La battaglia di Hacksaw Ridge

La battaglia di Hacksaw Ridge

Ogni parere è lecito, ci mancherebbe. Ma questo fa un po’ sorridere. «Finalmente sappiamo come è fatto il primo film “trumpiano” dell’anno. Lo firma l’instancabile, religiosissimo Mel Gibson e narra di un fatto realmente accaduto anche se il suo tocco lo fa diventare un’opera surrealistica». Così, su “Globalist Syndacation”, il critico e scrittore Ivo Mej, e giù sfottò coloriti nei confronti di “La battaglia di Hacksaw Ridge”. Che cosa c’entri Trump e il “surrealismo” proprio non si capisce.
In realtà è a un cinema classico, deciso a farsi amare dallo spettatore, riporta invece Mel Gibson col suo nuovo film, fuori concorso a Venezia 2016 e da giovedì 2 febbraio nelle sale con Eagle Pictures . “La battaglia di Hacksaw Ridge” segna il suo ritorno alla regia a dieci anni da “Apocalypto”. Spesso liquidato con faciloneria come un cine-barbaro, un fanatico cristiano, un sadico fuori controllo, un “pornografo” della violenza, il 62enne Gibson racconta con forte senso dello spettacolo e onestà morale, in 131 minuti, la storia vera di Desmond Doss, il primo obiettore di coscienza dell’esercito americano insignito della Medaglia d’onore del Congresso.
Giovane contadino delle Blue Ridge Mountains in Virginia e devoto membro della Chiesa avventista del Settimo Giorno, Doss si arruolò per andare a combattere i giapponesi dopo Pearl Harbor. Ma “combattere” non è la parola giusta: risoluto a non uccidere mai e quindi neanche a imbracciare il fucile d’ordinanza, il giovanotto fu irriso, apostrofato come vigliacco, picchiato, pure incarcerato. Ebbe la meglio. Finì paracadutato come ausiliario della Croce rossa nell’inferno di Okinawa, 1945, battaglia decisiva per vincere la guerra, e lì salvò in una notte terribile 75 commilitoni feriti destinati, senza la sua audacia, ad essere uccisi dai giapponesi.
Un eroe pacifista, un uomo di saldi valori, un soldato sui generis, che il giovane Andrew Garfield, candidato all’Oscar nella categoria miglior attore protagonista, disegna con impeccabile spirito americano, riuscendo a restare in bilico tra biografia e allegoria senza cadere nell’agiografia. Mentre Gibson, alla regia, mostra, con stile accurato, un po’ di retorica e qualche compiacimento a lui congeniale, la ferocia della guerra, fino quasi a farci sentire l’odore del sangue, la puzza della carne straziata, l’afrore acido della paura.

Michele Anselmi, da “cinemonitor.it”

 

Sono passati dieci anni dall’ultima volta che Mel Gibson ha diretto un film. Era il 2006 e nelle sale usciva quell’oggetto abbastanza curioso e particolare chiamato “Apocalypto”. Successivamente una pausa piuttosto lunga condita di attriti e di polemiche ha preso il sopravvento, con dei film in cui era coinvolto nei semplici panni d’attore che ogni tanto sbucavano qui e là a testimoniare ancora la voglia di Mel di volersi dedicarsi a ciò che gli riesce meglio: il cinema.

Era probabile che ad un certo punto quindi la macchina da presa l’avrebbe rivisto nuovamente alle sue spalle, doveva arrivare solo l’occasione giusta, che a quanto pare si è consolidata con la storia dell’obiettore di coscienza – o consulente di coscienza, come lui preferisce – premiato con la medaglia d’onore, Desmond Doss, che nel 1942 decise volontariamente di arruolarsi nell’esercito americano per fornire aiuto medico ai soldati feriti in battaglia, con l’unica postilla però di non toccare nemmeno con un dito qualunque tipo di arma da fuoco. Una leggenda racchiusa interamente in “La Battaglia Di Hacksaw Ridge”, che come suggerisce il titolo, focalizza il suo interesse in quella che fu l’unica missione, di fatto, che permise a Doss di dimostrare il suo coraggio e la sua serietà: salvando 75 soldati feriti e compiendo letteralmente un miracolo, se consideriamo le (sue) imposizioni che lo vedevano totalmente disarmato. Questo, gettando uno sguardo, tuttavia, anche sulle sue origini famigliari e sugli eventi che lo condussero piuttosto rapidamente ad avvicinarsi alla parola di Dio, convertendolo da bambino violento, istintivo e addirittura pericoloso, a innocuo ragazzo, punto fermo della parrocchia del suo quartiere, tempestivo nel soccorrere abilmente chiunque avesse bisogno di aiuto (medico). Una figura, insomma, decisamente astrusa che proprio per questo, e per la connessione con l’Onnipotente, probabilmente è riuscita ad attrarre le attenzioni di un tipo come Gibson, il quale per quante uno glie ne possa dire o chiedere, più volte ha mostrato un certo interesse – se non forse avvicinamento – verso la religione e i suoi esponenti.

