Il GGG – Il Grande Gigante Gentile

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Nella miniera di Roald Dahl e dei suoi “piccoli” racconti per l’infanzia ognuno può trovare ciò che vuole. C’è chi cerca le fondamenta per la struttura scenografica del suo mondo, come Burton, chi una via di fuga dalle proprie trappole per volpi, come Wes Anderson. E chi, come Spielberg, un altro sogno di condivisione, capace di vincere il mostro della solitudine. Perché forse, il segreto della gentilezza è proprio la solitudine, con tutto ciò che si porta dentro e dietro. Il bisogno di non sentirsi più orfani, di immaginare evasioni, il desiderio, e il timore che lo accompagna, di stabilire un contatto con l’altro. Con la delicatezza del tocco

Ruby Barnhill in Il GGG - Il Grande Gigante Gentile Il Grande Gigante Gentile è una storia di sogni. Di sogni inseguiti e catturati, di sogni realizzati e fabbricati. È un racconto di speranza. La speranza di superare di slancio la fatica della realtà. E proprio questo slancio spinge Spielberg a dare libero sfogo a tutta la potenza fantastica del suo cinema, che, dopo una serie di monumentali – ma non certo freddi – film “adulti”, può lasciarsi andare a briglia sciolta, con la stessa impalpabile leggerezza che sosteneva le evoluzioni de Le avventure di Tintin e dei film più liberi, quelli disancorati dalla zavorra del reale. Ma non c’è, poi, vera differenza tra War Horse, Lincoln, Il ponte delle spie e Il Grande Gigante Gentile, al di là dei toni, delle prospettive, del peso stesso dei discorsi messi in campo. Sì, negli ultimi film assumeva un ruolo preponderante la parola, l’espressione costitutiva di un’altra idea democratica di mondo. Eppure anche qui la parola ha un peso rilevante, come l’unico filo possibile di una trama comune. Già a partire dalla lingua inventata da Dahl per il suo gigante, la sgrammaticatura e la dislessia che si trasformano in fuoco d’artificio fantastico.

Mark Rylance e Ruby Barnhill in il GGG - Il Grande Gigante GentileMa il filo rosso sta soprattutto in altro. Nel fatto che, anche quando il cielo si fa più cupo e la terra pesante, il richiamo della favola è sempre irresistibile, quel desiderio di scoprire la meraviglia segreta di questo mondo, a partire da qualsiasi galassia, sia essa la realtà o la finzione, live action, animazione o motion capture. Quella meraviglia che riposa in ogni angolo e che attende solo di essere svelata oltre il velo opaco della Storia, delle guerre, dei conflitti, dei muri. Lo stupore a bocca e a cuore aperto che si dipinge sul volto di Sophie, della piccola Ruby Barnhill, e, con più etichetta, su quello della regina d’Inghilterra, è proprio ciò che permette di superare la paura e la differenza, di ritrovare l’umano nell’inumano, il soffio caldo di gentilezza nascosto nella mostruosità della solitudine, nell’invisibilità forzata dell’alieno. E tutto ciò è figlio della stessa tensione sognante che consente al cavallo di guerra di mandare all’aria le trincee, che distende in un magnifico sorriso le mille rughe di Tommy Lee Jones/Thaddeus Stevens, che dà a James Donovan una fede assoluta nella capacità della parola di mediare, di creare fratellanze insperate. Stoiki mugik. Quello di Spielberg è davvero un cinema che si scopre tanto più bambino quanto più è gigante. E viceversa. È un cinema di scoperta. E quindi di pura invenzione, che apre e spiega tutti gli spazi in un movimento continuo, che dona ritmo al tempo grazie alla libertà immacolata della trovate, al dono di una forza propulsiva tutt’interna alle immagini. È un passaggio costante dall’ignoto al familiare, dall’estraneo al proprio, per cui, ogni volta, la macchina spettacolare si trasforma in un segreto intimo, privato. Per quanto l’avventura ci porti lontano, ci troviamo, alla fine, ancora a casa. Davanti a un sorriso che ci accoglie.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Steven Spielberg è un demiurgo illustre, un cantastorie soave, di quelli che ti accompagnano vicino al fuoco, ti fanno sedere e ti puliscono l’anima dalle spigolature della vita. Il maestro di Cincinnati è un uomo di cinema, un moderno oratore che manipola le immagini per fare accedere la coscienza del pubblico al mondo della propria interiorità, proiettata su uno schermo bianco. I suoi primo piani, sempre enfatici nel miglior senso della parola, carichi di emozioni, stabiliscono un contatto intellettuale ed emotivo. La sinergia dell’azione e dei corpi passa attraverso lo sguardo tra spettatore e osservato. Nel fantasy Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, Spielberg riduce al minimo l’inventiva per quanto riguarda la successione degli eventi, ma sfodera tutta la sua forza espressiva nell’imbastire una narrazione solida e magica. Le nuove tecnologie digitali, sebbene non facciano uso la più realistica computer grafica, sono utilizzate dal regista per ottenere una fluidità nell’azione sempre più marcata.

