Il diritto di contare

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L’incredibile storia mai raccontata di Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson, tre brillanti donne afroamericane che alla NASA lavorarono ad una delle più grandi operazioni della storia: la spedizione in orbita dell’astronauta John Glenn, un obbiettivo importante che non solo riportò fiducia nella nazione, ma che ribaltò la Corsa allo Spazio, galvanizzando il mondo intero.

Le tre pioniere – superando ogni forma di barriera – sono state un modello d’ispirazione per generazioni. Questa la trama de Il diritto di contare di Theodore Melfi, candidato agli Oscar 2017 come Miglior film e con interpreti principali Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons e il premio Oscar come Miglior attore non protagonista per Moonlight Mahershala Ali.

Diretto da Theodore Melfi, Il diritto di contare è un film di stampo retorico che si concentra in particolare sul tema della discriminazione nei confronti delle donne di colore. Alla base di tutto c’è la determinazione di queste tre donne – interpretate da Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe – le quali sono intente a dimostrare il loro reale valore, senza lasciarsi condizionare dall’ignoranza della gente e dalle convinzioni che al tempo caratterizzavano la società americana.

Il tema di fondo è ancora molto attuale: Il problema del razzismo (di ogni genere) non ha mai avuto una fine ed è presente in tutto il mondo ancora oggi. Il diritto di contare mette in luce anche alcuni aspetti positivi della storia, ricordandoci che il colore della pelle e le differenze sono solo piccoli dettagli che non dovrebbero mai influenzare la vita delle persone e che non tutti gli uomini sono uguali. Quest’ultimo concetto lascia spazio alla speranza che prima o poi qualcosa possa cambiare definitivamente.

Altro messaggio che potrebbe sembrare banale, ma che può essere considerato un tema universale, è che per raggiungere un obiettivo importante è necessario fare dei sacrifici come rinunciare a qualcosa che ami. Inoltre Theodore Melfi sottolinea quanto sia importante la matematica nella vita quotidiana di ogni persona e che anche una semplice impiegata potrebbe diventare qualcuno di importante e segnare un pezzo di storia.

Il film si basa su una sceneggiatura solida, ricca di definizioni che potrebbero sorprendere chi di matematica ne capisce poco e di battute dirette che spesso inducono il pubblico a compiere una profonda riflessione e a capire meglio quale fosse la condizione delle donne di colore dell’epoca. La regista, grazie anche all’uso di inquadrature in primo piano volte a cogliere anche il più piccolo dettaglio, è riuscita a dare il giusto peso ad ogni dialogo e ogni espressione.

Contribuiscono alla riuscita del film un ritmo serrato, una colonna sonora perfetta (anche in relazione al periodo storico) e la capacità della Melfi di alternare sapientemente scene pervase di umorismo (spesso sottile ma efficace) a scene più forti a livello emotivo. Inutile sottolineare che a farla da padrone ne Il diritto di contare è l’ottima interpretazione di Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe, che sono state in grado di rendere i loro personaggi empatici agli occhi dello spettatore.

Voto: 4,5 / 5

Rosanna Donato, da “filmforlife.org”

 

 

Il film è tratto dal romanzo “Hidden Figures” (Figure Nascoste), scritto da Margot Lee Shetterly, ed edito quest’anno da HarperCollins Publishers. Il un gioco di parole il titolo intende esprimere un dualismo concettuale per cui se da un lato le “figures” rappresentano le donne che hanno combattuto per uscire dall’oblio che veniva loro imposto a causa del sesso e del colore della pelle, dall’altro indicano i numeri matematici che stanno dietro a tutte le loro brillanti scoperte. Il titolo italiano del film, “Il Diritto di Contare”, gioca a sua volta con il doppio significato del verbo, inteso come diritto di “farsi valere”, oltre che di destreggiarsi tra calcoli e cifre, senza discriminazioni.

Il diritto di Contare svela l’incredibile storia, vera e sconosciuta, di un gruppo di brillanti donne che puntando letteralmente alle stelle hanno cambiato in meglio le fondamenta del loro paese: un team di matematiche afro-americane della NASA che hanno contribuito alla vittoria americana nella corsa allo spazio contro i rivali dell’Unione Sovietica e che al tempo stesso hanno dato una vigorosa accelerata al riconoscimento della parità di diritti ed opportunità.

Tutti conoscono le missioni del Programma Apollo. Molti sanno i nomi dei coraggiosi astronauti che hanno compiuto quei primi passi nello spazio: John Glenn, Alan Shepard e Neil Armstrong. Tuttavia, e sorprendentemente, i nomi di Katherine G. Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson non vengono insegnati a scuola, né sono noti alla maggior parte delle persone, sebbene la loro energia ed audacia, unite al ruolo fondamentale di ingegnosi “computer umani”, siano stati indispensabili alla NASA per realizzare i progressi che hanno reso possibile il volo dell’uomo nello spazio, calcolandone le traiettorie e molto altro.

