Dall’altra parte

 

Vesna è una donna di mezza età dalla bellezza ormai sfiorita, che vive a Zagabria, dove presta assistenza agli anziani non autosufficienti. Ha due figli grandi: uno sposato e padre, l’inquieto Vlado, e Jadranka, che sta per sposarsi. Una telefonata inattesa del marito la riporta però a un passato dal quale è fuggita 20 anni prima, quando nel suo paese infuriava il conflitto etnico e fratricida che ha distrutto tante famiglie, incluso la sua.

È un film prezioso e necessario Dall’altra parte di Zrinko Ogresta, non a caso candidato dalla Croazia come suo rappresentante agli Oscar. Lo è perché ci riporta, senza sovrapporsi alle vicende umane che accomunano tragicamente vittime e carnefici di ogni conflitto, alla terribile eredità della guerra che lacerò l’ex Jugoslavia del dopo Tito, meta preferita di vacanze degli italiani, così vicina e improvvisamente così lontana. Un conflitto orrendo, con gli orrori medievali delle pulizie etniche, gli stupri, le fosse comuni, lo scatenarsi di pulsioni inimmaginabili sotto il controllatissimo regime del maresciallo Tito, che mantenne per 27 anni l’illusione dell’unità di un paese profondamente diviso (non è un caso se oggi un’ampia maggioranza della popolazione dichiara di rimpiangere quei tempi). 25 anni dopo l’assedio di Sarajevo (5 aprile 1992) e 21 dopo la fine delle ostilità, anche il cinema riflette sui danni morali che hanno segnato la vita delle persone coinvolte loro malgrado o volontariamente in prima linea.

Non è affatto semplice raccontare il trauma di generazione da un punto di vista umano, ma Dall’altra parte, diretto con grande coscienza e coerenza stilistica da Ogresta sulla scorta di un testo di Mate Matišić (anche autore delle musiche), ci riesce benissimo. C’è sempre un’altra parte in una guerra, ci sono sempre vittime e colpevoli, ma tanti anni dopo la vita va avanti ed è umano e legittimo volersi lasciare alle spalle la sofferenza e l’orrore. Solo che non sempre la coscienza te lo permette e a volte basta poco a risvegliarla, a creare l’illusione di una ripartenza, non sempre facile o possibile. Costruito come un thriller dell’anima, questo film raffinato ed essenziale riesce, nella durata esigua di 80 minuti, a condensare il vissuto di chi in quegli anni si ritrovò d’un tratto nemico dei vicini con chi aveva sempre convissuto pacificamente, e i cui cari si resero colpevoli di crimini le cui colpe sono ricadute su di loro e sui figli.

L’umanità di Vesna è mostrata nella semplice generosità con cui svolge il suo lavoro, nella sollecitudine per i figli e perfino per l’amante del figlio. La vediamo smarrita e in crisi quando risente la voce dell’uomo che aveva tentato di dimenticare e che è stato processato per crimini di guerra, o quando due dei suoi ex vicini di tanti anni prima la raggiungono chiedendole se può aiutarli a rintracciare le fosse comuni dove sono sepolti donne e bambini del loro villaggio. E capiamo cosa vuol dire avere un passato doloroso quando cerca di aiutare come può i figli che portano un cognome infamato dalle azioni del padre. L’orrore affiora così, mai esplicitamente mostrato, nella ricerca di una conciliazione e di un perdono per ottenere i quali forse bisognerebbe essere disposti a parlarsi, a guardarsi in faccia, a mostrare le proprie ferite, da qualunque parte siano state inflitte.

E non è un messaggio pacificatorio in senso qualunquista quello di Ogresta e Matišić: le colpe sono chiare, ma le vittime stanno in ogni caso da entrambe le parti. Dall’altra parte di tende, pareti, frapponendo tra noi e i protagonisti ostacoli visivi, il regista racconta la storia con uno stile parallelo al senso del racconto, con piani sequenza che ci portano spesso alle loro spalle, e nelle conversazioni telefoniche in cui si dispiega un ulteriore dramma, che verrà svelato solo nel bellissimo finale. Anche se ci sono indizi ad anticiparlo, non siamo stati in grado di indovinare quale fosse e certo non ve lo riveliamo, perché è un ulteriore elemento di sorpresa in un film che ci dice quanto siamo vicini e al tempo stesso lontani, e quanto poco basti per ricongiungere due vite. Straordinaria l’interpretazione di Ksenija Marinković e quella – soprattutto vocale – di Lazar Ristovski, attore di fama internazionale che ricordiamo da Underground, perfetti interpreti di un film giustamente distribuito (e siamo grati per questo all’ottima Cineclub Internazionale Distribuzione) in lingua originale con sottotitoli.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Vesna è un’infermiera a domicilio di mezza età di Zagabria, sua figlia Jadranka, laureata in legge, sta per sposarsi con Bozo, “un inetto” secondo suo fratello Vlado che è sposato e ha un figlio piccolo, e un’amante incinta. All’inizio del film, Vesna riceve una chiamata misteriosa a lavoro. Presto scopriamo che è suo marito Žarko che era capitano dell’Esercito Nazionale di Jugoslavia quando iniziò la guerra in Croazia, e decise di stare “dall’altra parte”. Era finito a L’Aia, ed è stato appena rilasciato. I due non si parlano da vent’anni. La chiamata inaspettata riporterà a galla il ricordo di un segreto che ha cercato di nascondere per molto tempo.