La parabola di Sophie e del suo amico gigante è punteggiata da un montaggio talmente raffinato e invisibile da restituire l’impressione di assistere ad un’opera composta da 10-20 piani sequenza. Il GGG ha un sapore antico, quello del cinema appartenente agli anni in cui non c’era fretta di sviluppare una trama, in cui i dialoghi tra i personaggi possono permettersi di durare parecchi minuti e, in questo modo, entrare in profondità. Allo stesso tempo la mano di Spielberg procede controllata e ferma, inserendo ogni piccolo frammento in un delicato puzzle emotivo. Quando tutti gli elementi vengono messi in fila, il film riesce a raccogliere una quantità incredibile di sentimenti raffinatissimi. Il climax della pellicola corrisponde a quello che, tradizionalmente, sarebbe un anticlimax: un dialogo che è anche un incontro tra due ceti sociali diversi, la regina e il povero e deforme gigante. In quella splendida sequenza l’anticipazione dell’ingrediente comico e l’attesa del suo arrivo, innescano un filo di tensione essenziale che permette di seguire i fotogrammi come se appartenessero alla risoluzione finale. In questo modo Spielberg toglie equilibrio, senza essere percepito, al momento che nelle fiabe viene indicato come “duello finale”.

La scelta registica è straordinaria perché, al posto del senso di rivalsa, viene comunicato l’affetto di una amicizia impossibile. La leva ironica diviene lo strumento necessario per donare risalto al tema del lungometraggio. Il GGG è un memorabile viaggio attraverso il mezzo cinematografico, che riflette sull’importanza delle parole gentili, della cura del prossimo, dei sogni che possono guidare l’esistenza delle persone. C’è una brevissima sequenza in cui il gigante, nella sua casa, appare grande come Sophia. Richiamato da un rumore, l’enorme individuo si avvicina alla bambina e diventa sempre più enorme. Questo è un semplice gioco di prospettiva che, come il miglior cinema sa fare, si rende portatore di una morale: “non importa quanto tu sia grande o quanto io sia piccolo, non importa a quale rango sociale tu appartenga. Siamo esseri viventi che hanno un’unica statura: quella umana.” È qui che vive il vero narratore, nella cura dei dettagli e nei fotogrammi che collegano tematicamente tutte le sue opere. È questa il messaggio di speranza e fratellanza proposto da Steven Spielberg: una missiva che fa bene al mondo e fa bene al cinema.
Consigliato a: anche se non vi chiederanno di andare a vederlo, portate i vostri bambini, dai 6 anni in su.
Gabriele Lingiardi, da “cineavatar.it”

 

 

