Due sotto il burqa

Per ragioni di studio, Armand e Leila stanno pianificando il loro insieme da Parigi a New York. Pochi giorni prima della partenza però Mahmoud, il fratello maggiore della ragazza, ritorna dallo Yemen. Un’esperienza che lo ha cambiato tanto da farlo aderire al radicalismo islamico. Per lui ora lo stile di vita moderno della sorella è offensivo nei confronti del Profeta e l’unica soluzione sarà quella di stracciarle il passaporto e di confinarla in casa impedendole ogni contatto con il suo ragazzo. Per liberarla Armand escogiterà un piano folle: indossare il burqa e spacciarsi per donna. Peccato che la sua recita sarà talmente convincente da attirare le attenzioni amorose dello stesso Mahmoud.
La regista iraniana Sou Abadi mette in scena una commedia sul tema molto attuale dell’integralismo religioso. Il terreno è scivoloso, ma le riesce di destreggiarsi con ironia senza apparire antimusulmana. Tra travestimenti, rovesciamenti di tè bollente addosso per bere con il chador e cibi sputati perché fatti con la gelatina di maiale, Due sotto il burqa è un film fin troppo semplice, ma trasmette il messaggio che studiando e interpretando in modo giusto il Corano si possono smantellare tutte le credenze estremiste.

Giulia Lucchini (cinematografo.it)
La regista Sou Abadi, documentarista che vive a Parigi da tempo, ha vissuto l’adolescenza in Iran all’inizio della rivoluzione islamica e, quando ha visto bloccato un progetto che stava realizzando in Israele, ha deciso di dedicarsi alla sua prima pellicola di finzione, in cui ridere di tutto ciò che ha reso difficile la sua vita e quella della sua famiglia. Per farlo ha scritto e diretto Due sotto il burqa, nelle sale italiane dal 6 dicembre, una versione personale di A qualcuno piace caldo di Billy Wilder: Leila (Camélia Jordana) e Armand (Félix Moati), brillanti studenti di Scienze Politiche a Parigi, che sognano di andare a vivere insieme a New York, dove la ragazza ha la possibilità di fare uno stage all’ONU, vedono un brusco freno ai loro progetti quando si materializza in casa Mahmoud (William Lebghil), fratello di lei, barba lunga e tunica fino ai piedi, tornato da un “corso intensivo” nello Yemen con i Fratelli Musulmani. Ormai radicalizzato, Mahmoud vede l’occidentalizzazione della sua famiglia come una maledizione, a cui cerca di porre rimedio: per prima cosa imprigiona in casa la sorella, impedendole di uscire e di vedere il fidanzato. Armand escogita quindi un piano: indossando un velo, si spaccia per Sheherazade, ragazza che ha bisogno di lezioni per capire meglio il Corano, in modo da poter stare con Leila. Il travestimento ha però un effetto inaspettato: colpito dagli occhi e dall’innocenza della “ragazza”, Mahmoud si invaghisce presto di lei, non sapendo che in realtà si tratta del ragazzo occidentale della sorella che tanto disprezza. Facendo scontrare il rigore dell’integralismo religioso con la fantasia del cinema (tra i vari omaggi ce n’è anche uno esplicito a Shining di Stanley Kubrick, con una versione comica della scena cult dell’accetta per aprire la porta), Sou Abadi ha il coraggio di smantellare una a una le storture del fanatismo.
La regista denuncia la vita di repressione e la mancanza di libertà vissuta dalle donne nel Medio Oriente senza mai scadere nella volgarità o insultare la religione musulmana, ma porta agli estremi atteggiamenti e concetti per poterne ridere e quindi toglier loro forza. In Due sotto il burqa a essere messa in discussione non è dunque la religione o la cultura islamica, ma il fanatismo in generale, che può appartenere a qualsiasi credo, dal cristianesimo all’ebraismo. La forza della pellicola di Abadi sta infatti nel mostrare come togliere la libertà a qualcuno sia in realtà l’opposto di quanto viene predicato dalla religione: se non possiamo scegliere come vivere la nostra vita ci allontaniamo sempre di più da un percorso di crescita personale e anche spirituale.
Accolto con entusiasmo in Francia, Due sotto al burqa, oltre a essere una commedia divertente, che può contare su un ottimo cast (tra cui la venticinquenne Camélia Jordana, cantante prestata al cinema che sta diventando sempre più popolare in terra gallica), è anche la migliore risposta al clima di tensione imposto dal terrorismo negli ultimi anni: ridere è un atto rivoluzionario, perché scaccia la paura e ci fa capire che nessuno è perfetto, anche chi si crede intoccabile e pensa di possedere la verità assoluta.
Valentina Ariete (movieplayer.it)

“Due sotto il burqa”, primo film di fiction per la documentarista Sou Abadi, è una commedia attualissima nei temi, ma classica nella sua struttura, cosa che non va affatto a suo svantaggio, ma che anzi fa capire quanto sempre si possa variare su una formula abituale se alla base, a sorreggerla, c’è un’ idea forte.