Il croato Zrinko Ogresta con il suo settimo film, Dall’altra parte, affronta il tema del perdono e della difficoltà di saper conciliare, anche in favore di esso, i tanti aspetti delle nostre personalità che si sovrappongono l’una con l’altra.
Presentato in anteprima mondiale nella sezione Panorama alla Berlinale 2016, il film affronta il tema della guerra balcanica ma soprattutto è una parabola psicologicamente più complessa di amore e di dolore, crudeltà e perdono. Ogresta sottolinea il senso di separazione e dislocazione vissuto da Vesna, un personaggio prevalentemente interiorizzato e che trasuda la stanchezza del mondo di una donna che è stato truffato ma non del tutto sconfitto dalla vita. Un film che fiorisce in una visione poetica dal tocco leggero, sospesa in questioni forse insolubili e che affascina nelle sue inclinazioni malinconiche e suggestive.

Un racconto che si avvale di un lirico apparato visivo mirato ad un’esperienza univoca e essenziale: Ogresta cura una pellicola che in ogni suo tratto dipana la storia in cui ci immergiamo, laddove le vicende ivi connesse usufruiscono di una struttura pienamente rivelatrice dell’apparato psicologico e fisico della protagonista.
‘Separazione’ e ‘unità’ sono concetti chiave che, amalgamati e fusi in un solo corpo, restituiscono la natura delle situazioni affrontate, esponendo l’immagine ad un impegno ulteriore che ricalca la pura e necessaria confessione di una complessità interiore che non può pienamente esternarsi. Ed è in questa catarsi scenica che affiora il senso di un’opera che, già nel suo stesso titolo, vuole porsi come sollecito di un viaggio nell’introspezione pur nella chiara comprensione dei suoi limiti. ‘Dall’altra parte’ ci siamo noi ma anche tutto un universo a sé, c’è il dolore della perdita e un infinito sentire-percepire che, ad occhi altrui, è possibile constatare solo per tracce, intuizioni, flebili attimi, ostinatamente contrari ad un contesto tangibile e marcatamente esposto. Una parabola umana che indaga le difficoltà ma anche la forza da esse scaturita.

Silvia Bertollini, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Riflettendo su quelli che, dopo oltre vent’anni, sono ancora gli strascichi del sanguinoso conflitto jugoslavo, Dall’altra parte del regista croato Zrinko Ogresta si interroga sul perdono, sui sensi di colpa, sui fantasmi del passato, sulla società attuale, sulle cicatrici psicologiche, personali e sociali. In concorso al 28esimo Trieste Film Festival.

La guerra è (in)finita

Da 20 anni Vesna è arrivata a Zagabria con la famiglia in fuga da eventi che stavano quasi per distruggere la loro vita. Tuttavia una telefonata inaspettata farà riaffiorare quei segreti che la donna aveva cercato di nascondere per tutti quegli anni. [sinossi]

A volte, basta un trillo del telefono in una sera qualunque perché una tranquillità faticosamente raggiunta dopo oltre vent’anni di dolore, sensi di colpa e segreti inconfessabili torni a sgretolarsi nelle nebbie del passato, nei traumi, in una tempesta di ricordi ed emozioni contrastanti. Vesna, infermiera di mezza età che vive a Zagabria con i propri figli – Vlado è sposato e in attesa del secondo pargolo, Jadranska una brillante laureata in legge disoccupata che, in attesa di trovare lavoro, è intenta nella pianificazione del proprio matrimonio –, prima di cominciare questa vita era profondamente innamorata del marito Žarko. Un marito ormai rimosso dalla propria esistenza, un marito ormai relegato nei ricordi più atroci, un marito ormai nascosto, segreto, del quale quasi nessuno è a conoscenza e nessun altro deve sapere.
Eppure Vesna e Žarko erano semplicemente una famiglia nella Jugoslavia degli anni Ottanta, una famiglia come tante, con tre figli e infinite speranze. Un idillio spazzato via dall’arrivo dei devastanti anni Novanta, e con loro dal conflitto nei Balcani e dagli orrori della pulizia etnica in Bosnia, con Žarko pronto ad arruolarsi nel JNA di Milosevic e a macchiarsi dei peggiori crimini di guerra tanto da spingere il figlio Zoran, gemello di Vlado, al gesto estremo del suicidio.

