Barriere

 

 

Netturbino nella Pittsburgh degli anni ’50, Troy Maxson combatte ogni giorno contro le ingiustizie sociali e i demoni interiori. Spirito indomabile e ciarliero, ha una moglie, un’amante, un amico inseparabile e due figli di cui non approva le vocazioni. Lyons suona il jazz e Troy canta il blues, Cory pratica il football e Troy gioca a baseball. Chiuso nel recinto che sta costruendo per Rose e in quello che ha innalzato nel cuore, Troy è un’onda implacabile che frange i suoi affetti. Inviso al figlio minore, a cui tarpa le ali per proteggerlo dalle discriminazioni razziali, e persuaso dall’amico a prendere una decisione sulla sua (doppia) vita, confessa alla moglie il tradimento e spalanca tra loro un abisso di dolore. Rimasto solo nel cortile del suo scontento, Troy ricompone i brandelli esistenziali e aspetta la morte.

Alla sua terza regia e coerente con una filmografia aderente a un gruppo sociale, a una coscienza politica, a una storia, a un territorio e a una forma artistica (Antwone Fisher, The Great Debaters – Il potere della parola), Denzel Washington realizza Barriere, adattamento della pièce di Auguste Wilson.

Pescato da “The Pittsburgh Cycle”, una raccolta di dieci drammi sul bisogno di emancipazione sociale della comunità afro-americana, Barriere come il blues lascia la parola a una minoranza. Minoranza a cui appartiene il protagonista, in conflitto permanente con la vita e alla ricerca di un’identità sociale. Alla maniera dell’opera originale, la trasposizione di Washington ha una portata universale ma infusa da una marca culturale esplicitamente afro-americana, il blues. Il blues aderisce al teatro di August Wilson come una trama che permette di stabilire un filo conduttore tra i differenti drammi del ciclo. Dieci storie per dieci canzoni che assumono il ruolo di guida spirituale e accompagnano i personaggi nella loro ricerca, sovente dolorosa, di un riconoscimento.

“Blue” è la canzone di Troy, ereditata dal padre collerico e violento e trasmessa al figlio e alla figlia che la cantano insieme nell’epilogo, omaggiando la memoria del genitore e riconoscendo nel medesimo ‘bene’ il legame fraterno. Se per Raynell è un canto che culla, per Cory è un gesto di perdono che gli permette di fare pace col padre e di avanzare nella vita. Chiave di lettura primordiale per avventurarsi nel dramma, la “Blue” intonata dall’attore annulla la distanza tra monologo e assolo. Il blues, indissociabile dal teatro di Wilson, è l’ultima risorsa a cui ricorre Troy per farsi intendere dai figli e dalla moglie, coro greco che replica e ammonisce la sua incontinenza. Incontinenza verbale che manipola e ingombra un cortile progressivamente svuotato e ridotto ai soli spettatori, che Denzel Washington affronta in camera.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Mo’ Better Blues. La parola come musica dell’anima e tradizione da tramandare di generazione in generazione. La parola come segno attraverso cui ri-conoscere un seme e un destino… che i padri considerano segnato, ma su cui costruire le fondamenta di un popolo. O forse solo di una ennesima famiglia americana, virata in black. “Credi che ci sia una legge che dice che tu devi piacermi? Tu non devi piacermi. Io devo solo prendermi cura di te” dice Troy Maxson al figlio Cory, che vorrebbe diventare un campione di football contro il volere del padre (“I bianchi non ti faranno mai giocare!”). Il dovere di essere padri non può che trasfigurarsi così in un testo da insegnare, studiare, performare, che per Denzel Washington è la fortunata pièce teatrale di August Wilson, drammaturgo afroamericano vincitore del Pulitzer, scomparso nel 2005 poco dopo aver scritto l’adattamento cinematografico da cui l’attore ha tratto questa sua seconda regia cinematografica.