Andrew Garfield Hacksaw RidgeGrazie al cielo (o a Dio, fate voi…) comunque “La Battaglia Di Hacksaw Ridge”, sebbene di rischi ne avesse, eccome, riesce a scartare se non tutte almeno la maggior parte delle trappole che potevano affogarlo nella retorica e nella fastidiosa promozione spirituale che il suo protagonista sarebbe potuto andare ad articolare. Quella di Gibson è una pellicola che non punta il dito, non vuole insegnare nulla, al massimo il rispetto per le scelte del prossimo, ma forse neppure quello. Perché poi lo si vede dai piccoli dettagli, dall’applicazione, dal modo in cui la prima parte dedicata alle radici di Doss – distante dalla guerra – sia piena zeppa di approssimazioni, di parentesi meccaniche, ordinarie, nulla a che vedere insomma con i muscoli, la robustezza e la volontà di sporcarsi le mani, presente nella seconda: quella ambientata sul campo di battaglia di Okinawa, dove Gibson, sostanzialmente, comincia a girare il film che più voleva fare e più bramava. Messo piede in territorio nemico infatti la situazione si ribalta completamente, la lucidità della regia sale in cattedra, assume il comando, con sequenze di cinema altissimo che esibiscono straordinariamente, e come in pochissime altre occasioni, l’impatto fulmineo della guerra sull’essere umano. Un caos sfiancante, letale, dal sapore quasi veritiero, ai confini dell’esperienza pura e che da solo vale l’intero lavoro, un lavoro che se avesse avuto la medesima cura a trecentosessanta gradi, poteva aspirare davvero a diventare portentoso e pietra miliare del genere.

Si passa sopra a tutto allora, ad Andrew Garfield sospeso a mezz’aria neanche fosse la divinità scesa in terra, alle sue faccette e atteggiamenti da imbranato, a qualche strizzatina d’occhio relativa ai blockbuster un po’ fuori luogo e a una sceneggiatura che con poco poteva risultare più accurata ed efficace. Gli si passa sopra volentieri perché a “La Battaglia Di Hacksaw Ridge” basta un’ora per conquistare, una sola ora per farsi un war-movie di riferimento, giustificare la sua missione e legittimare ulteriormente la grande mano registica del sempre a noi caro Mel.

Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

 

 

Desmond T. Doss (Andrew Garfield), cresciuto secondo la fede degli avventisti del settimo giorno, si arruolò all’età di 23 anni diventando il primo obiettore di coscienza per essersi opposto all’uso di qualsiasi tipo di arma. Giunto con il suo esercito a Hacksaw Ridge, nella battaglia di Okinawa contro i giapponesi, Doss lavora come medico e soccorritore sul campo, riuscendo a salvare 75 soldati. Finita la guerra, riceverà la medaglia d’onore per il suo servizio nella seconda guerra mondiale, senza mai utilizzare un’arma.

Fede, onore e coraggio. Mel Gibson torna dietro la macchina da presa a ben 10 anni di distanza dal suo Apocalypto, raccontando la vera storia di Desmond Doss, soccorritore militare (e primo dei tre obbiettori di coscienza) che si rifiutò di impugnare un’arma durante la battaglia di Okinawa. Hacksaw Ridge racconta proprio quell’esperienza che il giovane, arruolatosi all’età di 23 anni, compì sul campo in favore dei suoi compagni. Da sempre regista controverso, Gibson affronta alcuni dei temi attuali quali l’uso (improprio) delle armi, la non-violenza e il potere della fede.

