Emoji – Accendi le emozioni

 

Nello smartphone di Alex, l’insicuro Gene è un emoji che vive nella città di Textopolis, dove abita con tutte le altre emoji che popolano i nostri messaggi e chat. Gene dovrebbe essere un emoji del “bah“, ma suo malgrado esprime più di un’emozione e non sa controllarsi minimamente. I suoi pasticci nel primo giorno di lavoro stanno per portare Alex a formattare il telefono: riuscirà Gene, in compagnia dell’emoji Dammi-il-cinque e dell’hacker Jailbreak a riscattarsi e a salvare la sua comunità dal reset?

Emoji – Accendi le emozioni, e la cosa vi suonerà quasi offensiva se per caso siete passati prima da aggregatori come Rotten Tomatoes, è costruito sulla falsariga di Inside Out della Pixar e di Ralph Spaccatutto dei Walt Disney Animation Studios, anzi pare una fusione dei suoi molto più blasonati concorrenti: in altre parole, qui si crea un mondo con delle regole proprie, alternativo ma ricavato dall’espansione di un immaginario collettivo già esistente, lo si collega con la crescita adolescenziale di un individuo nel mondo reale (Alex in questo caso) e si celebra la cultura del digitale nella quale viviamo. Il regista e cosceneggiatore Tony Leondis, ex-Disney e ex-DreamWorks, ha le idee piuttosto chiare, e i modelli di riferimento che ci sembra di individuare consentono per lo meno alla sua squadra di avere il cuore nel posto giusto. Il design dei personaggi e del mondo dello smartphone in cui si muovono, resi con una buona modellazione e un ritmo generalmente disinvolto, sono messi al servizio di una funzione teoricamente nobile: portare il pubblico più giovane a riflettere su quello che è un mezzo per esprimersi, non qualcosa di cui subire passivamente il controllo. Una ribellione sulla tendenza all’incasellamento selvaggio e meccanico verso il quale lo strabordare dei social nella nostra vita ci sta trascinando. Emoji, da questo punto di vista, è tenero e sincero, e non manca nemmeno di qualche momento esteticamente curioso (come la passeggiata per le foto, statiche ma abitabili).

Chi scrive ha trovato due spine nel fianco dell’esperienza. La prima riguarda una certa fatica del plot nella parte centrale, con una meta ultima del viaggio dei personaggi piuttosto vaga e poco chiara: chiaro che si tratti di una scusa per raccontare il romanzo di formazione parallelo di Gene e Alex, ma anche le scuse (Alfred Hitchcock le definirebbe “MacGuffin“) vanno gestite bene, per reggere il primo livello di lettura. Divagare con gag e cachinni vari non può sempre bastare; forse basterà ai più piccoli, ma i simili lungometraggi citati poc’anzi hanno una maturità molto più solida nel reggere l’attenzione degli adulti.

La seconda spina nel fianco di Emoji – Accendi le emozioni è molto più delicata e complessa. Potrebbe essere quella che a nostro parere può avere suscitato il vero moto d’indignazione rabbioso con stroncature selvagge all’estero: la quantità di product placement su cui il film fa affidamento. Preferiremmo non contribuire ulteriormente citando i marchi, i programmi e le app che spuntano qui e lì in sceneggiatura, e in più di un caso gli spot sono marchiani. Non neghiamo il fastidio, ma cogliamo anche l’occasione per una riflessione: mai come nell’informatica e nei social attuali i cambiamenti epocali sono legati ad aziende e prodotti specifici. Parlare di tecnologia spesso equivale a regalare pubblicità gratuita a mezzi di cui non possiamo fare più a meno: indignarsi per la pubblicità in Emoji ha senso finché saremo in grado di immaginare futuri alternativi, più plurali e meno monopolistici nella vita reale. Gli autori si saranno pur pagati parte del budget con queste pubblicità, ma bisogna ammettere che creare un legame con i piccoli spettatori evitando i nomi reali di applicazioni stranote li avrebbe solo confusi. Emoji paga il suo non essere nostalgico: c’è product placement anche in Ralph Spaccatutto, ma riguarda marchi e personaggi pluridecennali apparentemente slegati da necessità pubblicitarie immediate. Come rovescio positivo della medaglia, Emoji potrebbe diventare tra qualche decennio un buon documento di questi anni.

Non c’è nulla di male nel sognare un mondo di reale ribellione e individualità nel mare magnum del digitale di massa: il fatto che Emoji scelga invece la strada della convivenza rassegnata ma ragionata può accendere quel rimorso di coscienza che molti di noi magari covano. Se si accompagna l’irritazione con un reale rigetto di quello che il film tratta, l’incredibile record negativo del “12” su Metacritic è sostenibile e comprensibile. Altrimenti il furore è degno di miglior causa, perché Emoji – Accendi le emozioni nella sua esilità sa essere pure divertente.

Voto: 3 / 5

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

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