La luce sugli oceani

 

 

 

La luce sugli oceani si ispira all’omonimo romanzo dell’australiana M. L. Stedman (Garzanti), la cui lettura ha folgorato Derek Cianfrance: cineasta che già in Blue Valentine e The Place Beyond the Pines aveva dimostrato un’inclinazione a penetrare nei recessi di coscienze divise fra imperativo morale e pulsioni affettive.

Qui abbiamo il reduce della Grande Guerra Michael Fassbender che, vulnerato dagli orrori bellici, si è chiuso in una corazza di impermeabilità e per questo ha accettato il posto di guardiano del faro in una sperduta isola lontano da tutti.

Ma l’incontro con l’appassionata Alicia Vikander gli restituisce la voglia di vita; e le due anime si fondono al calore della passione contro uno scenario di vento, mare e assoluta solitudine, finché il dramma di due gravidanze interrotte non crea in lei un profondo squilibrio inducendola a un gesto gravido di conseguenze.

Nella prima parte Cianfrance affonda nel melò con una potenza di linguaggio degna di Cime tempestose, poi nello snodarsi degli eventi, la maniera prevale: ma che maniera! E che attori!

Alessandra Levantesi Kezich, da “lastampa.it”

 

 

 

La luce sugli oceani, attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche italiane, è l’ultimo film scritto e diretto dal regista americano Derek Cianfrance. Il soggetto della pellicola è l’adattamento dell’omonimo romanzo, uscito nel 2012 e divenuto un best seller, con il quale ha esordito la scrittrice australiana M. L. Stedman.

Ambientato in Australia all’indomani della Prima guerra mondiale, il film comincia con il protagonista, l’ex soldato Tom Sherbourne (Michael Fassbender), che accetta l’incarico come guardiano del faro nella piccola e remota isola di Janus, situata tra l’oceano Australe e l’oceano Indiano. Arrivando a Partageuse, per poi recarsi sul luogo del nuovo lavoro, Tom conosce la bella e solare Isabel Graysmark (Alicia Vikander) con la quale inizia una corrispondenza epistolare che li renderà sempre più intimi, al punto da innamorarsi e decidere in seguito di sposarsi. Isabel raggiunge il marito sull’isola che, adesso, ha un’abitante in più e comincia una nuova vita insieme all’uomo che ama, circondata dalla natura selvaggia e solitaria ma amena del posto. La loro felicità, tuttavia, viene scalfita dalla perdita del loro primo bambino e sarà soltanto grazie all’incondizionato amore di Tom per lei e all’aiuto della musica se Isabel riuscirà pian piano a riprendersi. Sarà l’interruzione di una seconda gravidanza, però, a farla ricadere in uno stato di profonda sofferenza dal quale solo un miracolo potrebbe salvarla. L’occasione si presenta del tutto inaspettata, vista la recente situazione in cui si trovano e l’isolamento che li circonda, quando i coniugi Sherbourne rinvengono una piccola barca a remi alla deriva della costa dell’isola. In essa, una neonata di pochi mesi piange disperata accanto al cadavere di un uomo. È Isabel a vedere in quella creatura innocente un segno, una luce arrivata per rischiarare le loro vite spazzando via le tenebre del dolore ed è lei a insistere con Tom, da subito intenzionato a denunciare l’accaduto alle autorità, affinché diventino i suoi genitori. La decisione di crescere Lucy come se fosse figlia loro, presa per amore dal protagonista ma non a cuor leggero, avrà un prezzo che Tom e Isabel saranno costretti a pagare, con gli interessi, alcuni anni dopo quell’inaspettato giorno di fine aprile del 1923 che ha cambiato e cambierà per sempre le loro vite.

La luce sugli oceani, un commovente dramma storico

Derek Cianfrance – acclamato per Blue Valentine (2010) e Come un tuono (2012) – torna dopo 4 anni dietro la macchina da presa per dirigere un altro film drammatico. Presentato in anteprima alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di VeneziaLa luce sugli oceani non ha avuto una calorosa accoglienza di pubblico e di critica. La trama, in alcuni punti fin troppo melensa, non convince fino in fondo; ciononostante non si può negare che si tratti di una storia coinvolgente al punto tale da far commuovere più volte durante la sua rappresentazione sul grande schermo.

