Cars 3

Saetta McQueen ha un nuovo rivale: è Jackson Storm, un’auto da corsa di ultima generazione allenata su simulatori di gara avanzatissimi. Il consenso generale è che per Saetta sia arrivata l’ora di appendere i pneumatici al chiodo e ritirarsi in buon ordine, andando a raggiungere le vecchie glorie del passato. Mai come in questo momento ha bisogno dei consigli del suo mentore Doc Hudson e dell’amicizia di Cricchetto e Sally: ma se questi ultimi gli sono vicini, Doc è una presenza confinata nel cuore e nella memoria. Nuovi alleati però appariranno lungo la strada della rivincita, prima fra tutti Cruz Ramirez, una bravissima istruttrice che ha messo da parte il sogno di diventare pilota di gara perché tutti, a cominciare dal suo capo, l’hanno scoraggiata dal tentare.

Al terzo episodio della saga, Cars 3 trova nuova linfa proprio nel personaggio femminile al centro (insieme a Saetta) della storia.

In generale colpisce come tutti i personaggi femminili del film siano ben sviluppati, complessi anche se non necessariamente positivi, adeguatamente competitivi e mai stereotipati. Questo non è solo un segno dei tempi, ma anche un adeguamento della macchina cinema che “tenta strade nuove”, come fa Saetta per cercare di svecchiarsi. L’altro tema portante del film è il conflitto generazionale fra i nuovi modelli (e le nuove tecnologie) e gli “usati sicuri” (che seguono ancora metodi tradizionali di allenamento e di gara). Gli stessi studi di animazione computerizzata che, ad ogni film, rottamano le tecniche precedenti in cerca di effetti postmoderni scelgono qui di raccontare la storia di un’automobile che si appanica davanti agli allenamenti virtuali, gli “assistenti digitali” e i tapis roulant elettronici. E si oppone all’idea di rottamazione senza per questo opporsi alla filosofia secondo cui bisogna fare largo ai giovani e accettare l’età che avanza con i limiti, ma anche l’esperienza, che comporta.

Voto: 3 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Sconfitto in pista dal nuovo e fiammante Jackson Storm, un’auto super-accessoriata, Saetta McQueen si rende conto di essere obsoleto nei tempi che cambiano. Nella speranza di allungare la sua carriera almeno un’altra stagione, si lascia convincere a sottoporsi a un training supervisionato dalla motivata Cruz Ramirez, ma forse il segreto della sopravvivenza è un altro…

Cars 3 sposta nuovamente i riflettori su Saetta, protagonista assoluto del primo Cars, messo in disparte nel parodistico Cars 2, uno dei lungometraggi storicamente meno amati della Pixar, incentrato sui cachinni del comprimario carro attrezzi Cricchetto. Un terzo giro è una bella sfida, perché la saga in generale non ha mai rappresentato l’apice della casa di Emeryville, anche se ha sempre fruttato cifre astronomiche in merchandising. Fortunatamente il regista esordiente Brian Fee, già story artist su molti classici contemporanei, ha preferito costruire questa vicenda su un tema ben preciso e sulle sue declinazioni, una strategia che ha sempre aiutato ogni narrazione pixariana. E’ ancora una volta il tempo che passa a ispirare questi autori, così com’era successo nella saga di Toy StoryUpInside Out: nello specifico, ci si concentra sulla necessità di modificare la propria forma mentis, non tanto per opporsi a tale inevitabile metamorfosi, quanto per adattarvisi nel modo ottimale. Più che Cars 2, questo terzo Cars ci ha ricordato molto nei risultati Monsters University, il prequel di Monsters & Co.: molto studiato e calibrato, prodotto senza sussulti e ripensamenti, nitido nel comunicare le proprie idee sul mondo, ma anche mai in grado di ingranare quella sesta marcia che gli garantirebbe una prima posizione e un entusiasmo cieco da parte nostra.

