Il palazzo del vicerè – “Viceroy’s House”

 

L’India, la sua storia e il retaggio culturale che lascia ai suoi abitanti sono i soggetti principali di Gurinder Chadha, che ha esplorato con arguzia e intelligenza la difficile eredità indiana soprattutto in confronto, e in contrasto, con lo stile di vita occidentale. Per il suo ultimo lungometraggio, Il Palazzo del Viceré, la regista di Sognando Beckam torna alle origini della diaspora indiana con un’opera di carattere storico che ha tutti gli elementi della grande epopea nazionale, capace di inscriversi a pieno titolo nel filone dell’epica moderna che mette in scena, giustamente romanzata, la storia di un Paese a partire dalle vicende delle persone che lo abitano. Una pagina di storia che ancora oggi divide nelle interpretazioni e letture che ne vengono date, portando la regista ad aprire il film con l’affermazione, troppo spesso dimenticata o sottovalutata, “La storia è sempre scritta dai vincitori“.

Il Palazzo dei Viceré: Gurinder Chadha racconta la storia dell’India con intelligenza e arguzia

Il Palazzo dei Viceré prende le mosse da un delicatissimo evento storico che ancora oggi riverbera di conseguenze, ossia l’indipendenza dell’India in seguito alla dissoluzione dell’Impero Britannico e la conseguente divisione del Paese in due diverse nazioni, India e Pakistan, dovuta alle spinte indipendentiste della comunità musulmana.

Lo sguardo di Chada riesce nell’impresa di raccontare un avvenimento così complesso e ricco di contraddizioni con ordine e rigore storico, dividendosi tra le stanze del potere in cui vengono prese le decisioni e le strade della città dove le conseguenze di quelle decisioni assumono forme sempre più spaventose. Le diverse posizioni dei personaggi e i contrasti sempre più profondi che li dividono non corrompono mai l’oggettività della regista, la quale mantiene sempre una pregevole lucidità e capacità di mettere in scena senza coinvolgimenti personali le motivazioni dei personaggi evitando di apporre un giudizio sul loro operato o le loro idee.

Questo è possibile grazie all’ottima sceneggiatura, firmata, oltre che da Gurinder Chadha, anche dal marito Paul Mayeda Berges (Sognando BeckamLa maga delle spezie) e Moira Buffini (Jane EyreByzantium). La scrittura brillante e perfettamente equilibrata riesce a delineare dei personaggi eccezionali e a portare avanti molte linee narrative contemporaneamente senza sacrificarne nessuna, ma anzi esaltandole l’una con l’altra mettendo continuamente in confronto i risvolti pubblici e privati, sociali e politici, singoli e collettivi della storia raccontata.

Sicuramente il pretesto della storia d’amore tra Jeet (Manish Dayal, Amore, cucina e CurryAgents of S.H.I.E.L.D.), induista, e Aalia (Huma Qureshi, WhiteJolly LLB 2), musulmana, non appare particolarmente originale, ma si rivela decisamente funzionale per mettere in scena i contrasti sociali che lacerano la popolazione indiana; ben più interessante è la descrizione della frenetica vita all’interno del Palazzo, un microcosmo fondato su regole e rituali perfettamente codificati che lascia intravedere sempre più chiaramente le crepe provocate dalle decisioni del Viceré Mountbatten e dei leader politici che si succedono nel suo studio.

Quello de Il Palazzo del Viceré è un mondo che si sfalda, che perde, nel piccolo come nel grande, la sua coesione, e mette in mostra tutti i fragili equilibri su cui si reggeva recidendoli uno a uno.

il palazzo del vicerè

L’andamento della sceneggiatura accompagna questo processo, assumendo toni sempre più cupi e drammatici fino al nichilismo del climax, in cui non solo la speranza di salvare l’India svanisce nel nulla, ma si scopre che tale speranza era soltanto un’illusione, un inganno inteso a portare il protagonista, Lord Mountbatten (Hugh Bonneville, PaddingtonMonuments Men), a condurre le parti in causa verso una conclusione già prestabilita.

Quando le parole non sono più sufficienti a trasmettere le proporzioni della tragedia in corso, allora intervengono le immagini, tra cui spiccano le stupende inquadrature del Palazzo che, come una punteggiatura, scandiscono i diversi capitoli del film; autentico personaggio inanimato, il maestoso Palazzo del Viceré comunica con la sua presenza e le sue trasformazioni l’evoluzione della società indiana e la sua disgregazione, diventando un simbolo della fine dell’ordine imposto dagli inglesi e dell’avvento dell’autodeterminazione indiana.