Il merito di un simile risultato è da attribuirsi alla combinazione vincente di diversi elementi. Primo fra tutti, l’innegabile bravura degli attori protagonistiMichael Fassbender Alicia Vikander recitano talmente bene e con grande naturalezza e sintonia le loro parti da sembrare realmente Tom e Isabel Sherbourne. Il loro mirabile lavoro è poi inserito in un contesto scenico da favola: tra splendenti albe e tramonti, tempeste e una natura incontaminata – le riprese si sono svolte tra la Nuova Zelanda e l’Australia – l’occhio dello spettatore viene più volte sollecitato e deliziato da panorami da sogno che risultano essere uno sfondo perfetto per la storia. Infine, l’impeccabile scelta delle musiche, a opera del compositore francese Alexandre Desplat, che accompagnano senza mai perdere il ritmo le vicissitudini dei protagonisti.

La luce sugli oceani, per alcuni, non sarà forse un faro nella notte che illumina sentieri inesplorati e, quindi, nuovi; ma, per altri, rappresenterà semplicemente un bel film che appassiona e fa versare più di una lacrima per il modo con il quale mostra la fallibilità e la fragilità dell’animo umano quando è dominato da un sentimento potente come può essere l’amore, quello vero.

da “eroicafenice.com”

 

 

La luce che attraversa gli oceani nell’ultimo film di Derek Cianfrance è avvolta nell’involucro del cinema melodrammatico il quale, se aperto, rivela tutt’altro: la fragilità a cui siamo soggetti soprattutto nel confronto con “l’altro da sé”, occasione di condivisione dei migliori intenti e sentimenti che con il superamento della soglia di razionalità può trasformarsi nel più orrorifico degli incontri/scontri. La solitudine e l’isolamento ricercato con forza da Tom Sherbourne (Michael Fassbender) nell’incipit del film è una necessità più fisiologica e legata alla sopravvivenza che un movimento derivato dal cuore, oramai spento e lontano dalla vita. Ciò che ha vissuto durante il primo conflitto mondiale da cui ha avuto la fortuna di far ritorno, gli ha restituito durezza e una certa insensibilità nei confronti dei sentimenti. L’isola di Janus Rock, la cui etimologia deriva da Gennaio, il primo mese dell’anno con un occhio rivolto all’anno precedente e un altro rivolto all’anno che verrà, è con il suo faro stagliato, custode degli oceani e punto di approdo per l’arido animo di Tom, reduce di guerra ed eroe della patria. La sua freddezza, l’abitudine al non amore e alla morte, viene investita dalla gioia e dal calore di Isabel Graysmark (Alicia Vikander), una figura che entra sfondando le porte del cuore di Tom con i suoi stivaletti stringati e la sua frizzante voglia di vivere, nonostante la perdita dei due fratelli nella Grande Guerra. Di nuovo nel cinema di Cianfrance vediamo l’intrecciarsi degli opposti, quelli dell’animo di Tom e Isabel come, in modo analogo era avvenuto per Dean e Cindy di Blue Valentine dove l’amore, tutto concentrato in quel primo incontro, si sfalda lentamente lasciando emergere quelle dinamiche di potere e di possesso che spesso contraddistinguono molti rapporti umani, soprattutto quando in gioco ci sono i sentimenti. E’ l’arrivo di una figlia trasportata dalle acque verso l’isola di Janus Rock e verso i coniugi Sherbourne, tanto desiderosi di aggiungere quel “tassello mancante” al loro rapporto di coppia, ad essere la molla che fa scattare oltre il raziocinio e che modifica l’equilibrio nelle dinamiche di coppia. Ne deriva un desiderio di possesso morboso, che pretende di rappresentare il vero volto dell’amore, mentre spesse volte è solo il tentativo di assurgere ad assioma “ti amo = sei mio/a”. Così la piccola Lucy/Grace, forse più figlia degli oceani che della vera madre Hannah Roennfeldt (Rachel Weisz) o della putativa Isabel, viene strattonata tra la sofferenza di una donna che non riesce a divenire madre naturalmente e quella di una donna che ha perso tutta la sua famiglia in una barca a remi sperduta nelle acque vicino Janus Rock. Entrambe con l’intento di rivendicare l’affetto di una figlia che non ha potuto avere voce in capitolo. Quello della famiglia, dunque, è un meccanismo che nasce già inceppato, un habitat dove individui che non si sono mai scelti (o che non hanno rinnovato quella scelta) vivono insieme. Stavolta, però, Cianfrance va oltre al melò ed illumina di speranza il suo cinema con un finale che lascia intravedere una luce o forse semplicemente riaccende quella del faro in mezzo agli oceani, silente e innocente spettatore degli eventi (un po’ come Lily-Grace) attraverso la redenzione e il perdono, di natura per niente buonista ma che passa attraverso ferite profonde e ancora non rimarginate.

