La ragazza del mondo

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Una ragazza minuta, con la treccia e il volto pallido e senza un filo di trucco cammina per la strada sicura del proprio credo religioso e intenzionata a portare la luce di Dio laddove alberga quietamente il maligno. E’ questa l’immagine – calma e potente – che ci portiamo dietro dopo aver visto La ragazza del mondo, un’opera prima che bussa garbatamente alla porta del nostro immaginario stanco per renderci partecipi, senza polemiche, dell’abbraccio soffocante dei Testimoni di Geova, setta religiosa o semplicemente congregazione che per la diciottenne Giulia è la confort zone da cui uscire per mescolarsi al chiasso vibrante del presente e tingersi dei colori pastosi della vita.

Eppure è dalla voglia di raccontare la costruzione di un’identità o di scrivere con le immagini un romanzo di formazione (e non da un intento documentaristico) che è partito Marco Danieli, che però ha incontrato quasi subito proteste e accuse, quasi fosse un eretico vecchia maniera e nonostante un’educazione cattolica e la convinzione che, in un mondo senza ideologie, nessun “sostituto” della parrocchia possa raccogliere le pecorelle smarrite e dare loro un senso di appartenenza.

Quanto sia scomodo La ragazza del mondo per chi fa del proselitismo la battaglia più importante di una guerra senza sosta non abbiamo gli strumenti per dirlo, ma nei suoi 104 minuti, a noi che abbiamo uno spirito laico sembra di averla vista una piccola rivoluzione copernicana, perché, senza mordere il freno, il film con Sara Serraiocco e Michele Riondino è in tutto e per tutto un manifesto a favore della libertà, anche quella di abbandonare (da un punto di vista stilistico) il rigore ad ogni costo, e – contenutisticamente parlando – di sfuggire a una serie di cliché narrativi.

Scegliendo dapprima la via dell’essenzialità e di un approccio quasi cronachistico all’argomento da trattare, Danieli riprende con la camera a mano la quotidianità di una ragazza in apparenza mite e osserva, ora teneramente, ora con stupore (e prendendosi il giusto tempo), una comunità che sa essere dolce con chi non la delude ma crudele con coloro che si lasciano andare al peccato. Ma poi il mare dei sentimenti si agita e irrompono la passione, l’istinto, il trasporto per un ragazzo “perduto” e di borgata che contiene nell’anima un indistruttibile grumo di bontà e di purezza. E allora, mentre i due protagonisti si rivelano magnifici, la Venere tascabile diventa un’eroina e il suo uomo un cavaliere gentile, mentre intorno squarci di poesia e lirismo e di musica extradiegetica fanno salire la temperatura emotiva del racconto e lo cambiano.

E alla fine, aldilà di una storia d’amore come ce ne sono tante, resta la donna, moderna ma compassionevole, autonoma ma protettiva. E resta Giulia, che non dimentica Dio, anche se ai numeri dei versetti biblici decide di sommare i risultati di quegli algoritmi che capisce e venera: forse più di Libero, forse meno della gioiosa catastrofe a cui va incontro.

Voto: 3,5 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

 

Presentato a Venezia 73. nella sezione parallela Giornate degli Autori, La ragazza del mondo è il lungometraggio d’esordio del regista tivolese Marco Danieli che, attraverso la relazione tra una testimone di Geova e un ragazzo delle borgate, mette a confronto due universi agli antipodi ma ugualmente settari: quello dell’integralismo religioso e quello della criminalità.

Giulia (Sara Serraiocco) è una testimone di Geova all’ultimo anno di liceo che nel tempo libero si reca nei quartieri popolari per fare volantinaggio. Qui fa la conoscenza di Libero (Michele Riondino), un giovane con precedenti penali avverso alla sua confessione. Nonostante l’astio dimostratole, Giulia chiede al padre di assumere Libero al mobilificio di famiglia, e proprio sul luogo di lavoro scoccherà la scintilla; nel frattempo gli attriti con i genitori aumentano, dal momento che questi non sembrano intenzionati a farle proseguire gli studi.

