Arrival

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Denis Villeneuve è ormai un regista affermato, grazie a grandissimi film come Sicario, Prisoners e La donna che canta, si è guadagnato un notevole rispetto sia dalla critica che dal pubblico.
Non a caso è stato scelto per dirigere il sequel di Blade Runner, una grandissima responsabilità, ma al regista canadese non manca certo il coraggio. Lo dimostra per l’ennesima volta in un genere in cui precedentemente non si era mai cimentato: la fantascienza.
Ma definire Arrival soltanto un film fantascientifico non sarebbe assolutamente sufficiente.
Arrival è molto di più, è un film che riesce a unire tanti generi creando qualcosa che è in parte rivoluzionario.
Il film parla di dodici oggetti misteriosi che improvvisamente atterrano in dodici parti del mondo, suscitando il panico ovunque. Panico che si trasforma in confusione e allo stesso tempo in violenza, c’è chi ne approfitta distruggendo negozi oppure chi vive come se fosse vicina la fine del mondo. E già da qui comincia ad esserci uno dei temi fondamentali di Arrival: il rapporto tra l’uomo e l’ignoto.

Il fatto che possano esserci altre forme di vita nell’universo che un giorno potrebbero sbarcare sulla Terra, è ormai un argomento ampiamente discusso.
Ma la prima cosa che viene in mente è che queste (possibili) forme di vita punterebbero immediatamente alla distruzione del mondo. O almeno questa è la paura degli esseri umani.
La protagonista Louise Banks (Amy Adams) è però in quella cerchia di persone che vuole analizzare e scoprire di più su questi alieni, grazie alle sue capacità da esperta linguista viene infatti scelta per provare a comunicare e tradurre con gli esseri misteriosi, mentre per esaminarli dal punto di vista scientifico c’è il fisico Ian Donnelly (Jeremy Renner).

La prima parte del film è dedicata alle interazioni fra Louise e gli alieni, Louise infatti riesce a trovare un modo per insegnargli la lingua umana e gli alieni a loro volta rispondono con dei simboli particolari. Simboli che verranno a lungo esaminati e grazie a Louise riusciranno a essere tradotti.
”Perchè sono venuti qui?” è la prima domanda che si porrebbe chiunque. ”Qual è il loro obbiettivo?” la risposta si otterrà solo alla fine del film ed è tutt’altro che scontata.
Arrival cattura lo spettatore sin dai primi minuti, immergendolo totalmente nella storia e riesce a far immedesimare perfettamente nei protagonisti e a provare insieme a loro le stesse emozioni, ma allo stesso tempo anche gli stessi dubbi e le stesse paure.
Riesce a rispondere ad ogni domanda che ci si pone e nonostante nel corso del film non ci siano particolari colpi di scena, si riserva il meglio in un finale che cambia radicalmente tutto quello visto in precedenza.
Quella complessità e quel colpo di scena finale che siamo abituati a vedere nei film di Christopher Nolan, in diverse sequenze ma anche in diverse scelte narrative il paragone viene spontaneo.

Amy Adams è stata straordinaria, con un’interpretazione magistrale riesce ad esprimere perfettamente tutte le emozioni del suo personaggio. Ottimi anche Jeremy Renner e Forest Whitaker (che interpreta il colonnello), assolutamente impeccabili.
Analizzando il film dal punto di vista tecnico, risalta ovviamente la grandissima regia di Denis Villeneuve, che compie passi avanti anno dopo anno. Molto curata la sceneggiatura di Eric Heisserer, sicuramente la migliore che abbia mai scritto.
Eccellente la fotografia, così come la colonna sonora in particolare nelle prime scene e soprattutto nell’emozionante finale.
L’unico difetto probabilmente è il tono molto lento all’inizio, che però non rovina assolutamente la visione del film.
Arrival è una grandissima opera che riesce a trasmettere tantissimi significati e un colpo di scena finale destinato a entrare nella storia.

Voto: 4,5 / 5

Francesco Dessi, da “filmpost.it”

 

In cielo appaiono delle strane piattaforme la cui provenienza è ignota. Immobili, sospese in aria, non si ha idea di quali siano le loro intenzioni. Ecco, in termini narrativi Arrival fa leva su una semplice domanda: quali sono le vostre intenzioni? Non come avviene grossomodo con tutti i film incentrati sul contatto uomo-alieni, bensì letteralmente: la seconda persona plurale presuppone infatti lo stabilire una comunicazione. Il film di Denis Villeneuve riprende infatti stilemi della fantascienza classica, senza “inventare nulla” come si diceva una volta. Il problema relativo al linguaggio diventa perciò centrale e da qui il personaggio di Amy Adams, la dottoressa Louise Banks, che è una rinomata linguista.