Rachele Pollastrini, da “indie-eye.it”

 

 

Un faro guida a distanza i naviganti e proietta la sua luce a perdita d’occhio da un’isola sperduta nell’Australia Occidentale. Tom Sherbourne (Michael Fassbender) è un ex-combattente sul Fronte occidentale dopo la Grande Guerra e ottiene l’incarico di guardiano del faro di Janusnel tentativo di allontanarsi dal mondo e dalle immagini di un conflitto a cui è sopravvissuto. La possibilità di distanziarsi dal passato consiste nell’autobandirsi dalla società per espiare le proprie colpe. L’isolamento è addolcito da Isabel (Alicia Vikander, premio Oscar 2016 come miglior attrice non protagonista per The Danish Girl) che sposa Tom e sceglie di vivere a Janus.

La luce sugli oceani, adattamento cinematografico di Derek Cianfrance dell’omonimo best seller del 2012 dell’autrice M. L. Stedman, porta in scena lo strazio di una coppia alla ricerca di un desiderio inappagato: avere un figlio. Isabel subisce due aborti, ma inaspettatamente l’oceano le restituisce una barca con una neonata e il cadavere di un uomo. Tom e Isabel decidono di allevare in segreto la bimba, che sarà così loro figlia, Lucy. Alla gioia ritrovata della coppia, nel frattempo, corrisponde il senso di vuoto e disperazione di Hannah (Rachel Weisz) che a distanza, sulla terra ferma, vive il lutto per la perdita della propria famiglia in mare; per lei il passato è un fantasma da allontanare. Gli equilibri nel corso del film si invertiranno, facendo vivere a Tom e Isabel il supplizio della separazione dalla figlia.

Le vicende del romanzo della Stedman offrono a Cianfrance materiale per lavorare su tematiche care al suo cinema precedente: il destino ineluttabile, le coppie e le famiglie colpite da fratture emotive non superabili, il senso di colpa lacerante, la solitudine irrisolvibile. I temi del melodramma cinematografico classico erano presenti e già stati reinterpretati efficacemente in Blue Valentine e Come un tuono. In quei film i tòpoi del mélo venivano attualizzati con asciuttezza stilistica e narrativa. In un ideale percorso evolutivo, La luce sugli oceani avrebbe dovuto proseguire questo processo di ri-generazione cinematografica, ma laddove ci si sarebbe aspettati un’evoluzione, si assiste ad una normalizzazione della scrittura e della regia. Non bastano i colori desaturati, dominante cromatica del film, a sancire il distacco dalla classicità del melodramma: il modello è riproposto nella forma dell’alternanza tra scene madri struggenti e costruiti cambi di prospettiva sul racconto.