L’inevitabile importanza della Storia

Finalmente la storia di queste tre donne competenti e visionarie, che hanno superato le barriere professionali, razziali e di genere per contribuire in prima persona ai pionieristici viaggi nel cosmo, arriva sul grande schermo grazie alla candidata all’Oscar Taraji P. Henson (“Empire”, “Il curioso caso di Benjamin Button”, “Hustle & Flow”), alla vincitrice dell’Academy Award Octavia Spencer (“The Divergent Series: Allegiant”, “Prossima fermata Fruitvale Station”, “The Help”), alla cantante Janelle Monáe al suo esordio cinematografico, e al due volte vincitore dell’Oscar Kevin Costner (“Black Or White”, “L’uomo dei sogni”, “Balla coi lupi”).

Un film che funziona molto bene per ciò che intende raccontarci. Lineare, piacevole, divertente e leggero, ma comunque in grado di non farci distogliere l’attenzione dall’importanza delle vicende vissute dalle protagoniste. La fotografia di Mandy Walker è patinata e curata, così come tutta la ricostruzione storico-estetica, tra scenografie e costumi, e ci riporta agli anni Sessanta in quella maniera molto americana che ci consente di decodificare da subito, e in maniera facile, il film. Insomma una piccola grande pellicola: semplice, lineare, non sorprendente nella forma, ma importantissima a livello di contenuto e con un cast fenomenale, composto da attori uno più bravo e famoso dell’altro, ovviamente Parsons e Dunst compresi (ma peccato per il doppiaggio di Parsons, che ne altera troppo la performance).

Il regista Theodore Melfi, autore anche del divertentissimo e fuori dagli schemi “St. Vincent”, ha restituito la dignità della luce alla storia dell’ascesa di queste tre donne ai vertici del programma aerospaziale della NASA in un film veloce e brillante che da un lato fa luce sulla coraggiosa ambizione verso un obiettivo che sembrava apparentemente impossibile, vale a dire il volo orbitale intorno alla Terra, e dall’altro mette in evidenza gli straordinari risultati che possono nascere dall’unione fra donne, ma soprattutto fra esseri umani in generale.

Il film è ambientato in un’epoca che ha segnato un punto di svolta nelle più accese battaglie della storia americana: il progresso nella lotta per i diritti civili ai tempi dell’apartheid, il predominio nella Guerra Fredda senza arrivare al conflitto nucleare, il successo come prima superpotenza nel portare l’uomo al di fuori del pianeta, la dimostrazione che né la posizione sociale, né il genere, incidono sulle straordinarie scoperte tecnologiche che hanno aperto la strada al futuro. Insomma una “bomba”, un nucleo di argomenti talmente accesi e gravi, che probabilmente si è dovuto scegliere tra la via dell’approfondimento documentaristico e qualcosa di più essenziale, che alla fine ha portato a questa pellicola patinata, lieve, e davvero molto musicale, ma sicuramente funzionale.

Katherine G. Johnson, ormai ultranovantenne e presente sul palco alla consegna degli Oscar di quest’anno, tra gli applausi di una folla commossa e colpita, si è definita sorpresa per la crescente attrazione per le attività svolte da lei e dalle sue colleghe, che dal suo punto di vista (di donna intelligente e modesta), fecero solo del loro meglio per il lavoro, per la famiglia e per la comunità, come avrebbe fatto chiunque altro. Preziosissimo il consiglio che ha rilasciato durante alcune interviste alle persone che devono affrontare le sfide del mondo attuale: “Attenetevi al problema. Qualunque esso sia, c’è sempre una soluzione. Una donna può risolverlo e anche un uomo può farlo… se gli concedete più tempo”.

Se non fosse che la storia è semplicemente vera, questo sarebbe stato uno di quei film che avremmo potuto definire come “poco credibili”, tanto è assurdo il fatto che queste donne siano riuscite a fare così tanto e a cambiare il destino del mondo tutte assieme, in poco tempo, e semplicemente facendo il loro lavoro nel difficilissimo stato di aver contro tutto e tutti: stato, famiglia, tempi, cultura, ed economia. Quella era un’epoca in cui le opportunità potevano apparire ingiustamente limitate, in particolar modo se eri donna, di razza afro-americana e, più che mai, se ti trovavi nell’insieme di queste due situazioni. Ma queste donne straordinariamente in gamba sfidarono senza tante cerimonie le limitazioni e i divieti esistenti, ridefinendo completamente l’idea di ciò che era possibile e di chi era fondamentale per la nazione, dimostrando di essere essenziali per il futuro dell’America.

Katherine G. Johnson, nata nel West Virginia, si dimostrò da subito un fenomeno, iniziando le scuole superiori a 10 anni e laureandosi in Matematica e Francese a 18. Fu una delle prime a frequentare la West Virginia University e fu chiamata a lavorare a Langley nel 1953. Era una madre single di tre figli.