Quasi una sorta di Gatta sul tetto che scotta imperniata sui conflitti domestici e antropologici di un microcosmo proletario di afroamericani nella Pittsburgh degli anni 50. Tutto si svolge negli interni e nel cortile di una casa di quartiere, con Denzel che racconta storie su storie in un tour de force mimico e verbale a cui l’ottima Viola Davis – interpreta Rose, la moglie devota che lo ha salvato dalla galera e dall’alcol – reagisce quasi solo di fisico: sguardi, risate, lacrime, silenzi, pause e accelerazioni, tutto di maniera ma perfettamente sincronizzato come una partitura musicale da ripetere ossessivamente per imparare i tempi, superare la tecnica e arrivare al nocciolo del dolore. C’è il cineteatro di Richard Brooks, appunto, e quello di Elia Kazan che fa Tennessee Williams. Un cinema bianco che Washington deve aver studiato e amato sin dai tempi dei corsi di recitazione. Anche per questo Barriere racconta sì una storia esemplare di dolore e maturazione patriarcale dei neri d’America – in una fase storica decisiva e controversa per gli afroamericani, che però rimane sullo sfondo, relegata ad aneddoti sportivi o a foto di politici su un muro – ma è soprattutto il tentativo di imparare il linguaggio del classico. In questo Washington è tutto dalla parte di un modo di narrare che è ostentatamente vecchio, ma mai nostalgico. Non c’è un cinema del passato da rifare, ma una lezione da recuperare. Qualcosa su cui fondare una (futura?) nazione. Eccola allora la vera Birth of a nation di questa stagione cinematografica nera. La rabbia concettuale e meccanicamente elementare di Nate Parker qui lascia il posto all’umiltà dell’attore e della parabola morale, chiusa nelle barriere di una scrittura e di un set che allungano il melodramma anche rischiando l’impasse, ma arrivano a sciogliere i sentimenti verso l’alto. Come fosse una lunga preghiera necessaria per arrivare a destinazione. Fino alla fine. Anche se è un funerale. Purché sia nel nome del padre. E del figlio.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Spesso si parla di muri sociali, molte altre delle mura che ognuno di noi erige attorno a sé, ma Barriere, il nuovo film diretto e interpretato da Denzel Washington, tenta di farci comprendere come i due discorsi siano in realtà interdipendenti.

A circa dieci anni dalla sua ultima prova da regista, Washington torna dietro la macchina da presa per portare sul grande schermo l’opera teatrale di August Wilson Fences, risalente al 1983, cimentandosi anche come attore protagonista, come spesso accade con gli interpreti riscopertisi cineasti. La storia ruota attorno a Troy Maxon, ex giocatore di baseball nella Negro League che negli anni ’50 cerca di sbarcare il lunario e mantenere la propria famiglia lavorando come netturbino. Convinto che sia primo dovere di un uomo mantenere se stesso e i propri cari, Troy non riesce purtroppo a esternare l’affetto che dovrebbe nei confronti dei figli, che cresce rigidamente a suon di lezioni su doveri e responsabilità.

Washington, che già aveva interpretato il ruolo a teatro assieme a Viola Davis, trova un materiale che va perfettamente a posizionarsi nella sua carriera da regista dopo Antwone Fisher (2002) e The Great Debaters – Il potere della parola (2007), sintetizzando i temi trattati nelle due produzioni precedenti: l’infanzia infranta di un marine, nel primo caso, e la rivendicazione dei propri diritti da parte di un gruppo di studenti, nel secondo, sembrano aver preparato puntualmente la strada a questo terzo lavoro registico del due volte premio Oscar.

Barriere: un racconto naturalista sulle mura innalzate dalla società e da ognuno di noi

barriere recensione denzel washington

Stavolta, il microcosmo si fa ancora più piccolo, con l’intero film ambientato praticamente nella casa dei Maxon, lasciando persino fuori campo spazi e personaggi chiave per lo sviluppo del film. Uno spazio filmico intimo, ristretto, attraversato nondimeno dalle questioni sociali che affliggevano in particolare la popolazione afroamericana negli Stati Uniti del dopoguerra. Scenografie limitate, compensate tuttavia dall’immane personalità dei protagonisti che le abitano; sono le storie, i conflitti, le vite di quelle persone ciò che più sta a cuore raccontare a Washington.

Non si preoccupa di dedicare quasi venti minuti a una conversazione ai limiti del monologo tenuta tutta sulle spalle del proprio ruolo, rischiando di essere additato dal pubblico come primadonna. L’intento principale è chiaro sin da subito: portarci talmente vicino a questi personaggi da renderci più difficile pronunciare un giudizio netto sulle loro vite.

barriere recensione viola davis

Se Washington infatti non riesce totalmente nell’impresa di far dimenticare l’origine teatrale del racconto (in più di un punto si ha la sensazione di stare a guardare un testo originariamente pensato per essere interpretato su un palcoscenico), il regista riesce certamente a reggere egregiamente un cast di attori in grande spolvero e di guidarli attraverso performance intense, passando anche con una certa maestria da toni frivoli a momenti carichi di pathos, come d’altronde accade con la vita stessa.

Non bisogna scordare che, a parte alcuni eventi, il film manca in realtà di un espediente narrativo che porti avanti la storia nella più classica delle accezioni.