Il GGG è un Grande Gigante Gentile, molto diverso dagli altri abitanti del Paese dei Giganti che come San Guinario e Inghiotticicciaviva si nutrono di esseri umani, preferibilmente bambini. Una notte il GGG – che è vegetariano e si ciba soltanto di Cetrionzoli e di Sciroppio – rapisce Sophie, una bambina che vive a Londra, per portarla nella sua caverna. Inizialmente spaventata dal misterioso gigante, Sophie si rende conto ben presto che il GGG è in realtà dolce, amichevole, e che può insegnarle cose meravigliose. Il GGG porta infatti Sophie nel Paese dei Sogni, dove cattura i miraggi che mescola e ricompone per rinfonderli notte nelle menti di grandi e bambini, spiegandole tutto sulla magia e il mistero della fantasia. L’affetto e la complicità tra i due cresce rapidamente, e quando gli altri giganti sono pronti ad una nuova strage, il GGG e Sophie decidono di avvisare dell’imminente minaccia addirittura la Regina d’Inghilterra, assieme alla quale concepiranno un piano per sbarazzarsi dei giganti una volta per tutte.

Viene distribuito in Italia da oggi l’ultimo film di Steven Spielberg, che torna alla fiaba, dopo l’esperienza di Le avventure di Tintin del 2011, in maniera brillante ed efficacie. GGG – Il grande gigante gentile porta infatti a rivivere due ore di quella incredibile magia che hanno potuto sperimentare coloro che erano bambini tra gli anni Settanta ed Ottanta, in un mix fantasmagorico che funziona in maniera perfetta anche grazie alla commistione tra Computer Grafica e riprese in Live Action e Performance-Capture del personaggio di Sophie, reso in tutta la sua forza e dolcezza dalla brava Ruby Barnhill, al suo esordio su grande schermo. BFG (Big Friendly Giant, nella versione originale) è uno di quei film dalla perfetta alchimia degli ingredienti, che inducono alla confusione dei piani di realtà, esattamente come poteva essere per pellicole come La storia infinita, di Wolfgang Petersen, del 1984. L’interazione dei personaggi con la scenografia, combinata alla straordinaria grafica e all’uso del Simulcam, è capace di tenerci incollati allo schermo tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, tra realismo, fantasia, magia, dolcezza, dramma, emozione, buoni valori e commozione assicurata.

La storia dell’orfanella che incontra il più gentile tra i giganti: anziano, ingenuo, ed un po’ pazzoide, che si esprime in uno strano linguaggio che evoca dialetti celtici e che si scontra con un assurdo formalismo, ci riporta in maniera meta cinematografica all’iconografia della “fabbrica dei sogni” per la straordinaria capacità, misteriosamente appresa da questa eterna entità, di catturare i sogni alla loro sorgente sovrannaturale e mistica, per poi mescolarne gli elementi producendo esperienze perfettamente piacevoli, da instillare nelle menti e nel cuore di grandi e piccini che se lo meritano. E così, fra rocambolesche fughe dal bullismo dei rozzi e violenti “Inghiotti Ciccia Viva”, “Ciuccia Budella”, “San Guinario” e dei loro terribili fratelli, il buffo outsider del mondo dei giganti, tra romanticismo, comicità e demenzialità, trova assieme a Sophie, che ha il coraggio di coloro che non hanno nulla da perdere, la forza di riscattarsi e di liberarsi da stereotipi e grandi miti negativi, che incrinavano l’atmosfera del mondo dei giganti, dando vita in sostanza ad una nuova e più illuminata era, con grande clemenza dei regnanti.

Una favola dai valori tutti positivi dunque, quella scritta con incredibile lungimiranza, soprattutto su certe tematiche, da Rohald Dahl nel 1982, la cui natura fantasiosa e polivalente ha dato vita, tra il 1943 e la fine degli anni Novanta, a meravigliosi viaggi della mente come “La Fabbrica di Cioccolato”, “Le Streghe”, “Matilde”, “Danny il campione del mondo”, e moltissime altre incredibili avventure. Un potente effetto nostalgia dovuto ad una vaga patina da film per l’infanzia anni Novanta ci fa tornare indietro nel tempo, tra il ricordo di elementi ancestrali, ed il sogno di un futuro amorevole e più gentile, e ci si perde tra sketch comici e sapienti enfatizzazioni drammatiche, davanti al volto incredibilmente espressivo di GGG, interpretato da Mark Rylance, e alla spiazzante intelligenza e dolcezza dell’occhialuta Sophie, bambina sveglia e fin troppo matura, che non ha tempo da perdere nella disperata ricerca di affetto e di avventura. Spielberg torna, ripercorrendo questa bella fiaba, alla manipolazione dei sentimenti – in questo caso perfettamente riuscita – e gli spettatori di tutte le età si ritrovano immersi, tra lacrime e risate, nello straordinario mondo dei sogni, materia inesauribile di quello del cinema.