Dorothy Vaughan, originaria del Missouri e laureatasi a 19 anni, prima di andare a Langley nel 1943 aveva lavorato come insegnante di matematica. Divenne rapidamente responsabile del gruppo West Computing.

Mary Jackson, di Hampton (Virginia), laureata in Fisica e Matematica, entrò a Langley nel 1951 con il ruolo di Ingegnere aerospaziale, specializzata in esperimenti nella galleria del vento e in dati sui velivoli aerospaziali. Si avvalse sempre della sua posizione per aiutare le altre.

Una storia del genere non può che farci pensare a quanto ci lamentiamo dell’impossibilità di realizzazione dei nostri fantomatici sogni nel presente, quando al mondo ci sono sempre state persone che anziché piangersi addosso hanno semplicemente “fatto”. Che sono andate avanti con forza e coraggio, giorno per giorno, investendo le loro energie e concentrandosi su ciò che ritenevano più importante, ed interessante.

L’autrice del libro e produttore esecutivo Margot Lee Shetterly, il cui padre lavorava alla NASA, è rimasta sbalordita dal fatto che questi personaggi siano rimasti così a lungo relativamente sconosciuti. L’autrice ha scritto il romanzo traendo spunto da alcune interviste e da approfondite ricerche d’archivio. Seguendo gli eventi, il libro illustra come le donne della West Computing affrontarono le sfide con grazia ed ottimismo, creando collaborazioni ed alleanze che fecero guadagnare loro il rispetto dei colleghi, ed aiutandosi a vicenda per cambiare le proprie vite man mano che trasformavano per sempre la tecnologia e il paese.

Quasi nessuna delle persone interpellate per la stesura del libro aveva la benché minima idea dell’esistenza di un gruppo di geni della matematica di sesso femminile alla NASA, ed il fatto che pochissimi conoscano questa storia resta semplicemente sconvolgente. Ci sono volute diverse generazioni ( e nel 1900…) perché Katherine, Dorothy e Mary ottenessero il meritato riconoscimento pubblico, dopo essere state sepolte nel dimenticatoio perfino dagli addetti ai lavori.

Theodore Melfi è stato felice che Pharrell Williams, vincitore di dieci Grammy Award, abbia accettato di prendere parte al film non solo nel ruolo di produttore, ma anche come forza creativa, collaborando con il leggendario Hans Zimmer alla realizzazione della colonna sonora e scrivendo diversi brani originali. “Quando abbiamo iniziato a parlare della musica, sono rimasto colpito da Pharrell e dalla sua passione per il tema del film”, ha dichiarato Melfi. Williams è sempre stato un estimatore della musica degli anni ‘60. “Appena l’ho incontrato, mi ha detto di avere molte idee”, ricorda Melfi.“Ha continuato a mandarmi demo e ogni volta restavo senza parole. Penso che la sua musica rappresenti il battito cardiaco del film”.

E lo crediamo anche noi, perché il ritmo musicale, tra Jazz, Swing e Blues, fa da collante dall’inizio alla fine, scandendo la drammaturgia della storia e i sentimenti che di volta in volta come spettatori siamo chiamati a condividere con i personaggi.

Melfi in recenti interviste ha concluso: “Ciò che ci ha uniti è stato raccontare la storia di un gruppo di persone della NASA – bianchi, neri, uomini, donne – che si sono aggregate per raggiungere un grande obiettivo, accantonando tutte le differenze esistenti tra di loro. È stato difficile? Sì. È stato causa di disagio? Sì. C’è voluto del tempo? Sì. Ma le grandi cose accadono quando le persone si uniscono e collaborano in condizioni di parità”.

Indiscutibile il fatto che anche e soprattutto di questi tempi, questo sia un messaggio di fondamentale importanza. Film particolarmente consigliato, da donna a donna.

Voto: 8 / 10

Leda Mariani, da “storiadeifilm.it”

Il diritto di contare è l’ultimo lavoro del regista Theodore Melfi ma soprattutto è l’incredibile storia vera, e finora mai raccontata, di tre donne afroamericane straordinarie che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della corsa allo spazio dell’inizio degli anni 60.

Katherine Johnson (Taraji P. Henson) è un genio della matematica, nei numeri riesce a vedere cose che gli altri scienziati fanno fatica anche solo ad intuire. È lei, infatti, a calcolare le traiettorie di lanci e partenze per diverse missioni della NASA.

Dorothy Vaughan (la superba Octavia Spencer) è la coriacea e pragmatica responsabile del gruppo di calcolo dell’area ovest della NASA. È colei che coadiuva la transizione dal calcolo manuale a quello con computer, conoscendo il linguaggio FORTRAN, indispensabile per far funzionare gli immensi calcolatori IBM che fanno capolino in quegli uffici per la prima volta.

Infine Mary Jackson (Janelle Monae) testimonia la volontà e la testardaggine della prima donna di colore ingegnere alla NASA.