La tresca viene poi scoperta e Giulia è convocata dinanzi al Consiglio degli Anziani per aver scambiato effusioni con un “ragazzo del mondo” – ossia un individuo estraneo alla dottrina di Geova –, rischiando l’espulsione dalla comunità. Con un guizzo di ribellione Giulia decide di andare a vivere da sola con Libero, il quale tornerà allo spaccio mettendo in pericolo se stesso e la compagna.

Istruendo un paragone, possiamo dire che qui l’appartenenza ai testimoni di Geova di Giulia ha la stessa funzione dell’handicap di Dasy e Viola in Indivisibili di De Angelis, cioè costituisce lo spunto da cui si sviluppa la storia di crisi e di crescita della protagonista. Infatti il film non vuole essere di denuncia e descrive la vita dei testimoni di Geova senza scadere in critiche spicciole di queste forme di religiosità. Certo il giudizio complessivo non è lusinghiero: si tratta pur sempre di una loggia che rigetta diversi aspetti della modernità e che adotta una politica di chiusura nei confronti di chi esce dal seminato.

Tuttavia la condizione peggiore non è quella del credente ma del delinquente: mentre Giulia, dopo la disassociazione, è lasciata libera – e, ancor prima, si sente libera – di vivere a suo modo, Libero non riesce mai a lasciarsi alle spalle le cattive abitudini e compagnie, finendo per compromettere la convivenza con la ragazza; paradossalmente, nonostante l’ostentata indipendenza è proprio Libero – nome che suona antifrastico – l’elemento della coppia a essere stato maggiormente influenzato dal proprio ambiente sociale.

Ulteriore pregio de La ragazza del mondo è la sua enigmatica protagonista Giulia. E’ difficile appurare se la sua adesione alla dottrina di Geova sia genuina o passiva: non appena ricevuta notizia della “scomunica” si fionda a letto con Libero, come se sino ad allora avesse preservato la propria purezza solo nella speranza di rientrare nelle grazie della congrega, ma di lì a poco la vedremo implorare Geova di salvare il fidanzato in overdose deplorando la sua condotta morale. In questo senso, forse Giulia incarna le contraddizioni del credente contemporaneo, diviso tra la contemplazione di una gioia eterna ma postuma e la possibilità di godere delle distrazioni del secolo.

In conclusione, per quanto Danieli ancora difetti di personalità registica, La ragazza del mondo è un’opera prima tecnicamente sobria che offre un’introspezione approfondita dei suoi personaggi, peraltro interpretati a dovere. Resta per noi ancora un mistero perché i migliori film italiani di questa edizione siano rimasti confinati nelle Giornate degli Autori.

Giovanni Stigliano Messuti, da “nonsolocinema.com”

 

 

 