Voto: 7 / 10

Leda Mariani, da “storiadeifilm.it”

Tutti dormono, eccetto Sophie. La piccola sa che a quell’ora non dovrebbe affacciarsi al balcone per nessuna ragione, ma è più forte di lei. Una volta tanto, però, la disobbedienza paga, malgrado all’inizio non sembri. Sophie viene infatti rapita, nel bel mezzo della notte, da un gigante. Chi è? Che intenzioni ha? Vorrà forse mangiarsela?

Niente di tutto ciò. Perché il gigante in questione è di quelli buoni, gentili. Tratto da una storia di Roald Dahl, The BFG (in italiano Il GGG – Il Grande Gigante Gentile) è una di quelle pensate, stando al suo autore, per essere raccontate ai bambini prima che si addormentino. Si parla infatti di sogni, desideri, così come di incubi, paure. Il gigante raccoglie tutte queste cose, le studia, le cataloga, perciò dispone di un’approfondita conoscenza a tal riguardo. Certo, fatica ad esprimersi correttamente, ma che bisogno c’è a fronte di tutto ciò che può mostrare?
The BFG è un racconto perfetto per il grande schermo, che, solo, riesce a materializzare con così tanta verosimiglianza la materia di cui sono fatti i sogni, le speranze. In quell’inglese claudicante, zeppo di termini inventati, strambi, vi è quasi una provocazione, per quanto dolce, nient’affatto maliziosa: esiste modo migliore delle immagini per descrivere ciò che non si può spiegare? Le storie alle quali si dedica Spielberg si muovono spesso su questa linea di confine tra l’illusione e la magia, opponendo ai disillusi quelli che sono capaci di sognare; quest’ultimi per forza di cose costantemente osteggiati, salvo poi “avere ragione” alla fine.

Non si cerchi però quel quid che rende i suoi migliori lavori tali, o per meglio dire, non nella misura in cui di volta in volta lo si pretende da uno dei più rinomati cineasti di sempre. Il che non è necessariamente un male, anzi, denota ancora una volta quanto per Spielberg elementi come stile o marchi di fabbrica ricadano per lo più nella categoria degli orpelli. Il regista aderisce in toto al senso del racconto, con l’umiltà che in fondo, da filmmaker, l’ha sempre contraddistinto, ossia il suo mettersi al servizio della storia. Perciò ne Il Grande Gigante Gentile l’unico, vero valore aggiunto è… il gigante, appunto.

Il volto caloroso, rassicurante di Mark Rylance ci convince del fatto che questa costituisce una delle scelte di casting più azzeccate di sempre. Il gigante deve avere quella faccia, deve prodursi in quelle espressioni, che dicono davvero molto più di mille parole. Il film sta tutto lì, nel suo sorriso, nella sua manona tesa verso la piccola Sophie; un misto di dolcezza e serenità che riscaldano il cuore, facendoci diventare piccoli un po’ a tutti. Anche se per poco.

Il resto è per lo più ordinaria amministrazione, al netto di una tecnica che oramai ha raggiunto livelli di fotorealismo incredibili (ricordo che The BFG è per metà live action e per l’altra metà CGI). Questo primo sforzo di Spielberg in concerto con Disney non vuole segnare alcun passaggio, né tantomeno stravolgere alcunché; si tratta solo di portare sullo schermo una storia per bambini, anche per coloro che un tempo lo erano e che ora non lo sono più. E per questo, con ogni probabilità, non poteva esserci miglior nome alla guida.