Eppure l’impalcatura è pregiata, Arrival è teso pressoché dall’inizio alla fine e nulla sembra essere lasciato al caso. A partire dal primo contatto tra la dottoressa e le creature aliene, una scena costruita molto bene, specie a livello visivo grazie al gioco dell’inversione di gravità all’interno della nave venuta da non si sa dove. Il ruolo della scienza nell’ambito di questo quadro non viene trascurato ma ridimensionato nel modo in cui certo cinema fantascientifico (tra cui lo stesso Interstellar) sta facendo: siamo in epoca di sentimentalismi più o meno fondati, più o meno malsani, più o meno fine a sé stessi, ma tant’è… il cinema deve anche trasmettere emozioni e tanto le astrazioni quanto l’eccesso di analisi sono entrambi vestiti che stanno stretti al nostro tempo.

Arrival (ma probabilmente già il romanzo da cui è tratto) fa propria tale constatazione e si pone nella maniera più opportuna, ovvero affondando i denti nell’attualità. Non quella politica, né di altro tipo purché su grande scala; tutto muove da e ritorna al rapporto tra una madre ed una figlia. Per spiegare questo processo e renderlo convincente sullo schermo ci si serve sia del linguaggio scritto (e parlato) sia di quello visivo. Arrival comincia dalla fine, per dar ragione alla teoria su cui si fonda il suo racconto, ovvero la circolarità del tempo. Circolare è la scrittura degli alieni; circolare è il nome della figlia di Louise (Hannah, che è un palindromo, ossia una parola che si legge allo stesso modo da un verso e dall’altro).

Non so fino a che punto inconsapevolmente, il film fornisce una vaga ma comunque interessante nozione di ciò in cui potrebbe consistere l’Eternità, sebbene non vi sia traccia di alcuna spiegazione anche solo lontanamente trascendentale. Per Interstellar la chiave per “saltare nel tempo” erano i buchi neri, e ciò che per Nolan e la scienza sono i tesseratti qui lo è il linguaggio. In realtà però, sempre per restare al parallelo con Interstellar, se in quest’ultimo si conoscevano le intenzioni, ossia voler aprire una porta, senza però sapere cosa ci fosse oltre, nel film di Villeneuve non si sa nemmeno che esista una porta.

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A suo modo pessimista, secondo una delle tesi veicolate da quest’ultima fatica del regista canadese l’uomo è arrivato a un punto in cui solo un intervento esterno potrebbe salvarlo; e come spesso accade in certe situazioni, la risposta diventa l’organizzazione o il governo mondiale di turno («è difficile avere a che fare con più forze quando non si ha un solo leader mondiale», dice esplicitamente uno dei personaggi). Tuttavia si registra la tendenza a mandare sempre più in soffitta certo ottimismo francamente irrealistico, per cui l’uomo sarebbe un essere talmente intelligente da bastare a sé stesso, purché ritorni ad un non meglio precisato stato primordiale, quello che lo vede essenzialmente buono.

Dove però Arrival si mostra davvero all’altezza sta nell’abilità di bilanciare il tutto tenendo incollati, stimolando il giusto a dispetto di certe svolte apparentemente più ostiche; d’altronde si tratta pur sempre di un film per il grande pubblico, perciò necessariamente trasversale. Ma soprattutto di respiro universale. A questo punto mi rendo conto che evocare talune tematiche senza rischiare di svelare più del dovuto non sia facile, ma certi quesiti incalzano potenzialmente chiunque, lasciando un seme che in ciascuno germoglia in maniera diversa. Mentre praticamente tutti si chiedono da dove vengano questi immensi UFO e soprattutto che intenzioni abbiano, poco alla volta si fa strada la vera domanda, la cui portata può essere colta solo alla fine: non da dove ma da quando vengono?

Sempre più la scienza va costatando che il vero limite dell’uomo, anche nel recente futuro, potrebbe più non essere lo spazio, entro il quale pare si muoverà sempre più agevolmente, bensì proprio il tempo, che va sempre inesorabilmente in avanti ed in maniera rigidamente lineare. Una lezione di cinema che Tarkovsky riassunse molto efficacemente, da poeta quale fu, spiegando in cosa consistesse quest’Arte, cioè nello «scolpire il tempo». Solo il Cinema ci ha dato e volendo ci dà ancora l’illusione di poter andare avanti e indietro, rallentare la velocità oppure accelerarla, fare a meno di quei segmenti che non c’interessano.

