La la land

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31 anni appena e un film, Whiplash, caso cinematografico del 2014 con 5 nomination agli Oscr (3 vinti), critiche entusiastiche e ondate di premi ulteriori. Grazie proprio a quell’inatteso successo (50 milioni di dollari incassati in tutto il mondo dopo esserne costati appena 3), Damien Chazelle ha potuto riprendere in mano un progetto a lungo cullato ma 5 anni fa chiuso in un cassetto, perché dopo l’esordio con il poco conosciuto Guy and Madeline on a Park Bench nessuno avrebbe mai prodotto un simile musical ad un perfetto sconosciuto. Poi tutto è cambiato grazie alla batteria di Miles Teller, alla bravura di J. K. Simmons e al memorabile montaggio di Tom Cross, tanto da veder risorgere La La Land, film d’apertura della 73esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia che punta ad allungare la recente e fortunata tradizione veneziana da Oscar di questi ultimi anni: Gravity nel 2013, Birdman nel 2014 e Il Caso Spotlight nel 2015.

Un perfetto terzetto che ha riportato in massa Hollywood al Lido, con tanto di omaggio in cinemascope e technicolor ad un cinema che ha fatto le fortune di Los Angeles. Il musical a stelle e strisce, quello romantico, colorato, coinvolgente e abbagliante di Vincent Minnelli, ovviamente venato d’amore grazie ad una storia che trasuda romanticismo. Protagonisti due sognatori che provano ad emergere dalla seduttrice e cinica L. A., così brava ad ammaliarti e a sotterrarti, dopo averti a più riprese illuso e bastonato. Mia è un’aspirante attrice che serve caffè e cornetti senza glutine a dive del grande schermo nel bar degli studios Warner, mentre Sebastian è un musicista jazz che arriva a fine mese suonando musichette idiote in squallidi pianobar. Entrambi, neanche a dirlo, ambiscono ad altro e dovranno digerire dolorosi sacrifici per raggiungerlo, scoprendo a malincuore che per arrivare a toccare con mano quei sogni a lungo inseguiti sarà proprio il loro eterno amore, inizialmente inimmaginabile, a doverne pagare dazio.
Lunghi e calorosi applausi hanno accolto la proiezione stampa di La La Land, film che ha indubbiamente consacrato il talento di un giovanissimo regista, Chazelle, riuscito a reinventare in chiave moderna i canoni di un genere che da decenni si credeva perduto. Pronti, via e il musical prende subito vita in un’assolata e trafficata strada losangelina, con macchine incolonnate e automobilisti che saltano fuori dalle proprie autovetture per ballare e cantare, introducendo i due rissosi protagonisti tra ariose coreografie e vedute sulla caotica ma ipnotica Los Angeles. Pochi minuti appena e Chazelle ha già lasciato un’impronta, chiara e indelebile, sul voluto omaggio ad una cinematografia dalle nuove generazioni snobbata e qui fortunatamente recuperata.

Suddiviso in stagioni, La La Land guarda al classico senza pudore portando in scena la più vista delle storie d’amore, in origine complicata ma con il passare dei minuti sempre più accecante. Ed è proprio in questa prima travolgente ora di ‘conoscenza’ tra Mia e Sebastian che Chazelle da’ il meglio di se’, tra tuffi in piscina in cui nuotare danzando e pali della luce a cui appendersi fluttuando, panchine su cui fare tiptap e maestose panoramiche illuminate dai colori dell’alba e del tramonto, dalle stelle e dalle insegne, a fare da sfondo. A trainare il tutto le splendide canzoni scritte e musicate da Justin Hurwitz, amico e compagno di stanza del regista ai tempi del liceo a cui va dato il merito di aver realizzato un’apprezzabile e invidiabile colonna sonora. Poi, improvvisamente, La La Land inizia inaspettatamente ad inciampare sul jazz idolatrato dal protagonista, che punta alla sua salvezza da quel contemporaneo mondo che lo rovina sotterrandolo di inutili parole, perdendo smalto, originalità, ritmo e musicalità rispetto alla prima parte, rischiando così di incrinare una malinconica, romantica e persino divertente opera che fortunatamente riprende forza nel finale grazie ad uno strepitoso sliding door in versione musical ‘di cartone’ che chiude il cerchio e fugge dallo scontato lieto fine.

Ricco di sequenze visivamente sublimi, perché in grado di deliziare occhi, orecchie e cuori, e ben diverso dal precedente Whiplash (l’ossessivo montaggio del 2014 lascia qui spazio a danzanti pianisequenza), La La Land poggia interamente sulle spalle di una 27enne che due anni dopo la nomination all’Oscar per Birdman potrà finalmente far sua la statuetta come migliore attrice. Emma Stone, eterea e leggiadra nel rendere credibile le disilluse ambizioni di una romantica sognatrice. La sua Mia, così fragile e talentuosa, testarda ed elegante, riempie lo schermo con un sorriso, una lacrima, un passo di danza, una strofa intonata. Ryan Gosling, in passato già due volte visto al suo fianco e grande assente al Lido a causa delle riprese di Blade Runner 2, non può far altro che accontentarsi della poca luce lasciata dalla sua gigantesca ombra, talmente ingombrante da limitarne la presenza scenica. Il suo Sebastian è ineccepibile tanto nel ballo quanto nel canto eppure è incapace di lasciar particolari tracce come fatto dalla collega di set, anche perché frenato da una sceneggiatura che proprio su di lui si accartoccia, cambiando registro e partitura come se fossimo in una jazz-session.