Ci sono cose di cui si avverte la mancanza, fattispecie che magari non si trovano nella DNA del racconto, ma che solitamente costituiscono ingredienti chiave dei film di Spielberg. I cattivi di turno, per esempio, non rappresentano quasi mai un pericolo reale, la qual cosa informa inevitabilmente la componente avventurosa di The BFG, a dire il vero alquanto contenuta. Ciò che non manca sono i toni umoristici, che culminano addirittura con una sequenza di flatulenze tutt’altro che moleste; perché Spielberg sa come prendere il pubblico senza eccedere.

Alla fine della fiera, però, una cosa ed una soltanto rimane impressa, e chissà per quanto, ovvero il faccione in computer grafica di Rylance. Tocca ripeterlo, perché davvero, tutto è costruito attorno a lui, come tutto sommato ammette implicitamente lo stesso Spielberg, che ci conduce verso i titoli di coda dopo averci sottoposto un irresistibile primo piano del gigante; un primo piano che per descriverlo ci vorrebbe un libro, di alta letteratura per giunta. E tutto ciò che è stato fino a quel momento, verrebbe da pensare, non è stato altro che preparazione in vista di quel momento. Tocca però aggiustare subito il tiro: se quel sorriso avesse avuto bisogno di un film per essere “compreso”, non ci scioglierebbe come di fatto succede. D’altronde chi non vorrebbe per amico un gigante?

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

Il GGG è un gigante, un Grande Gigante Gentile, molto diverso dagli altri abitanti del Paese dei Giganti che come San-Guinario e Inghiotticicciaviva si nutrono di esseri umani, preferibilmente bambini. E così una notte il GGG – che è vegetariano e si ciba soltanto di Cetrionzoli e Sciroppio – rapisce Sophie, una bambina che vive a Londra e la porta nella sua caverna. Inizialmente spaventata dal misterioso gigante, Sophie ben presto si rende conto che il GGG è in realtà dolce, amichevole e può insegnarle cose meravigliose. Il GGG porta infatti Sophie nel Paese dei Sogni, dove cattura i sogni che manda di notte ai bambini e le spiega tutto sulla magia e il mistero dei sogni.
Steven Spielberg doveva prima o poi incontrare Roald Dahl e farlo con questo libro. Innanzitutto per una coincidenza (non astrale ma comunque significativa) che ha fatto sì che “Il GGG” ed E.T. – L’extra-terrestre trovassero l’uno la via delle librerie e l’altro quella degli schermi nello stesso anno (il 1982). Poi anche (e soprattutto) perché nel testo del grande autore britannico si trovano numerosi elementi che non potevano non accendere l’interesse del regista. Roald Dahl, la cui biografia è così affollata di eventi negativi che neanche il più sadico degli sceneggiatori avrebbe potuto attribuirli a un solo personaggio, sapeva come parlare direttamente ai più giovani (e non solo a loro) del dolore e della sofferenza senza falsi pudori ma era anche consapevole di dover mostrare loro la via della speranza. Il cinema di Spielberg si è sempre fatto innervare, fin dai giorni di Duel da questi due elementi declinandoli con modalità differenti nel corso degli anni. Facendo anche proprio e con forza il tema della diversità che per Dahl è fondamentale. Sophie è diversa in quanto orfana, è diversa in quanto divergente rispetto alle disposizioni delle istituzioni (come Matilda) ed è una sognatrice ad occhi più aperti che chiusi. Ma anche il GGG è un diverso nel suo mondo in cui è di fatto un nano (quanti sviluppi ha nel film questa difformità di sguardi e di valutazioni tra Umani e Giganti!). Tra loro vince una solidarietà inizialmente non prevedibile che li porta a formare una squadra pronta ad affrontare dei rischi tenendo però davanti a sé come un faro il sentimento della Gentilezza (che, dopo Cenerentola, sembra essere diventato un po’ il leit motiv della Disney).
La violenza e l’ignoranza restano appannaggio di quelli che sono solo capaci di annusare prede e non di vedere esseri viventi ma anche per loro l’esito finale non sarà la morte. Se poi a tutto ciò si aggiunge che la parte del film riguardante Buckingham Palace è pervasa dalla benevola ironia che solo un americano può esercitare nei confronti della monarchia britannica, si può comprendere come Steven abbia provato un grande piacere a raccontarci la storia di Sophie e del GGG.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