Non vorrei però far credere che il discorso sia troppo specialistico, dato che non lo è affatto. A chi non è infatti capitato almeno una volta di chiedersi seriamente come ci comporteremmo se conoscessimo in anticipo ogni cosa? Saremmo dei, forse, oppure semplicemente ci annoieremmo. Oppure ancora, e questo ci pare voglia trasmettere nemmeno troppo velatamente Arrival, ci impegneremmo con tutte le nostre forze a vivere a pieno ogni istante. Assaporarlo di per sé, senza evidentemente preoccuparsi a cosa porti. Ed un film che riesce a non deragliare trattando simili questioni è uno di quelli che vanno tenuti stretti anziché no.

Voto: 8 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

«The fact that Arrival seems like a balm on people’s souls means a lot. But it also means the world is really not in a good place». Scegliendo accuratamente le sue parole, Denis Villeneuve commenta l’inaspettata ondata di sorpresa che ha accolto il suo ultimo film, primo tentativo con il genere fantascientifico da tempo agognato come un sogno nel cassetto. Non è un caso, infatti, che sia proprio Arrival l’esordio nel genere del regista canadese pazzo d’amore per Philip K. Dick, Frank Herbert, Steven Spielberg e Stanley Kubrick. Dagli esordi nel cinema d’autore (Un 32 août sur terre, Maelström), alle virate tecnicamente più drammatiche (Polytechnicque, La donna che canta), fino ad approdare al thriller/noir psicologico e politico (Prisoners, Enemy, Sicario), Villeneuve ha sempre tessuto un cinema profondamente umano, che desse maggior risalto alle pieghe dell’animo più che al carattere cerebrale delle sue trame (particolarità quest’ultima che spesso è stata usata contro di lui). «I was dreaming to do sci-fi for a very long time. I was a sci-fi addict when I was a kid and a teenager. Novels, graphic novels, movies, it was my way to deal with reality».

Più avvezzo a certe sfumature dell’umano, dote che gli ha permesso di emanciparsi dal punto di vista sia tematico che visivo nel corso della sua filmografia, il regista di Trois-Rivières con la sua ultima fatica scomoda uno dei topoi più sfruttati dal genere fantascientifico – l’invasione aliena – per continuare ad approfondire la sua visione del mondo, il suo concetto di umanità, il suo significato nascosto. Nessun fuoco d’artificio, nessun pedissequo affastellamento di cliché, né viaggi interstellari (!); nessun discorso enfatizzante o accondiscendente; al contrario, si nota una volta di più la sicurezza nell’uso minimalista della parola e del linguaggio, pur essendo un film dove questi sono sia centrali, sia parti strutturali di un discorso reso ampio dalla fiduciosa sensibilità dello spettatore. A dispetto del più immediato Arrival, il titolo originale del progetto (coincidente con quello della fonte letteraria) era Story of Your Life, più ambiguo ma che ben riassume le finalità ultime del suo autore. In breve: Louise (una splendida Amy Adams, capace di convogliare su di sé l’attenzione dello spettatore e restituire uno spettro ampissimo di emozioni, a conferma di un’annata straordinaria dopo la prova di Animali notturni), un’esperta di linguistica, viene convocata dai servizi segreti e dall’esercito per risolvere un problema di comunicazione tra l’umanità e la specie che ha invaso la Terra, gli ettapodi. Dovrà imparare a capire il loro linguaggio, molto più complesso e tutt’altro che bidimensionale.

È molto semplice combattere ciò che non si conosce, più complicato è invece provare a comprendere. Il confronto con gli extraterrestri diventa dunque un banco di prova per quello più interno tra esseri umani, che fallisce miseramente dietro una cortina di paura e incomprensione. Villeneuve, utilizzando la forma del blockbuster, lancia il suo messaggio di speranza per un’umanità che abbandoni la concezione di “somma di popoli” e impari a ragionare come “specie”. Tornando alla proposizione iniziale, il regista non può fare altro che prendere atto della realtà in cui vive e cercare di porvi un rimedio attraverso l’arte. La regia, sicura, assembla splendidamente un apparato tecnico volto ad aumentare il senso di smarrimento di chi guarda: dalla grigia fotografia di Bradford Young, che regala momenti meravigliosi, all’ansioso tappeto sonoro di Jóhann Jóhannsson (gli effetti sonori, invece, sono un omaggio ai tripodi spielberghiani de La guerra dei mondi), al montaggio preciso di Joe Walker.