Le protagoniste del film Il diritto di contare - Photo: courtesy of 20th Century Fox
Le protagoniste del film Il diritto di contare – Photo: courtesy of 20th Century Fox

Il film, diciamolo subito, è impregnato di tutti quegli elementi tipicamente hollywoodiani che portano al successo una pellicola del genere, ovvero personaggi forti, circostanze di vita difficili, ambienti ostili, eroine fuori dal comune, sogni apparentemente irrealizzabili e difficoltà apparentemente insormontabili. Ricordiamoci, infatti, che il tutto è ambientato in Virginia, Stato in cui la segregazione razziale all’epoca era ancora solida.

Il regista, già autore del particolare St. Vincent, riesce a dosare bene tutto, presentandoci una produzione dall’aspetto patinato al punto giusto. La fotografia ed i costumi sono impeccabili e le attrici perfette nei loro vestiti femminili nonostante siano delle matematiche. Non vengono dimenticati neppure i cambiamenti sociali e, astutamente, qua e là troviamo spezzoni dei discorsi di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili di quel periodo. Tutto ci ricorda che siamo in anni difficili e le tre donne devono lottare contro qualcosa di più grande della mole di lavoro, le corse sui tacchi e la sfiducia dei colleghi.

Una scena del film Il diritto di contare - Photo: courtesy of 20h Century Fox
Una scena del film Il diritto di contare – Photo: courtesy of 20h Century Fox

Nei ruoli di supporto troviamo Kevin Costner, il responsabile del gruppo di scienziati che lavorano al programma spaziale. Jim Parson nei panni del capo ingegnere che non manca di dimostrare il suo fastidio verso le colleghe, mentre Kirsten Dunst ha il suo bel da fare a contenere le ambizioni di una Dorothy che non vede ancora riconosciuto ufficialmente il suo ruolo di responsabile.

Insomma, Il diritto di contare è confezionato senza sbavature, rispettando i ritmi del racconto biografico e con un gruppo affiatato di attori. Aspetti che gli hanno garantito di fare man bassa di premi e riconoscimenti. Non stupisce fosse candidato agli Oscar nelle categorie miglior lungometraggio di finzione, migliore sceneggiatura non originale e miglior attrice Octavia Spencer. Nonostante la decisione dell’Academy, è sicuramente un’ottima visione che mette in pace con il mondo e soprattutto risveglia in ognuno di noi quella volontà nascosta e consapevole di poter fare di più e di poter lottare per quello che davvero vogliamo nella vita.

In fondo, nessun ostacolo è più grosso di quanto noi lo immaginiamo.

Anna Falciasecca, da “masedomani.com”

Hidden Figures ovvero Il Diritto di Contare in italiano. Raramente titolo fu più indovinato, tanto in inglese quanto nell’adattamento italico. In entrambi i duplici significati sta l’essenza del film di Thoedore Melfi (St. Vincent). Il primo suona infatti più o meno allo stesso modo come “cifre nascoste” e “persone invisibili”, mentre il “contare” del secondo è sia numerico che esistenziale.

La storia – mai raccontata finora – illustra la vicenda vera di tre brillanti scienziate afroamericane della NASA negli anni Sessanta le quali lavorarono al progetto di spedizione nello spazio dell’astronauta John Glenn, il primo statunitense a entrare in orbita attorno alla Terra, eguagliando il russo Jurij Gagarin. Nel pieno della Guerra Fredda, la riuscita della missione segnò il ritorno dell’ottimismo in un Paese che per un momento temette di soccombere alla supremazia della Russia. Tre donne lavoratrici, scienziate. Nere. Nell’America del 1960. Non serve molto altro per dipingere il quadro.
Il diritto di contare è un film corale. La sua forza, oltre che nella storia in sé, sta nella squadra di attori bravissimi e al servizio di tutti gli altri colleghi. Tutte le figure sono essenziali, strettamente funzionali al racconto e misurate, incastonate alla perfezione nella sceneggiatura pimpante. Il magnifico trio Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monàe (rispettivamente Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson) sono un’autentica melodia in contrappunto: ognuna risuona nella sua storia personale senza sopraffare le altre, regalando un’identità di storia e di lotta se possibile polifonica. C’è un’intesa altissima quando recitano insieme, c’è forza quando sono sole nella lotta cinematografica e sociale in un mondo disturbante per i suoi cartelli “Colored only” sulle porte dei bagni e sul bollitore “a parte” per l’impiegata afroamericana. I due algidi wasp Vivian Michael (un’abbagliante Kirsten Dunst) e Paul Stafford (il bravissimo Jim Parsons, da The Big Bang Theory) sono due perfide facce da schiaffi, la cui sibilante ostilità vibra in ogni fotogramma. Kevin Costner, che interpreta il direttore Al Harrison (personaggio che identifica Robert C. Gilruth, l’allora capo dello Space Task Group del Centro di Ricerca Langley), è perfetto: è il fulcro discreto e portante su cui ruota tutta la pellicola. Senza la sua non apparente presenza non sarebbe lo stesso. E’ il legante fra i “buoni” e i “cattivi”. Lui forse, è il meno razzista di tutti, concentrato com’è solo sul risultato. Figurativamente sempre curvo sulla sua scrivania, non s’accorge di nulla fino a quando ciò che accade non intralcia il lavoro, quasi stupendosi di come certe cose possano succedere. L’astronauta John Glenn (Glen Powell) invece, rappresenta l’illuminazione, la mente aperta del pioniere, di colui che sa riconoscere il brillio dell’intelligenza e volergli bene.