Dentro o fuori
Se qualcuno ci chiedesse a caldo, dopo pochissimi istanti dalla fine dei titoli di coda, di sintetizzare con un aggettivo un film come La ragazza del mondo, non avremmo nessun dubbio su quale scegliere. Quello scritto e diretto da Marco Danieli, presentato lo scorso Settembre alle Giornate degli Autori della 73esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia e nelle sale a partire dal 9 novembre con Bolero, è un film assolutamente onesto. Non capita spesso, infatti, di imbattersi in una pellicola made in Italy, a maggior ragione in un’opera prima, che decide di calarsi in una realtà complessa e non facilmente accessibile come quella dei Testimoni di Geova, per provare a raccontarla senza pregiudizi di fondo e senza puntare il dito a prescindere. Danieli e il co-sceneggiatore Antonio Manca li mettono da parte, o almeno non cedono alla tentazione di assecondarli, per dare vita a un film che sceglie intelligentemente di narrare e mostrare le due facce della medaglia, con i rispettivi pro e contro, poiché non è detto che fuori dal suddetto movimento religioso, l’esistenza sia al 100% migliore e che non ci siano tutta un’altra serie di cose che limitano la libertà collettiva e individuale. Il mondo fuori non è poi tanto diverso, perché a suo modo può essere pericoloso o ingiusto. Questo è il messaggio di fondo. L’onestà, in tal senso, sta nell’approccio alla materia, che non deve per forza di cose andare in una sola direzione, ossia avversa nei confronti di qualcosa che magari non conosciamo e che proprio per questo ci spaventa, tanto da rigettarla.
Chi c’è dietro La ragazza del mondo ha deciso di non schierarsi da una parte o da un’altra, preferendo la neutralità, ma non per paura o furbizia, bensì per consentire allo spettatore di turno di farsi un’idea. Il fatto di non avere preso una posizione, in particolare contraria alla congregazione, non piacerà a molti, mentre per altri – noi compresi – è stata una decisione figlia di una grandissima maturità mista a una buona dose coraggio. Da questo punto di vista, chi ha portato sul grande schermo La ragazza del mondo, di coraggio ne ha dimostrato tanto, andando controcorrente. Schierarsi contro, in questo caso, sarebbe stata la scelta più sicura, ma per fortuna non è andata così. Il coraggio sta nel non avere dato retta alla massa, all’immaginario comune che il più delle volte si alimenta del sentito dire e della non conoscenza vera, attenta e profonda, delle cose e delle persone. Ed proprio questo osare, questo volersi prendere tutti i rischi del caso senza arretrare di un passo e senza farsi schiacciare o influenzare da una serie di timori reverenziali e di possibili critiche mosse da entrambe le parti, il dato che ci ha maggiormente impressionato della pellicola. E che piaccia oppure no, al di là delle sbavature, delle debolezze e delle imperfezioni, che possono emergere da un’analisi più o meno approfondita della timeline e degli elementi narrativi e tecnici che la compongono, si tratta di un dato che andrebbe tenuto seriamente in considerazione tutte le volte che si deve esprimere un giudizio su questo film e su operazioni analoghe. Per noi è stato così.
Ne La ragazza del mondo si parla di due “mondi” diametralmente opposti che, dopo essere entrati in rotta di collisione, iniziano ad attrarsi l’uno con l’altro. Questi due “mondi” sono in realtà un uomo e una donna, un ragazzo e una ragazza, lontani anni luce non solo caratterialmente, ma anche per i contesti in cui vivono. Quello di Giulia è un mondo antico e sospeso, fatto di rigore e testi sacri, che esclude con ferocia chi non vi appartiene. Quello di Libero è il mondo di tutti gli altri, di chi sbaglia, di chi si arrangia cercando un’altra possibilità e di chi ama senza condizioni. Quando Giulia incontra Libero scopre di poter avere un altro destino, tutto da scegliere. La loro è una storia d’amore purissima e inevitabile e per i due ragazzi inizia un intenso periodo di vita insieme, scelta che comporterà a Giulia una totale esclusione dal mondo dei Testimoni di Geova al quale appartiene. Libero farà a Giulia il dono d’amore più grande di tutti: la libertà di appartenere al mondo, un mondo nuovo, luminoso e pieno di futuro. Ma come vedremo non è detto che sia perfetto.
Quella che l’autore mette in quadro per affrontare una serie di temi delicati e universali (la possibilità di scegliere, l’amore, la ricerca della propria identità, i legami familiari, il desiderio di libertà e via dicendo) è, a conti fatti, l’ennesima variazione di Giulietta e Romeo, dove la storia d’amore travagliata e osteggiata di turno non può che avere l’inconfondibile e forte retrogusto shakespeariano, ma senza il tragico finale come chiusura del cerchio. Quello voluto da Danieli non raggiunge lo stesso livello di tragicità, ma a suo modo è in grado di non essere per nulla scontato, tantomeno riconciliatorio o accomodante. E questo è un altro aspetto che ci ha piacevolmente colpito, alla pari delle intense e partecipi interpretazioni di Sara Serraiocco e Michele Riondino, ben supportate dal resto del cast (particolarmente convincente quella di Pippo Delbono nella parte di Giacomo). Le loro performance davanti la macchina da presa alzano di molto l’asticella ben oltre la sufficienza, consentendo al film di accarezzare e schiaffeggiare a oltranza sia il cuore che la mente del fruitore, grazie a scene dal fortissimo impatto emotivo, come ad esempio quella del “processo” degli anziani della congregazione a Giulia in seguito alla scoperta della relazione sentimentale con Libero o quella dell’irruzione del co-protagonista durante una delle adunanze.