Washington ci apre semplicemente le porte di una casa per scavare nei fragili equilibri che tengono insieme una famiglia; un nucleo che non smette di essere composto da singoli individui, ciascuno con i propri raggi di luce e zone d’ombra. Uomini e donne che devono fare i conti con ogni scelta che compiono, responsabili delle loro azioni ma allo stesso tempo apparentemente imprescindibili dal contesto sociale e familiare in cui sono cresciuti e vivono, che contraddistingue un approccio quasi naturalista al materiale.

Barriere: un ottimo testo teatrale tramutato in film di grande potenza

Non è infatti casuale che il personaggio di Troy Maxon costruisca una recinzione intorno alla casa: quelle Fences che danno il titolo all’opera originale per proteggere la dimora, gli affetti, impedendo ai mali dell’esterno di contagiare i suoi cari; ma le barriere, tornando alla traduzione italiana, sono anche quelle che pone la società stessa e che non possono far altro che crescere persone condizionate a innalzarne delle altre. E nessuno sembra poter passare rimanendo immune dai giudizi, dal peso delle aspettative e delle responsabilità, dai ruoli che ciascuno costruisce per sé e per gli altri alla disperata ricerca di una stabilità emotiva, ma che finiscono per starci stretti, quando il bisogno di Vivere supera quello di sopravvivere.

Denzel Washington porta dunque a casa un risultato non indifferente, impreziosito da gigantesche interpretazioni e dalla rappresentazione di vite che non necessariamente mirano a decretare un giudizio morale sulle azioni a cui testimoniamo, realizzando così un lavoro che, pur facendo molto affidamento sul testo piuttosto che sulla tecnica cinematografica e nonostante alcuni espedienti simbolistici evitabili, si erge a racconto di rara potenza nella recente produzione americana.

Manuel Fiorentini, da “cinematographe.it”

 

 

 

Adattamento dell’opera teatrale di August Wilson e terza regia di Denzel Washington, Barriere è un dramma solido, molto classico, dominato dalle parole e dalle performance dello stesso Washington e di Viola Davis, entrambi in corsa per una statuetta. Alla lunga, soprattutto nella parte finale, si percepiscono il peso e i limiti della derivazione e della (troppo) rispettosa impostazione teatrale.

Roots / Radici

Pittsburgh, anni Cinquanta. Ex promessa del baseball e rigido padre di famiglia, Troy lavora come netturbino, conducendo una vita modesta ma felice. Le giornate si succedono una dopo l’altra, tutte uguali: torna a casa dopo il lavoro, impartisce lezioni ai figli, cercando di instradarli verso un possibile futuro. Si prende cura del fratello Gabe, menomato a casusa della guerra, e nel tempo libero si scola qualche bicchiere con l’amico di vecchia data Jim… [sinossi]

Impossibile non partire dal titolo originale, Fences, e dall’inevitabile semplificazione del titolo italiano. Barriere, così diretto, didascalico. Adattamento dell’opera teatrale del drammaturgo afroamericano August Wilson, vincitore per questo testo del premio Pulitzer [1], Fences svicera dialogo dopo dialogo, monologo dopo monologo, i significati semantici, culturali, sociali e generazionali della staccionata che Troy vuole e deve costruire e delle barriere più o meno invisibili che ha dovuto affrontare o erigere nel corso della vita.

Barriere è un film parlato, tra grida e sussurri, sorretto dalle performance attoriali di Denzel Washington e Viola Davis, non a caso in corsa per l’Oscar. Parole lapidarie, veicolo di una sentita ricostruzione del contesto proletario e familiare della comunità afroamericana di Pittsburgh negli anni Cinquanta: un testo del 1983 che è parte di un progetto più ampio, il Pittsburgh Cycle, dieci opere teatrali che ripercorrono idealmente il ventesimo secolo afroamericano [2].
L’aspetto forse più interessante di Barriere, al di là delle prove attoriali e dell’impeccabile confezione tecnico-artistica, è nelle riflessioni storico/temporali, in quel persistente fil rouge che lega la Pittsburgh di ieri e di oggi, gli Stati Uniti novecenteschi con gli Stati Uniti post-Obama, la necessità del testo teatrale e la necessità dell’opera cinematografica. In questo senso, non deve trarre in inganno il ruolo “da Oscar” di Washington: pur con tutti i limiti della derivazione e impostazione teatrale e l’inevitabile portata didascalica e retorica, Barriere non cavalca un tema, ma ne è veicolo. Rispettoso, persino troppo filologico. Ed è interessante, tra l’altro, l’approccio registico di Washington, con questo afflato da cinema classico, da Hollywood impegnata, memore della lezione e della solidità dei Brooks, Kazan, Minnelli e via discorrendo – un cinema di padri forti, di figli duramente indirizzati verso il futuro; di figli schiacciati dalle eccessive pressioni, dal macigno del passato paterno.