Tutto questo però Dall’altra parte, atipico thriller psicologico per la regia del croato Zrinko Ogresta che giunge in concorso al Trieste Film Festival dopo il passaggio in Panorama alla scorsa Berlinale e in attesa della distribuzione nelle sale italiane, non lo dice subito, ma fa in modo che emerga progressivamente, da una prima telefonata che scoperchia il vaso di Pandora tenuto così a lungo chiuso nel cuore a un carteggio telefonico che continua segreto, fino a diventare via via fantasma del passato, ricordo, rimpianto e poi dubbio, fra la vergogna e l’umanità, fra il risentimento e la comprensione.
È possibile perdonare chi ha commesso crimini così efferati ed è responsabile del suicidio del figlio? È possibile fidarsi di nuovo, con in mezzo la condanna del tribunale a L’Aja e vent’anni per riflettere e pentirsi, di chi ha già abbandonato la famiglia, tradito, ucciso, eppure ora si ripresenta così sincero e straziato? È possibile che il tempo possa cicatrizzare anche dolori così grandi e vergogne così profonde, soprattutto nel momento in cui il solo cognome di un padre considerato morto da oltre due decadi è ancora oggi un imprescindibile ostacolo lavorativo per i figli? Di sicuro non è possibile dimenticare, non è possibile fare finta di nulla, non è possibile lasciare da parte il male subito. Ma nemmeno ignorare una richiesta d’attenzione così intima.

Vesna e ciò che resta della sua famiglia hanno vissuto per tanti anni nel segreto più inconfessabile, nel terrore che qualcuno potesse scoprire la loro parentela con un simile criminale di guerra e nel sospetto dei pochissimi che sapevano, fra uomini che ancora le bussano alla porta per cercare di sapere dove siano sepolti i propri cari trucidati 20 anni prima e i suoi imbarazzati “Non lo so” come risposta. Eppure, quella sera, sentire la voce straziata di Žarko all’altro capo del telefono la fa ripiombare in turbinio di emozioni incompatibili, nel ricordo del vecchio amore e nella consapevolezza dell’attuale odio, ma anche nell’inaspettata pietà che nasce dall’ascolto di una voce almeno apparentemente distrutta dai propri sensi di colpa, nuovamente umana, sinceramente pentita. E a quella telefonata, inevitabilmente, ne seguiranno altre, sempre più profonde, personali, dolorosamente ancestrali. Del resto, Vesna ha consacrato la sua intera nuova vita alla pietà e al rispetto del prossimo, infermiera in un centro per anziani che lava, cura e veste con amore, dissimulando nell’efficienza lavorativa e nella profonda umanità del suo operato tutta la propria profonda depressione e solitudine.

Dall’altra parte è l’altro lato della Storia, è l’altro lato della frontiera fra la Croazia dove vive Vesna, la Serbia da cui la chiama Žarko come una voce dall’oltretomba e la Jugoslavia/Bosnia in cui sono rimaste sepolte le ferite più profonde e gli inevitabili strappi. È l’altro lato di una mente scossa dalla pioggia di ricordi e da un progressivo riavvicinamento, dall’iniziale strenuo rifiuto alla decisione di partire per rivederlo, ma è anche l’altro lato della realtà, magari da cercarsi all’altro lato del pianerottolo. In uno stile minimale e immersivo che quasi ricorda quel piccolo miracolo cinematografico che è in questi anni la new wave rumena, uno stile fatto di long take unici o quasi per ogni sequenza, movimenti di macchina ridotti all’osso, lentissime carrellate in avanti, dialoghi incorniciati dalle porte di casa e un montaggio che si limita in sostanza a qualche campo/controcampo nel corso delle telefonate, Zrinko Ogresta innesta un congegno narrativo efficace, capace di far calare uno dopo l’altro gli inevitabili veli con i quali Vesna ha ovattato la propria vita da esule pervasa da un atavico senso di vergogna, capace di diradare le nebbie della Storia e della politica per inoltrarsi progressivamente nel suo sconquasso affettivo, emotivo e, giocoforza, psicologico, capace di interrogarsi sul rapporto dell’individuo con la Storia e su come la pietà a volte possa essere l’unica risposta, ben al di là di ogni possibile razionalità.

Dilatato e riflessivo, Dall’altra parte affianca a un preciso processo di scrittura una messa in scena accurata, fatta non solo delle parole ma anche e soprattutto dei silenzi, fatta di gesti nervosi e di cambi quasi impercettibili d’espressione, fatta di lunghe traversate in auto per Zagabria e di telefoni sempre pronti a squillare nei momenti più inaspettati.
In una pura finzione che si ricollega a orrori realmente accaduti e ormai drammaticamente radicati nell’immaginario di ogni abitante balcanico, il film di Ogresta mostra la società attuale del suo Paese, riflettendo su come gli strascichi della guerra siano ancora più che presenti fra un patronimico che impedisce l’accesso all’avvocatura “perché in questi campi ci sono controlli di sicurezza da affrontare” e il telegiornale che annuncia la fine della pena per i criminali, fra cui Žarko, condannati dal tribunale internazionale.
Le colpe dei genitori ricadono sui figli, in Dall’altra parte, anche quando le telefonate fra Vesna e Žarko (ri)diventano sempre più intime e i figli inorridiscono alla decisione della madre di rivedere dopo tanti anni un uomo che ha fatto loro, e non solo a loro, così tanto male. È un film sull’irrazionalità dell’anima e dei sentimenti, su come il distacco emotivo dalla guerra sia ancora impossibile, ma al contempo stia iniziando il suo lentissimo processo partendo proprio dal dubbio, dal dilemma etico e morale, dalla voglia di perdonare e tornare a essere semplicemente esseri umani. L’opera settima di Ogresta è un film sul trauma, sul pentimento, sulla comprensione, su come la colpa abbia diverse ramificazioni, e su come nessuno di questi rami possa evitare di rinsecchire in un dolore che si propaga in ogni direzione mietendo ancora oggi solo vittime.