Dopo Lincoln e l’ultimo Il Ponte delle Spie, Steven Spielberg spalanca di nuovo le porte della nostra immaginazione accompagnandoci in un piccolo viaggio fatto di amicizia, magia e sentimenti con Il Grande Gigante Gentile, omonima trasposizione del celebre racconto di Roald Dahl che adattato per il grande schermo dal regista di E.T. assume una connotazione ancor più sognante e fiabesca.

Il film resta volontariamente relegato al testo originale, creando sì un universo immaginifico dove in alto nel cielo e oltre le nubi vive una stirpe di giganti, ma senza la presunzione di allontanarsi dalla bontà della storia e dal target di riferimento: i bambini. Il GGG è infatti una tenera e piacevole favola che vede protagonista la piccola orfana Sophie, interpretata da Ruby Barnhill, qui alla sua prima esperienza sul grande schermo. Sophie non riesce ad addormentarsi la notte, così, al sicuro sotto le coperte e con qualche regola dettata dal buon senso, quando gli altri bambini sognano a occhi chiusi lei lo fa a occhi aperti, immergendosi nella lettura nel silenzio londinese. Una sera, però, dopo aver sgridato dalla finestra della camera un gruppo troppo allegro e chiassoso, ecco che tra la nebbia di una gelida notte della capitale scorge una figura maestosa, che accortasi di essere stata scoperta decide di rapire la bambina e portarla nel suo mondo, attraversando la città con bellissimi escamotage per non farsi vedere da nessuno, data comunque la sua enorme stazza.

Giunti nel mondo oltre le nubi, la creatura si rivela essere un anziano gigante conosciuto come Il GGG. Le fattezze e la voce del personaggio sono quelle di Mark Rylance, ormai attore feticcio di Spielberg qui riconoscibilissimo dietro ai tratti caricaturali del protagonista in Performance Capture. Occhi grandi e luminosi, parlata lenta e sgrammaticata e movimenti eleganti: il GGG non sembra assolutamente un gigante cattivo, ma più un vecchio recluso nella sua solitudine, immerso nei suoi ricordi e nel suo “hobby”. E così è, infatti, e a disturbare il suo riposo e il suo lavoro intervengono precisi gli altri orridi abitanti del mondo dei giganti, questi sì completamente instupiditi, senza un briciolo di amore e affamati di carne umana, giovane e tenera: “Un insulto all’intera razza, ormai quasi estinta”, spiega il GGG a Sophie parlando dei suoi compagni. Toccherà quindi a lui il compito di impedire a questi disonori ambulanti di compiere altri orribili atti e di scovare Sophie nel suo nascondiglio.

Senza esasperare le atmosfere o i toni e con una regia molto classica, Spielberg confeziona un racconto di formazione di tutto rispetto, incorniciando il quadro con trovate visive affascinanti e con momenti commoventi. La riflessione c’è e la morale viene inoltre percepita, ma la forza della storia si riscontra soprattutto nella dolcezza e nel calore del rapporto tra i due protagonisti, che ricorda da vicino il vincolo d’affetto e devozione che c’è tra una nipote e un nonno. Un abbraccio indelebile che fa sentire protetti e che lascia in secondo piano il difetto di una narrazione troppo lenta e di uno sviluppo che difficilmente coinvolgerà in toto l’audience. Poco male, però, perché Sophie e il GGG portano al cinema la potenza dell’amicizia, il coraggio della perseveranza e l’atto d’amore e rispetto per eccellenza: contro tutto e tutti, con sostegno o privi di appoggio, sempre e comunque rimanere fedeli a se stessi. Solo così si può migliorare in piccolo un così grande mondo.