Impeccabile nel ricreare i colori e le atmosfere di una Hollywood che non c’è più, Chazelle ha esagerato nella lunghezza (115 minuti) e momentaneamente perso la bussola durante la sua evoluzione (in fase di scrittura), seminando comunque in gran quantità momenti di grandissimo cinema, a tratti magico e visionario (si danza persino tra le stelle, volando su nel cielo), sognante e musicalmente eccellente (c’è un tema che è già un classico e una canzone che ti entra in tesca per poi non abbandonarti più), ribadendo così il proprio talento registico (furbo il giusto nel drogare lo spettatore con inebrianti soluzioni visive) e la recente ma sempre più consolidata tradizione veneziana. Perché anche La La Land, come capitato negli ultimi 3 anni con Gravity, Birdman e Spotlight, lo rivedremo pesantemente agli Oscar del 2017. Questo è poco ma sicuro.

Voto: 9 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Nostalgia, nostalgia canaglia.
Qui, in La La Land, non ci sono Al Bano & Romina, ma Ryan Gosling & Emma Stone: alla loro terza collaborazione, belli, simpatici, affiatati, teneramente goffi nella danza e nel canto. Forse perché per girare un musical, oggi, hai bisogno delle star, o forse perché Damien Chazelle sapeva che era proprio di quella goffaggine che aveva bisogno per raccontare la sua storia.
Una storia d’amore, una storia di sogni e delusioni, di follia e di crescita; una storia che, come quei vertiginosi zoom all’indietro che arrivano fino allo spazio, ambisce a raccontare due personaggi, una città, la musica, il cinema, l’Arte, l’Immaginario. E, ovviamente, la nostalgia.

Lei è l’aspirante attrice che fa la cameriera, lui il pianista duro e puro che vuole salvare la musica che sta morendo, il jazz, nella città “che venera tutto e che non dà valore a niente”, la città dei sogni troppo spesso infranti e delle luci, Los Angeles. Si scontrano, s’incontrano, si amano, si sostengono per realizzare le loro aspirazioni, anche a costo di consumare un amore, di alimentare il rimpianto per il passato.
Dice che il suo film è come se Gene Kelly incontrasse Thelonious Monk, Chazelle; e non dice nemmeno cose cretine, anche se omette di citare Casablanca. Ma in La La Land sono tantissime le cose che s’incontrano: perché se di nostalgia si parla, si parla di quella per una musica (che però proprio morta proprio non è), per un modo di fare e vedere cinema, per quelle vite che abbiamo abbandonato lungo gli incroci della vita e che potevano essere le nostre.

La nostalgia di La La Land, insomma, è quella per un romanticismo privo di ogni cinismo o sarcasmo, per una purezza d’altri tempi e un feticismo solo un po’ ruffiano per il passato idealizzato oltremodo ma senza secondi fini davvero nocivi. Per il passato che, con un musical che potrebbe diventare il Moulin Rouge! degli anni Dieci proprio perché è il suo contrario ideale, Chazelle vuole spalmare sul presente.
Perché alla fine nostalgia e romanticismo sono senza tempo. E se hai l’intelligenza e il coraggio di portare i tuoi personaggi lì dove li devi portare, senza lasciarti spaventare, e di chiudere il tuo film su quegli sguardi e quei sorrisi amari, allora il tuo pubblico lo conquisti e lo commuovi. Ieri come oggi, e pure domani. Pure se non è che proprio le azzecchi tutte strada facendo.
E al diavolo il cinismo.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

