La ragazza nella nebbia

 

Stavolta è lo scrittore del romanzo ad aver sceneggiato e diretto il film. La Ragazza Nella Nebbia su carta e su schermo sono entrambi scritti (e il secondo diretto) da Donato Carrisi e si sente, nel bene e nel male. Fin da subito lo srotolarsi della storia traspira quel passo complicato dei romanzi e mette in scena personaggi senza la fretta del cinema di spiegarli immediatamente davanti allo spettatore. Tuttavia, più La Ragazza Nella Nebbia avanza, più sembra evidente che il problema principale sia quello del tono di questa storia di una sparizione in una tranquilla comunità montanaro-religiosa, in cui arriva ad indagare un poliziotto di città, ben presto seguito dalla televisione e il clamore che ne consegue.

Eppure Carrisi a lungo gestisce un’impresa ambiziosa e complicata con grande capacità. Seppur a fatica tiene a lungo a bada lo show delle facce di Servillo, mettendo a servizio il suo fascino indubbio e la sua immancabile tendenza a piacere allo spettatore, con un personaggio scomodissimo di cui è complicato capire le intenzioni e su cui è molto difficile esprimere un giudizio definitivo. Un investigatore all’americana che, come l’agente speciale Dale Cooper appena arriva a Twin Peaks, si presenta come un alieno risolutore e organizza una comunità, mette in scena il suo saper essere brillante, con 2-3 colpi ad effetto e crea un ambiente propedeutico all’indagine sfruttando invece che subendo la morbosità dei media, come se il paesaggio giornalistico peggiore possa essere messo a frutto della scoperta dell’assassino. Addirittura La Ragazza Nella Nebbia arriva fino a mostrare con discrezione come questo rapporto ambiguo con i media pure sia complesso, perché questi non sono una bestia che è davvero possibile gestire ma da cui accettare anche di essere mangiati.

Scritto molto meglio di come è messo in scena, il film trasuda una complessità che non si trova nello svolgimento, suggerisce di avere intenzioni molto sofisticate che però vengono spesso tradite con esiti semplici e scatti subitanei. Ma più di tutti ad essergli nocivi sono i frequenti cambi di tono. A tratti avventuroso come fosse I Fiumi di Porpora(senza esserlo), ad altri molto intelligente e in altri ancora veramente classico, questo di Donato Carrisi è un film eterogeneo che fa spesso avanti e indietro con i tempi per raccontare la storia da molteplici punti di vista. Partendo con la fine, viaggia a ritroso e ripercorre varie volte le date intorno a Natale per mostrare il detective e il principale accusato nei giorni cruciali. È senza dubbio l’intuizione migliore di tutte, muoversi nei meandri dei momenti cruciali, conscio che la parte più avvincente di tutto in un film non sia la maratona che è un’indagine ma lo scatto dei primi giorni, quando il crimine (forse) è stato commesso, quando arriva la polizia e bisogna scegliere le prime mosse.

È allora quando il film “ricomincia” e decide di lasciare il detective per seguire l’indiziato e adottare il suo punto di vista che tutto inizia a crollare. Con sempre meno cura il film vira dalle parti dei thriller in cui qualcuno aveva messo a punto un piano così sofisticato da prevedere tutto il prevedibile. In una valanga inarrestabile tutta l’ultima parte, solitamente determinante in un giallo, crolla addosso al film spazzando via tutto quel che di buono si era fatto a colpi di rivelazioni incredibili e stonate. Quasi simbolicamente l’ultimissima scena è un delirio inaccettabile, uno in cui un personaggio di cui praticamente non sappiamo niente, di cui non ci è stato detto niente e che non ci interessa si rivela cruciale. Una scelta che, anche intesa, come schiaffo ai soliti svolgimenti è lo stesso terribile.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

“Ricordate” – dice il professore di italiano Loris Martini a una classe di liceali che aspettano il suono della campanella – “è il cattivo che fa la storia”. E ancora: “Non sono gli eroi che determinano il successo di un’opera, è il male il vero motore di ogni racconto”. Queste “parole sante” riassumono la poetica di autore di romanzi noir di Donato Carrisi, che non abita nell’immaginario paesino di montagna di Avechot ma arriva dall’assolata Martina Franca e che soprattutto il male lo sa rappresentare per davvero, perché solo chi ha paura può parlare con cognizione di causa della paura e di ciò che la scatena, e l’inventore de “Il Suggeritore”, lo sappiamo, ha sempre amato definirsi un inguaribile “fifone”.