Marco Romagna, da “quinlan.it”

 

 

Vesna è la protagonista della pellicola Dall’altra parte di Zrinko Ogresta. La donna è un’infermiera a domicilio di Zagabria. Sua figlia Jadranka si è laureata in legge e sta per sposarsi con Bozo, “un inetto”, secondo suo fratello Vlado, che è sposato, ha un figlio piccolo e un’amante incinta. All’inizio del film, Vesna riceve una chiamata misteriosa a lavoro. Dall’altra parte del filo si presenta un certo Žarko, che scopriamo essere suo marito. Žarko era capitano dell’Esercito Nazionale di Jugoslavia quando iniziò la guerra in Croazia (1991) e decise di stare “dall’altra parte”.

Finito a L’Aia, è stato appena rilasciato. I due non si parlano da vent’anni; la telefonata inaspettata riporterà a galla il ricordo di un segreto che la donna ha cercato di nascondere per molto, troppo tempo, catapultandola di colpo in un passato doloroso. E quell’amaro passato può creare le basi per quello che avverrà nell’oggi, può essere così ingombrante da rendere Vesna vittima del presente. Tra i componenti del cast vediamo Ksenija Marinkovic, Lazar Ristovski, Tihana Lazovic, Robert Budak, Toni Šestan e Vinko Kraljevic.

La pellicola di Zrinko Ogresta presenta alcuni limiti: le scelte di regia non sono originali, ma allo stesso tempo la loro semplicità permette al pubblico di seguire la storia senza problemi. L’idea di fondo era molto interessante, ma la mancanza di approfondimento della vicenda originale non ha contribuito alla riuscita del film, il quale si apre con una telefonata senza spiegare in alcun modo cosa avvenne venti anni prima di essa. Lo spettatore è chiamato ad immaginarsi tutto, ma man mano che la pellicola prosegue nella narrazione si scoprono alcuni fatti che rimandano a qualcosa di sconvolgente avvenuto nel passato. Queste sono le uniche scene che riescono a coinvolgere emotivamente, almeno in parte, il pubblico.

Dall’altra parte è un insieme di intuizioni ottime mal gestite: il soggetto è particolare e diventa intrigante nel momento in cui è possibile capire fino a che punto la gente è in grado di spingersi fuori dagli schemi. Allo stesso tempo la sceneggiatura vera e propria lascia a desiderare, nonostante la presenza di dialoghi brevi, incisivi e molto diretti e chiari. È il tono della voce degli interpreti principali a deludere in quanto privo di qualsiasi emozione. C’è di buono che almeno il sentimento che lega i due coniugi traspare dall’espressività dei volti degli attori e nei piccoli gesti.

In Dall’altra parte, oltre a un pizzico di ironia in rare scene, non manca di qualche piccolo ma significativo colpo di scena. Non coinvolge invece i l ritmo molto lento, anche se costante, e la colonna sonora che è quasi inesistente. In un mondo dove il tuo nome conta più delle tue capacità effettive, Vesna, Vlado e Jadranka devono affrontare tutte le conseguenze della scelta di Žarko. Infine, è giusto dire che Dall’altra parte merita di essere visto per il finale, ma vi consigliamo di seguire a fondo tutto il progetto per poterlo comprendere a pieno. Perché la fine è interessante nel momento in cui si riescono a collegare i vari pezzi del puzzle, altrimenti resta semplicemente un finale incomprensibile.

Voto: 3 / 5

Rosanna Donato, da “filmforlife.org”

 

 

Dall’altra parte è un’intensa riflessione sulla Storia recente di un paese tuttora lacerato, e sulle implicazioni che la guerra, potente anestetico dei sentimenti filantropici, ha sugli individui e sulle relazioni umane.

Diverse generazioni sono coinvolte e messe a confronto nell’ultimo film di Zrinko Ogresta, dagli anziani assistiti al nipotino in arrivo, ciascuna compromessa in termini differenti e tuttavia simili, ciascuna posta di fronte alle eco di una guerra che pare capace ancora oggi di sbarrare la strada a chi, come la futura sposa Jadranka, tenta di costruirsi una vita autonoma e felice.

Eppure la felicità pare un concetto assurdo, e l’unico che la predica, Bozo, è visto come un ottuso e illogico “serbatoio di proverbi”. Il cinismo nei confronti dei sentimenti affettivi, l’apparente apatia che nasconde un’umanità ancora tormentata dai traumi passati sembra restia a risparmiare qualcuno dei personaggi, a partire da Vlado, totalmente indifferente alla notizia del matrimonio della sorella e negligente persino nella propria vita coniugale, segnata dal ripetuto tradimento ai danni della moglie – e dell’amante, che mette incinta. Un’apatia che, ostinata, arriva a toccare anche la protagonista Vesna, fredda, malgrado l’indubbia generosità, nel restituire ogni tipo di interazione umana. Almeno fino alla fine, quando i sentimenti da tempo compressi scoppiano estenuati in quel pianto liberatorio che, sebbene solitario, segna la catarsi simultanea dei due protagonisti, una rigenerazione che li attraversa – da una parte all’altra.