Forzando consapevolmente la mano, diremmo che la condizione di McQueen sembra quella della Pixar stessa: per almeno dieci anni è stata sinonimo di animazione occidentale, faro imbattibile di trionfi (presso pubblico e critica, circostanza molto rara), star incontrastata e ammirata, con stuoli di fan. E’ circondata adesso da una concorrenza che riesce a correre più veloce, tra rivali quasi interni, come i Walt Disney Animation Studios di Frozen e Zootropolis, e la concorrenza spietata dell’Illumination Entertainment con i suoi Pets e Minions. Motore di una rivoluzione, come Saetta nel primo Cars la Pixar è stata un modello di comportamento “in pista”, con un’etica sportiva da imitare. A parte la riaccesa scintilla di Inside Out due anni fa, dal 2011 la Pixar offre buoni piazzamenti, prende ancora le curve bene (unica sbandata al botteghino Il viaggio di Arlo), non arriva di certo ultima, ma è solo una dei diversi campioni in gara, con le altre “auto” che corrono veloci al boxoffice proponendo la loro versione dell’animazione in CGI che Toy Story consacrò vent’anni fa. Forse per la Pixar è ormai fisiologico rallentare, così come lo è per l’invecchiato Saetta, quindi la riproposta ormai un po’ manieristica delle stesse tematiche rappresenta per l’azienda quello che per Saetta rappresenta il mondo vintage del suo mentore Doc Hudson. Vi siamo tutti affezionati, la riconoscenza non si dimentica, ma la competizione è un’altra cosa.

Voto: 3 / 5

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

Cars è l’anima semplice della Pixar, quella commercialmente più pesante (il merchandising più venduto in assoluto) e narrativamente più convenzionale. Cartoni animati vecchio stampo, con ruoli ben definiti (personaggi che alleggeriscono, mentori, protagonisti desiderabili, cattivi cattivoni) ed esiti convenzionali. In questo studio che sembra pensare sempre in grande, anche quando non centra l’obiettivo, Cars è l’unico prodotto dalle ambizioni semplici. E dopo un sequel completamente fuori fuoco, il terzo film recupera il mood del primo, fingendo che il secondo non sia mai esistito. Addirittura, la parabola di un Saetta McQueen ormai al tramonto della sua carriera, seguirà la tendenza del cinema attuale, invece che segnare un percorso proprio come solitamente ha fatto la Pixar.

Saetta è ormai a suo agio nel mondo delle corse. Come Rocky nel terzo film anche lui nel terzo Cars è un atleta di successo, amico di tutti, pieno di fans e le cui stagioni scorrono con il minimo impegno, è in una comfort zone senza più sfide. Fino a che non arriva un vero rivale (nero, come il Clubber Lang di Mr. T). La nuova generazione di auto completamente diverse, più competitive e atletiche che mandano progressivamente in pensione tutti, tranne Saetta, ultimo rimasto della vecchia guardia che vuole gareggiare un’ultima grande stagione ma prima deve ritrovare gli occhi della tigre. Per farlo tornerà là dove è iniziato tutto, nei tracciati sporchi dell’America profonda.

La Pixar torna a disegnare redneck in forma di auto, tornare a parlare di Stati Uniti e rappresentare la sua mitologia, quella delle strade e delle macchine come metafora di tutto, in un film in cui ogni componente è fatta per un mondo di auto, con un film ancora più spuntato del primo, scritto un certo semplicismo da un team estraneo agli studios in cui è stato infilato l’uomo di fiducia Bob Peterson (Up). Cars 3 è nostalgico, tutto girato all’indietro e ha una storia in cui incombe il mito di Doc Hudson (l’auto mentore del primo film doppiata da Paul Newman). Saetta non è più quello di una volta, come per tutti il suo tempo è finito, un’epoca intera è finita e ci sono nuove leve. Se può esistere qualcosa di vicino al “film autunnale” nell’orbita Pixar è questo. Ma se Gli Incredibili sapeva fare un discorso sorprendente sull’invecchiare e venire a patti con le idee giovanili, con il fatto che non si è diventati quel che si desiderava, Carsriduce tutto al minimo termine e dell’invecchiare prende solo la dialettica più superficiale, quella che contrappone potenza a saggezza, irruenza ad esperienza (“Il giovane corre in testa ma il vecchio conosce la strada” verrà detto ad un certo punto).