Los Angeles. Mia sogna di poter recitare ma intanto, mentre passa da un provino all’altro, serve caffè e cappuccini alle star. Sebastian è un musicista jazz che si guadagna da vivere suonando nei piano bar in cui nessuno si interessa a ciò che propone. I due si scontrano e si incontrano fino a quando nasce un rapporto che è cementato anche dalla comune volontà di realizzare i propri sogni e quindi dal sostegno reciproco. Il successo arriverà ma, insieme ad esso, gli ostacoli che porrà sul percorso della loro relazione.
Damien Chazelle ci aveva lasciato con uno scontro a due su un palcoscenico con in mezzo una batteria su cui grondavano copiose le gocce di sudore. Lo ritroviamo ora in un mondo (quello del musical) dove nessuno suda davvero e in cui tutto avviene con magica fluidità. Woody Allen in Tutti dicono I Love You fa dire a uno dei personaggi che se si vuole raccontare una storia con la massima libertà creativa il genere da utilizzare è appunto quello del musical. Infatti, così come Woody e Goldie Hawn volavano sulla Senna in quel film, lo stesso fanno Ryan Gosling ed Emma Stone (che Allen lo conosce bene). Con questo però non si deve pensare che Chazelle si limiti a realizzare un film nostalgico o citazionista perché in realtà sa come andare ben oltre i parametri del classico e lo dichiara sin dallo straordinario piano sequenza iniziale.
Un regista che aveva vinto un Oscar per un montaggio a tratti frenetico spiazza tutti compiendo una scelta stilistica in netto contrasto in apertura. Perché Chazelle è assolutamente padrone della macchina cinema e non esita a riproporre il proprio amore per il jazz sotto una forma espressiva per lui nuova ma di cui mostra di conoscere ogni regola e strategia comunicativa. Ci racconta ancora una volta di solitudini che cercano di realizzare sogni che finiscono con il non poter essere condivisibili con nessuno. Neanche con colei o colui che ne aveva sostenuto il conseguimento. Lo fa con la leggerezza necessaria ma anche con quel sottofondo di malinconia che nasce da un accurato mix di musica e immagini. Se poi si va a leggere la data di nascita del regista ci si trova dinanzi a un’ulteriore sorpresa: Chazelle ha 31 anni e dimostra di saper innervare quella che avrebbe potuto risultare una semplice esibizione di conoscenze filologicamente corrette, con un senso dello scorrere del tempo da anziano saggio. Sa cioè come farci entrare in una storia d’amore di cui possiamo anche immaginare gli sviluppi, regalandoci al contempo un mood del tutto personale in grado di far sorridere ma anche di commuovere fino ad invitarci a un invito che finisce con il rinviare alla classicità: suonala ancora Seb!

Voto: 4 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Una giornata qualsiasi nella vita di un uomo e di una donna: serpenti di macchine messe in fila da un ingorgo cittadino, rumori di clacson, motori fuori giri e il brontolio delle stazioni radio costituiscono il sostrato dell’esplosione energetica che scandisce la scena d’apertura di “La La Land”, il film di Damien Chazelle scelto per inaugurare la 73esima edizione del festival di Venezia. Balzati fuori dalle rispettive autovetture e scatenati in un’orgia di balletti pirotecnici che sembrano farsi beffa della gravità dei corpi e della vita i ragazzi di Chazelle con la loro voglia di esserci e con lo spettacolo che mettono in scena si incaricano di annullare le distanze tra film e spettatore, invitando quest’ultimo ad abbracciare senza remore la fantasia visiva e la libertà espressiva di un regista cinefilo che al suo terzo film compie un doppio salto mortale realizzando una storia d’amore che è allo stesso tempo un omaggio ai musical hollywoodiani degli anni d’oro – quelli che tanto per capirci realizzava Vincent Minnelli – e dal punto di vista personale la messa a punto di un dispositivo cinematografico che dopo “Whiplash” rafforza il connubio tra musica e settima arte.

Di fronte all’importanza dei rimandi cinematografici che è possibile rintracciare durante la visione di “La La Land”, primo fra tutti quello con il Martin Scorsese di “New York, New York”, ripreso da Chazelle nelle similitudini biografiche dei personaggi (il Jimmy Doyle sassofonista interpretato da De Niro sta al pianista jazz di Ryan Gosling come la giovane cantante di Liza Minnelli sta alla Mia, aspirante attrice, di Emma Stone) così come negli esiti delle loro aspirazioni, la priorità assegnata da questa analisi al film del 2014 potrebbe sembrare inappropriata. E invece se si ricorda la storia del giovane batterista Andrew Neiman disposto a tutto pur di sfondare nel mondo della musica (il mito del successo e le rinunce che esso comporta è anche in “La La Land” uno dei temi principali) viene da se che il Sebastian di Gosling altri non è che una versione romantica dello studente di batteria incarnato da Miles Teller. A muoverli nelle loro ossessione di purezza è infatti una radicalità che “La La Land” sembra a prima vista mitigare grazie all’inserimento della componente sentimentale (in “Whiplash” rimossa a priori dalle scelte del protagonista) costituita dalla storia d’amore tra Mia e Sebastian e invece destinata a farla da padrone tanto negli sviluppi della liaison tra i due protagonisti, come pure nelle conseguenze delle scelte che decideranno il destino della coppia (di cui evitiamo di riferire per lasciare il piacere di scoprirle guardando il film), tanto nella scelte operate in sede di regia dal talentuoso cineasta.

