Il colore nascosto delle cose

 

“E canterò le mie canzoni per la strada e affronterò la vita a muso duro, un guerriero senza patria e senza spada con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”. Ecco il ritornello della canzone di Pierangelo Bertoli “A muso duro” che potrebbe intonare, magari mentre si prepara per raggiungere il suo studio di fisioterapista, Emma, bella quarantenne dalla voce roca e dagli occhi azzurri come il cielo. Emma una guerriera lo è dall’età di sedici anni, e cioè da quando ha perso la vista e per guardare ha dovuto ricorrere all’immaginazione. Emma ama il rosso, è forte, autoironica, risolta e autonoma. Sul sentiero dei sentimenti si lascia guidare dall’istinto, mentre fuori di casa si affida a un bastone da ripiegare e mettere in borsetta come fosse un ventaglio, una shopper, una mappa per esplorare luoghi sconosciuti.

Emma è la protagonista femminile de Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini, che i non vedenti li aveva già raccontati nel documentario Per altri occhi e che ha voluto fare “il film su ciechi che non c’era”, un film di personaggi pacificati con la vita invece che consumati dalla rabbia, un film di individui normali e non pseudo supereroi dall’olfatto e/o udito sorprendenti, un film sulla capacità di ascoltare e sul coraggio di “fare il passo più lungo della gamba”. Un film in cui si ride, anche, ma diverso, tanto diverso dalle precedenti opere del regista – da Il comandante e la cicogna, per esempio, o da Pane e tulipani – perché saldamente ancorato alla realtà, e più incollato alle anime non così in pena che racconta e soprattutto ai corpi: filmati da vicino, per intero o nei dettagli, alla luce oppure al buio, come in una scena iniziale in cui si sentono soltanto parole, le parole di Emma e di Teo.

Teo, di questo film che invita a rallentare i ritmi, è l’altra faccia: è l’attenzione alle apparenze e alle immagini patinate di uno spot pubblicitario, è l’evanescenza, la superficialità sentimentale e, almeno sulle prime, l’assenza. Ed è la fuga. Già, la fuga… Eccolo l’uomo in fuga di turno, “maschera” del contemporaneo cinema italiano quasi come lo erano Pantalone e Arlecchino ai tempi della Commedia dell’Arte. Quanti ce ne sono di maschi in fuga nei film di oggi, intenti a volare di fiore in fiore e a mentire spudoratamente. Il personaggio di Adriano Gianniniincarna quasi tutti i cliché della categoria, ma a Soldini sembra non importare più di tanto, perché il suo uomo dei tablet sempre accesi e dei telefonini che squillano ininterrottamente un salto nel buio lo fa, abbracciando la leggerezza e aprendosi al bisogno di accudire. Il cammino di Teo però è lento, e se fossimo dentro Uno, due, tre, stella i suoi sarebbero passi da lumaca alternati a passi da gambero, perché Il colore nascosto delle cose, con il suo desiderio di pedinamento e il suo voler essere la fotografia di una quotidianità, a tratti si inceppa, ristagna. Succede, in particolare nei film in cui il tema è talmente urgente da togliere spazio ai personaggi, che arrancano o restano sospesi.

Emma e Teo qualche impasse però possono permettersela, perché a movimentarli giocando con le sfumature della loro personalità sono Giannini eValeria Golino, sempre a fuoco, sempre generosi.  Argilla che si lascia plasmare dalle mani del regista, entrambi danno qualcosa di sé al ruolo che interpretano. La sfida più difficile, non c’è dubbio, l’ha vinta la Golino, semplice, bellissima e credibile anche in virtù di un utile corso di “orientamento e mobilità”. E autentica, e accogliente proprio come i tanti interni nei quali Il colore nascosto delle cose è ambientato: interni spesso caldi e pieni di oggetti, che contribuiscono a stabilire un clima di intimità e di familiarità, un’atmosfera che fa sì che Emma alla fine ci appaia come un’amica o una sorella, una sorella saggia che ci invita a non dare nulla, ma proprio nulla, per scontato.

Voto: 3 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

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