Hacksaw Ridge si divide in due parti, in cui un primo capitolo viene dedicato al background di Desmond e la sua famiglia cristiana, dove conosciamo il padre violento e alcolizzato (Hugo Weaving), reduce dalla guerra che l’ha segnato e gli ha fatto perdere le persone più care. Tom Doss è contrario all’arruolamento dei suoi due figli nell’esercito, per questo non comprende fino in fondo la scelta di Desmond nel voler servire il proprio paese. C’è spazio per la storia d’amore, quella tra l’impacciato ragazzo e la dolce infermiera Dorothy (Teresa Palmer), che accetta il suo essere strambo, lo supporta, e attende pazientemente di sposarlo. La seconda parte di Hacksaw Ridge è un colpo al cuore. Siamo in pieno conflitto, le immagini usate da Gibson sono crude e violente, eppure così reali. La sofferenza dei soldati è percepita con una buona presa visiva, senza fare affidamento su musiche drammatiche.

“Tutto ciò che avevo visto era un ragazzo scheletrico. Non sapevo chi fossi veramente”, dice a Doss il Capitano Glover (Sam Worthington) in una delle scene finali del film, sottolineando la caparbietà del ragazzo. Incredulità anche da parte del duro sergente Howell (Vince Vaughn), che si ricrederà su Desmond. Andrew Garfield, abbandonata la tuta di Spider-man e diventa un supereroe umano, che corre, salta, si arrampica, non si arrende, senza usare ragnatele, ma fa affidamento solo sulla sua prestazione fisica con un corpo esile, ma appesantito dalla fede in Dio e dalla Sacra Bibbia con l’immagine dell’amata Dorothy sempre sotto la giacca.

Hacksaw Ridge celebra (forse un po’ troppo nello stile gibsoniano) l’eroe umano che con la sola forza della fede nelle sue convinzioni riesce a sopravvivere e ad aiutare il prossimo, colui che anche in tempo di guerra, non perde mai la speranza nel suo Dio. Perché è vero ciò che si dice: non tutti i supereroi indossano un mantello.

Voto: 4 / 5

Verdiana Paolucci, da “filmforlife.org”

 

 

 

Quando ho sentito la storia diDesmond Doss, il primo obiettore di coscienza a ricevere la Medaglia d’Onore degli Stati Uniti, sono rimasto stupito dalla portata del suo sacrificio. Era un uomo che, nel modo più puro, disinteressato, e quasi inconsapevole, aveva più volte rischiato la propria vita per salvare quella dei suoi fratelli. Desmond era un uomo del tutto ordinario che ha fatto cose straordinarie. Quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e i giovani sono corsi ad arruolarsi, Desmond ha dovuto affrontare una situazione difficile – era ansioso di servire la patria, come qualsiasi uomo, ma la violenza andava in conflitto con le sue convinzioni religiose e morali. Si è categoricamente rifiutato di toccare una sola arma“. Parole di Mel Gibson, il quale, a dieci anni da Apocalypto (2006), torna dietro la macchina da presa per mettere in piedi La battaglia di Hacksaw Ridge, in cui Andrew Garfield concede anima e corpo al medico dell’esercito americano Desmond T. Moss, obiettore di coscienza realmente esistito e che rifiutava l’uso delle armi sul campo di battaglia.