Il quale per nulla spaventato dall’impresa di richiamarsi agli esempi di cui parlavamo poc’anzi si confronta con i modelli in questione senza timore di sorta: da una parte dichiarando il suo tributo al cinema che fu (dalle effigie di James Dean e Marylin Monroe ritratti sui murales della città losangelina alla scoperta di “Gioventù bruciata” il film sembra una Hall of Fame dedicata agli anni d’oro del divismo americano); dall’altra reinterpretandoli senza prenderne le distanze (come avevano fatto per esempio Woody Allen in “Tutti dicono I Love You” ) ma anzi provando a non sfigurare ne in termini di glamour – e in questo senso il binomio Gosling/Stone riesce a non far rimpiangere le star di un tempo – ne in termini di performance, con gli attori impegnati da par loro a cantare e ballare con ingenua disinvoltura. Girato come si faceva all’epoca del technicolor e del cinemascope, “La La Land” accarezza il cuore dello spettatore coinvolgendolo nella tenzone amorosa di Mia e Sebastian senza dimenticarsi di ottenere il massimo dal potenziale visivo tipico del genere. In questo senso anche chi non è un fan dei vecchi musical non potrà non apprezzare una per una le coreografie messe a punto da Chapelle che arriva a far volare gli amanti sulla città di Los Angeles pur di soddisfare il bisogno di infinito che muove i loro passi. Oltre allo straniamento prodotto da una versione mai vista della città delle luci, stilizzata in maniera da rimanere sospesa tra passato e presente, non è da trascurare poi, l’apporto artistico di Gosling e di Emma Stone: il primo pronto a confermare una capacità di lavorare di sottrazione davvero rara per una star hollywoodiana, la seconda davvero strepitosa nel tour de force che le da modo di mostrare la completezza del suo repertorio. Per entrambi prevediamo una stagione che li vedrà in prima fila tra le candidature ai premi di categoria. Iniziando da Venezia dove “La La Land” potrebbe trovare estimatori nella giura del concorso ufficiale che Chazelle non poteva aprire nel migliore dei modi.

Voto: 8 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

Probabilmente il nome di Damien Chazelle ai più suonerà del tutto sconosciuto. È normale, il ragazzo è giovane, ha al suo attivo solo due film, troppo poco per collegare un nominativo a uno stile, a un tipo di cinema, a una faccia. Eppure, se alla fatidica domanda “Damien Chazelle chi?” si controbatte con “ma sì dai, il regista di Whiplash” tutto cambia. Quel film, vero e proprio omaggio alla musica, dove ogni immagine sembrava una nota, la pellicola un partito musicale, e i cambi-scena un passaggio tonale, è riuscito a colpire il cuore di tutti con la stessa intensità con cui il suo protagonista, interpretato da uno straordinario Miles Teller, colpiva la propria batteria. La musica torna a farla da padrone anche in La La Land, ma questo non è l’unico elemento che il secondo lungometraggio firmato da Damien Chazelle eredita dal suo scomodo predecessore. I sogni, i desideri, l’ambizione che portavano il giovane batterista a ricercare la perfezione, colpendo in maniera sempre più disperata, sempre più efferata, i piatti della propria batteria, sono le stesse colonne emozionali su cui si basa il sistema strutturale di La La Land, senza per questo ridursi a mera citazione o semplice copia-incolla. La La Land prende il meglio da Whiplash e vi aggiunge universi nuovi, magici e forti di una più solida maturazione da parte del regista, senza mai scordarsi di quella dose di innocenza e spensieratezza che ci si aspetterebbe da un ragazzo di trent’anni. Sullo sfondo di quella “City of Stars” cantata da Gosling nel brano divenuto già tormentone, Mia sbarca il lunario facendo la cameriera, nell’attesa che la sua carriera d’attrice prenda finalmente il volo; Sebastian, invece, è il pianista duro e puro che vuole salvare un genere sull’orlo del tramonto, il jazz. Nella città “che venera tutto e che non dà valore a niente”, la città dei sogni troppo spesso infranti e delle luci, Los Angeles, i due si scontrano, s’incontrano, si amano, si sostengono per realizzare le loro aspirazioni, anche a costo di consumare un amore, di alimentare il rimpianto per il passato. Sarebbe sbagliato limitarsi a definire La La Land come un semplice musical, o un omaggio al cinema anni ’50. Non che il film di Chazelle non sia musical, o non contenga al suo interno innumerevoli omaggi ai film di Donen o Gene Kelly. Semplicemente è questo, e molto altro. È un riflesso di vita, una metafora dell’esistenza vista sotto la lente dello spettacolo di Broadway, con i suoi crescendo e i suoi fin troppi infiniti colpi di scena che portano spesso a un lieto fine non sempre come ce lo eravamo immaginato. Non a caso, analogamente a quanto fatto con Whiplash, l’opera si apre con una carrellata (non più da dietro verso avanti, bensì da destra verso sinistra) quasi a simulare l’apertura di un immaginario sipario teatrale. Le stesse parti cantate ci vengono mostrate in continui piani-sequenza, come se i personaggi dello schermo in realtà si trovassero dinnanzi a noi, pronti ad aprirsi e a condividere con il pubblico dolori e gioie attraverso la lingua universale della musica. Siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni diceva William Shakespeare, e quelli di Chazelle sono sogni, ed esistenze, fatte di note musicali, di melodie, capaci di portarci in alto, per poi bruciarci troppo presto le ali se giungiamo troppo vicino al sole dell’ambizione. Come il personaggio di Miles Teller in Whiplash, anche Mia e Sebastian sono dei nuovi Icaro, dove nella terra in cui tutto ha un prezzo, anche il loro sogno di vedere realizzarsi i propri desideri, si rivela avere una valuta di scambio troppo alta per entrambi. La La Land sarà pure, nelle sue mille sfaccettature, anche una lettera d’amore al periodo d’oro di Hollywood, ma non dobbiamo dimenticarci che si tratta pur sempre di una lettera scritta con un inchiostro fatto di lacrime e sogni spezzati. Non c’è cinismo dietro La La Land, c’è solo la vita.