Come è difficile ritrovare ed esprimere amore e affetto sinceri per un prossimo che potrebbe, un domani, rivelarsi nemico, similmente – e di conseguenza – instaurare relazioni basate sulla comunicazione e sulla trasparenza reciproca si dimostra realtà quasi totalmente impraticabile. Telefonate non restituite, squilli senza risposta, conversazioni troncate, chiacchiere superflue; gli scambi, quando possibili, sono brevi, superficiali, e non permettono ai personaggi di manifestare il proprio essere né tantomeno di raccontare la propria storia. La vita interiore degli individui viene taciuta, i personaggi rimangono quasi estranei, come sconosciuta resta la loro fisionomia allo sguardo dello spettatore, quasi eclissato, al riparo da quel mondo ancora un po’ crudele e per metà incomprensibile, se non da chi ha imparato ad abitarlo vivendone la Storia. Le persone che lo popolano allora non sono, agli occhi nostri o degli altri personaggi, individui a tutto tondo, ma piuttosto figure bidimensionali, nascoste o fuori fuoco, oppure ricordi ricostruiti, quando non semplici fotografie in bianco e nero, simulacri da tempo superati.

“Dall’altra parte”, perciò, non riguarda unicamente uno schieramento politico e militare. L’altra parte è un’altra vita, sconosciuta. È l’altro lato della cornetta del telefono. Ma è anche lo spazio alieno in cui agisce la macchina da presa che, alla giusta distanza, si fa voyeuse della vita privata e intima di persone che le sono – e sostanzialmente le rimangono – quasi totalmente estranee.

Nondimeno, proprio questa presa di distanza consente al regista di creare una connessione sincera verso coloro che si nascondono dietro un viso duro e freddo, nei confronti di personaggi, cioè, che nella loro riservatezza portano le ferite universali di traumi passati e non ancora superati. Un’empatia che è tale perché il nostro sguardo appartato su questi individui rispecchia più in generale il nostro affacciarci sul mondo; un approcciarsi timido e incerto, inetto nel raggiungere un punto di vista oggettivo – super partes – e per natura incapace di scorgere una verità assoluta. Le parti sono due, opposte, come sempre; e tuttavia abili, in questo film di produzione serbo-croata, a conciliarsi proprio nel raffronto. Ciascuna con le proprie colpe da espiare, ciascuna portatrice di un’umanità limpida, universale – e universalmente comprensibile.

Carlotta Po, da “cineforum.it”

 

 

La guerra in Jugoslavia è attualmente uno degli universi narrativi più indiscutibili del cinema balcanico. A distanza di più di vent’anni dalla fine del conflitto la ferita è ancora aperta, profonda, insanabile per le anime che l’hanno vissuta, tragicamente vincolante per le generazioni successive. E’ uno spartiacque storico-culturale che probabilmente continuerà ad avere ancora lunghe propaggini nei futuri presenti dei nuovi paesi ex-jugoslavi. Ne resterà per sempre (e giustamente) una memoria etica, come per tutti i momenti più tragici della storia. Ne resteranno memorie personali per qualche altro decennio. Ne resteranno, in varie misure, conseguenze nella realtà contingente dei paesi coinvolti. Dall’altra parte di Zrinko Ogresta s’interroga esattamente sul procedimento morale attraverso il quale è necessario passare per giungere a una vera conclusione del conflitto bellico: il perdono storico, unica via possibile per mettere fine a una fase tanto drammatica. Alla fine di ogni conflitto è sempre subentrata la necessità di perdonare, svoltare e guardare avanti: non c’è fine della guerra senza perdono, e nemmeno è possibile un’asciutta valutazione di ciò che è accaduto se prima non si chiude con l’urgenza di quel passato. Purtroppo il processo individuale di perdono è assai più lungo e tormentato di quello che in genere avviene in via ufficiale sullo scacchiere politico: i paesi possono pure dichiararsi nuovi e civili coabitanti, ma i cittadini portano in sé lunghe cicatrici, più o meno impossibili da risanare se non tramite un ridisegno della propria volontà di espiazione. Può essere fare l’infermiera per dedicarsi al dolore degli altri per tutta la vita; può essere, dall’altra parte, dedicarsi a un crudele progetto di vendetta trasversale che è tutto fuorché vera espiazione, ma solo una spietata compensazione.