Barriere non è però la nostalgica riproposizione dei melodrammi familiari degli anni Cinquanta, ma è una parabola morale che affonda le proprie radici estetiche e drammaturgiche nella inscalfibile lezione dei classici, per poi declinarli secondo le traiettorie umane e sociali dei suoi eroi ed eroine afroamericane. Una sorta di specularità che si riflette nel diverso rapporto (e nelle diverse conseguenze) tra Troy e il figlio rispetto alle consuete dinamiche soffocanti e distruttive del melodramma anni Cinquanta/Sessanta. Più in generale, è il testo di Wilson a guardare sempre verso il futuro, a ragionare sui mutamenti storici, sulle piccole ma fondamentali conquiste dei diritti civili.
Barriere, radici, fondamenta. Il fil rouge lega il Fences teatrale all’humus democratico che partorì Roots/Radici, serie televisiva che ha scalfito l’immaginario collettivo. Erano gli anni di Jimmy Carter, presidente degli Stati Uniti, che da governatore della Georgia non si era nascosto dietro un dito: «the time of racial segregation is over […] no poor, rural, weak, or black person should ever have to bear the additional burden of being deprived of the opportunity for an education, a job or simple justice» [3]. Decenni dopo, Barriere è ancora attuale, come attuale è la mini-serie Roots (2016), remake della serie del 1977.

Washington riesce a dare corpo al percorso e alle scelte di Troy, alla sua scorza dura, agli errori, così umani e comprensibili. Riesce a dare corpo a questo rimasuglio di sogno americano, con la piccola porzione di terra, la staccionata, il senso di protezione e di piccola conquista. Non tutto funziona, soprattutto quando Barriere deve fare a meno del suo mattatore, quando si vuole spiegare troppo e mostrare e sottolineare quello che era già evidente, ma la sostanza di Fences penetra sotto pelle, ci costringe a riflettere sulle Negro League di oggi, sulle motivazioni che fanno di Troy un conservatore apparentemente impermeabile al cambiamento, arroccato nelle sue convinzioni, dentro il suo steccato. Sempre vigile, sempre pronto a difendersi, a sopravvivere. Sempre pronto a far roteare la mazza. Fino alla fine.

Enrico Azzano, da “quinlan.it”

 

Barriere (Fences il titolo originale) è l’adattamento di un’opera teatrale di August Wilson, considerata uno dei capolavori del drammaturgo e della letteratura teatrale afroamericana. E’ il sesto dramma del “ciclo di Pittsburgh” e il suo debutto risale al 1983. Andato in scena a Broadway nel 1988, ha vinto il Premio Pulitzer per la drammaturgia e il Tony Award alla migliore opera teatrale.

Credo, o almeno spero, che ad oggi, il dover sottolineare la presenza di una minoranza etnica all’interno di un contesto lavorativo, educativo, sociale sia poco corretto. Tuttavia, in questo caso, parlerò di colore di pelle e di razze per un motivo bene preciso. Nella cinematografia, infatti, accade che la presenza di un attore/attrice appartenente a una certa etnia, sia voluta dal regista per tre motivi generalmete: per le qualità attoriali dell’interprete scelto, per un non troppo velato tentativo di captatio benevolentiae o semplicemente per necessità di trama. Barriere, rientra in questo sottoinsieme. Ecco perchè, secondo me, in questo la scelta di dover puntualizzare il fatto che ci sia un cast di colore, risulta funzionale all’analisi del film stesso.

barriere

ETNIE, RAZZISMO, ETIMOLOGIA, TITOLI ORIGINALI… MA NON STAVAMO PARLANDO DI FENCES?

Assolutamente sì. Iniziamo dal titolo… In Fences non si fa riferimento a barriere, se non a steccati, staccionate che Troy, interpretato da Denzel Washington, self-made men nell’America degli anni ‘40, vuole erigere per proteggere la sua famiglia dal vicinato. In realtà, nessun membro della famiglia riesce a capire l’utilità e soprattutto l’urgenza di innalzare una linea di demarcazione fisica tra il mondo esterno e il focolare domestico, la classica detached house da quartiere periferico americano. Lo steccato voluto da Troy si tramuta gradualmente in un pretesto che porterà i protagonisti a confrontarsi, a volte con toni piuttosto accesi, su annose questioni familiari.