Il Diritto di Contare è uno di quei film “positivi”, pieni di forza, ottimismo ed entusiasmo civile, in cui il duro e onesto lavoro viene ripagato dalla Storia; come dice l’ingegnera Mary Jackson al professorone universitario maschio e bianco: “I have no choice but to be the first”, non ho altra scelta che essere la prima. Un messaggio corroborante per tutte le donne nella ricorrenza dell’8 marzo, giorno di uscita del film.

Teresa Scarale, da “ilcineocchio.it”

 

 

 

Nella Virginia segregazionista degli anni Sessanta, la legge non permette ai neri di vivere insieme ai bianchi. Uffici, toilette, mense, sale d’attesa, bus sono rigorosamente separati. Da una parte ci sono i bianchi, dall’altra ci sono i neri. La NASA, a Langley, non fa eccezione. I neri hanno i loro bagni, relegati in un’aerea dell’edificio lontano da tutto, bevono il loro caffè, sono considerati una forza lavoro flessibile di cui disporre a piacimento e sono disprezzati più o meno sottilmente. Reclutate dalla prestigiosa istituzione, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson sono la brillante variabile che permette alla NASA di inviare un uomo in orbita e poi sulla Luna. Matematica, supervisore (senza esserlo ufficialmente) di un team di ‘calcolatrici’ afroamericane e aspirante ingegnere, si battono contro le discriminazioni (sono donne e sono nere), imponendosi poco a poco sull’arroganza di colleghi e superiori. Confinate nell’ala ovest dell’edificio, finiscono per abbattere le barriere razziali con grazia e competenza.

“Il diritto di contare” arriva in Italia per la festa delle donne e proprio le donne sono protagoniste di tutta la storia. Il titolo originale è “Hidden Figures” ben più corretto e azzeccato per descrivere delle figure nascoste, che hanno lavorato dietro le quinte per raggiungere obiettivi storici.

Il film è tratto dal libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” (“La storia della donna Afro-americana che aiutò a vincere la corsa allo spazio”). Raccontare la storia vera di Katherine Johnson è raccontare anche la storia degli Stati Uniti di quegli anni, con la situazione conflittuale tra le rivendicazioni dei diritti dei neri e la forte opposizione di xenofobi, razzisti e di tutta quella parte della società americana che vedeva mal volentieri la presenza di uomini e donne di colore all’interno di spazi solitamente destinati ai bianchi.

La sceneggiatura di Allison Schroeder e dello stesso Theodore Melfi alterna dramma e commedia prediligendo le scene di quest’ultima dove vengono presentate le aspettative, i sogni, i progetti e la vita del gruppo di donne protagoniste. Una donna spicca tra le altre: Katherine Johnson, interpretata da un’ottima Taraji P. Henson, lei si rende portavoce di una piccola rivoluzione, convincendo il suo capo con le sue doti di abile studiosa di relazioni matematiche. Al Harrison (Kevin Costner) a capo del programma Mercury, si affida a lei per portare a termine la missione e viene coinvolto anche dalla storia della donna.

Nel cast anche Jim Parsons, indimenticabile Sheldon di “The Big Bang Theory” che interpreta il suo ruolo, cioè uno scienziato astrofisico di rinomata e poco socievole fama, e Kristen Dunst che interpreta una segretaria molto rigida e imperturbabile. Un ottimo insieme di interpreti che viene plasmato egregiamente dal regista in maniera da rendere il film godibile, interessante e non troppo pesante considerati i temi trattati.

Nonostante qualche scena costruita per essere eccessivamente telefonata e abbastanza banale, il film risulta ben diretto e ben interpretato. 3 sono le nomination agli Oscar del 2017: Miglior film, Miglior attrice non protagonista nella persona di Octavia Spencer e Miglior sceneggiatura non originale.

Voto: 7,2 / 10

da “cinematik.it”

 

 

 

Certo, a vedere la prima scena non puoi che scuotere la testa. Non puoi che pensare: lo sapevo, la solita storia raccontata con quel pathos esagerato, tipico americano, che rovinerà tutto.
E invece, poi, no. Invece con un minimo di pazienza arriva la seconda di scena: con tre donne nere ferme in mezzo alla strada perché la loro macchina è guasta, un agente di polizia che si ferma con l’intento di far valere i suoi pregiudizi e loro, tutt’altro che sprovvedute, se lo incartano a parole togliendosi anche la soddisfazione di tallonarlo con la macchina. Ecco, da quel momento in poi, “Il Diritto Di Contare”, comincia la sua scalata, una scalata che ogni tanto avrà ancora dei lievi bassi, ma tutto sommato piacevole, appassionante e divertente.