Dall’altra parte, in sala con la distribuzione indipendente di CineClub Internazionale (e con le sue meritorie politiche sulla lingua originale sottotitolata in luogo del doppiaggio) dopo i passaggi a Berlino 2016 e al Trieste Film Festival 2017, sceglie la strada del giallo dell’anima svelandone però tale natura poco per volta. Esordendo su un passo lento e osservativo, Ogresta mostra l’irrompere di una crepa nel placido fluire delle attività quotidiane di Vesna, infermiera di mezza età con due figli: una telefonata, e lo squarcio nel passato si riapre. Sembra quasi una crepa “alla Farhadi”, una banale azione quotidiana che si carica di enormi risonanze. Vesna riceve una telefonata, e poi altre, dal marito tuttora amato, tornato in Serbia al termine della sua pena detentiva in quanto ex-componente delle squadre speciali di Milosevic per le pulizie etniche. La donna si è rifatta una vita a Zagabria coi due figli, mentre un terzo figlio, non reggendo alla vergogna per il padre, si è tolto la vita. Dall’altra parte procede così intarsiando squarci di quel passato in mezzo alla quieta registrazione di una dolorosa quotidianità in cui si cerca di ricostruire un futuro. Ma la macchia di quel passato resta là, indelebile, tanto da dover occultare il proprio cognome fin dove possibile per poter ottenere un lavoro. Ogresta adotta la giustapposizione di long take uno dopo l’altro, lasciando che la realtà abbia il proprio tempo di esprimersi. Tuttavia la scelta del quadro non è mai “neutra”: quasi in ogni ripresa interviene un elemento-filtro a duplicare la messa in quadro, ostacolando o tenendo lontani i personaggi. Vetrate di ospedale, doppi angoli di parete, finestre, parabrezza di auto: tra la macchina da presa e i soggetti vi è sempre qualcosa che rende difficile il vedere, lo rende problematico, ne duplica il sipario. In alcuni casi si sceglie anche di tenere i personaggi ben lontani dentro l’inquadratura, sfruttando la profondità di campo.

Quasi a voler definire visivamente il solco tra l’anima e l’agire, il film di Ogresta ha il grande merito di non adagiarsi nelle facili soluzioni da opera edificante. E’ un’opera sul tema del perdono, non una sua celebrazione. Ne racconta piuttosto il rovello, il desiderio di scendere a patti col dolore e superarlo, e la sua tragica impossibilità. Chi più chi meno, tutti i componenti della famiglia di Vesna devono confrontarsi col pesante fardello della figura di Žarko, marito-padre responsabile di un generale condizionamento delle loro esistenze. E intanto è ancora quotidiano l’imbarazzo quando si sfiorano certi argomenti, quando familiari di vittime di guerra si presentano a casa per avere notizie sui corpi dei loro cari (altro tema fondante del cinema balcanico a tematica bellica: costituiva il nucleo pulsante del bel Snijeg, 2008, di Aida Begić), quando si cerca una raccomandazione per trovare lavoro alla figlia disoccupata. Letteralmente dall’altra parte è altrettanto impossibile il perdono di chi ha subito gli effetti della violenza. Sta infatti nel rovesciamento finale il profondo senso del film, calibrato sulla prigionia esistenziale di chi non può liberarsi del passato. Che sia Vesna rispetto a suo marito, che sia l’unico superstite di una famiglia massacrata. La svolta finale, che di nuovo riporta alla mente gli splendidi puzzle morali di Farhadi, è sulla carta assai intelligente, ma anche fonte di un paio di perplessità: la prima nell’ordine della pura verosimiglianza (possibile non essere in grado di riconoscere la voce al telefono del proprio marito, sia pure dopo tanti anni?), la seconda in ambito di intento autoriale. Solo in quella svolta infatti emerge con più forza una certa rigidità di film a tesi, che vuole esplicarsi a chiare lettere in enorme metafora fin dal titolo.

Chiudendo il film su un pianerottolo diviso dal solco della guerra, Ogresta lascia con l’impressione di aver dato veste narrativa a uno dei tòpoi più assodati nella narrazione del conflitto balcanico: la guerra tra vicini, in senso geografico ma anche strettamente fisico, poiché chi era pacifico coabitante della stessa terra, magari a due metri di distanza e coi giardini confinanti, si ritrovò nemico da un momento all’altro, e i crimini peggiori furono perpetrati proprio da coloro con cui si divideva il caffè fino al giorno prima senza porsi, fino a quel momento, il minimo problema di appartenenza etnica o religiosa. Il vendicatore che presumibilmente sceglie di vivere di fronte alla sua vittima rimanda insomma a questa idea di vicinato improvvisamente bellicoso che ha caratterizzato fortemente la guerra jugoslava. Il nemico abita lì davanti, specchio del nemico introiettato in noi, fatto di memorie e impossibili rappacificazioni (in tale direzione forse è accettabile l’inverosimiglianza della voce al telefono di cui sopra: al fondo Vesna desidera così intensamente soccorrere il marito e soccorrersi da voler credere a quelle telefonate). Così facendo Dall’altra parte si chiude su una nota platealmente ed enfaticamente politica dopo essersi profilato ugualmente fino a quel momento come opera politica senza ricorrere però a eccessive evidenze o messaggi “sovrascritti”. Ciò non intacca la potenza di un film che in appena 85 minuti, e con estrema economia di mezzi, condensa una riflessione lancinante sul dubbio e sulle asperità dell’elaborazione. Invocata a gran voce dai canali ufficiali alla fine di ogni drammatico conflitto e in termini decisamente semplicistici: di fatto un percorso tortuoso, impossibile, impedito, l’anima di fronte a se stessa. Che (non) si riconosce.