Finché c’è guerra c’è speranza

Obiettore di coscienza che venne insignito della citata Medaglia d’Onore dal Presidente Harry S. Truman per aver salvato da solo, con le proprie forze, oltre settantacinque compagni durante la brutale battaglia di Okinawa nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Obiettore che l’ex Peter Parker del grande schermo rende sicuramente meglio rispetto alle non esaltanti prove sfoggiate nei due The Amazing Spider-Man e che, nell’incipit de La battaglia di Hacksaw Ridge, seguiamo nella piccola città di Lynchburg, in Virginia, dove cresce e sviluppa la sua filosofia di vita tra la storia d’amore con Dorothy alias Teresa Palmer ed il rapporto con i genitori interpretati da RachelBlowGriffiths e HugoMatrixWeaving. Il tutto, al servizio di una prima parte che, insieme alla fase riguardante la caserma e gli addestramenti sotto il sergente Howell incarnato da un funzionale Vince Vaughn, fa soltanto da lungo prologo d’attesa nei confronti della seconda, con il protagonista e i suoi compagni che entrano nella battaglia per catturare la scarpata di Maeda, nota, appunto, come Hacksaw Ridge. Ed è da questo preciso momento che si comincia ad avvertire maggiormente il coraggioso, irriverente marchio di riconoscimento dell’autore de La passione di Cristo, il quale, guardando forse alle violente sequenze che segnarono Salvate il soldato Ryan, concretizza un inarrestabile tour de force di sangue e morte che riesce nell’impresa di apparire anche più crudo di quanto mostrato nel lungometraggio spielberghiano. Perché, tempestato di cadaveri a terra in laghi di liquido rosso, con interiora in bella vista e ratti scorrazzanti, La battaglia di Hacksaw Ridge non lascia quasi nulla all’immaginazione, sviscerando (è proprio il caso di dirlo) un conflitto senza tregua immortalato da una macchina da presa in continuo movimento e per concepire il quale si è deciso di utilizzare il maggior numero di effetti in-camera, facendo poco affidamento alla grafica computerizzata. Scelta azzeccata al fine di rendere molto reale il tripudio di corpi attraversati da proiettili ed altri colpiti dal getto dei lanciafiamme, tirati in ballo per rendere il più macabramente coinvolgente possibile il resoconto degli orrori bellici. Lasciando emergere ancor più fascino dall’operazione quando tutte le insostenibili immagini mostrate si rivelano indispensabili, in realtà, per dare senso ad un racconto per immagini che intende apparire, in fin dei conti, in qualità di incitamento in fotogrammi alla fede.

In un panorama cinematografico d’inizio terzo millennio invaso da immaginari supereroi, Mel Gibson ha pensato che fosse il momento di celebrarne uno vero incentrando il suo quinto lungometraggio da regista sulla figura di un obiettore di coscienza realmente esistito e che, inseparabile dalla propria Bibbia, si rese protagonista di una invidiabile impresa eroica durante la Seconda Guerra Mondiale. Scandito in maniera efficace da una colonna sonora a firma di Rupert Gregson-Williams vergognosamente ignorata dalle candidature al premio Oscar, La battaglia di Hacksaw Ridge racchiude tutto il proprio fascino all’interno della lunga e serratissima seconda parte che, con fare poco distante da quello di un violentissimo film horror, inscena realisticamente l’estrema crudezza della guerra, dispensando non pochi dettagli raccapriccianti. Ed è questa fase tipicamente gibsoniana a risultare sufficiente al fine di poter consigliare allo spettatore di correre ad acquistare il biglietto per sedersi comodamente in sala… sempre se dotato del giusto stomaco, ovviamente.

di Francesco Lomuscio, da “cinema.everyeye.it”

A dieci anni di distanza dal suo Apocalypto, Mel Gibson torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia vera di  Desmond Doss, soccorritore militare e primo obbiettore di coscienza che si rifiutò di impugnare un’arma durante la Seconda Guerra Mondiale, ne La battaglia di Hacksaw Ridge.

Approdato fuori concorso alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia e candidato a ben 6 premi ai prossimi Oscar, La battaglia di Hacksaw Ridge racconta la storia vera di Desmond Doss, che nel 1942 decise volontariamente di arruolarsi nell’esercito americano per fornire aiuto medico ai soldati feriti in battaglia, con l’unica postilla però di non toccare nemmeno con un dito qualunque tipo di arma da fuoco. Una leggenda, che focalizza il suo interesse in quella che fu l’unica missione, di fatto, che permise a Doss di dimostrare il suo coraggio e la sua serietà: salvando 75 soldati feriti e compiendo letteralmente un miracolo.