L’idea di fantascienza, poi, non può non ricordare quella di 2001: odissea nello spazio – con l’astronave ovale che col procedere dei minuti diventa sempre più il personale monolite della protagonista, pronto a sommergerla di dubbi – o il lauto ottimismo di Incontri ravvicinati del terzo tipo (ma i riferimenti potrebbero spingerci a richiamare un certo tipo di cinema caro a Terrence Malick), così come le paranoie linguistiche di un Philip K. Dick pervaso dall’abbagliante raggio di luce rosa, portatore di un sistema di informazioni da decifrare (Trilogia di Valis). Più che in Prisoners ed Enemy, dove l’indagine umana falliva miseramente sotto il peso della paura alimentata dalla perdita (di una figlia, della propria identità), il pessimismo del cinema di Villeneuve sembrava aver raggiunto un punto di non ritorno nella parabola cinica e meschina dell’agente Kate Macer in Sicario. Arrival funge quindi da nuovo inizio, una nuova speranza (prendendo in prestito da un’altra galassia lontana) che in questo delicato periodo storico sembra compromessa irrimediabilmente. Non poteva esserci biglietto da visita migliore per il suo ingresso nel genere, aspettando al varco il suo approccio diretto alla prosa dickiana e il confronto (amichevole) con le visioni scottiane: Blade Runner 2049.

Davide Cantire, da “sentireascoltare.com”

 

 

Come era accaduto per Enemy, la fonte letteraria che ispira l’ultimo film di Denis Villeneuve, diventa una riflessione personalissima sulla memoria, totalmente svincolata dalle sue origini e coerente con il percorso del talentuoso cineasta canadese. Arrival ha tra l’altro più di un punto di contatto con l’universo circolare che Villeneuve si è inventato partendo dal romanzo di Saramago ed è quindi un film altrettanto palindromo, intimo e sospeso sull’abisso del nucleo famigliare, specchio attraversato da entrambi i lati in tutta la sua filmografia. Che tipo di science fiction è quella di Villeneuve allora, alla vigilia del suo Blade Runner prodotto da Ridley Scott? Dovessimo far fede alle suggestioni visive, ai motivi grafici e ad alcuni topoi narrativi, non finiremmo di allineare riferimenti su riferimenti, ma Arrival non cade nella trappola di quella fantascienza filosofica che, per esempio, con Christopher Nolan cerca di tradurre il pensiero scientifico nell’immagine recintata dalla parola e dai concetti, perché l’esplorazione di un linguaggio durante tutte le fasi di apprendimento, qui diventa  ricerca combinatoria e aperta tra luce e oscurità, immagine e pensiero, materia immaginale e memoria. Rispetto a quello di Kate Macer , il percorso della dottoressa Louise Banks (Amy Adams) sembra attraversare lo stesso tunnel senza quel “terrore del girovagare” che mette al muro l’agente dell’FBI, mentre il suo dirigersi verso la luce ha una qualità ugualmente accecante rispetto al buio assoluto che sperimentiamo in Sicario. La “bestia” che sovrasta il globo attraverso dodici diversi siti sembra occupare la stessa posizione perturbante della forza invisibile nascosta nelle viscere del Messico e l’apparizione degli eptapodi crea lo stesso spaesamento percettivo provocato dai ragni che sovrastano Toronto immersa nella nebbia. Come in tutti i suoi film, Villeneuve entra ed esce da uno stato all’altro fino ad individuare ulteriori aperture in quell’apparente avvitamento della memoria e dello sguardo su se stessi. Non importa se la dimensione è quella onirica oppure la tirannia del ricordo, perché entrambi i lati sono leggibili e possibili come il nome di “Hannah”, la figlia della dottoressa Banks sospesa tra la vita e la morte. E quell’esperienza di essere già morti che il Cinema ripete continuamente, viene osservata e riattivata da Villeneuve davanti e dietro ad uno schermo, con un lavoro sulla memoria e sul montaggio che dialoga con il cinema di Nicolas Roeg in modo più profondo rispetto al decòr Kubrickiano che gli si vorrebbe attribuire. Passato e presente, come nella genealogia della famiglia Marwan, si influenzano a vicenda senza assumere una connotazione evolutiva e binaria, tanto che quello slittamento di senso individuato con Incendies attraverso una lettura orizzontale del montaggio parallelo, viene riproposto da una prospettiva che parla il linguaggio dei sentimenti e della fisica nello stesso modo in cui il cinema di Chris Marker e quello di Hollis Frampton collegavano storia, memoria, metamorfosi della natura e inconscio all’immagine cinematografica. Palindrome di Frampton, film astratto e traduzione “chimica” del biomorfismo per come lo aveva codificato Alfred Barr, ci è sembrato un tassello del puzzle, non solo per le figurazioni astratte prodotte dagli alieni come fossero inchiostro nell’acqua, così vicine alle emulsioni palindrome dello sperimentatore americano, ma anche per il modo in cui queste dialogano con la metamorfosi della natura fotografata con spirito quasi “Malickiano” da Bradford Young (suo lo splendido lavoro per “A most violent year” di J.C. Chandor), attento a rilevare forme archetipiche nei fenomeni biologici, sopratutto quando documenta l’esperienza di Hannah con la vita. Questa fusione tra biologico e tecnologico, vicina per certi versi alla natura già tecnologizzata di certa fantascienza e che Scott in Prometheus ha abbondantemente percorso, diventa con Arrival elemento allusivo, mai esplicito e totalmente riallocabile, per come si innesta nelle nostre vite. Villeneuve allora non è interessato a individuare quel momento apicale in cui è possibile influenzare il futuro, al contrario rileva un punto cieco e indicibile, una prospettiva da cui è possibile guardarsi a distanza, senza conoscere, ed è in quella dimensione così sintetica ed infinitamente possibile che si può operare una scelta.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