Infatti la pellicola è una commedia degli equivoci e dei travestimenti, nella migliore tradizione del teatro antico o della commedia brillante americana (non si può non pensare a “A qualcuno piace caldo” o a “Mrs. Doubtfire”), aggiornata però ai tempi dell’immigrazione e della chiusura delle frontiere, di Charlie Hebdo e della fobia del terrorismo. Il modo in cui la pellicola affronta il tema dell’Islam e del fondamentalismo è sempre adeguato, mai eccessivo, trasmesso attraverso dialoghi brillanti e intelligenti che rendono il film scattante e ritmato.

La vera chiave del successo di “Due sotto il burqa” è che si nota che la regista ha molto a cuore i personaggi e le loro vicende, e ce lo fa capire continuamente grazie ai dialoghi, al modo in cui interagiscono tra di loro, a una regia pulita che si mette sempre al loro servizio. Si finisce quindi per affezionarsi un po’ a tutti (anche grazie a un’ottima squadra di attori): da Armand e Leila, i due giovani innamorati ostacolati nel loro sentimento ma allo stesso tempo cosi tenaci, fino a Mahmoud, il fratello dispotico di lei, che alla fine si rivela solo essere un’ anima fragile alla ricerca di qualcosa che dia una direzione alla sua vita. Ma sono grandiosi anche i personaggi secondari o di contorno: il fratellino minore di Leila, in cerca di una chiara posizione all’interno della sua cultura; i genitori di Armand, rappresentazione divertita di un certo ceto benpensante che spesso fa più danni di quanti cerchi di risolverne; fino a gli amici musulmani di Mahmoud, divertenti in ogni scena in cui compaiono.

Un affetto che magari porta, nel terzo atto, a quello che è stato definito un finale un pò debole, sfilacciato, buonista, ma ci si dimentica che il film trae la sua forza dal suo rifarsi a uno schema classico, con classici svelamenti e colpi di scena, e che anche il finale, così amabilmente irrealistico, fa parte di questo meccanismo.

Nicolò Piccioni (ecodelcinema.com)

 

Come recitava una massima che ripetevano i nostri nonni ‘non tutto il male viene per nuocere’. Perché Sou Abadi stava lavorando a una produzione cinematografica in Israele che si è fermata e questo avvenimento l’ha spinta a rivolgere il suo sguardo all’interno delle sue stesse radici culturali.

Ha così realizzato questo film che, grazie ai toni della commedia, è riuscito a raggiungere una vasta platea in Francia e ne merita una altrettanto ampia in Italia. Perché il sorriso, l’ironia e l’autoironia possono produrre talvolta più risultati positivi di saggi ed articoli paludati.

La regista non è non vuole essere antimusulmana ma è e sa essere antioscurantista. Mahmoud vuole imporre a Lila la sua volontà attraverso frasi fatte derivate dalla sua solo pretesa conoscenza del Corano che difatti inizia a comprendere meglio quando Armand/Sheherazade si trova costretto a documentarsi in materia per reggere il gioco e, di conseguenza, attraendone una focosa attenzione. Passando da Maometto a Victor Hugo si consuma la possibilità di una deradicalizzazione di un giovane uomo che ha visto la moschea affermarsi come l’unico luogo in cui poter socializzare in Francia. Leila ha imboccato una strada diversa e ha trovato l’amore (e un possibile futuro alle Nazioni Unite) in un Armand che deve fronteggiare le memore barricadiere dei genitori e, in particolare, della madre ancor oggi disposta a gesti eclatanti pur di poter sostenere idee libertarie. Tutto ciò sostenuto dal gioco del travestimento con tutte le varianti farsesche che possono derivarne ma che sono sempre tenute sotto controllo.

Giancarlo Zappoli (Mymovies.it)

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