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La prima inquadratura composta da masse disordinate di corpi mutilati e giovani cadaveri, ricorda subito la regia di Gibson che, anche nei suoi lavori precedenti, ha lasciato molto spazio ad un’estetica violenta che non risparmia sangue e primi piani raccapriccianti. Il tema della guerra gli offre ovviamente un valido strumento per calcare la mano su questo aspetto della narrazione, anche se la sua scelta vincente è quella di non soffermarsi troppo sui momenti legati al campo di battaglia, ma dividere il film in due parti. Tutta la prima parte è incentrata sul background di Desmond: conosciamo la sua famiglia cristiana, con un padre violento e alcolizzato (Hugo Weaving), reduce dalla guerra che l’ha segnato e gli ha fatto perdere le persone più care. C’è spazio, inoltre, per la storia d’amore, quella tra l’impacciato ragazzo e la dolce infermiera Dorothy (Teresa Palmer), che accetta il suo essere strambo, lo supporta, e attende pazientemente di sposarlo. La seconda parte, invece, è un colpo al cuore: siamo in pieno conflitto, le immagini usate da Gibson sono crude e violente, eppure così reali. La sofferenza dei soldati è percepita con una buona presa visiva, senza fare affidamento su musiche drammatiche.

Con una struttura non convenzionale, combinando elementi apparentemente disparati come la famiglia, il romanticismo, la fede e la brutale realtà della guerra, Mel Gibson affronta la sfida di cimentarsi con un film di guerra incentrandolo sui due capisaldi della sua filosofia di vita: la fede e il coraggio. La battaglia di Hacksaw Ridge è un buon film, costruito con la maestria della vecchia Hollywood, recitato a dovere con un Andrew Garfield perfetto nell’unire gentilezza e risolutezza, con un montaggio serrato e uno stile di ripresa dinamico e coinvolgente, diretto con mano sicura e una certa dose di controllo ideologico.

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La battaglia di Hacksaw Ridge è un film che scava nel profondo, un film che funziona, emoziona e mantiene un ritmo incalzante per un’avventura epica e umana scritta bene, che narrando la storia di Doss apre la mente a riflessioni profonde sulla guerra, sul sistema, sulla fede, e su cosa davvero significa proclamarsi obiettori di coscienza. Una grande lezione su tutti i fronti al servizio di grande spettacolarità.

Regia: Mel Gibson Con: Andrew Garfield, Teresa Palmer, Sam Worthington, Vince Vaughn, Luke Bracey, Hugo Weaving, Rachel Griffiths, Richard Roxburgh Anno: 2016 Durata: 131 Min. Paese: USA Distribuzione: Eagle Pictures

A dieci anni di distanza dal suo Apocalypto, Mel Gibson torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia vera di Desmond Doss, soccorritore militare e primo obbiettore di coscienza che si rifiutò di impugnare un’arma durante la Seconda Guerra Mondiale, ne La battaglia di Hacksaw Ridge. Con una struttura non convenzionale, combinando elementi apparentemente disparati come la famiglia, il romanticismo, la fede e la brutale realtà della guerra, Mel Gibson affronta la sfida di cimentarsi con un film di guerra incentrandolo sui due capisaldi della sua filosofia di vita: la fede e il coraggio. La battaglia di Hacksaw Ridge è un buon film, costruito con la maestria della vecchia Hollywood, recitato a dovere con un Andrew Garfield perfetto nell’unire gentilezza e risolutezza, con un montaggio serrato e uno stile di ripresa dinamico e coinvolgente, diretto con mano sicura e una certa dose di controllo ideologico.

Voto: 75%

Federica Rizzo, da “darumaview.it”