Non stupisce nemmeno il ruolo della giovane allenatrice che segue Saetta per tutto il film cercando di prepararlo secondo le tecniche moderne, ma finendo poi per imparare più lei dalle tecniche vecchio stampo, e che giocherà un ruolo determinante in un finale di grande effetto ma dalla logica traballante (in cui viene esposta una regola tra le più antisportive mai sentite). La Pixar si adegua, segue gli altri, cerca il colpo ad effetto giocando con un protagonista dalla sbandierata e mesta maturità, ma a Cars 3 sì può voler bene davvero solo se lo si intende come l’entry level del mondo di idee e stimoli della Pixar.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Cars è da oltre dieci anni (il film apripista è datato 2006) una delle saghe più fortunate dell’universo Pixar, divenuta assieme al suo protagonista a quattro ruote Saetta McQueen uno dei simboli e feticci dell’animazione contemporanea.
Le avventure del divo da corsa e dei suoi amici, tutti umanizzati e parlanti, non mi ha mai fatto gridare al miracolo e non avrei mai immaginato che nel 2017 ci saremmo ritrovati con due seguiti, due spin-off (Planes e Planes 2) e addirittura una serie di cartoni animati dedicati alla “spalla” simil-Pippo Cricchetto.
I fenomeni vanno però criticati e non studiati, e quale migliore occasione dell’uscita di Cars 3, che sembra chiudere parzialmente il ciclo della serie, per focalizzarmi attentamente sul Carsismo?

Anticipato dal meraviglioso cortometraggio a tema bullismo “LOU” (non perdetevelo, davvero), va in scena il terzo atto delle avventure di Saetta Mc Queen, un bolide da Piston Cup (una specie di Nascar) divenuto divo grazie a un’ascesa inarrestabile, cumuli di vittorie e il suo faccione – o musone – rosso fiammante sparato su tutte le tv, riviste e poster del mondo parallelo delle automobili parlanti.
Dopo i fasti, per Saetta cominciano brutti presagi: sospensioni un po’ anchilosate, carrozzeria impolverata, motore lento. Soprattutto rispetto ad una nuova generazione di talenti emergenti, auto schegge coadiuvate da nuova tecnologia, supporto elettronico e test di allenamento futuristici.
Capitanata dal pallone gonfiato Storm, la nuova generazione di piloti mette all’angolo i matusa; ma Saetta non ci sta e, con l’aiuto di amici vecchi (Cricchetto e i meccanici Guido e Luigi) e nuovi (l’allenatrice Cruz Ramirez), si rinchiude in un centro di fitness per bolidi e prova a tornare “in pole position”.

Un'immagine del film Disney Pixar Cars 3 - Ph: courtesy of The Walt Disney Company

La sterzata di Saetta McQueen verso il prepensionamento e l’orgoglio che non muore sono il nucleo narrativo e un po’ malinconico di Cars 3, che parla con il solito mix di gag e rombi di motore ai più piccoli, con una lezioncina sul tempo che passa, sul vecchio che lascia spazio al nuovo fintanto che il secondo rispetta e onora il primo, ma anche su una possibile, duratura convivenza intergenerazionale.

La lente è mai come prima puntata sul protagonista, mentre gli altri personaggi diventano veri e propri sparring partner. La decisione, probabilmente più figlia di marketing che di pure sensazioni narrative, lascia briciole di fotogrammi per lo sgangherato Cricchetto, le controparti femminili Sally e Cruz e i “nemici”.
L’antagonista di Saetta in Cars 3 poi, a ben vedere, non è nemmeno un personaggio tangibile, bensì l’affascinante ed astratto concetto del tempo che passa, del successo che non può durare o rimanere lo stesso per sempre, i riflettori che rischiano da un momento all’altro di illuminare la carrozzeria di qualcun altro.

Un'immagine del film Disney Pixar Cars 3 - Ph: courtesy of The Walt Disney Company

La lezione primaria è significativa e funzionale, quelle secondarie come i sogni di gloria caduti di Cruz un po’ meno, mentre una salsa a base di corse, accelerazioni e sterzate impregna e affoga un po’ troppo il resto del piatto. Sequenze su asfalto che forse catalizzeranno l’attenzione del pubblico baby, ma non la nostra, assai meno sollecitata rispetto ai momenti d’élite (Wall-E, Up, Inside Out) e alla più pura commedia animata (saghe di Monsters & Co. e Toy Story) di quei geni della Pixar.

Il regista Brian Fee, storyboard artist dei primi due capitoli di Cars, conduce con ordine, facendo leva sulla spettacolare definizione dell’animazione, qualche azzeccata vena nostalgica ed un’esilarante sequenza in un selvaggio e post-apocalittico “Destruction Derby” di provincia (la migliore del film) per portare a casa la pagnotta.
Personaggi importanti danno voce al progetto: negli U.S.A. Owen Wilson, Chris Cooper e Armie Hammer, in Italia Marco Messeri, Sabrina Ferilli, J-Ax oltre al gustoso cameo del pilota ferrarista Sebastian Vettel.

Luca Zanovello, da “masedomani.com”

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