Elisa Torsiello, da “cinema4stelle.it”

 

 

Nostalgia è chiedersi se possiamo ancora essere quelli di una volta.

La nostalgia al cinema invece si interroga se possa ancora esistere il cinema di una volta.

La La Land, più sottilmente, si domanda se ci sia spazio nel cinema come lo facciamo oggi per le sensazioni che scatenavano i film di ieri. Damian Chazelle non è certo l’unico in questi anni a porsi simili quesiti, però è il solo a chiedersi se sia possibile recuperare quell’incredibile ingenuità, quella complessità così ben mascherata da semplicità della Hollywood degli anni ‘40 e ‘50. Possiamo ancora vivere la settima arte come “macchina dei sogni” (l’espressione meno contemporanea in assoluto)? Possiamo ancora fare un cinema caramelloso, colorato, idealistico e solare con un linguaggio moderno, con riferimenti moderni e problemi moderni?
Due anni fa a Venezia Peter Bogdanovich portò Tutto Può Accadere a Broadway, un film che era un viaggio nel tempo, sembrava fatto ieri e stonava con i costumi moderni. Chazelle non vuole viaggiare nel tempo, come spesso desidera anche Tarantino, Chazelle vuole quelle sensazioni lì con il cinema di oggi. Vuole essere moderno, ma anche cool come il jazz.

La La Land ha i colori di Stanley Donen e i movimenti di macchina elaborati dello studio system, ma è un film contemporaneo con delle musiche meravigliose e trascinanti, capace di lavorare sui sentimenti più semplici in assoluto. Da ogni macchina che passa esce musica, da ogni radio un genere diverso e intanto un ragazzo e una ragazza si incontrano, lui sogna di tenere in vita il jazz, lei di diventare un’attrice. Il sudatissimo primo bacio arriva al termine di un corteggiamento danzato lungo 3 coreografie, due appuntamenti e incontri casuali. Tempi (del cinema e della vita) di una volta.
Questo film ha la rara capacità di farti bramare ardentemente di vivere nel suo mondo invece che nel nostro, di conoscere quei personaggi e avere quella spensieratezza anche nei drammi. Fa sognare nel senso stretto del termine e fa uscire con il desiderio di ballare una coreografia semplice e leggera, fischiettando. Almeno nel primo tempo.

Nella seconda metà, quando all’amore si affianca il tentativo serio di inseguire un sogno (e Chazelle non scherza mai con i sogni di gloria, sono un inferno che non lascia spazio a niente altro). Da lì il film vuole cambiare e diventare qualcos’altro, vuole lasciarsi alle spalle il mondo zuccheroso di una volta ed essere spietato come Whiplash, condividendone la medesima etica di fatica e privazioni emotive. Proprio qui il racconto non è più spedito e felice come inizialmente. A salvare tutto rimangono le musiche di Justin Hurwitz (lo stesso di Whiplash) ed Emma Stone, perfetta anche più del sempre serafico Gosling, nell’interpretare quell’esigenza di leggerezza anche nel dramma, quel sentimentalismo un po’ naive e quindi desiderabile.

Qualche anno fa Hollywood si era reinnamorata dei musical (Chicago, Dreamgirls, Moulin Rouge!), il confronto tra quelle reinterpretazioni e la versione di Chazelle misura quanto sia complesso raggiungere il risultato di La La Land. Per realizzare un’opera simile sono necessari un impegno e un equilibrio così tecnicamente sofisticati, così elaborati e pensati per nascondere tutta la fatica, che non meraviglia come il film non riesca a reggere per tutta la sua durata, arrivando anche ad un finale un po’ involuto e farraginoso.
Perché alla fine anche Chazelle come i suoi personaggi non ha scelto nessuna delle possibili strade facili. La La Land non appartiene infatti ai musical in cui le canzoni portano avanti la storia, in cui i personaggi invece che parlare cantano quel che si devono dire. Appartiene a quelli come Un Americano a Parigi, in cui la musica e le coreografie servono a mettere in scena i sentimenti in ballo in quel momento, non musicano le parole, le sostituiscono nella corsa verso la rappresentazione emotiva. Armonia per raccontare sensazioni, come quando il pianista da bar non sa che dire all’attricetta e le suona un brano così struggente da diventare la loro vita insieme come mai l’hanno vissuta.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

“Retromania”. È il termine che il critico musicale Simon Reynolds ha coniato nel libro omonimo (edito da ISBN) per definire l’ossessione per il passato che la cultura popolare cova da almeno 15 anni, tra nostalgie e voglia di ricostruire forme artistiche e stili degli anni d’oro. E il cinema, tra revival e ricostruzioni più o meno filologiche, da Tarantino in giù, è in prima linea in questo senso.
Ma Damien Chazelle ha voluto scegliere un’altra strada per realizzare La La Land, suo terzo lungo-metraggio che apre la 73. Mostra del Cinema di Venezia: per dare seguito a Whiplash, che usava la musica come un campo di battaglia in cui replicare il film sportivo o meglio uno scontro bellico tra un generale e un sergente, il regista sceglie il musical (l’anello di congiunzione quindi tra cinema e musica), il luogo perfetto per dare sfogo alla “retromania”.