Il ritorno alla regia di Mel Gibson aveva implicazioni che andavano oltre le cose del cinema perché gli otto anni che separano “Apocalypto” da “Hacksaw Ridge”, passato fuori concorso alla Mostra di Venezia, non erano stati il risultato di una mancata ispirazione, né la volontà dell’interessato di prendersi una vacanza dal proprio mestiere. A tutti sono note le vicissitudini pubbliche e private dell’attore/regista come pure l’ostilità di pubblico e media, pronti a infierire con chi non si era dimostrano all’altezza del proprio immaginario. Ciò che interessa in questa sede è però sottolineare come sul piano cinematografico tale avversione sia diventata uno strumento per delegittimare il lavoro di Gibson, quasi sempre liquidato con giudizi che tiravano in ballo aspetti relativi alla sua vita privata e all’ideologie politiche e religiose di cui egli si sarebbe fatto cantore.
Il preambolo torna utile quando si tratta di analizzare un film contraddittorio come “Hacksaw Ridge” la cui storia è incentrata su Desmond Ross, il primo obiettore di coscienza dell’esercito americano che durante la battaglia di Okinawa si rese artefice di ripetuti atti di eroismo rischiando la vita per salvare quella dei propri commilitoni. La scelta di un protagonista come Ross, che fa della sua fede e della sua rettitudine il principio informatore dell’intera esistenza, appartiene per antonomasia all’etica eterodossa che caratterizza i personaggi raccontati da Gibson a partire dal Gesù della “Passione di Cristo“, a cui il nostro si avvicina quando si tratta di lanciarsi da solo e senza fucile contro il fuoco nemico (Ross fu dispensato dall’utilizzo delle armi e prese parte al conflitto con l’incarico di soccorritore barrelliere) per prestare soccorso ai compagni rimasti indietro durante la ritirata, oppure, nella prima parte del film, quando è pronto a rinunciare al matrimonio con la donna che ama e ad andare in prigione pur di non venire meno ai principi del proprio credo. D’altra parte, la scelta di un personaggio che fa della non violenza il suo cavallo di battaglia poteva essere sul piano autoriale (e forse lo è) la trasposizione di un mea culpa posticipato ma comunque valido e al tempo stesso la dimostrazione di un equilibrio psicofisico finalmente ritrovato.
A stridere sulle buone intenzioni del regista è però il modo con cui Gibson mette in pratica queste idee; perché è vero che la classicità di “Hacksaw Ridge” va di pari passo con la presenza di un protagonista senza macchia e senza paura, così come non sorprende in questo ambito né la distinzione manichea tra buoni e cattivi, con i soldati americani arruolati in toto all’interno dei primi, né il ricorso a un linguaggio espressivo altisonante e retorico che risponde alla volontà di coinvolgere il pubblico in determinati momenti della storia. Ciò che non torna con l’assunto di partenza è la spettacolarizzazione della violenza – difficile da escludere in un war movie – a cui Gibson si presta quando sottolinea i passaggi più cruenti del film attraverso l’enfasi del commento musicale e l’uso prolungato del ralenti che estende all’infinto l’effetto di esplosioni e sbudellamenti. Questo non vuol dire che “Hacksaw Ridge” non sia un film ben diretto e ottimamente recitato (e qui ci sarà il caso di aspettarsi la nomination per Andrew Garfield e per qualcuno dei suoi colleghi, magari per il sergente Vince Vaughn), comprensivo di una interminabile sequenza di combattimento che in questo senso ci restituisce il Gibson di “Braveheart”. Rimane solo quell’unico neo costituito da un pathos irresistibile ma fin troppo premeditato.
Voto: 7 / 10
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Gli Americani hanno manie di grandezza, e si sa, sono guidati dal patriottismo più estremo, e si sa, entrano in ogni guerra portando ‘giustizia’, e si sa; quello che ancora non si sapeva è che Dio stesso è dalla loro parte. Fortunatamente ci pensa Mel Gibson a informarci di quest’ultimo sviluppo, portando sullo schermo la vera storia di Desmond Doss, eroe a stelle e strisce della famosa battaglia di Hacksaw Ridge.

Seconda Guerra Mondiale: gli Stati Uniti entrano nel conflitto e tra i giovani esplode la smania di arruolarsi per difendere la propria patria e tutto ciò che è giusto e buono nel mondo. Ci viene riferito addirittura che due ragazzi si sono tolti la vita perché risultati non idonei per l’esercito; è in questo clima che il protagonista Desmond Doss, pacifico e talmente cristiano da essere quasi un Testimone di Geova, sente il bisogno di fare la sua parte, non come soldato ma come soccorritore sul campo. Per riuscire ad andare in battaglia rispettando i suoi principi di non-violenza, però, Doss deve superare un ostacolo dopo l’altro, in un campo d’addestramento militare che è un piacevolissimo omaggio all’immortale “Full Metal Jacket”.

Tra un improbabile Sergente Vince Vaughn e un classico Capitano Sam Worthington, l’esercito statunitense viene dipinto come severo e aggressivo, ma con un grande cuore; forse è per questo che Dio li ama.

La Battaglia di Hacksaw Ridge: l’eroismo surreale

La verità è che “La Battaglia di Hacksaw Ridge” è un film ben fatto e racconta la storia di un uomo incredibile, un vero eroe che sembra davvero essere stato aiutato da Dio (o dalla fortuna): il problema è che è talmente intriso di patriottismo, cliché e quel noi-americani-siamo-meglio-di-tutti-guarda-che-eroi-che-abbiamo che rischia di scadere nella categoria ‘americanate’. La stessa storia d’amore tra Doss e la sua Dorothy a tratti sfiora il ridicolo nel suo essere perfetta e hollywoodiana.