Sarebbe stato un peccato, del resto, se fosse stato il contrario, se il regista e sceneggiatore Theodore Melfi avesse ceduto il passo alla retorica e non sfruttato al meglio una storia così incredibile come quella che aveva tra le mani. Una storia vera, dove tre donne di colore, nell’America del 1961, quindi ancora in pieno contrasto razziale, facevano valere i loro diritti attraverso la conoscenza, il talento, ma soprattutto l’intelligenza di sapersi relazionare a quel bianco che se gli facevi credere di starlo a guardare dal basso verso l’alto, a volte, te lo ritrovavi davvero in un palmo di mano. Certo, non è che era sempre così semplice, specie alla NASA, luogo in cui Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson lavoravano come calcolatrici matematiche, e in cui spesso la soluzione migliore per sopravvivere era quella di concedersi a un lungo respiro e non forzare troppo la mano, puntando magari leggermente i piedi, ma senza esagerare, che quando hai il coltello dalla parte della lama, si sa, hai comunque tutto da perdere. Questo nonostante, in quel momento storico, ad avere tutto da perdere sembrava fosse solo l’America, il suo orgoglio in particolare: ferito nel profondo dal vantaggio della Russia sulle scoperte spaziali e da Jurij Gagarin che diventava il primo uomo ad aver orbitato intorno alla terra.

Il Diritto Di ContareAffronto che ha certamente aiutato a far emergere le priorità, ad evidenziare quanto la volontà di essere grandi, ambiziosi e unici potesse letteralmente frantumare, anche se non a regime, anche se non in forma assoluta, quella diversità tra bianchi e neri e tra donne e uomini, che appariva a posteriori tassativa ed inflessibile, ma che a conti fatti era (ed è) paragonabile semmai più a un capriccio che a una reale esigenza. Un piccolo passo per l’uomo e un grande passo per l’umanità, verrebbe da dire, specie perché l’apporto delle tre donne protagoniste di “Il Diritto Di Contare” sarà fondamentale, in prospettiva, per permettere all’astronauta Neil Armstrong, di mettere piede sulla luna e scrivere così la Storia sia Americana che Nostra in generale.
Perché, anche se a molti potrebbe sfuggire, quello a disposizione di Melfi era un materiale enorme, prezioso, spontaneamente notevole, seppur colmo di tante insidie che fortunatamente il regista riesce ad eludere, limando gradualmente ogni insicurezza e forgiando, in progressiva, il carattere di una pellicola che tutto sommato, pur non roboando e salendo in cattedra, riesce a compiere il suo dovere, conquistando l’affetto e gli assensi del pubblico.

Tutto con l’essenzialità di una storia che dalla realtà decide di pescare i suoi guizzi migliori, romanzando quanto serve e rifiutando di trattare una tematica delicata, ormai fin troppo nota al cinema, con quel carattere accusatorio e arrabbiato che, di frequente, ultimamente, in molti vedono come chiave di volta fondamentale. Ignorando, come la matematica ci insegna, che ogni tanto per raggiungere il risultato corretto conviene affidarsi al ragionamento, alle teorie e a qualche piccolo calcolo sparso qua e la lungo le variabili e la complessità inesorabile dell’equazione.

Giordano Caputo, da “ingloriouscinephiles.com”

 

 

 

 

Negli Stati Uniti è già un caso. Dopo 10 settimane di programmazione Il diritto di contare ha incassato circa 160 milioni di dollari. Un risultato sorprendente per un film così ‘normale’, senza colpi improvvisi. Anzi spesso in assenza, che disinnesca anche le potenziali scene-madri. Alla base c’è una storia vera, quella di tre donne afroamericane (Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson) che negli Stati Uniti degli anni ’60 erano le menti geniali della NASA e hanno contribuito al successo di missioni spaziali come nel caso dell’astronauta John Glenn.