Troy si sente in debito con il destino e con Uncle Sam per averlo fatto nascere in una famiglia di 11 figli, per averlo abbandonato a se stesso all’età di 14 anni, per averlo illuso con una carriera da professionista nel mondo del baseball, per averlo mandato in guerra e per tutti i bastoni che le ruote di Troy hanno dovuto schiacciare per poter condurre un percorso di vita dignitoso. E soprattutto, Troy ce l’ha con Cory, il suo secondogenito, che giorno dopo giorno prova a fargli capire che forse, la battaglia che sta combattendo da anni contro la società bianca è già finita da decadi e che finalmente le persone di colore hanno iniziato ad usufruire del dono dell’uguaglianza. A Cory, infatti, verrà offerta una borsa di studio di prestigio grazie alle sue doti di palleggiatore e sarà proprio la rigidità mentale di Troy a rovinare l’incanto del sogno americano, rappresentato da un nucleo familiare dinamico, coeso e ben integrato con la comunità del quartiere.

barriereC’è un filtro nella vista offuscata dal rancore di Troy ed è Rose, la moglie interpretata magistralmente da Viola Davis che molto probabilmente, e con merito, vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Rose è una donna che ama la vita, se potesse si farebbe carico del dolore del mondo con un abbraccio pur di non vedere la sofferenza negli occhi degli altri. Carismatica, emozionale e ironica, Rose è un personaggio che non si scorda facilmente e che impreziosisce ulteriormente questo film, solido e credibile in tutte le sue parti: una sceneggiatura brillante e nevrotica, un cast di alto livello composto da attori dalla sensibilità difficilmente riscontrabile, una fotografia essenziale ma estremamente caratterizzante e una scenografia unica in tutti i sensi.

In condizioni di concorrenza perfetta, implausibili in economia come nel cinema, anche Denzel Washington avrebbe potuto vincere l’Oscar come migliore attore e nessuno avrebbe avuto nulla ridire. Ma siamo nell’anno di La La Land, e chissà anche di Manchester By the Sea e il premio andrà a uno tra Mr Ho Tre Espressioni e Basta Ryan Gosling o Mr Sono Io l’Affleck che Conta Casey Affleck. Mr Washington non otterrà probabilmente alcun riconoscimento e questo dispiace ai cinefili che si emozionano, quando vedono un interprete – regista che mantiene alto l’interesse dello spettatore con una prestazione attoriale vibrante, catartica, intensa e intrisa di contenuti forti e che si protrae per 2 ore e 40 circa.

MOLTO SPESSO LE UNICHE BARRIERE ESISTENTI SONO QUELLE CHE SI ERGONO NEL NOSTRO INCONSCIO

Il film si svolge quasi interamente nel giardino della casa dei Maxson ed è un fluire di dialoghi, flussi interiori, risate, amore, condivisione, generosità, rabbia, rancore e scontri che riducono a brandelli relazioni sentimentali cementificate dal tempo e legami di sangue.

Barriere è un film che parla degli effetti del razzismo e delle sue assurdità sull’identità culturale di una persona. Troy è nato e cresciuto con la discriminazione davanti agli occhi e non crede a coloro che dicono che il vento stia cambiando, e neanche ai neri che pretendono gli stessi diritti dei bianchi. Il fatto che il figlio la pensi diversamente da lui lo mette a disagio perché sente di essere nato in un’epoca sbagliata e che forse, se avesse avuto le stesse opportunità del figlio, avrebbe condotto un’esistenza diversa. Ma, come avrete intuito, il razzismo non è l’unica tematica al centro del plot di un film che analizza un’altra tematica spigolosa: l’invidia provata da certi genitori nei confronti dei figli che raggiungono gli obiettivi che loro stessi si erano preposti e che non hanno raggiunto unicamente per pigrizia o per mancanza di talento proprio.

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Fences coinvolge sorprendendo dialogo dopo dialogo, decennio dopo decennio nella narrazione della vita di Maxson. Dagli occhi degli attori traspare l’autenticità di chi ha realmente “vissuto il copione”, e questa non è una qualità da poco. Esperienze di vita e passione si incontrano creando un’alchimia perfetta che probabilmente non basterà per ricevere il premio di miglior film ma che lascerà il segno nella memoria di chi avrà l’occasione di vederlo.

Salvatore Giannavola, da “telefilm-central.org”

 

 

 