Ora, il fifone in questione sa che nell’ambito di una certa letteratura e di un certo cinema le brave persone non esercitano alcun fascino e che il male di cui sopra può avere innumerevoli facce. Ne La ragazza nella nebbia, per esempio, si avverte ma non si vede, e questo perché trascende gli eventi e si confonde con uno stato d’animo che si identifica sia con un istinto animale che con una reazione alla noia. Il male può anche essere banale, in quanto scatenato dal bisogno di denaro, oppure sottile e luciferino, come quando coincide con il nefasto operato dei media, che spettacolarizzano il crimine innescando un circolo vizioso in cui sono coinvolti tanto la giustizia quanto la gente comune. Ecco, è questo lo spunto più interessante del film: l’implacabile strumentalizzazione di una tragedia personale da parte di chi investiga e di chi dovrebbe fare cronaca. Il romanzo insiste sul concetto, la sua trasposizione un po’ meno. Peccato, ma il messaggio arriva ed è potente.

Sempre Loris Martini, in un altro punto del libro, spiega agli studenti: “La prima regola di un grande romanziere è copiare”. E’ ancora Donato che parla attraverso il dimesso insegnate dalla barba incolta. Per la sceneggiatura de La ragazza nella nebbia lui ha imitato se stesso, stando attentissimo a non trascurare gli snodi narrativi fondamentali, ma parlando un linguaggio molto più cinematografico di quello che caratterizza i suoi romanzi. Però, chi ha letto il libro ha l’impressione di trovarsi di fronte una sua versione più stringata – una specie di Bignami – e che quindi Carrisi non sia riuscito veramente, come invece sostiene, a “uccidere lo scrittore”, a eliminarlo con un colpo di pistola subito dopo aver deciso di cambiare forma di espressione. Perché diciamocelo: nella maggior parte dei casi, la maniera migliore per adattare un’opera letteraria è tradirla. Il nostro uomo forse non ne ha avuto il coraggio. Del resto, come si fa ad allontanarsi troppo da personaggi succosi come VogelMartini e Flores? Chi mai avrebbe voglia di torcere loro un capello? Solo un estraneo potrebbe “malmenarli” un po’, o lasciare indietro Martini a favore di Vogel, Agente Speciale dai metodi poco ortodossi così meschino eppure così affascinante nel suo disprezzo per il cattivo gusto di un branco di paesani rozzi e ottusi. Come pubblico cinematografico, e non più come lettori, avremmo voluto seguire quasi sempre lui, perché in un film è difficile identificarsi in un protagonista e poi ricominciare da capo con un altro, anche se Alessio Boni fa egregiamente il suo lavoro e anche se, nella scena iniziale, il “Dio Servillo” sembra soffrire il carisma di Jean Reno e sfiorare l’affettazione, salvo poi rubare la scena ai suoi colleghi italiani fino alla fine de La ragazza nella nebbia.

Torniamo all’atto del copiare, che è lecito anche quando si dirige un film, soprattutto un primo film. Donato Carrisi lo fa con grande umiltà e si diverte, si diverte a dare un tocco vintage all’ambiente in cui si muovono i suoi personaggi, omaggiando per esempio le divise dei poliziotti di Fargo, l’Overlook Hotel di Shining e gli interni della prima stagione di Twin Peaks, consapevole anche di quanto siano inquietanti le location montuose sul grande schermo. Il gioco gli riesce, e la sua storia beneficia di un’atemporalità che le conferisce universalità.