il diritto di contare kevin costnerNon c’è Ben Affleck che fa i calcoli sul vetro come in The Accountant. I numeri invece sembrano essere quasi un elemento che si integra con la scrittura, un dato essenziale di uno script che procede volutamente senza voli ma attento a ricreare le atmosfere degli anni ’60 e a raccontare dettagliatamente la vicenda realmente accaduta. La NASA diventa l’unità di luogo di un film magari a tratti verboso ma estremamente trasparente. Che si accende ogni volta che compare Kevin Costner, altra incarnazione di un personaggio che ritorna nel passato come se arrivasse dal futuro. Come se fosse uscito da un film di Frankenheimer, Lumet o Mulligan. Ed è proprio a quel cinema narrativamente robusto che sembra ispirarsi Theodore Melfi – autore della sceneggiatura assieme ad Allison Schroeder – che riesce sempre a creare tensione anche in dei momenti apparentemente neutri (le tre protagoniste accompagnate al lavoro dalla polizia dopo che si è fermata la macchina). Certo, il regista – che ha alle spalle l’anonimo St. Vincent – non esplora tutte le traiettorie di uno spazio che si estende in verticale (le missioni nello spazio) e in orizzontale (i movimenti frenetici dentro la NASA, come le corse alla toilette non discriminata di Katherine). Però Il diritto di contare rinuncia proprio a quegli improvvisi abbagli di film come A Beautiful Mind. Preferisce raccontare prima di mostrare. Può essere il suo limite ma anche il suo pregio. In questo caso ci si orienta tendenzialmente per la seconda ipotesi. E nella sua solidità, oltre all’alieno Costner, c’è da sottolineare la bravura delle tre protagoniste, Taraj P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe. Quando sui titoli di coda compaiono le immagini reali delle tre donne, non si avverte quasi lo scarto.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Ci sono storie che, davvero, vale la pena vengano raccontate: e la storia di Katherine Johnson, e delle colleghe Dorothy Vaughn e Mary Jackson, è senza dubbio una di quelle. Bene, quindi, che dopo il libro che ha dedicato loro Margot Lee Shetterly, arrivi ora un film diretto da Theodore Melfi.
Il diritto di contare, va detto subito, è un feel good movie e niente di più (e non a caso in America è uscito per Natale), perché non ambisce a essere altro. Gli basta la storia, raccontarla, come è giusto e bello che sia, con una lingua semplice e diretta, senza vezzi o ambizioni di fare cinema alto e raffinato. No, qui tutto e tutti sono al servizio della storia.

Solo la vita poteva sceneggiarla così, la vicenda di queste tre donne nere che, nell’America del 1961 (nella Virginia del 1961, che, come viene ricordato, era ancora uno stato fieramente segregazionista: e parliamo di poco più di 50 anni fa), hanno dato un contributo fondamentale allo sviluppo della NASA. Senza la Johnson, in particolare, John Glenn non sarebbe stato il primo americano nello Spazio, o forse sarebbe morto in missione. Senza di lei, gli Stati Uniti non avrebbero messo piede e bandiera sulla luna.
Tutto questo grazie a Katherine Johnson. Nera. E donna. Nell’America e nella Virgina del 1961: due anni prima della marcia su Washington del Reverendo King, e quando Kennedy stava ancora lavorando sulle leggi che avrebbero garantito i diritti civili alla popolazione afroamericana e che sarebbero sfociate nel Civil Right Act, o dell’istituzione della Commissione Presidenziale sullo Status delle Donne.

Da un lato il sogno di Katherine Johnson, e di Dorothy Vaughn e Mary Jackson, quindi; dall’altro il sogno kennediano della conquista dello Spazio. Due sogni e due utopie che si sono realmente intrecciate come solo la realtà può fare, e che sono diventati realtà grazie alla capacità di poche persone di essere visionarie. Di guardare oltre i numeri, come dice Kevin Costner nei panni di Al Harrison, director of the Space Task Group, e vedere qualcosa che non c’è ancora: essere già lì, dove il resto del mondo deve ancora arrivare.
Yes We Can, si sarebbe detto fino a poche settimane fa.

Con un materiale del genere a disposizione, che praticamente si è scritto da solo, a Melfi non rimaneva moltissimo da fare, ed è stato bene attento a farlo senza commettere troppi errori. Perché, per esempio, ti spaventa subito con un incipit vagamente seppiato, nel quale la Katherine bambina vede letteralmente le forme geometriche animarsi mentre il mondo scopre il suo genio e sotto gli archi trionfano impetuosi, ma poi passa tutto il resto del film a dire “vedi? mica ho fatto quella roba lì dell’inizio.”
E va anzi riconosciuto che, per un film di questo tipo, il livello della retorica e della melassa sentimentale è sorprendentemente basso. Basterebbe, in questo senso, pensare a come Melfi gestisce la storia di Katherine che deve correre per un km ogni volta che deve andare in bagno, perché nella palazzina dove svolge il suo nuovo, importante compito, di bagni per “colored” non ce ne sono: toni che, soprattutto all’inizio, sono più da commedia che da dramma.

Insomma, Melfi fa il suo lavoro; si mette al servizio della storia, e ci mette tre bravissime protagoniste (Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe), supportate da un cast bianco scelto con intelligenza: dal citato Costner, che nei film ambientati in quegli anni ci sta sembre bene, ed è burbero quanto basta, a Kirsten Dunst e Jim Parsons – bianchi un po’ rigidi e un po’ ariani che “non ho niente contro di voi”, dicono, sottintendendo “voi” neri , esplicitando senza volerlo il problema (“Lo so. So che è quello che lei crede”, gli risponde infatti Octavia Spencer) – passando per il Glen Powell perfetto per un simpatico e progressista John Glenn.
Sotto, basta archi e spazio a una colonna sonora soul e jazz che ci sta sempre bene, e sopra un po’ di enfasi – legittima – sul pragmatismo positivista della scienza: perché, dice Coster sbottando sulla faccenda del bagno, “qui alla NASA la pipì è tutta dello stesso colore”.

