurarlo con delicatezza

Il film delicatamente accarezza anche un tema sociale tanto attuale nei nostri tempi: il terrorismo, caratterizzato dalla presenza di due processi, che aprono e chiudono la storia, a due uomini arabi accusati di aver partecipato ad alcuni attentati. Una nota del presente incastonata come un piccolo accento nella sintassi filmica, che né disturba né interrompe la narrazione.

“La Tenerezza” non è un film per tutti, soprattutto se volete uscire dalla sala spensierati e sorridenti. Lo spettatore deve essere pronto a 103 minuti che corrono verso la fine in quest’ordine: tormento, emozione e commozione, in un climax discendente che scivola poeticamente verso la fine, lasciando al pubblico una lirica immagine conclusiva e nei più sensibili gli occhi umidi.

Erika Micheli, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

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