Voto: 7,5 / 10

Francesco Del Grosso, da “cineclandestino.it”

 

Qual è l’esatta vocalizzazione del nome di Dio? Non si sa… del resto non può nominare invano che ne accoglie pienamente la parola, infallibile. E magari la rispetta, alla lettera.

Marco Danieli, al suo lungometraggio d’esordio (prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia), entra in un mondo di cui conosciamo solo i contorni, quello dei testimoni di Geova. Accompagnato nella fase di ricerca e scrittura da Antonio Manca, si muove con rispetto. Giustamente. Apre le porte delle Sale del Regno, ma non lascia trapelare giudizi di sorta. Cerca di capire, prima ancora di raccontare. E si pone completamente nel punto di vista della sua protagonista, Giulia, figlia maggiore di una famiglia di testimoni. I suoi giorni si svolgono nell’osservanza della parola, l’attivo impegno in comunità, la predicazione della buona notizia del Regno. All’apparenza è perfettamente appagata dalla sua vita. Ma ci sono, sottotraccia, dei segni di tensione. La sua naturale inclinazione per la matematica la spingerebbe a continuare gli studi all’università, contro il parere della famiglia. E il parere, in una comunità chiusa che vede il mondo esterno come minaccia del peccato, ha il valore di un’imposizione. Per di più, durante i suoi giri di predicazione, conosce Libero, un ragazzo che ha appena scontato un anno di carcere per spaccio di droga. E comincia a provare un’attrazione nei suoi confronti. Attrazione proibita, secondo le regole dei testimoni. Il rischio più grave, in questi casi, è la disassociazione, cioè subire l’espulsione dalla comunità e tornare a essere una persona del mondo, nei cui confronti tutti gli altri fedeli devono evitare qualsiasi contatto.

la-ragazza-del-mondo-michele-riondinoLa norma e il desiderio. È tutto in questo conflitto il dramma di Giulia e, dunque, dell’intero film, che sta addosso al volto fiero di Sara Serraiocco. Un dramma che dovrebbe crescere in maniera esponenziale, a mano a mano che le norme si fanno più vincolanti, stringenti. Ma di questa gabbia coercitiva della regola, La ragazza del mondo ci lascia intravedere più la superficie che l’intera dimensione. Il fatto è che Danieli sceglie di seguire il percorso di crescita, abbandonando a metà il disegno dell’insieme. Ovviamente tralascia del tutto le convinzioni teologiche dei testimoni di Geova, ma, forse nel timore di intervenire a gamba tesa, sorvola fugacemente anche sui risvolti pratici della dottrina. Tutta la spinosa questione della disassociazione, ad esempio, viene raccontata dalla prospettiva di Giulia, che si ritrova improvvisamente senza una casa in cui tornare, fino a provarne un’ovvia nostalgia. Ma l’ostracismo non viene mai mostrato nelle sue effettive implicazioni e conseguenze. Anzi, a un certo punto, il film prende tutt’altra piega, scivolando verso le derive a tinte nere della droga e della malavita, in cui rimane invischiato il personaggio di Libero. la-ragazza-del-mondo-michele-riondino-sara-serraioccoSembra un trapianto forzato di toni e atmosfere che con il corpo fondamentale del film c’entrano poco. E la tenuta dell’impianto è minata, nonostante la grandissima forma di Michele Riondino, che con la sua interpretazione nevrotica ed eccessiva fa da contraltare alla misura di Pippo Delbono (di implacabile gentilezza) e di Marco Leonardi (che però sembra, come sempre, covare un’inquietudine rabbiosa devastante). È come se il film, in mezzo a due percorsi, rimanesse in mezzo al guado, senza riuscire a sbarcare né su una riva né su un’altra. E a farne le spese è anche la vicenda sentimentale tra Giulia e Libero, di cui non riusciamo a cogliere a pieno i motivi, all’inizio e alla fine della storia… Se non magari la giovane età di lei. Ecco. Resta l’emozione di un delicato ritratto. Una ragazza in cerca della sua libertà. Lei saprà trovare la sua strada, c’è da giurarci.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Al di là dei cliché che solitamente accompagnano, talvolta deformano, l’immagine esterna dei Testimoni di Geova – dall’ossessione per i citofoni, vera e propria macchina da proselitismo, alla questione assai controversa delle trasfusioni di sangue – poco si sa dei seguaci del Regno, particolarmente protettivi delle cose del gruppo.
Un motivo in più allora per apprezzare La ragazza del mondo, esordio nel lungometraggio di Marco Danieli, a memoria primo film italiano a entrare nelle segrete stanze del movimento. La protagonista, Giulia (Sara Serraiocco), è una diciottenne di stretta osservanza finché l’incontro con Libero (Michele Riondino), un giovane dai trascorsi difficili, non la spingerà a chiudere i conti con il suo passato e a diventare una “ragazza del mondo”. Ma il percorso di emancipazione si rivelerà più complicato del previsto.
Sia la Serraiocco che Riondino hanno vinto per le loro interpretazioni il Premio Pasinetti a Venezia, dove La ragazza del mondo era in cartellone alle Giornate. E in effetti se l’attenzione al decor e alla caratterizzazione psicologica dei personaggi l’apparentano ai film d’autore italiani, La ragazza del mondo sa d’altra parte dialogare anche con un pubblico più ampio, lavorando sulla morfologia del racconto attraverso il filtro di genere, come il mélo e il crime (nonostante il detour narrativo nella seconda parte, con la svolta noir, convinca poco).
Al netto di certe artificiosità (perché cercare sempre la scena esemplare, che dica tutto?) e dell’incapacità di allargare lo sguardo oltre il personaggio principale, dando spessore e veridicità ai mondi che attraversa (la scuola, il sottobosco criminale, gli stessi Testimoni di Geova), La ragazza del mondo è un esordio che lascia buone sensazioni. Purché non ci si accontenti “di intraprendere una strada”, riprendendo lo stesso Danieli, ma di percorrerla fino in fondo. Come la sua Giulia, senza tornare indietro.