Luca Ceccotti, da “farefilm.it”

 

 

L’incontro tra Steven Spielberg e Roald Dahl era inevitabile. Da un lato, uno dei più grandi registi contemporanei, che ha fatto del rapporto con l’infanzia uno dei suoi marchi di fabbrica più noti. Dall’altro, lo scrittore britannico d’origine norvegese che è uno dei maggiori autori di libri per ragazzi del Novecento, sulla cui opera si sono messi al lavoro in passato persone come Danny DeVito (Matilda 6 mitica), Tim Burton (La fabbrica di cioccolato) e Wes Anderson (Fantastic Mr. Fox).
Era solo questione di tempo, quindi, e questo tempo è arrivato quando le tecnologie già sperimentate nel suo Tintin, e quando le congiunture produttive hanno messo assieme le forze della Disney e della rinata Amblin, hanno permesso di tradurre in immagini “Il GGG”.

ll GGG – Il grande gigante gentile segna il ritorno di Spielberg a una dimensione cinematografica squisitamente e esplicitamente favolistica che il regista americano non frequentava almeno dal 1991 di Hook, che è senza dubbio il film più vicino a questo di tutta la sua filmografia precedente. Lì come qui, infatti, si parla di orfani che finiscono in un mondo fantastico; lì come qui è nella combinazione tra mondo reale e fantastico che si trova la chiave per risolvere i conflitti della storia; lì come qui Spielberg piazza la sua macchina da presa e la sua voce narrativa ad altezza di bambino per rivolgersi esplicitamente a loro, ma non solo a loro.

Il Grande Gigante Gentile – che dimostra come il Mark Rylance del Ponte delle spie riesca a essere un grande attore anche recitando in performance capture – è il simbolo che si oppone alla dittatura violenta e volgare della massa, ma senza snobismi e altezzosità. È un proletario del dissenso, che fa di tutto e di più per cercare di preservare il bello della vita (e del sogno) e al tempo stesso cerca con caparbia ingenuità di riuscire a migliorare i suoi simili. E, alla fine, ci riesce, grazie all’aiuto di una bambina (cioè della fiducia più pura e innocente), e di quei sogni che sanno e possono diventare una realtà.

Leggermente appesantito da un eccesso di parole e di spiegazioni, l’ultimo copione firmato da Melissa Mathison s’incentra tutto sulla relazione, calda e tenera, tra la piccola Sophia e il timido GGG, sul legame che si forma fra di loro, sulla loro capacità d’imparare l’una dall’altro. Più di ogni oltre altra cosa, su un’amicizia che li farà attraversare mondi, catturare sogni, rischiare la vita e finire a colazione con la Regina d’Inghilterra.
Forte dell’esperienza di Tintin, Spielberg è del tutto a suo agio con la CGI diffusa che il film gli richiede, e lo dimostra senza esitazioni nelle sequenze più immaginifiche come quelle nel Paese dei Sogni e in quelle più movimentate, come nei confronti tra il GGG e i giganti cattivi che cercano di divorare la povera Sofia.

Favola calorosa ed edificante, nella quale Spielberg inserisce, magari un po’ meccanicamente e automaticamente, tutti i suoi segni distintivi, Il GGG – Il grande gigante gentile è un film sincero e smaliziato assieme, nel quale lo spirito più artigianale di Spielberg trova una perfetta sintesi con le possibilità offerte dal digitale.
Hook incontra Tintin, appunto.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Ogni grande produzione che reca la firma di Steven Spielberg ci ricorda che è nostro diritto pretendere di più dai blockbuster. Il GGG – il Grande Gigante Gentile è un film Disney nel senso più pieno del termine: un grande racconto che ambisce a incassi giganti e nel suo svolgersi non tralascia nessun tipo di pubblico, strizza l’occhio agli adulti, coccola i ragazzi, diverte gli adolescenti ed eccita i bambini, eppure è un film con una grandezza immaginativa in grado di non stonare al Festival di Cannes.