Proprio la narrazione sovrasta le immagini e annulla la capacità di Cianfrance di avvicinare empaticamente chi guarda. La scelta è di accompagnare ogni istante lo spettatore attraverso una serie di momenti narrativi in cui ogni cosa è descritta e dove tutti gli eventi sono sottolineati, rimarcati, indicati. La regia di Cianfrance si accomoda dunque su uno stereotipo. Anche la colonna sonora di Alexandre Desplat sospinge le immagini nella direzione di un weepie programmatico e accentua attimi già resi enfatici dal regista e dagli interpreti. Il dolore sembra si possa esprimere solo grazie al pianto e all’espressività dei volti incorniciati in primissimi piani ricorrenti, il film strappa di continuo lacrime agli attori e ilweepie si traduce letteralmente anche sui volti: lacrime copiose e accompagnate da singhiozzi per Alicia Vikander, trattenute, ma costanti, negli occhi lucidi di Fassbender.

La luce sugli oceani vive di una dialettica continua e irrisolta tra la distanza – ricercata dai personaggi, vissuta nell’isolamento di Janus – e la vicinanza emotiva ricercata sistematicamente da Cianfrance. Nel tentativo di avvicinarsi alla sofferenza dei protagonisti seguendo gli archetipi stilistici del mélo, il regista finisce per creare una separazione insanabile con lo spettatore e, allo stesso tempo, si allontana da nuove ipotesi di interpretazione del melodramma contemporaneo.

Caterina Rossi, da “cineforum.it”

 

 

Come si distingue una scelta giusta da una sbagliata quando il confine è estremamente labile?
Il regista Derek Cianfrance dopo il successo di “Blue Valentine” e “Come un tuono”, torna a parlare di amori che non sembrano essere destinati al lieto fine. La storia perfetta tra Tom Sherbourne (Michael Fassbender), un ermetico reduce dalla Grande Guerra e un’estroversa ragazza di buona famiglia, Isabel Graysmark (Alicia Vikander), è in grado di curare le ferite del passato ma inevitabilmente ne causa altre e conduce su strade tortuose.
Tom è in eterno conflitto con se stesso, tra rigida moralità e abbandono delle regole in nome del profondo sentimento per Isabel, la donna che gli ha permesso di ricominciare a vivere. Lo strazio dei protagonisti non consiste esclusivamente nella perdita più grande che si possa affrontare da genitori, ovvero la morte del proprio figlio, ma nella tremenda ripetizione del dolore.
Le frequenti inquadrature che mostrano la vastità dell’oceano e il sole che tramonta tolgono il fiato e probabilmente intendono sottolineare la duplicità dell’isola di Janus: un concentrato di bellezza paradisiaca e al contempo oscura prigione, entro cui la coppia è vittima di un ostinato tormento.
Cianfrance è un maestro nel creare l’alchimia tra le coppie. La delicatezza del contatto tra i protagonisti, le note malinconiche di Alexandre Desplat, i costumi di Erin Benach e la fotografia dai colori pastello di Adam Arkapaw contribuiscono a rendere il film un concentrato di eleganza e pathos.
La storia narrata in “La luce sugli oceani“, basata sul romanzo omonimo di M.L.Stedman, è totalmente aderente al materiale letterario. Michael Fassbender (attore dotato di grande versatilità) interpreta con efficacia l’impacciato e impenetrabile Tom. Le due madri in conflitto, Alicia Vikander e Rachel Weisz (Hannah), sono struggenti. Con gli occhi gonfi e provati dalle lacrime, Isabel combatte per la propria bimba e non vuole rassegnarsi a un’ulteriore perdita, mentre in Hannah si riaccende un inaspettato barlume di speranza.
Un dramma romantico che parla di gioie e dolori della maternità, di tradimento e della necessità del perdono. Quel genere di film che può essere considerato convenzionale, se fruito solo in superficie. Probabilmente l’unica nota dolente è un ritmo troppo lento nella prima metà del film. Quando gli eventi iniziano a precipitare, il film scuote con forza e apre riflessioni importanti. Cianfrance è un regista capace di emozionare e il suo intento è nobilitato da un cast d’eccezione.

Sara Risini, da “recensito.net”

 

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