E in effetti, La La Land è un omaggio dichiarato al musical classico, tra numeri di tip-tap e ricostru-zioni in puro stile Vincente Minnelli che racconta la storia d’amore complicata tra l’aspirante attrice Mia (Emma Stone) e il musicista Sebastian (Ryan Gosling) che sogna di aprire un jazz club tutto suo.
Sembra di rivedere il Coppola di Un sogno lungo un giorno, specie nell’uso delle scenografie, ma il film di Chazelle è soprattutto il racconto di un amore malinconico e moderno, contrastato non dalla società né dagli eventi della Storia come da tradizione melodrammatica, ma dalle personalità di ognuno dei protagonisti, dalle difficoltà a far collimare i propri sogni e le proprie ambizioni personali con la capacità di supportare un’altra vita, altri sogni.

Segue le stagioni di Los Angeles (il cui titolo è un affettuoso soprannome dato dagli artisti) e due vite colte in un momento di passaggio fondamentale, quello in cui i sogni si tramutano in realtà, trasfor-mando la vita in qualcosa di difficile da gestire. E questo racconto nevrotico e “alleniano” prenderà le forme del film musicale, dei balletti nel traffico di Los Angeles, delle danze e delle canzoni al tra-monto che puntano a far breccia nel cuore di ogni appassionato.
Come in Io e Annie, Los Angeles sembra essere la terra dei rimorsi e dei rimpianti, dei sogni perduti che i protagonisti devono lottare per tenere in piedi. E così Chazelle non vuole limitarsi a omaggiare canzoni, balli, movimenti di macchina e scelte stilistiche del passato, ma prova a darne la propria lettura personale così come la batteria era diventata la chiave di lettura di un duello, di uno scontro, di un gioco al massacro.

Nessun massacro è però previsto in La La Land, anzi il regista punta a stemperare la muscolarità del film che lo ha lanciato con gesti romantici, sognanti, venati di melanconia, facendo conquistare il centro del palco e le luci della ribalta ai suoi due protagonisti e facendo apparire in un divertente cameo J. K. Simmons, attore di lunghissimo corso che dopo una vita di piccoli ruoli (su tutti il direttore del giornale in cui lavora Peter Parker in Spider-Man) ha conquistato l’Oscar per la parte del maestro in Whiplash.

La La Land è un musical, certo. E una commedia romantica. E anche un dramma intimista sullo scontro tra affetti e ambizioni. Di certo è un film che trabocca di citazioni e suggestioni importanti. Ma soprattutto, è un’opera di sentimenti e invenzioni cinematografiche, la conferma di un talento per nulla nostalgico o di retroguardia. Quello di Damien Chazelle.

Voto: 4 / 5
Mirko Granata, da “cinematografo.it”

 

 

Ad aprire la 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia è il musical di Damien Chazelle La La Land (trailer), sicuramente fra le pellicole più attese del lotto e già candidata a fare incetta di premi nel corso della prossima Awards Season. Molto ci si attendeva dal giovanissimo regista Damien Chazelle (appena 31enne) dopo il folgorante esordio nel 2014 con Whiplash, che conquista tutte le fasce di pubblico con un atipico racconto di formazione a (forsennato) ritmo di jazz.
Le speranze, possiamo dirlo fin dal principio, non sono state affatto deluse. La La Land rapisce infatti lo spettatore fin dalla memorabile scena d’apertura, in cui un gruppo di cantanti e ballerini vestiti in abiti sgargianti illuminano il grigio e freddo panorama dell’autostrada di Los Angeles con un irresistibile balletto, proiettandolo in una favola romantica senza tempo con la suggestiva cornice della Città degli Angeli e della sua macchina dei sogni.

Dopo il folgorante incipit vengono introdotti i due protagonisti assoluti di questo originale e atipico musical. La prima è Mia (Emma Stone), aspirante attrice che si divide fra un modesto lavoro come barista e una serie estenuante di provini, nella speranza di essere notata da quella Hollywood che la ospita ma sembra non accettarla mai fino in fondo; il secondo è Sebastian (Ryan Gosling), un talentuoso pianista jazz, appassionato di un genere destinato a pochi intimi, ma costretto a fare piano bar ed eseguire pezzi dozzinali per sbarcare il lunario.

Quello fra i due è un incontro fra due sognatori e due anime in cerca di un posto al sole, condannate a vivere una vita che non gli appartiene e che non li soddisfa. Il gusto per due tipi di arte diversi ma affini, quella cinematografica per Mia e quella musicale per Sebastian, è la miccia che accende una storia d’amore intensa e struggente, mai melliflua e in perpetuo divenire.
Damien Chazelle dirige con maestria innata e con una padronanza da regista consumato un musical che riesce a essere al tempo stesso originale e fedele alla tradizione, con una serie di omaggi (fin dagli splendidi titoli di testa) all’epoca d’oro di Hollywood, con una serie di citazioni (Gioventu bruciata e Cantando sotto la pioggia su tutti) che faranno la gioia dei cinefili più attenti.
A differenza di quanto avviene in molti film del genere musical, i momenti canori e danzerecci si integrano alla perfezione, non dando mai l’impressione che il racconto venga spezzato per dare spazio a una scena superflua ai fini della narrazione. Gli eventi si susseguono seguendo il corso delle stagioni, e il piano della realtà viene amalgamato in maniera stupefacente da alcuni momenti onirici: delle vere gioie per gli occhi, superbamente fotografati da Linus Sandgren, che faranno rimanere letteralmente a bocca aperta anche gli spettatori più freddi ed esigenti.