Universale La ragazza nella nebbia lo è anche perché non si muove mai oltre i confini del genere, il che assicura al film una giusta stringatezza. Seguendo regole narrative che ben conosce, Carrisi non è mai pretenzioso, non sbrodola mai nell’apologo morale né si affida al gioco di attori consumati per riempire eventuali buchi di sceneggiatura. Come un’indagine, la sua storia va dal punto A al punto B, prendendosi qualche bella licenza poetica e facendo sperare bene per un’opera seconda, in cui vorremmo trovare più disordine, coraggio, qualche lentezza o non necessaria digressione e magari un po’ di sana incoscienza.

Voto: 3 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Un uomo alla guida di un auto finisce fuori strada per la fitta nebbia, nei pressi del paesino di Avechot. L’uomo non riporta ferite ma i suoi vestiti sono macchiati di sangue… Così comincia La ragazza nella nebbia con la scoperta che l’incidentato si chiama Vogel (Toni Servillo) ed è un poliziotto al quale il trauma ha tolto la memoria. Uno psichiatra (Jean Reno) cerca di aiutarlo a ricordare. La storia affonda così le proprie radici negli ultimi mesi della vita di Vogel, che si incrociano al caso della scomparsa di una ragazzina di 16 anni, Anna Lou, forse allontanatasi volontariamente o forse rapita da un “mostro”. Il poliziotto, specializzato nel gestire, anche mediaticamente, casi del genere, si era trovato ad indagare in un contesto ambiguo, in cui la figura di un professore (Alessio Boni) poteva ben adattarsi a quella del rapitore di Anna Lou. Ma la ragione per cui Vogel si trovi ad Avichon e perché i suoi vestiti risultino sporchi di sangue resta un mistero…

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Donato Carrisi porta sul grande schermo il suo romanzo omonimo, pubblicato da Longanesi nel 2015, che, insieme a La donna dei fiori di carta, è estraneo sia al ciclo di Mila Vasquez sia a quello di Marcus e Sandra, anche se, come quelli, indaga e approfondisce il tema del Male, in tutte le sue forme e consistenze. E originariamente il libro fu concepito come sceneggiatura, vista la forte fruibilità. La ragazza nella nebbia, ad ogni buon conto, è un thriller sostanzialmente nella norma, che non presenza eccedenze o estremismi di alcun tipo. Carrisi esegue un facilissimo “copia e incolla”, “affrontando” il mestiere del regista senza timore, a viso aperto. Avvalendosi di un ricco cast composto da attori del calibro di Toni Servillo, Jean Reno, Alessio Boni e Lorenzo Richelmy, La ragazza nella nebbia è un giallo con diverse sfaccettature ma dotato di una minima incisività. Quello che si apprezza è la buona messa in scena del regista, che, sebbene alle prime armi, riesce ad essere totalmente convincente. E non è poco.

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Come il romanzo, che inizia il 23 dicembre con la sparizione della ragazzina, anche il film è ambientato in Alto Adige nell’immaginaria cittadina di Avechot, luogo inquietante e sospeso nel tempo. Quello di Carrisi è un thriller carico di mistero, non esattamente classico, quindi con una voluta (e coraggiosa) rivisitazione del genere.  L’obbiettivo sta proprio nell’addentrarsi nel genere, componendolo a suo piacimento. Un azzardo, ma Carrisi lo fa con criterio, con mestiere, senza eccessiva arroganza. Il regista adatta lo scrittore, in un gioco che potrebbe correre il rischio di sembrare presuntuoso, ma che alla fine suggestiona sia lo spettatore sia il lettore del romanzo. In sintesi,La ragazza nella nebbia è fondamentalmente l’esperimento di un uomo di cultura, ma anche di un appassionato di cinema. Il cinema e la letteratura, insieme, ancora una volta. E Donato Carrisi sfida Donato Carrisi, vincendo comunque.