Le location del film Il Palazzo del Vicerè lasciano trasparire pura magnificenza

La sequenza iniziale che mostra l’arrivo della famiglia Mountbatten a Delhi è improntata alla magnificenza riservata all’epica, con il Palazzo che si apre con le sue meraviglie agli occhi increduli dei protagonisti; la successione dei campi lunghi e dei dettagli sono tutti tesi a sottolineare la magniloquenza del luogo e il senso di soverchiante potere trasmesso dalle stanze, dai marmi e dagli arredi del palazzo. Il profilo dell’edificio riappare con cadenzata frequenza nel corso del lungometraggio con un aspetto significativamente più cupo di volta in volta, fino alla spaventosa inquadratura che corrisponde all’apice del disordine sociale, rappresentato da un Palazzo immerso nell’oscurità della notte, con il fumo delle rivolte popolari che si alza sullo sfondo.

Le immagini del Palazzo costituiscono i momenti più lirici di una regia altrimenti molto posata, che guida i suoi personaggi con lo stesso ordine e la stessa attenzione riservata alla sceneggiatura. Il cast di prim’ordine, su cui spiccano, oltre i già citati, anche Gillian Anderson (X-Files) nel ruolo di Edwina Mountbatten, Michael Gambon (Harry PotterVittoria e Abdul) nella parte del Generale Hastings Ismay e la giovane ma promettente Lily Travers (Kingsman: Secret ServiceDoctor Who), esalta ogni scena con un’interpretazione caratterizzata dalla compostezza richiesta dai rispettivi ruoli ma capace di trasmettere con una parola o un semplice sguardo un mondo intero di significati sotterranei.

Il Palazzo del Viceré

Su tutto emerge chiaro e inequivocabile il desiderio di capire e scoprire, sostituendo la condanna della Partizione con uno sguardo di partecipazione al dolore della popolazione indiana e di comprensione verso gli eventi storici che hanno condotto a quella tragica decisione.

Il Palazzo dei Viceré è un’opera che lascia allo spettatore il compito di trarre le conclusioni dopo aver goduto di un punto di vista privilegiato sugli eventi storici pubblici e privati e sulle loro conseguenze. Non c’è alcuna volontà di imporre un giudizio storico o politico da parte di Gurinder Chadha, questo non le interessa; il suo obiettivo era quello di far toccare con mano al pubblico occidentale contemporaneo la tragedia della Partizione come lei l’ha percepita, pur non avendola vissuta in prima persona, e il suo scopo è sicuramente stato raggiunto.

Voto: 4,7 / 5

Daniele Artioli, da “cinematographe.it”

 

Conosciuta soprattutto per “Sognando Beckham”, pietra miliare delle commedie rosa adolescenziali, Gurinder Chadha è una regista di origini indiane che ha sempre inserito la passione per la sua terra d’origine all’interno di tutti i suoi lavori, nonostante le tematiche affrontate girassero intorno all’amore. Con “Il palazzo del Vicerè”, quindi, la regista ha aperto un nuovo capitolo della sua carriera, volgendo lo sguardo verso temi più impegnati.

1947: il Regno Unito è pronto a liberare l’India, in cambio del suo supporto durante la guerra. All’interno del paese, però, ci sono forti attriti di matrice religiosa che generano violenza e terrore nelle strade, e che devono essere risolti al più presto. Muhammad Ali Jinnah, il leader dei musulmani, vuole spaccare l’India per creare un secondo stato, il Pakistan, che sia solo della sua gente. Il nuovo Vicerè inviato in India, Louis Mountbatten, ha ordini di risolvere la situazione nel minor tempo possibile, ma quando arriva sul posto capisce che non sarà affatto così facile.

Dal film si evince l’amore profondo della regista per l’India e la sua opposizione alla creazione del Pakistan, legata anche a motivi personali. La vicenda così narrata vuole mettere in cattiva luce sia il Regno Unito che i musulmani, i primi responsabili di aver creato un problema ed essersi disinteressati alla sua soluzione, i secondi “colpevoli” di tradire la patria.

il palazzo del vicerè gillian anderson

Così Chadha condanna gli inglesi, i loro secondi fini e il loro disinteresse per la popolazione indiana, che in seguito alla suddivisione del territorio fu costretta a un esodo che costò milioni di vite. La parte storica e politica della vicenda è riportata in modo molto interessante, soprattutto per chi non è molto ferrato sulla materia e viene “illuminato” su tutto l’avvenimento.

A questo si intreccia la storia della famiglia di Mountbatten, trovatisi tra l’incudine e il martello, in un certo senso, e dipinti come delle ottime persone che hanno fatto di tutto per aiutare l’India – fino al punto, forse, da risultare un po’ artefatti nella loro incredibile bontà e apertura mentale. Non manca poi la travagliata storia d’amore tra un giovane indiano al servizio del Vicerè e una ragazza musulmana, promessa ad un altro uomo; si tratta sfortunatamente della parte peggiore della pellicola, ricca di clichè e priva di qualsiasi pathos e mordente, minutaggio che sarebbe indubbiamente stato impiegato meglio approfondendo maggiormente la situazione dei villaggi, di cui si hanno solo informazioni fugaci in quanto la macchina da presa rimane sempre fissa sul palazzo del Vicerè. Una scelta, questa, che può risultare interessante da un lato, ma limitante dall’altro.