Un plauso va certamente fatto anche ai due protagonisti. Ryan Gosling convince ancora, dopo The Nice Guys, mostrando doti da attore brillante che lo allontanano ancora di più dalla glaciale maschera mostrata in Drive e che ne confermano la completezza e la caratura come attore. Strabiliante anche la prova di un’ormai matura Emma Stone, alla quale sembra improbabile che possa sfuggire una candidatura all’Oscar per una prova tanto intensa e completa, capace di fare emergere anche le sue non comuni doti canore.

Dopo Crazy, Stupid, Love e Gangster Squad, i due danno corpo e anima a un’altra intensa storia d’amore, che supera ampiamente le precedenti e si candida a diventare un classico del cinema popolare contemporaneo. Merito anche di un finale davvero riuscito e coinvolgente, in cui Damien Chazelle si supera riassumeno in pochi minuti il senso dell’amore, delle speranze e delle illusioni, evitando di usare troppe parole e lasciando parlare gli sguardi, la musica, i gesti e le emozioni. Da segnalare anche due piccoli ruoli per John Legend (anche produttore del film) e per J. K. Simmons, strepitoso protagonista del precedente lavoro del regista.

Dopo Gravity e Birdman, passando per la battuta a vuoto di Everest, il Festival di Venezia fa nuovamente centro con un film di altissimo livello, capace di conquistare trasversalmente ogni tipo di pubblico e di fare ancora provare la magia del vero cinema, quello che sa fondere vita vera e sogni con musica e immagini. La conferma del talento visivo e narrativo del giovane adulto Damien Chazelle, di cui potete stare certi che sentiremo ancora parlare in futuro.

Marco Paiano, da “cinematographe.it”

 

 