Voto: 3 / 5

Alessio Giuffrida, da “nocturno.it”

 

 

Carrisi porta sul grande schermo uno dei suoi romanzi più amati, dimostrando come la sua esperienza pregressa sui set in veste di sceneggiatore, abbia dato buoni frutti. In effetti, per sua stessa ammissione, la storia de La Ragazza nella Nebbia nasce come sceneggiatura, rimanendo sospesa e incompiuta sino al completamento dell’omonimo libro.

L’autore, formatosi come criminologo con specializzazione in Scienza del Comportamento, dá vita ad una serie di personaggi delineati perfettamente, indagando nei meandri della complicata psiche umana.

Non per nulla il film si apre nel particolare studio dello psicanalista Flores (Jean Reno): un ambiente disordinato come le menti delle persone che lo frequentano, costellato di orribili trofei ittici appesi alle pareti. Lo psichiatra assiste, assieme allo spettatore, alla ricostruzione della storia dell’ispettore Vogel (Toni Servillo). Vogel si trova in uno sperduto paese di montagna, Avechot, per indagare sulla scomparsa di Anna Lou (Ekaterina Buscemi). L’ispettore procederà in questo “nebbioso” mistero lasciando che all’iniziale sicumera subentri uno stato di totale spiazzamento, che lo porterà ad avere un incidente quasi mortale e quindi a doverne rendere conto ad uno psichiatra.

Il film omaggia dichiaratamente il noir italiano anni ’60, contaminandolo con il più recente thriller made in USA che fa capo ai cult  come Il Silenzio degli Innocenti e SevenCarrisi non sembra affatto un novellino, ma dimostra di aver imparato la lezione dei grandi maestri di genere, da Argento a Bava, e soprattutto costruendo la solida impalcatura narrativa su quello che è il personaggio dell’investigatore Vogel, appositamente e unicamente plasmato su Toni Servillo.

Servillo, inizialmente un po’teatrale, funge necessariamente da anfitrione in un sottomondo labirintico – quello del gelido paese di Avechot – rappresentato da un plastico più volte ripreso a volo d’uccello e utile a scandire l’evolversi degli eventi. Quasi inevitabile quindi non pensare a Shining e al dedalo di kubrickiana memoria.

Strutturando il suo noir come un’insieme di scatole cinesi, ognuna delle quali si apre su un personaggio sospetto e ambiguo, il regista ne delinea magnificamente la caratterizzazione psicologica, non lasciando nulla al caso. La pellicola procede lenta ma inesorabile, dando voce alle ombre, ai silenzi e ad una suspense trepidante, piuttosto che ai colpi di pistola e allo splatter più banali.

La Ragazza nella Nebbia è un film sul Male. Male che abita la mente dell’uomo comune, e non risiede necessariamente nell’animo di un assassino, bensì aleggia nei deliri fideistici di una piccola comunità montana, o si diffonde tramite i mass media che lucrano sui fatti di cronaca nera. Un male che possiede persino chi per antonomasia è destinato a sconfiggerlo, l’ispettore  Vogel di Toni Servillo tanto affine  al Gian Maria Volontè diIndagine su un Cittadino al di sopra di ogni sospetto.

La location alpina, gelida e misteriosa, strizza evidentemente l’occhio ai recenti successi svedesi (letterari e cinematografici), ma riesce nell’intento anestetizzante nei confronti di uno spettatore che deve capire che – in questa storia – non esiste il Bene. La stessa soluzione finale, priva di qualsiasi intento consolatorio, perde quasi di vista il mistero di partenza perché ciò che qui preme raccontare è il degrado del genere umano nel suo complesso.

Pur se azzardata, la scelta del film di genere thriller si rivela azzeccata e rappresenta una coraggiosa voce nel marasma di commedie italiane di cui il cinema nostrano si alimenta.