Massimiliano Schiavoni, da “cinelapsus.com”

Faccenda sporca la guerra, colpisce innocenti e colpevoli, lascia ferite lunghe da rimarginarsi.
Vesna non è giovane, non è nemmeno bella, è decisamente sovrappeso: ma ha il fascino della donna vigorosa, generosa, indipendente. Ha un lavoro come assistente domiciliare degli anziani, faticoso e difficile, ma lei lo svolge con dedizione rara e sa farsi apprezzare e benvolere.

Da venticinque vive a Zagabria, esule dalla guerra che aveva spaccato il suo Paese, la Serbia, diventata ora uno Stato estero. Nella sua vita di encomiabile normalità aleggia però il fantasma di un marito condannato per crimini di guerra. I due figli, maschio e femmina, li ha allevati da sola e anche se ormai sono adulti preferiscono non avere nessun contatto con il padre, che praticamente non hanno mai conosciuto, se non per la sua orribile fama. La figlia, ormai laureata in legge a pieni voti, non trova lavoro a causa del cognome di quel padre troppo ingombrante e il figlio, benché padre e marito, cova un continuo risentimento che influisce negativamente sul suo comportamento.
Improvvisamente un uomo si fa vivo al telefono presentandosi come il marito rientrato dall’Aja e, insistendo con le chiamate, riesce a spezzare l’iniziale ostilità di Vesna e il suo rifiuto a riprendere un dialogo con lui.

Nella donna a poco a poco odio e rancore lasciano posto a ricordi, affetto, amore e persino compassione per l’uomo dall’altra parte del filo, che lo spettatore può vedere ma non lei, che nemmeno sa se lui sia davvero tornato a Belgrado.
Un non vedersi furtivo che desta inquietudine e ansia, come la regia ottimamente ci suggerisce: le scene sono riprese come di nascosto, come attimi colti da una spia: mai immagini dirette ma sempre filtrate attraverso una tenda, oppure un vetro o una siepe, o ancora riquadrate dallo stipite di una porta o di una finestra.
Il misterioso rapporto telefonico si svelerà solo nel colpo di scena finale con una amara verità, tanto più crudele perché simile a una vendetta, lungamente attesa e sistematicamente consumata.

Il cinquantanovenne regista croato, già vincitore di numerosi riconoscimenti, ha presentato questa pellicola nella sezione Panorama del Festival del cinema di Berlino nel 2016 e gli è valsa una Menzione Speciale dalla Giuria del Cinema Europeo. Il film, il settimo da lui realizzato ma il primo distribuito anche i Italia, ha rappresentato la Croazia agli Oscar 2017, senza tuttavia ricevere riconoscimenti.

Paola Assom, da “nonsolocinema.com”

 

 

È la fatica di vivere di una donna, il fisico appesantito dagli anni, il viso segnato dall’abitudine di congelare le emozioni, il perno intorno a cui ruota Dall’altra parte, il film di coproduzione croato-serba, menzione speciale alla Berlinale 2016, premiato a Pola e al Trieste film festival, candidato dalla Croazia agli Oscar 2017. E sono le mutazioni del volto di Vesna, interpretata dall’intensa Ksenija Marinković, a scrivere una trama dove il visibile di un’esistenza ha radici in un passato che non passa, quando le vicende dei singoli sono state le pedine del gioco a scacchi dei padroni della guerra e della pace.

Lo spettatore la segue immersa nel suo trantran quotidiano di casa e lavoro, dal centro medico agli appartamenti degli anziani che assiste a domicilio. Nella sua giornata è il silenzio a occupare molto del suo tempo, sono poche parole asciutte quelle che scambia con i parenti dei malati che lava e a cui cambia il pannolone. E sono chiacchiere veloci quelle con le colleghe con cui si fa un caffè. Vesna abita con la figlia, che sta però per andare a convivere con il suo ragazzo, ha un figlio già sposato e un nipote che ogni tanto cura. Nel mondo esterno non pare accada nulla di significativo, il ritmo metropolitano protegge con la sua quotidianità anonima. Sempre spiccia e indaffarata, Vesna comunica una stanchezza che non è solo quella di un fine giornata.

Per chi conosce la rotta balcanica il luogo è facilmente riconoscibile: il quartiere Trnje è alla periferia sud di Zagabria, siamo in una periferia che per la storia della città è sempre stata significativa, a ogni cambio d’epoca politica il viale che porta verso il centro viene ribattezzato, ora è intitolato a Vukovar.

Una telefonata irrompe nel ritmo ripetitivo e ottundente delle giornate. La chiamata ha un numero ignoto, arriva dall’estero, un estero che ora ha il nome Serbia. Dapprima ostile, a poco a poco Vesna cede alla voce di quello che non è uno sconosciuto, ma un marito rimasto dall’altra parte. E, goccia a goccia, la storia del passato trasuda. Il marito Žarko (Lazar Ristovski) si intuisce appena tornato dall’Aia, dove ha subito un processo ed è rimasto per anni in prigione. Condannato perché ha partecipato, come ufficiale dell’esercito popolare jugoslavo, ad alcune azioni durante la guerra che, più di vent’anni anni prima, ha diviso territori e famiglie. Dalle loro conversazioni lo spettatore viene a sapere che lui ha scelto la “parte nemica” e lei ha dovuto andarsene. Vesna croata e Žarko serbo hanno avuto tre figli, un figlio è morto (si è ucciso?), con la figlia Vesna porta fiori alla sua tomba a Mirogoj, il cimitero parco di Zagabria, dove la sua tomba è accanto a quelle fastose, di marmo, che negli anni del nazionalismo si sono fatti costruire politici e criminali.