A pochissimi giorni dalla cerimonia degli Oscar 2017, anche quest’anno fa capolino tra i candidati l’immancabile pellicola che tratta le diversità e le discriminazioni razziali ai danni degli afroamericani. Una necessità (o una formalità?) per l’Accademy e per l’America intera, come aspettare il film sull’olocausto in prossimità del Giorno della Memoria o il cinepanettone durante le festività natalizie. Le prove? Nel 2012 toccò alla scialba opera corale tutta al femminile di “The Help“, nel 2013 Spielberg ha rievocato gli sforzi di Lincoln nel porre fine alla schiavitù. Tre anni fa toccò al deludente “12 anni schiavo“, accolto tra mille polemiche in virtù dell’ambigua pubblicizzazione del cast e alle presunte “locandine razziste”. E poi ancora l’anonimo “Selma“, in concorso nel 2015, fino all’accesa controversia animata da Spike Lee lo scorso anno a causa dell’assenza di attori e attrici di colore tra i candidati.
E la strigliata del regista nativo di Atlanta è servita perché arriviamo a questo 2017 con addirittura due pellicole incentrate sull’universo afroamericano, “Moonlight” e appunto “Fences”, traduzione: “recinti”, “recinzioni”, (puntualmente stuprata dal semplicistico e dozzinale titolo italiano, a dispetto del pensiero del suo autore August Wilson, drammaturgo scomparso prematuramente più di dieci anni fa e che grazie a questo dramma si aggiudicò il Premio Pulitzer nel 1985), diretto da Denzel Washington, paladino assoluto in campo cinematografico, al pari di Spike Lee, nella lotta dei neri d’America per l’affermazione dalla propria dignità.

Film da camera che privilegia spazi angusti, piani ristretti e dialoghi soffocanti, “Fences” è la storia di una famiglia di neri che risiede nella periferia di Pittsburgh degli anni cinquanta. Troy Maxson, un passato da star emarginata del baseball ed ex galeotto, è oggi un netturbino che si scaglia quotidianamente contro le ingiustizie sociali del proprio tempo. Uomo integro, orgoglioso e dedito al sacrificio ma anche estremamente pesante nella rigida educazione impartita ai suoi due figli, il primogenito Lyons aspirante musicista e il più giovane Cory giocatore di baseball in procinto di raggiungere il suo sogno di una vita. Vicino a Troy, la moglie Rose, l’angelo del focolare, unica in grado di tenere a bada l’instancabile esplosività del pater familias.
“Fences” è un lungo, introspettivo viaggio nell’America dei valori e dei conflitti familiari all’epoca (attuale) del cancro del razzismo. “I tempi sono cambiati, Troy. Tu sei solo arrivato troppo presto” gli confida il suo migliore amico Bono. Ma Troy risponde: “Non c’è mai stato un tempo chiamato “troppo presto”…”. Un viaggio dove il bianco viene inquadrato solo di sfuggita dallo specchietto retrovisore di un autocarro, come ad assumere le sembianze fugaci di un Diavolo, in una delle numerose dicotomie allegoriche che costellano la pellicola (il baseball come la vita, la morte come il destino beffardo e l’ingiustizia sociale). Apologo che trova il suo apice nella costruzione del “recinto” che dà il titolo all’opera, non a caso voluto fortemente da Rose, la donna che subisce l’adulterio dal marito e che per questo ne ripudia il matrimonio ma grazie alla quale si può dare inizio a una nuova vita, tramandare un legame di sangue, sempre rimanendo ben arroccata e protetta, insieme ai propri figli, alle proprie radici, ai sacrifici di una vita di Troy, al proprio steccato. La grandiosa opera di Wilson funge da perfetto contraltare a un’altra monumentale pièce teatrale che è “Morte di un commesso viaggiatore” di Miller. Affrontando per certi versi le stesse tematiche da due prospettive opposte, Wilson e Washington fanno splendere il sole nel finale laddove nel dramma di Miller pervade solitudine e indifferenza.

“Fences” è un’opera fortemente voluta da Denzel Washington che già nel 2010 aveva portato a teatro e che ripropone anche sul grande schermo a dieci anni dal suo ultimo film da regista, dopo l’autobiografia di “Antwone Fisher” (2002) e il sottovalutato “The Great Debaters – Il potere della parola” (2007). Una filmografia coerente e passionale, dal forte impatto sociale, quella di Washington regista. Essenziale e senza fronzoli, accorto a dare ampio respiro a ogni personaggio del dramma, è però nelle vesti di Troy Maxson a diventare il mattatore assoluto del film, con un’interpretazione impressionante e meritatamente in odore di Oscar. A fargli compagnia una Viola Davis altrettanto da applausi.
Certo, “Fences” soprattutto nella seconda parte esce allo scoperto e denota tutte le sue imperfezioni, l’ampollosità di un racconto a tratti ripettitivo nelle immagini e sfiancante nei dialoghi, la durata eccessiva ben oltre le due ore ma il film di Washington ha il merito di sviluppare un soggetto avvalorando passionalità e funzionalità al progetto, non la mera convenzionalità di un tema divenuto cliché come gran parte dei film dell’Accademy ci hanno abituato in questi ultimi anni. Lo fa attraverso un coinvolgimento autentico e una profonda introspezione dei personaggi presentati sullo schermo, dal primo all’ultimo. Più di quanto accade nel patinato ed ellittico (seppur apprezzabile) “Moonlight“, diretto concorrente agli Oscar, nettamente e ingiustamente più quotato alla volata finale.