Voto: 3 / 5

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

Giulia, con tutta la sua famiglia, fa parte dei Testimoni di Geova. Le regole che l’appartenenza a questo gruppo religioso le impone sono rigide e comportano una separazione nelle relazioni sentimentali con i non appartenenti alla comunità. Un giorno conosce, durante uno dei suoi impegni di proselitismo, Libero. È un ragazzo che la colpisce immediatamente e di cui si innamora ma la sorella, che li sorprende una sera, ne parla con i genitori e la comunità viene subito coinvolta. Giulia viene diffidata dal continuare a frequentarlo, pena l’allontanamento dalla Chiesa ma decide di non arrendersi.
Ci sono film che meritano attenzione per ciò che raccontano e per come lo fanno. Altri hanno un valore aggiunto particolare. In questo caso il valore aggiunto ha origine nella modalità produttiva che vede nel Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma non solo un co-produttore ma anche, e soprattutto, come l’istituzione che ha formato gran parte di coloro che hanno contribuito alla realizzazione.
Il tema certo non era dei più semplici da affrontare anche perché sui Testimoni di Geova interviene un immaginario popolare che li identifica come quelli che suonano ai campanelli per cercare di portare nuovi adepti alla comunità. Il film di Danieli non manca loro di rispetto anche perché la documentazione che sta a monte della sceneggiatura è corposa. Non siamo dinanzi a una storia che li vede come i ‘cattivi’ perché anche Libero, che pure è lo strumento di una nuova e definitiva apertura al mondo da parte di Giulia, non è certo uno stinco di santo.
Quella che il film cerca di andare a proporre non è una vicenda alla Romeo e Giulietta ma piuttosto una lettura di come l’adesione all’ortodossia religiosa finisca con il trasformarsi in un abbraccio soffocante che, mentre cerca di proteggere ed elevare spiritualmente, rischia quotidianamente di non comprendere proprio quella realtà che vorrebbe trasformare con la forza della fede. La luce di Dio deve, per definizione, illuminare. Se la si propone in maniera accecante si può rischiare di vanificarne la funzione.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

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