La voce incalza, le telefonate si fanno più frequenti, lei spesso le interrompe, oscilla: tra incredulità e rabbia, odio e amore per una figura insieme familiare ed estranea. Le cui azioni hanno distrutto la sua esistenza. Ma ritornano i ricordi, quelli dell’antico affetto, in Vesna si risveglia la femminilità assopita e solitaria di una donna di mezza età che non va a dormire senza pasticche. Quando, nel suo appartamento anonimo, alle pareti le riproduzioni cliché a tinte pastello del pittore naif Rabuzin, suona il cellulare, addolcisce la  sua freddezza, inizia a preoccuparsi per chi sta dall’altra parte.

Chi chiama cambia spesso numero, fa pensare di essere controllato, intanto lei ne parla con i figli: Vlado commenta “Mi stupisce che non si sia impiccato”, Jadranka non trova lavoro, quando salta fuori il suo vero cognome, il nome del padre, la madre teme per lei, nel caso la famiglia cattolica del suo ragazzo lo scopra.

Un giorno suonano alla porta e sono i vicini del mondo di ieri. Quando serbi e croati abitavano sullo stesso pianerottolo, quando i padri giocavano a pallone con i figli degli altri, quando a Sisak, la città industriale dove abitavano, non era ancora “vietato mescolare”. A poco più di un’ora da Zagabria, a Sisak la componente serba era rilevante, le violenze contro i civili hanno portato all’Aia i responsabili croati. “Temevo che non mi riconoscessi”, le dice uno dei due, “Anch’io non mi riconosco”, risponde lei. Gli ex vicini sono imbarazzati, hanno una richiesta, non sanno come formularla. Alludono, temono di offenderla. Nel loro paese d’origine, un villaggio della Bosanska Posavina, dunque in Bosnia, in un massacro, sono state uccise trentatré persone, poi disperse in fosse comuni. I parenti non sanno dove sono finiti i loro corpi. A cui vorrebbero dare sepoltura. Ma, nel caso lei fosse ancora in contatto con suo marito, potrebbe chiedere a lui perché, forse, proprio lui ha guidato quella operazione − “la guerra è guerra”.

Seduti oggi in un appartamento di Zagabria, a bere un caffè, a parlare dell’indicibile e di un passato comune che ora pare incredibile: una situazione surreale.

Vesna interroga la voce del marito, chi risponde, piange e dice: “Non potrò mai perdonarmelo”, l’operazione a cui si riferisce però è un’altra, in cui ha ucciso una donna e un bambino. E i morti degli uni non riescono mai a fare pace con quelli degli altri.

Intanto la incalza, parla della sua solitudine, del desiderio di rivederla, “divorziati non siamo”, e Vesna inizia a immaginare un viaggio a Belgrado. E lo spettatore pensa di aver capito: i lutti rimasti sono privati, le memorie sono divise, ma la riconciliazione è possibile. Nel dopoguerra infinito delle guerre inter-jugoslave di fine Novecento l’uso pubblico della memoria non prevede la possibilità di ricordare il proprio morto, le proprie sofferenze – i morti legittimi sono sempre plurali e politically correct, tutti gli altri sono figure sospinte nell’oblio, come in Jugoslavia era già avvenuto dopo la seconda guerra mondiale, dopo gli incroci prodotti dall’incontro del conflitto mondiale con le appartenenze regionali.

Invece. Vesna non sente più la voce, chiede a conoscenti di Belgrado di andare a verificare, teme che il marito non stia bene, quando gli parla lo sente distratto e lontano: lui non l’ha mai chiamata. È stata la voce di un altro – solo lo spettatore scopre che si tratta del vicino di pianerottolo! – a costruire la beffa. A trasformare Vesna nella protagonista de L’inganno. La donna matura del racconto di Thomas Mann, illusa dalla vitalità dei sensi, dalla speranza di un nuovo amore.

Il regista Zrinko Ogresta fa un film che spiazza, il colpo di scena finale rende universale una trama molto connotata da riferimenti locali. Ma, come è già accaduto per Sole alto (Dalibor Matanić, 2015), chi non può cogliere i segni di appartenenza serbi e/o croati, seguire la memoria dei significati di una storia intricata, riesce a farsi prendere dalla forza del racconto. Dall’altra parte rovescia il copione dei buoni e dei cattivi, introduce dilemmi etici che ricordano il lavoro del maestro di Ogresta, Kieślowski. La camera riprende figure di schiena, seminascoste da tendine e imposte, quasi fossero spiate da qualcuno in agguato.

Come in altre pellicole capaci di elaborare sullo schermo la storia recente – Il segreto di Esma (Jasmila Žbanić, 2006), Una buona moglie (Mirjana Karanović, 2016) – è un segreto che guida la narrazione, una figura femminile è la custode della memoria, lo spazio privato è il luogo dove il singolo cerca di sfuggire al suo destino di straniero.

Nicole Janigro, da “doppiozero.com”

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