E allora ecco che te lo guardi, Il diritto di contare, ti ci rilassi davanti e quasi non ci credi che poco più di cinquanta anni fa le cose stavano in quel modo, e poi ci pensi e capisci che di passi avanti non ne abbiamo fatti ancora abbastanza, per i neri, per le donne, per tutti coloro cui viene tolto qualche diritto, negata qualche possibilità. Nonostante la scienza, la NASA, nonostante Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson. La cui storia doveva essere raccontata: anche al cinema, anche così.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Sono tre donne afroamericane nel ’61, alle prese con la questione razziale, Kathrine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Sono tre madri, tre compagne, tre lavoratrici in carriera. E poi – ancora – sono tre prodigi della matematica, assunte alla Nasa. Figure reali, le protagoniste di Il diritto di contare di Theodore Melfi si presentano quindi come la perfetta celebrazione per la Festa della donna (non a caso il film esce l’8 marzo).

Candidato a tre premi Oscar – come Miglior film, Miglior attrice non protagonista e Miglior sceneggiatura non originale – e tratto dall’omonimo libro di Margot Lee Shetterly, il film non è riuscito a portare a casa alcuna statuetta. Pena, forse, la scarsa originalità e incisività rispetto al panorama degli ultimi anni. Eppure non può dirsi certo privo di forza, nel suo affiancare razzismo e diritti di genere.

Kat (Taraji P. Henson), Dor (Octavia Spencer) e Mary (Janelle Monàe) sono inizialmente in tutto e per tutto le “figure nascoste” di cui parla il titolo originale: trattate, nonostante il loro talento nella matematica, alla stregua di computer (tanto che, con la comparsa alla Nasa dell’IBM 7090, rischieranno di essere rimpiazzate da un banale sistema di circuiti e pulsanti), le tre dovranno dimostrarsi insostituibili, essenziali, secondo quel famoso principio ancora vigente, per cui una donna è costretta a provare capacità maggiori rispetto ai colleghi di sesso maschile. Kat, vero genio del calcolo, entrata a far parte dello Space Task Group durante la missione Mercury-Atlas 6 che manderà il primo americano in orbita, pur collaborando con gli ingegneri e svolgendo le loro stesse mansioni, non ha il diritto di firmare le scoperte e di vedersi riconosciuto il lavoro svolto. Dor, in quanto donna di colore, non può ambire a una promozione o a supervisionare un team. Mary, per le stesse “tare” impostegli dalla natura, non può iscriversi all’università e conseguire la laurea.

Tutti diritti basilari, questi, che – oggi ci sembra quasi irreale – vanno a sommarsi all’impossibilità di usufruire dei bagni (se non di quelli colored, per gente di colore) o di bere un caffè uscito dalla stessa thermos della quale poi dovranno servirsi i bianchi. Diritti per i quali le tre donne, nel loro piccolo, esemplare mondo, si battono strenuamente, imponendo la loro voce, il loro talento, la loro astuzia, gettando le basi per un cammino che molti dei loro collaboratori seguiranno: uno su tutti il direttore del progetto spaziale, Al Harrison (interpretato da un Kevin Costner che finalmente abbandona la pubblicità per tornare al cinema), che ben presto si batterà per l’abolizione della segregazione all’interno degli uffici.

Una lotta che nel film si cerca di rappresentare con serietà, naturalezza – non ci sono grandi, eclatanti gesti eroici, ma piccole conquiste e collaborazioni tra esseri umani – e con leggerezza, senza tralasciare inoltre una certa vena ironica, come nel proclamare il “diritto di apprezzare la bellezza negli uomini bianchi” al momento della conoscenza con l’affascinante John Gleen (Glen Powell), astronauta incaricato della missione.

Una storia di genialità mai egoistica e avida, ma anzi fondata tutta sulla collaborazione di un trio, Il diritto di contare. Una storia di parità razziale e ancora – e prepotentemente – di parità di genere. Perché una donna, anche negli anni ’60, ha il diritto di valere (o di contare, per usare lo stesso gioco di parole matematico voluto per il titolo italiano) quanto un uomo, anche quando un marito la accusa di non saper educare i propri figli perché il lavoro tiene troppo a lungo lontane da casa, o quando teme di non potersi rifare una vita con un nuovo compagno, dopo la scomparsa del primo. Un obiettivo conseguito con sacrificio e determinazione, che nessuna donna, oggi, può dimenticare. Anche e soprattutto nella sua festa (che val ben più di una serata allo streap club).

Katia Dell’Eva, da “cineforum.it”

 

 

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