E proprio a causa di questo viene da porsi un grande interrogativo: trattandosi di una storia vera, e sapendo bene che la vita non è mai perfetta, che nella realtà raramente si riesce a ribaltare qualcuna, figuriamoci tutte, le carte a proprio favore, quanto realmente di vero c’è in questo film?

Valeria Brunori, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

Hacksaw Ridge, presentato fuori concorso alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è l’ultimo film diretto dal controverso regista – e attore – americano Mel Gibson.

La pellicola racconta la storia vera di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza ad essere insignito della più importante onorificenza militare statunitense, ovvero la medaglia d’onore per aver salvato la vita a decine di soldati durante la sanguinosa battaglia di Okinawa.
Nonostante il film sia praticamente un lavoro biografico, Gibson lo imposta nel suo solito modo, articolandolo da  riflessivi simbolismi già ben noti – e percepibili – nei suoi precedenti lavori cinematografici.

Hacksaw Ridge stupisce con una prima parte completamente idilliaca susseguita poi da una seconda parte straziante, con questa brutale rappresentazione di questo “inferno in terra” del tutto insostenibile.

Hacksaw Ridge vanta anche una forte eterogeneità, racchiudendo i componenti più ricercati da ogni spettatore nel panorama cinematografico.
Ad assumersi “l’onere” di interpretare un ruolo così importante, Andrew Garfield (l’ex Spider Man), sorprendente e quasi irriconoscibile, deturpato nel corpo e nell’anima in questo war-movie emozionante e avvincente, contornato da quella “fitta cortina drammaturgica” che non guasta mai.

Ad affiancare Garfield in Hacksaw Ridge troviamo anche Vince Vaughn – coinvolto recentemente con la celebre serie-tv True Detective – oltre ai vari Sam Worthington, Luke Bracey e Teresa Palmer.

Hacksaw Ridge

Una storia di eroismo e di valori 

Mel Gibson – da attento osservatore del dettaglio – sente il bisogno di narrare una storia fatta di eroismo e coraggio caratterizzata da quei valori morali che possono solo beatificare l’esistenza di un singolo.
Con Hacksaw Ridge l’empatia di certo non viene a mancare; questo rocambolesco contesto bellico grigio-scuro, contornato da macerie e da cadaveri “calpestati” fisicamente e moralmente. Ad “amplificare” questa ruvida sensazione c’è anche il superlativo tecnicismo “firmato” Gibson, confezionato da una poderosa fotografia.

La pellicola è una straordinaria rappresentazione di un valido eroe di guerra, che ha avuto un sacro rispetto non solo per la vita ma anche per  tutto ciò che lo circondava. Eseguire un film biografico sulla figura di Desmond Doss è un bel banco di prova perfino per un regista caparbio come Mel Gibson.

Hacksaw Ridge è struggente ed efficace, sensibilizza e destabilizza al contempo stesso, coinvolgendo passionalmente lo spettatore.

Hacksaw Ridge

Giustificare la guerra non accettando la morte

Il paradosso ideologico manifestato dal protagonista in Hacksaw Ridge rende più intrigante la figura di questo eroe; Doss infatti era l’unico soldato americano nella seconda guerra mondiale a combattere in prima linea senza un’arma, giustificandone le motivazioni  ma non accettando l’uccisione di uomini, creando un’incoerenza morale non indifferente. Gibson si focalizza su questo confusionario status mentale, cercando di mostrare non un eroe, ma un uomo ligio al dovere rassegnato però a un destino che non gli appartiene.

Mel Gibson con questa sua quinta regia, mostra un prodotto sensibilistico, fondato su quei principi morali già mostrati in un avvincente lavoro come Braveheart. Un “ritorno alle origini” per il regista americano!? Forse, ma il perfezionamento stilistico – nelle vesti di regista – che Gibson ha progredito nell’arco degli anni appare evidente; Hacksaw Ridge, nel suo mostrare quest’esaltazione della vita sulla morte, ne è una prova conclamata.

Alessio Giuffrida, da “cinematographe.it”

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