Nonostante il racconto di Roal Dahl su cui tutto si basa abbia un andamento non propriamente cinematografico e nonostante il film stesso non riesca a piegare proprio tutto al ritmo migliore (c’è una pausa di ritmo vistosa a tre quarti nel pur divertente intermezzo con la regina che relega ad una durata striminzita l’ultimo confronto con i giganti cattivi), lo stesso la potenza e l’originalità della creazione fiabesca ammaliano.
A volerlo per forza far rientrare in un’etichetta, questo di Spielberg è l’ennesimo film che dà un tono un po’ più realistico e in live action ad una fiaba, non si tratta di una proprietà intellettuale da rimettere in circolo come Alice in Wonderland o Cenerentola, ma lo stesso il posizionamento è quello. Solo che nonostante la sua veneranda età Steven Spielberg non si piega a nessuna pigrizia realizzativa. In troppi film notiamo come l’utilizzo della computer grafica appalti a studi esterni non solo la tecnica ma anche la creatività. Non solo è qualcun altro a “fare” le parti che necessitano di una costruzione, parziale o integrale, in digitale, ma molto spesso concepiscono le proprie sequenze e disegnano i movimenti interni all’inquadratura. Lo sappiamo perché troppe volte le suddette sequenze si somigliano tra loro: le scene di distruzione si somigliano tutte, così come quelle di fuga o i combattimenti e via dicendo, i movimenti, le soluzioni e le idee sono sempre le stesse, come se si pescasse da un arsenale limitato. Non accade questo in Il Grande Gigante Gentile, non c’è una singola trovata che abbiate visto altrove (se non in altri film di Spielberg, ma quello non è un limite, anzi!).

Questo cineasta che ha fondato un’intera filmografia sull’unione del potere emotivo di un volto emozionato e sorpreso, con quello suggestivo di ciò che sta guardando, che ha riformulato il concetto di avventura attraverso una tecnica registica mostruosa, da Tintin in poi ha cominciato a rivoluzionare il proprio concetto di piano sequenza grazie al digitale e in Il Grande Gigante Gentile ogni qualvolta il protagonista della scena è il movimento, Spielberg gira un piano sequenza impossibile e fantastico al tempo stesso proprio perchè digitale. Sempre da Tintin ha sperimentato il motion capture e qui, grazie anche al lavoro di Mark Rylance sul gigante del titolo può permettersi di allargare il campionario di Spielberg faces (le inquadrature che stringono con lenta enfasi su un volto sul quale si materializza un’espressione ammirata o lieta) anche al reame dei personaggi virtuali. E che soddisfazione chiudere così questo film, su una Spielberg face in motion capture che pare vera!
A chi ha visto Hook non può davvero ancora stupire il casting perfetto della protagonista e l’uso meraviglioso che viene fatto del suo misto di infantilismo, innocenza e furbizia; a chi ha visto E.T. non può ancora stupire la leggerezza dello svolgersi del racconto o a chi ha visto A.I. la maniera in cui le luci degli interni sembrano enunciare loro stesso l’essenza fiabesca del racconto; infine a chi ha visto Hook non può ancora stupire la maniera in cui questo cineasta riesca a comunicare i sentimenti più semplici nella maniera più universale. Quello che semmai deve stupire anche il più navigato degli spielberghiani è come ancora una volta Spielberg faccia Spielberg senza ripetersi. Gli scenari al tramonto della terra dei Giganti, le soluzioni per nascondersi in città, la parte di commedia infantile a Buckingham Palace e ancora quella maniera pazzesca in cui solo lui poteva riuscire a creare una mancanza luttuosa, una morte che incombe sulla protagonista e sul gigante, facendola pesare esattamente il giusto, sono novità assolute anche per lui.

La visione di Il GGG – il Grande Gigante Gentile non può che ridare fiducia (a chi non l’avesse o l’avesse perduta) riguardo il futuro del cinema, le possibilità della tecnologia digitale e il ruolo che il carattere e la personalità autoriale possano giocare. Come Spielberg unisce il divertimento di Tintin con l’emozione Hook è in sè un nuovo “credo” cinematografico a cui tutti gli altri registi di blockbuster dovranno adeguarsi e con il quale dovranno confrontarsi.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

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