Voto: 7 / 10

Matteo De Simei, da “ondacinema.it”

 

 

Era dal lontano 2007, con The Great Debaters – Il potere della parola, che Denzel Washington non tornava dietro la macchina da presa. Vincitore di due premi Oscar come miglior attore, il divo si è nuovamente cimentato con la regia grazie a Fences di August Wilson, opera teatrale del 1983 vincitrice del premio Pulitzer per la drammaturgia da lui già interpretata nel 2010, a teatro, al fianco di Viola Davis. I due vinsero due prestigiosi Tony Awards come miglior attore protagonista e miglior attrice protagonista, tanto dall’essersi ritrovati sul set per girare l’atteso adattamento cinematografico. Wilson, morto nel 2005 ma accreditato comunque come sceneggiatore del film, provò per decenni a tramutare in cinema la propria pièce, senza mai riuscire nell’intento perché desideroso che fosse un afroamericano ad occuparsene.

Detto, fatto grazie proprio a Denzel Washington, che dopo aver incantato la critica e fatto incetta di premi teatrali ha co-prodotto la pellicola insieme a Scott Rudin, rimanendo clamorosamente fedele al revival del 2010. Protagonista lo stesso regista, chiamato ad indossare gli sporchi abiti da lavoro di un uomo che, nel pieno degli anni ’50, mantiene la propria famiglia raccogliendo l’immondizia, dopo essere stato respinto dalla Major League perché nero. Costretto a raccattare la sporcizia dei bianchi, Troy Maxson sopporta l’intera settimana in attesa del venerdì sera, momento in cui può finalmente tornare a casa dall’amata moglie e sbronzarsi con l’amico di sempre, primo di passare il fine settimana a costruire la staccionata di casa insieme al figlio Lyon, che come lui sogna di diventare un giocatore di baseball. All’interno di quelle povere mura, però, prendono forza problemi familiari che si fanno sempre più ingombranti, mentre all’esterno il mondo cambia, accogliendo finalmente quei cambiamenti sociali che proprio Troy, nel corso della propria giovinezza, non ha mai potuto cavalcare.

Uno sguardo sull’America di Dwight D. Eisenhower, ancora profondamente razzista ma ad un passo da una serie di cambiamenti epocali. Un Paese intero racchiuso in una piccola casa di periferia, povera ma piena d’apparente felicità, anche se minata da rancori e bugie. Troy Maxson e Rose Maxson sono due protagonisti che si amano profondamente, se non fosse che lui, zavorrato da un passato pregno di dolore che ne ha forgiato il burbero carattere, sopporti con fatica questa esistenza tutta casa, lavoro e responsabilità familiare. Trainato da uno tsunami di parole che inondano lo spettatore (sarà arduo il doppiaggio italiano), Barriere vive sulla spalle di due attori giganteschi, la cui provata alchimia era già stata dimostrata nel 2010, a teatro. Washington, mai tanto bravo persino di fronte ad un personaggio così odioso, si trascina appesantito, invecchiato e affaticato in una Pittsburgh che vediamo solo a sprazzi. L’intero film, infatti, si svolge all’interno di queste quattro mura che vedono come donna del focolare, madre affettuosa e moglie premurosa, un’immensa Viola Davis. E’ un piacere per gli occhi assistere a questo incontro/scontro cinematografico, perché i due attori concedono stupore, suscitando emozioni che spaziano dall’odio più profondo all’affetto più sentito.

Washington, marchiato a vita da un padre violento, costretto a fuggire di casa a soli 14 anni e a delinquere dopo essere diventato padre, scopre la passione per il baseball solo una volta uscito di galera. Ha già 30 anni, è un fenomeno ma è troppo vecchio, per entrare nella Major League. O forse è semplicemente nero. Questa presunta verità segna la sua apparente rinascita, come marito di Rose e padre di Lyon, di fatto privato di quell’amore paterno che lo stesso Troy non aveva mai toccato con mano. Un uomo che ha superato i 50 anni ed ha persino ottenuto un’insperata promozione, eppure inappagato, anche perché divorato dai sensi di colpa nei confronti del fratello minore, tornato dalla Guerra con il cranio sfondato e rimasto tutt’altro che intatto dal punto di vista cerebrale. Un incidente che ha fruttato 3000 dollari al povero Gabriel, usati da Troy per costruirsi casa. Denzel incarna spaventosamente tutti i lineamenti di un uomo che potremmo quasi definire ‘osceno’, perché difficilmente digeribile lungo l’arco dell’intera pellicola, esplicitamente divisa in tre atti. A doverlo sopportare una Davis che finalmente vola verso il suo primo Oscar, segnato da un titolo cinematografico nella sua rappresentazione ma teatrale nella sostanza. Ed è qui che entrano in scena i limiti di un adattamento forse persino troppo fedele all’opera originale, in quanto palco e grande schermo da sempre vivono di tempi e suggestioni differenti. Dilatato nella lunghezza, decisamente eccessiva, Barriere si fa nel suo procedere verboso, anche perché mai esaltato da una regia basica totalmente prona nei confronti della sceneggiatura e dei suoi sublimi interpreti.