Il film scorre facilmente, è anche abbastanza coinvolgente a momenti e certamente educativo, ma rimane al livello di un piacevole intrattenimento.

Valeria Brunori, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

A seguito della decisione britannica di rinunciare al possesso dell’India, che notoriamente nel 1947 ottiene l’indipendenza, l’ultimo incarico politico nella futura ex colonia da parte di Sua Maestà è affidato a Lord Mountenbatten nella veste di viceré: si tratta di gestire la delicata transizione del Paese verso la propria autonomia. L’aspetto più complesso è rappresentato dal conflitto apparentemente insolubile fra induisti, musulmani e sikh, che si rifiutano di convivere pacificamente in una stessa nazione nonostante gli insegnamenti di Ghandi. L’opzione deliberata fra le parti sfocia nella cosiddetta “Partition” fra India e Pakistan: una separazione dolorosa e fatale per milioni di famiglie indiane incluse le 500 persone a servizio nell’immensa dimora del vicerè.

“La storia è scritta dai vincitori”. Con questo statement politico Gurinder Chadha dà inizio al dramma storico a 70 anni dalla Partition di cui la sua stessa famiglia è stata vittima. Fortemente motivato da tali urgenze personali, il film della regista anglo-indiana adotta volutamente un registro narrativo lineare ed inequivocabile per ottenere le massime comprensione e diffusione.

Tanto che per la distribuzione in India, prevista per l’11 agosto in prossimità con l’anniversario della Partition, Chadha sta finalizzando la doppia versione inglese e indù, quest’ultima destinata ai centri abitati più piccoli. Indirizzandosi all’amplificazione spettatoriale, la regista sacrifica dunque il linguaggio, calibrato su un’indiscutibile spettacolarità scenografica ma su una sceneggiatura e regia “basiche”, dove a dettar legge sono campi totali e medi, con l’oggetto semantizzato quasi regolarmente incorniciato al centro delle inquadrature, sempre rigorosamente patinate. L’unica eccezione concessa a tale “regime” risiede nell’alternanza del girato a materiali d’archivio Movietone con video dell’epoca.
La produzione di senso si fa immediata in quest’opera d’epica storica e militanza politica, inclusiva anche del genere melò per l’inserzione della vicenda privata ed esemplare di una giovane coppia di innamorati “separata” dalle differenze religiose. Al di là dell’innaturale scelta di dividere unico Paese, ciò che preme a Chadha è fare luce (e denuncia) sulle trame strategiche alla base della Partition, sdoganando la figura di Mountbatten (splendidamente interpretata da Hugh Bonneville) e famiglia (bellissimo il ruolo della moglie Edwina affidato a una convincente Gillian Anderson), di fatto “pedina” inconsapevole di un accordo precedentemente ordito da Churchill con il leader musulmano Jinnah. Con la grave denuncia il cerchio si chiude, e lo “statement” in apertura del film raccoglie la propria compiutezza nella dedica (giustificata ma un po’ retorica come l’intero film) all’oltre milione di morti causati dalla Partition, capace di “sradicare” ben 14 milioni di indiani.

Voto: 2,5 / 5

Anna Maria Pasetti, da “mymovies.it”

 

 

 

India e Pakistan sono oggi nazioni riconosciute e importanti nello scacchiere asiatico, ma la loro genesi rimanda a un dopoguerra drammatico e doloroso, durante il quale morirono un milione di persone e altri quattordici milioni furono protagonisti della più grande migrazione della storia dell’uomo.

Inviato dal Governo Britannico come ultimo Vicerè, incaricato di gestire la transizione da colonia a nazione libera dell’India, Lord Mountbatten (Hugh Bonneville) si trova di fronte a una situazione di sempre crescente tensione fra Hindu, Sikh e Mussulmani. Le soluzioni sul tavolo del Vicerè si limitano alla creazione di uno stato unico che veda convivere tutti, nonostante le reciproche inimicizie; oppure la creazione di un secondo stato, il Pakistan, che raccolga i territori a maggioranza musulmana.

Gli sforzi profusi da Mountbatten e sua moglie Edwina (Gillian Anderson) per comprendere il paese e di conseguenza per determinare quale sia la strada migliore da seguire, si riveleranno superflui alla luce di un accordo precedentemente stipulato da Churchill con il leader musulmano Jinnah per la creazione del Pakistan.