Giulia Anastasi, da “cinefilos.it”

 

 

Per il suo esordio dietro la macchina da presa il noto scrittore di Martina Franca, Donato Carrisi, adatta per il grande schermo il suo omonimo romanzo, del quale cura personalmente la sceneggiatura, a dire il vero scritta prima che la storia divenisse un libro, per poi essere rielaborata per il grande schermo. Avvalendosi di un cast di rango e di collaboratori di grande esperienza, confeziona un noir ben riuscito, che rispetta i canoni del genere, non mancando di far riflettere sulle devianze morali della nostra società.

La ragazza nella nebbia: un noir classico che sbatte il mostro in prima pagina

“La ragazza nella nebbia” potrebbe a ragione essere inserito nella categoria dei thriller, ma per quel suo sapore retrò che si fonde ai mali dei nostri tempi, e per quel grigiore perenne che accompagna la narrazione, rimanda ai classici noir, quelli in cui lo spazio per la pietà umana è davvero esiguo.

È il racconto della sparizione di una giovanissima ragazza, in un piccolo paesino di montagna, quasi dimenticato dal mondo che, grazie ad un espediente dell’investigatore che arriva dalla città, vede accendersi i riflettori su tutto e tutti. Il circolo mediatico s’impadronisce del paese, solleticando la vanità di molti, disposti a sacrificare giustizia e verità per un’apparizione in video.

Carrisi fonde al racconto investigativo l’analisi di una società che lucra sul male, mostrando come, ai tempi d’oggi, il crimine è un vero e proprio business, soprattutto per gli organi d’informazione, ma anche per i piccoli centri ‘luoghi del delitto’, improvvisamente inondati da stampa e curiosi, che fanno la fortuna di ristoratori e albergatori.

La ragazza nella nebbia: Toni Servillo, Jean Reno e Alessio Boni illuminano lo schermo

La ragazza nella nebbia Toni Servillo

In un cast dove nessuno sfigura, la notizia sarebbe che Servillo non è in parte, ma come sempre l’attore partenopeo centra il personaggio, regalando allo spettatore una figura ben definita e caratterizzata nel profondo. Il suo agente Vogel è un uomo vanitoso che ha la presunzione di fare sempre la cosa giusta, dimenticando a volte quella correttezza che il suo ruolo implica.

Il suo voler apparire lo fa piegare al compromesso mediatico, rischiando più volte di rimanerne schiacciato. Servillo divide il set con uno Jean Renodecisamente in forma, che ha volutamente scelto di recitare in italiano, arricchendo notevolmente il suo ruolo, quello di uno psichiatra della zona. Alessio Boni veste invece i panni di un dimesso professore, il mostro da sbattere in prima pagina per alimentare il calderone mediatico.

La ragazza nella nebbia: Carrisi scandaglia il male che può covare in ciascuno di noi

La ragazza nella nebbia Alessio Boni

“La ragazza nella nebbia” è un film avvincente, che accompagna lo spettatore negli inferi, Carrisi muove la macchina da presa con cura e opta per scelte tecniche che fanno respirare allo spettatore una sorta di malinconia perenne. A completare il quadro una colonna sonora che non cede all’elettronica ed una scelta di costumi che influiscono sulla caratterizzazione dei personaggi.

Lo scrittore-regista sembra voler dire che il male è lì, insito in ciascuno di noi, a volte rimane sopito, a volte si desta, perché gli affanni della vita ci portano a compiere gesti estremi, a volte invece germoglia e prolifica senza ragione, ammettendo che possa esistere, seppur insana, una ragione per perpetrarlo.

Carrisi si dimostra con questo film un narratore completo, capace di animare sullo schermo ciò che ha creato sulla carta, grazie anche a quel suo scrivere per immagini che ha colpito i lettori fin dall’esordio editoriale, e non può non aver facilitato il suo lavoro sul set.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

 

Tratto dal romanzo di Donato CarrisiLa Ragazza nella Nebbia (qui il trailer) è un interessante esempio di thriller all’italiana che, con una buona regia e una trama non sempre ritmata, riesce ad intrattenere il proprio pubblico, coinvolgendolo nella ricerca di una tredicenne misteriosamente scomparsa.