 

Un ritorno alla fantascienza umanista, alla fantascienza del dialogo, del “un altro mondo è possibile”, anche perché di mondo non c’è solo il nostro. Talento già acclarato e poliedrico, il canadese Denis Villeneuve con Arrival realizza una sci-fi umanissima, che gioca tematicamente – e drammaturgicamente – col tempo, non lineare, per ribadire il nostro libero arbitrio, con tutto ciò che comporta, dolore in primis: la perdita di una figlia, la fine, se non di un amore, di un rapporto di coppia. Nonostante tutto, le incomprensioni geopolitiche, il razzismo, il “prima gli umani” (vedi, “prima gli italiani”), Arrival postula e predica laicamente la possibilità del win-win, di un gioco non a somma zero, in cui il linguaggio e la scienza possano dire la loro, possano realizzare – dopo il dare il nome alle cose: “human” – il secondo privilegio dell’essere umano: l’accoglienza. Accoglienza del diverso, l’alieno, qui un eptapode, ovvero un gigantesco polpo a sette zampe, ma anche accoglienza del proprio destino, dell’antico fato: homo faber della propria sorte, anche quando la conosciamo già, perché l’abbiamo pre-vista nel futuro, e non saranno solo rose e fiori.

Non c’è più spazio per computer ribelli, soprattutto non c’è più senso per monoliti sfacciatamente lucidi, con gli angoli taglienti e l’inintelligibilità per assunto, qui la superficie del guscio alieno, anzi, dei 12 gusci piovuti sulla Terra è ruvida, non presenta alcun angolo e non è contenitore vuoto: servono intelligenze smussate, concave per accogliere, e qui la politica e gli eserciti mostrano tutta la propria inadempienza. Restiamo umani, verrebbe da dire, e ognuno ricordi quel che può, quel che vuole.

La linguista è la solita Amy Adams piena di grazia, lo scienziato un ottimo Jeremy Renner, il colonnello che li assolda Forest Whitaker: un triangolo di cui la Adams saprà fornire la cerchiatura buona per intendere gli alieni e, forse, salvarci. Salvarci non da loro, ma da noi stessi: fantascienza umana e umanista perché centripeta, riflessiva, non distopica, semmai utopica.

Vi torneranno in mente tante cose, da Gattaca a Inception, soprattutto, tirerete un sospiro di profondo sollievo per le sorti magnifiche e progressive del sequel di Blade Runner, affidato a Denis Villeneuve, di cui Arrival oltre alla perizia tecnica – meravigliosa la fotografia di Bradford Young, gattachiane ed emotivamente pregne le musiche dell’abituale Jóhann Jóhannsson – testimonia lo spessore – sì, tocca ripeterci – umanista, l’attenzione introspettiva, la delicatezza nel trattare gli “affari di cuore”, la capacità di dare al genere – ricordate Sicario? – il voltaggio morale e i crismi del cinema d’autore.