Il musical, sul grande schermo, può ancora parlare a tutti? È ancora lecito aspettarsi che da un genere tanto anacronistico fiorisca un capolavoro capace di lasciare il segno nella storia del cinema? Se infatti a Broadway il musical gode di straordinaria salute – si pensi ad esempio all’incontenibile successo di Hamilton, uno spettacolo rap in costumi settecenteschi sulle origini degli Stati Uniti con cui Lin-Manuel Miranda è riuscito addirittura a conseguire un Premio Pulitzer per la drammaturgia – a Hollywood sembra diventato un contenitore standardizzato, capace di parlare – più o meno – sempre allo stesso pubblico di affezionati senza però riuscire mai a stagliarsi al di sopra di pellicole ben più autorevoli. Negli ultimi tre lustri infatti sono stati molti i film musicali a ottenere un buon successo di critica e pubblico (per citarne alcuni: Moulin Rouge!, Chicago, Sweeney Todd, Les Miserables, Mamma Mia, Across The Universe, senza contare una moltitudine di bio-pic in musica, i franchise per teenager e la maggior parte delle pellicole Disney), ma nessuno di questi ha saputo uscire dal proprio recinto e guadagnarsi un posto nel cuore di chi, come il sottoscritto, è piuttosto allergico tanto ai musical quanto ai film sentimentali.
È forse per questo che dal 2010 Damien Chazelle cercava inutilmente di finanziare La La Land, collezionando una porta chiusa dopo l’altra e arrivando al massimo a raccogliere la ‘misera’ cifra di un milione di dollari da Focus Features per intercessione di Fred Berger e Jordan Horowitz, a fronte di un’ingerenza invasiva che avrebbe totalmente snaturato la sua idea di prendere un musical classico e ambientarlo in una realtà contemporanea in cui difficilmente le cose vanno come si vorrebbe. Ci sarebbe voluto lo straordinario successo di critica del suo Whiplash (2014) a convincere gli studios a dargli carta bianca e a portarlo quindi a confezionare un musical capace di prendere il volo al di fuori della propria nicchia e di diventare un instant classic, uno di quei film capaci di conquistare pressoché chiunque e di diventare una piccola pietra miliare che, ci scommettiamo, segnerà le vite di molti spettatori.
Sin dal suo titolo il film di Chazelle svela la sua duplice natura: La La Land è infatti sia uno dei nomi con cui è conosciuta Los Angeles, spietata culla dell’illusione Hollywoodiana, sia un modo di dire che indica lo stare “con la testa tra le nuvole”. Ed è proprio a L.A. che si incontrano il percorso dello squattrinato pianista Sebastian (Ryan Gosling), che sogna di aprire un proprio jazz club per ‘puristi’ del genere, e quello dell’aspirante attrice Mia (Emma Stone), che ambirebbe al grande schermo ma a stento riesce ad arrivare a fine mese. Come nella miglior tradizione del musical il rapporto tra i due parte con contrasti che ricordano i cliché della screwball comedy, ma presto si evolve in un’intensità di quelle credibili e mai stucchevoli, capace apparentemente di sfidare anche le battaglie che sembrano già perse in partenza. Centoventotto minuti che nonostante costituiscano un costante omaggio alle pellicole degli ultimi sessant’anni (prendendosi anche piuttosto sul serio) sono capaci di una freschezza e di una contemporaneità rare. Il tutto percorso da una colonna sonora che non vi abbandonerà facilmente, quando usciti dalla sala vi ritroverete per giorni a fischiettare City of Stars.
La travagliata vicenda produttiva di La La Land ha visto il film attraversare numerose fasi e numerosi cambiamenti, che hanno coinvolto anche il  cast principale. Nei panni dei protagonisti infatti dovevano inizialmente esserci Miles Teller (già in Whiplash), poi allontanatosi dal progetto, ed Emma Watson, che a causa dei ritardi di produzione ha scelto di girare La Bella e La Bestia abbandonando il musical di Chazelle. A subentrare nei ruoli di Sebastian e Mia una coppia dalla chimica straordinaria, che secondo il regista “oggi è quanto di più vicino ci sia alle coppie della vecchia Hollywood”, e che avevamo già visto sullo schermo in Crazy, Stupid, Love (2011) e in Gangster Squad (2013). Ryan Gosling ed Emma Stone non solo sono incredibilmente bravi nelle loro interpretazioni quanto nelle performance musicali, ma sono così credibili come coppia da trasportarci completamente nel rapimento vissuto dai loro personaggi. A restituirci però la magia dell’intesa tra i due sono soprattutto le memorabili canzoni di Justin Hurwitz, artefice del successo del film almeno quanto Chazelle e da sempre al suo fianco.
Quel che non tutti sanno è che prima di vincere il Golden Globe con La La Land e puntare dritto all’Oscar, Damien Chazelle si era già cimentato con il genere: il suo primo lungometraggio Guy and Madeline on a Park Bench (2009) era infatti un musical jazz in cui, girando con una macchina a mano in bianco e nero, il regista e sceneggiatore dirigeva attori non professionisti su set rubati alla vita quotidiana e senza illuminazione cinematografica. Una pellicola indie caratterizzata da un’imbarazzante pochezza di mezzi e dal un linguaggio cinematografico ai limiti dell’analfabetismo, capace però di riscuotere più di un consenso da parte della critica e già caratterizzata dalle meravigliose musiche di Hurwitz, che elevavano su tutt’altro piano un lavoro interessante ma a dir poco pressappochista. In poche parole qualcosa di ben lontano dal piglio sicuro con cui Chazelle confeziona La La Land, regalandoci, oltre a riprese con una camera a mano decisamente meno incentra, elegantissimi piani sequenza e numeri musicali di straordinaria complessità coreografica, con i colori mozzafiato di Linus Sandgren e in tutta la gloria del CinemaScope.
La scelta di utilizzare le lenti anamorfiche tipiche delle pellicole tra il 1953 e il 1967 è tutt’altro che casuale. Con La La Land infatti Damien Chazelle fa una dichiarazione d’amore ai grandi musical, con un citazionismo ai limiti del feticista. I riferimenti che potremmo fare sarebbero molti, ma è impossibile non pensare al contesto Hollywoodiano in cui si sviluppano le vicende di Cantando sotto la pioggia (1952) con Gene Kelly e Debbie Reynolds o alla meravigliosa scena di ballo notturna, tra panchine e lampioni, di Spettacolo di varietà (1953) con Fred Astaire e Cyd Charisse, che Chazelle ripropone quasi pedissequamente anche nella location. L’influenza più ineludibile è però quella del francese Jacques Demy, tanto nella malinconia del bellissimo Les parapluies de Cherbourg, con Catherine Deneuve e il nostro Nino Castelnuovo, quanto nelle atmosfere jazz e coloratissime di Les demoiselles de Rochefort (in Italia, rimontato con mezz’ora in meno, Josephine), con la Deneuve e Gene Kelly, dal quale La La Land è a tratti quasi indistinguibile.
Se questo musical dal sapore vintage non eccede in originalità, di certo è però la pellicola giusta al momento giusto. Con la profonda – e a volte troppo evidente –  consapevolezza di chi cerca un mix perfetto, Chazelle si ritrova a proporre qualche ammiccamento di troppo al grande pubblico, eppure, quando sarete usciti dalla sala, vi renderete conto quanto sia impensabile tacciarlo di ruffianeria: il modo in cui tratta la difficile ricerca di un equilibrio tra l’ambizione artistica e quella sentimentale, tra l’azzardo e il rischio della sconfitta, è tutt’altro che scontato ed è il vero valore aggiunto che la sceneggiatura porta al tutto.
Il risultato sono poco più di due ore fuori dal mondo in cui vi sembrerà assolutamente normale che, tra un colpo e l’altro dell’oltraggiosa fortuna, i nostri si mettano a cantare e ballare. Due ore con la testa tra le nuvole: non un gran musical, un gran film.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

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