In un piccolo paese di montagna, la giovane Anna Lou (Ekaterina Buscemi) sembra infatti essersi dissolta nella nebbia: uscita dalla propria abitazione il 23 dicembre, la ragazza non ha fatto più ritorno, destando preoccupazione nei religiosi genitori. Incaricato di ritrovarla, l’agente Vogel (Toni Servillo) si reca dunque nella sperduta località, già conscio di aver di fronte un caso di omicidio. Tra paesaggi alla Twin Peaks e atmosfere da noir classico, il detective non ricorre tuttavia a prove e reperti scientifici, ma si apre ad un universo ancora più forte ed invaso: quello dei media.

La Ragazza nella Nebbia è un interessante esempio di thriller all’italiana che, con una buona regia e una trama non sempre ritmata, riesce ad intrattenere il proprio pubblico

Proprio il controllo della stampa giornalistica, rievocante naturalmente innumerevoli casi di cronaca nera, appare come la carta vincente della pellicola. Nonostante la trama non sempre conquisti per inventiva o dinamicità, la rappresentazione dei media e del loro rapporto con un eventuale turismo dell’orrore riesce a delineare inedite modalità di concepire un’indagine, finalmente svincolata da quelle logiche scientifiche e schematiche ormai eccessivamente inflazionate.

Soprattutto la figura di Stella Honer, interpretata da Galatea Ranzi, restituisce al meglio l’archetipo delle pseudo-giornaliste d’assalto che, tra improbabili acconciature bionde e sciacallaggi senza scrupoli, sono sempre più diffuse sulle diverse reti della televisione italiana.

la ragazza nella nebbia

La Ragazza nella Nebbia: recensione del film di Donato Carrisi

Accanto alla Ranzi, non mancano naturalmente attori più celebri. Toni Servillo e Alessio Boni, in un perfetto scontro a distanza, diventano due esempi di un male latente e inaspettato, che con forza si propaga nelle persone a loro vicine. Il personaggio di Jean Reno, divo francese che qui recita in italiano, colpisce e coinvolge gradualmente, pur apparendo per pochi – ma intensi – minuti.

Sorprendente è poi la regia, curata sempre da Donato Carrisi. Sebbene sia stato deciso di trasporre il suo romanzo meno riuscito, La Ragazza nella Nebbia riesce a trasformarsi sul grande schermo, offrendo una coesa visione autoriale e introiettando atmosfere dal sapore gustosamente vintage.

La Ragazza nella Nebbia riesce a trasformarsi sul grande schermo, offrendo una coesa visione autoriale e introiettando atmosfere dal sapore gustosamente vintage

La messinscena è difatti squisitamente italiana: rievocando quei polizieschi che resero Gian Maria Volontà un divo negli anni Settanta, Carrisi omaggia il cinema nazionale di genere, distanziandosi per una volta da quelle commedie degli equivoci che oggigiorno controllano quasi interamente il mercato.

E se naturalmente questa produzione non può equipararsi ai grandi blockbusters d’oltreoceano, una domanda sorge spontanea: il paragone sarebbe davvero necessario? In un panorama cinematografico troppo monocorde e stantio, la pellicola di Carrisi rappresenta infatti una sfida ai canoni nazionali e all’egemonia americana che, almeno in parte, andrebbe ridimensionata. Con coraggio e audacia, La Ragazza nella Nebbia non è dunque un film hollywoodiano e, proprio per questo, convince.