L’invasione aliena porta con sé la necessità di evadere da noi stessi, dai nostri interessi particolari, dalle ragioni di Stato, dal gioco in difesa o in attacco per perseverare nel dialogo, per – letteralmente – aprirci all’altro: i tentacoli disegnano, il colore comunica, il sacrificio e il dono sono contemplati. Anche da noi?

Estrema forza di Arrival, sceneggiato da Eric Heisserer a partire dal racconto di Ted Chiang Story of Your Life, sta nel lirismo scevro di stucchevolezze, emozione senza piagnisteo, umanesimo senza buonismo: non ha fretta Villeneuve, non ha mezzucci, né facili entusiasmi da gettare in platea, ma il suo punto di arrivo è fertile, ottimo.

Voto: 4 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

 

Quando misteriose astronavi atterrano in vari punti del pianeta, una squadra speciale, diretta dalla linguista Louise Banks, si riunisce per studiare la situazione. Mentre l’umanità è sull’orlo di una guerra globale, Banks e la sua squadra lottano contro il tempo alla ricerca di risposte. Per trovarle Banks azzarda una scelta che potrebbe mettere in pericolo la sua vita e forse l’esistenza dell’umanità.

Se è vero che il linguaggio è “la base della società umana” (come sostiene Louise – Amy Adams –), il nuovo film di Denis Villeneuve è una rivincita dell’Umanesimo su tutti i tecnicismi e i saperi scientifici duri e puri. Dopo l’apprezzatissimo Sicario (considerato da molti come il miglior film del 2015), il regista canadese ci porta in una realtà altra e in un genere completamente diverso. Siamo in un futuro prossimo , in un tempo imprecisato ma che potremmo dire quasi contemporaneo. Louise Banks è una brillante docente universitaria a cui tuttavia è capitata una tremenda disgrazia: la morte per tumore della sua giovane figlia (ci viene mostrato tutto con una sequenza nei primi dieci minuti di film). Quando perciò a minuto undici giungono sulla Terra dei misteriosi (e giganteschi) oggetti non identificati, la protagonista non sembra particolarmente turbata (forse il dolore per la perdita è ancora fresco?). Nel suo mestiere è una tra gli studiosi più brillanti di linguistica, tanto più che quando giunge un colonnello dell’esercito a chiederle di collaborare, sappiamo che ha già lavorato come interprete per il Pentagono. La sua collaborazione questa volta consiste nel cercare di decifrare la lingua di queste creature sconsciute e capire il motivo della loro visita. Si tratta di un compito arduo e che richiede tutto il suo sapere, poiché mancano totalmente le coordinate linguistiche e semantiche per poter capire ciò che dicono. A collaborare è convocato anche un fisico, Ian (Jeremy Renner), e già dai primi scambi con la linguista si percepisce un certo attrito fra i due: quel classico muro che, da Cartesio in poi, separa nettamente saperi scientifici e saperi filosofico/umanistici. Grazie alla sua sensibilità Louise riesce pian piano a capire e interpretare la lingua scritta degli Eptapodi (detti così in quanto creature gigantesche a sette zampe), fatta di cerchi concentrici e schizzi d’inchiostro. Si tratta di una scrittura che è in grado, con un solo cerchio, di esprimere concetti complessi, di inserire (concedetemi i tecnicismi) in un unico grafema tutta la semantica del periodo.