Se la storia è già scritta, il film diretto da Gurinder Chadha si pone come interessante resoconto di una pagina drammatica quanto in fondo poco nota e approfondita. Almeno in Occidente. I fatti reali vengono raccontati in alternanza con una storia d’amore che vede protagonisti uno dei servitori personali di Mountbatten, l’hindu Jeet (Manish Dayal), e l’assistente musulmana della figlia del viceré, Aalia (Huma Qureshi), il cui rapporto è messo in crisi dalle evoluzioni storiche che i due vivono in prima persona.
Raccontato con una regia molto semplice, che poco o nulla concede alla spettacolarità, Il palazzo del Vicerè deve il suo potenziale d’interesse al tema che tratta, avvincente nella sua drammaticità sia da un punto di vista storico politico che da un punto di vista emotivo e umano. Alle sequenze girate si intervallano anche documentari dell’epoca, che si integrano efficacemente nel tessuto del film. La scelta di una messa in scena semplice ed estremamente chiara denuncia le intenzioni della regista, toccata sul piano familiare dagli eventi che descrive. Il palazzo del Vicerè risulterà una discreta visione per quanti siano interessati all’argomento o, più in generale, trovino affascinanti i racconti sulla storia recente dell’uomo.

Se la storia è già scritta, il film diretto da Gurinder Chadha si pone come interessante resoconto di una pagina drammatica quanto in fondo poco nota e approfondita.

Voto: 2,5 / 5

Roberto Semprebene, da “silenzioinsala.com”

 

 

Il Palazzo del Viceré (Viceroy’s House) segna il ritorno cinematografico di Gurinder Chada, già autrice di successi come Sognando Beckham (2002) e Matrimoni e pregiudizi (2004), con una storia a metà tra la necessità del racconto storico e l’esperienza personale.

Il lungometraggio si sofferma sulla Partition tra India e Pakistan avvenuta nel 1947, mostrando difficoltà e strategie delle varie personalità che hanno preso parte a questo immenso e sanguinolento evento: Lord Mountbatten nonché Vicerè Inglese (Hugh Bonneville) e sua moglie Edwina Mountbatten (Gillian Anderson), il padre fondatore del Pakistan Jinnah, il leader spirituale Ghandi e quello politico, Nehru. Il filo conduttore umano di tutta la vicenda politica è la tormentata storia d’amore tra l’induista Jeet (Manish Dayal) e la musulmana Aalia (Huma Qureshi) entrambi a servizio nel Palazzo del Vicerè prima che questo venga adibito a tutt’altra mansione.

Gurinder Chada opta per una regia asciutta e lineare lasciando trasparire, in questo modo, l’esigenza di una scrittura visiva a servizio della narrazione storica

Gurinder Chada opta per una regia asciutta e lineare lasciando trasparire, in questo modo, l’esigenza di una scrittura visiva a servizio della narrazione storica, uno stile volto a richiamare anche l’attenzione di un pubblico che della Partion ha potuto leggere solo sui libri di storia.

La regista cura anche la scrittura del film – con Paul Mayeda Berges e Moira Buffini – e questa diventa uno dei punti di forza del lungometraggio regalando dei gustosi momenti tipici dello British humor e creando personaggi molto forti e politicamente sottili.

il palazzo del viceré

Uno di questi è Edwina Mountbatten, moglie del Viceré e interpretata da Gillian Anderson, la cui verve linguistica lascia spazio al disegno di una donna molto risoluta e ferma nelle sue decisioni, consigliera indiscussa del Vicerè britannico.

Il lungometraggio riesce a coniugare l’aspetto politico e decisionale della Partition con quello prettamente umano grazie alla “personificazione” dell’India e del Pakistan tramite i personaggi di Jeet e Aalia ai quali si uniscono tutte la maestranze del Palazzo: sintomatica la scena in cui tutto ciò che si trova nel palazzo – utensili della cucina inclusi – è suddiviso tra i due paesi appena “divisi”.

La cui verve linguistica di Gillian Anderson lascia spazio al disegno di una donna molto risoluta e ferma nelle sue decisioni, consigliera indiscussa del Vicerè britannico

Il Palazzo del Viceré non dimentica di denunciare il lato più distruttivo degli eventi del 1947, costituito dalle grandi migrazioni di induisti e musulmani nei rispettivi nuovi confini e l’ondata di barbarie e distruzione che ne è stata diretta conseguenza.

Se, come ricorda l’incipit della narrazione, “la storia è sempre scritta dai vincitori”, allora questo film tenta di riconsegnare la memoria della Storia a chi appartiene di diritto, a tutti coloro che, nel farsi e disfarsi del tempo, hanno saputo sopravvivere e ritrovarsi come Jeet e Aalia: alla gente comune, al popolo.

Carlotta Guido, da “moviestruckers.com”

 

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