Recinti, quelli del titolo, con cui proteggere la propria famiglia, sia dal mondo esterno che da quello interno, non a caso da ‘circondare’ prima che possa implodere e fuggire via. Dai propri limiti, dalle proprie colpe, dai propri sbagli, troppo spesso stupidamente reiterati, e dai propri diavoli interiori, da scacciare prima che si aprano una volta per tutte le porte del Paradiso. Fortemente americano nel rappresentare un preciso spaccato sociale e temporale, plasticamente esplicitato dalla metafora del baseball, Fences paga la ridondanza di certi temi, l’esagerata lunghezza, la limitante struttura della cornice teatrale e la pesantezza di un protagonista che nulla fa per farsi piacere, rimanendo comunque scolpito all’interno di questa stagione cinematografica grazie a due delle migliori prove recitative degli ultimi anni.

Voto: 6,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

 

August Wilson è stato uno dei maggiori autori del teatro afroamericano; il Ciclo di Pittsburgh, serie di dieci pièce che raccontano protagonisti afroamericani durante tutto il secolo XX, è considerato il suo gioiello. All’interno del ciclo, il Premio Pulitzer lo vinse per Fences nei primi anni 80, spettacolo teatrale portato a Broadway in una nuova versione qualche anno fa, e ora al cinema con gli stessi protagonisti: Viola Davis e Denzel Washington, qui anche dietro alla macchina da presa per la terza volta.

Come tutta la produzione di Wilson, anche Barriere (questo il titolo italiano del film) indaga sui rapporti di razza all’interno degli Stati Uniti, attraverso il punto di vista del microcosmo della città industriale di Pittsburgh, in Pennsylvania, nota come Steel City, la città dell’acciaio. Siamo nella metà degli anni 50, il protagonista è Troy Maxon, ex ottimo giocatore di baseball costretto dalla ghettizzazione dei neri nello sport durante gli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale a impegnare il suo talento nella modesta Negro League. Ora tira avanti come può, lavorando come spazzino per il comune, sedendosi nel tempo libero nel cortile dietro casa, dove la moglie Rose vorrebbe costruisca uno steccato di legno, mentre il figlio Cory cresce e vuole giocare nella squadra scolastica di football. Proprio dal rifiuto del padre del benestare per fargli proseguire la carriera, e dal provino per una borsa di studio universitaria a cui il figlio nonostante tutto si presenta, lo steccato, il fence, fra padre e figlio diventa una ferita insanabile.

Pieno di allegorie sulla situazione emotiva della famiglia e degli amici che la frequentano, ritrae una società americana di provincia in cui con difficoltà il colore della pelle sta diventando meno importante, fra le ritrosie di Troy che per il razzismo ha visto fallire il sogno della sua vita nello sport ancestrale della nazione, il baseball, e la nuova generazione di chi utilizza le doti fisiche per un’ascesa sociale legata al nuovo sport perfetto per gli afroamericani, il football. Lo steccato dovrebbe servire a custodire in sicurezza chi rimane all’interno, la famiglia, ma rischia di voler dividere chi merita di essere lasciato fuori. Troy e Rose rappresentano l’archetipo di chi ha sacrificato, per una seppur modesta sicurezza sociale e per l’amore del proprio partner, le aspirazioni personali. Scelte rimesse improvvisamente in discussione da una novità dirompente, che scatenerà almeno un paio delle molte scene madri di Barriere, in cui Washington carica il suo personaggio di una recitazione sorniona, con esplosioni facciali e mimiche, come ci ha abituato negli ultimi anni.

Un film in cui tutto è sistemato al punto giusto per dare un significato (superiore o immediato) ai gesti dei protagonisti, le cui dinamiche sono palesemente concepite per un mezzo diverso. Senza il respiro del cinema, ma neanche la gravitas concentrata del teatro, rimane uno spaccato interessante, seppur forse datato, delle dinamiche sociali afroamericane, regalando un’interpretazione che svetta fra le altre, quella della splendida Viola Davis.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

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