Ci sono diversi aspetti in questo film che rispecchiano in maniera netta e chiara il periodo che oggi stiamo vivendo. Anzitutto vi è l’aspetto del diverso, dello straniero: la nostra incapacità (talvolta reciproca) di comunicare e comprendersi. Qualcosa con cui non riusciamo a entrare in contatto ci fa subito paura. Inutile dire che l’arrivo di queste gigantesche strutture (dodici in tutto, sparse sulla Terra) e il panico da parte dei vari governi, rievoca scenari attuali, specialmente nell’UE, in cui ogni Stato agisce come meglio crede rispetto al fenomeno migratorio. In secondo luogo l’alieno in sé per sé: si tratta di esseri in grado di cogliere al volo ragionamenti estremamente complessi, ma non quelli semplici o singoli. E’ un alieno buono, (un po’ alla E.T. di Spielberg, seppur con livelli di inquietudine superiori a quelli del piccolo alieno, ma non certo violento e splatter come l’ Alien di Ridley Scott) un alieno che viene sulla Terra per “aiutare” gli esseri umani. Fatto che di per sé insospettisce, ovviamente, gli umani, abituati come sono, per loro natura, a diffidare di qualsivoglia atto di generosità. Il dubbio sorge spontaneo: forse che l’autore ritiene che la società attuale non sia in grado di affrontare la complessità con la dovuta preparazione e dunque, di diffidare a priori di tutto per insicurezza e ignoranza? E’ possibile. Sta succedendo. Infine, (e forse questo è l’aspetto più importante) si affronta il concetto di Tempo. La scrittura degli alieni implica, proprio per la ricchezza di contenuto di ogni singolo segno, un approccio completamente diverso alle questioni della vita: come il loro segni, che sono circolari, anche la concezione del tempo per loro è circolare. Tuttavia l’uomo non ha sempre avuto un’idea lineare del tempo: anche gli antichi (dalla Grecia fino all’India) hanno avuto un approccio circolare, e le loro filosofie testimoniano un modo diverso di affrontare la complessità; metodi che forse, per ansia di tecnicismo, abbiamo dimenticato.

Una pellicola notevole, seppur con qualche difetto di un certo cinema americano: sul finale il tempo – cosa curiosa – è stato accellerato forse un po’ troppo, e magari Villeneuve avrebbe potuto prendersi più spazio per approfondire quest’ultimo concetto (se solo non l’avesse già fatto Nolan con Interstellar!). A parte qualche situazione forse più “telefonata”, il film è efficace, non foss’altro perché offre una Visione, un immaginario che oggi, per desiderio di fedeltà al reale, si tende a non sfruttare. Il cinema è un campo che richiede fantasia onirica e immaginativa, e l’opera di Villeneuve risponde perfettamente a questa esigenza.

Voto: 8 /10

Maria Vittoria Novati, da “storiadeifilm.it”

Che il canadese Denis Villeneuve fosse ormai diventato uno dei registi più interessanti degli ultimi quindici anni l’avevamo capito da un pezzo, sicuramente a partire dal formidabile Polytechnique (2009). Ora che, dopo aver sperimentato il revenge movie (Prisoners), il thriller psicologico (Enemy) e il crime (Sicario) con grande maestria, Villeneuve si appresta a dare un seguito a Blade Runner, la visione di Arrival, suo primo film di fantascienza presentato in concorso a Venezia 73, ci lascia ben sperare per un progetto abbastanza rischioso. Uno scienziato (Jeremy Renner) e una linguista (Amy Adams) sono reclutati dall’esercito per aiutarli nel decifrare le intenzioni una flotta di astronavi aliene giunte sulla Terra da chissà dove e atterrate in diverse parti strategiche del nostro pianeta. Le astronavi, che lievitano immobili a pochi metri da terra, sono dei gusci levigati giganteschi apparentemente senza varchi d’accesso e al cui interno ogni legge fisica a noi conosciuta viene confutata.

Gli extraterrestri sono invece degli enormi ectapodi che comunicano attraverso cerchi di inchiostro spruzzati dalle estremità dei loro tentacoli. Sono venuti in pace o con l’obiettivo di attaccarci? Questo il compito dei due luminari, i quali, senza saperlo, intraprenderanno un viaggio interiore alla ricerca del vero significato del nostro essere nel mondo e del mistero dell’universo, attraverso l’incognita se la conoscenza sia prerogativa della scienza o del linguaggio. Sulla scia della fantascienza filosofica che da 2001: Odissea nello spazio ci porta fino a Interstellar, Arrival è un film affascinante e coinvolgente che si dipana lungo due piani temporali distinti ma che si confondono senza che ce ne accorgiamo. Si potrebbe pensare a un Villeneuve in fase spielberghiana. Niente di più sbagliato.

Così come qualcuno potrebbe criticare il regista di La donna che canta di aver cercato di emulare Christopher Nolan. Errore. Villeneuve è un regista con una sua visione e una sua idea di cinema ben precisa e Arrival ne è l’ennesima dimostrazione. Attraverso una colonna sonora potentissima e un immaginario fantascientifico originale ed estremamente realistico, Arrival ci fa sprofondare in un viaggio dell’inconscio che, attraverso la metabolizzazione dell’amore e una traslitterazione dei sentimenti, ci dice cose nuove sul cinema e su noi stessi. Non è un film facile, Arrival, ma con l’aiuto dei codici del genere e il ritmo sostenuto che sa infondergli Villeneuve arriva al cuore e alla mente anche di coloro che pensano di aver perso per strada alcuni pezzi.