Gabriele Landrini, da “moviestruckers.com”

 

 

Vedi “La ragazza nella nebbia” e hai subito la sensazione che lo scrittore noir Donato Carrisi, esordendo alla regia, abbia voluto dimostrare di aver visto molti film di riferimento. Infatti una delle frasi ricorrenti ci ricorda che lo scrittore più bravo è quello che copia bene. Varrà anche per il cinema?
Detto questo, s’intende, non è necessario cogliere tutti i riferimenti, le citazioni, le strizzatine d’occhio, ma certo Carrisi ci si è messo di buzzo buono. Facciamo qualche titolo? “I soliti sospetti” di Bryan Singer, “La promessa” di Sean Penn da Friedrich Dürrenmatt, “The Captive – Scomparsa” di Atom Egoyan, “Fargo” dei fratelli Coen, “Seven” di David Fincher, “Lasciami entrare” di Tomas Alfredson, forse “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli e “La foresta di ghiaccio” di Claudio Noce, qualcosa della serie tv “Criminal Minds”, chissà quante altre cose ancora, incluso un incongruo squillo di telefono preso da “C’era una volta in America” di Sergio Leone.
“La ragazza della nebbia” esce giovedì 26 ottobre nelle sale in 400 copie, targato Medusa & Colorado Film, dopo l’anteprima di domani sera all’Auditorium in chiave di pre-apertura della dodicesima Festa di Roma. Trattasi di thriller di montagna, piuttosto fosco e allusivo, che Carrisi ha tratto con qualche libertà dal suo romanzo, omonimo, uscito nel 2015 con Longanesi. Lungo il libro, quasi 400 pagine; lungo il film, quasi 130 minuti. Ma è probabile che chi ha apprezzato la pagina scritta correrà a vedere anche la versione cinematografica.
La storia all’osso: in un piccolo paese di montagna incastonato nelle Alpi italo-svizzere, Avechot, l’adolescente Anna Lou Kastner è scomparsa nel nulla uscendo di casa nella nebbia, a due giorni dal Natale. La fanciulla sedicenne, rossa di capelli e con le lentiggini, era affiliata controvoglia a una Confraternita di cattolici creazionisti e anti-abortisti, ma forse il suo diario infantile non la dice tutta. Il famoso poliziotto Vogel, azzimato e luciferino, viene spedito sul posto, mentre accorrono a stretto giro di posta, quasi imbeccate dallo sbirro, troupe televisive e giornaliste famose, tra le quali la disinvolta Stella Honer. Passano settimane, non affiora il corpo della ragazza ma urge trovare un colpevole. Il professore di liceo Loris Martini, bello, barbuto e un po’ ambiguo, sembra perfetto: il capro espiatorio ideale per chiudere il caso.
Naturalmente “La ragazza nella nebbia” confonde con cura le cose e gli indizi, in un gioco a incastro continuamente smentito che comincia dalla fine, con un dialogo sibillino tra il vecchio psichiatra locale Augusto Flores e l’agente Vogel reduce da uno strano incidente d’auto.
Fotografia ovattata e rugginosa, interni quasi da anni Sessanta, musica d’archi spalmata dappertutto, un’aria cupa “da sortilegio”, frasi a effetto come “Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità” o “Prima regola: santificare la vittima”, plastici della cittadina un po’ alla maniera di “Porta a porta”, animali impagliati, crocifissi e bigotteria diffusa, eccetera.
In effetti Carrisi, classe 1973, punta sull’atmosfera lasciando fuori campo la violenza e molto ironizzando sul ruolo nefasto svolto dai mass-media in questo genere di crimini, nonché sull’uso manipolatorio che di essi possono fare gli investigatori. Non si allude alla sexy-criminologa Roberta Bruzzone, però è come se ci fosse.
Per il cast di prima grandezza si vede che non s’è badato a spese. Toni Servillo fa Servillo all’ennesima potenza nell’incarnare il felpato agente Vogler, il deus ex machina che pensa di essere il più furbo di tutti; Alessio Boni è l’incasinato professore incastrato dalle prove costruite ad arte; Jean Reno il sin troppo saggio strizzacervelli che ama pescare sempre le stesse trote; Galatea Ranzi, Michela Cescon e Greta Scacchi ispessiscono il versante femminile nei ruoli della star televisiva, della poliziotta col colbacco alla “Fargo” e della vecchia reporter presa per matta. Le sorprese non mancano, in ossequio al tormentone: “È il cattivo che fa la storia”. Se non fosse che in questo caso i cattivi sono tanti…

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

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