Voto: 4 / 5

Marco Cacioppo, da “nocturno.it”

 

Non avevamo ancora rimesso a punto le nostrepercezioni visive, che avevano reagito come di fronte a lampi accecanti alla visione, lo scorso anno, di Sicario, che Villeneuve ha immediatamente rilanciato la sua voglia di sorprendere con un film quasi opposto, per luce, ambientazione, stile, personaggi, plot.  Da uno script dello sceneggiatore Eric Heisserer, tratto dal racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang, nasce questo Arrival, fantascienza un po’ cupa, e un po’ “sporca” (come la definisce il regista) che sembra costringerci continuamente all’operazione opposta di Sicario: se lì la fotografia di Roger Deakins ci spingeva sempre più dentro un universo abbagliante ed esplosivo, come un qualcosa che i nostri occhi potessero vedere ma non “accettare”, come se fosse un lungo tunnel dell’orrore, in Arrival la luce sembra via via scomparire, la nebbia e le nuvole nere sembrano quasi un tutt’uno con questi 12 incredibili oggetti di 450 metri di altezza che arrivano sulla Terra, silenziosi (all’esterno) , affascinanti (per qualcuno), inquietanti (per altri).

arrival amy adams jeremy rennerChi sono questi misteriosi visitatori? Perché sono giunti da noi? Cosa vogliono?

Tutte domande che gli abitanti e i governanti delle diverse nazioni della Terra si fanno, ma che non sono in grado di porre agli alieni. E qui entra in gioco la studiosa di linguaggio Louise (Amy Adams) che, in compagnia del fisico Gary Donnelly (Jeremy Renner) verrà messa a capo del gruppo di lavoro che, con tempi ristrettissimi, cercherà di studiare e di capire il linguaggio dei “nuovi venuti”.

Per entrare in contatto con questi Eptapodi (esseri da sette zampe o piedi) i due studiosi dovranno entrare dentro questo gigantesco “confetto nero”, inizialmente attraverso una scala mobile, ma poi, alleggeriti improvvisamente della “gravità” terrestre, potranno arrivare di fronte a questo enorme “muro” trasparente, come un vetro di un grande acquario, dietro il quale si celano e poi si mostrano i due alieni.

arrival forest whitaker amy adams jeremy rennerVilleneuve è abbastanza colto cinematograficamente per sapere che film come Incontri ravvicinati del terzo tipo e Contact costituiscono un immaginario comune e forte per lo spettatore, pertanto riferimenti visivi e sonori ai due film non sono neanche malcelati.  Soprattutto il film di Zemeckis sembra costituire una sorta di remake al contrario, laddove lì era la figlia (Jodie Foster) che grazie al “contatto” con il mondo alieno riusciva a ritrovare suo padre morto, mentre in Arrival la protagonista, che ha perso per una grave malattia la figlia, si ritroverà, proprio grazie agli alieni, a rivivere come irresistibili flashback, alcuni momenti belli e meno belli della sua vita con la bambina.

Intorno a uno scenario da “guerra mondiale”, dove i grandi Stati fanno a gara per mostrare al mondo chi è più deciso a contrastare questi nuovi venuti, il film si costruisce il suo cuore battente proprio all’interno del personaggio di Louise, che dovrà riuscire e entrare in contatto con gli alieni, a costo di dover mettere in discussione il suo modo “antropologico” di pensare e sentire…

arrival jeremy rennerSiamo di fronte alla “teoria della relatività” della Linguistica moderna. “La teoria di Sapir-Whorf afferma che se si inizia ad imparare una lingua, si inizierà a sognare e anche a pensare in quella lingua. A circa metà del film, apprendiamo che loro riescono a scrivere una frase simultaneamente con entrambe le mani. Conoscono la fine della frase mentre stanno scrivendo il suo inizio. Mentre Louise cerca di scrivere nella loro lingua alla sua maniera, le sinapsi del suo cervello iniziano a collegarsi con il linguaggio e con il suo modo di pensare. Più impara il loro linguaggio, più i suoi pensieri diventano confusi. Inizia ad avere non proprio interruzioni psicotiche, quanto vividi flashback del suo passato. Perché questo linguaggio le porta alla mente ricordi della figlia che ha perso?” (Dennis Villeneuve).

Il linguaggio ci cambia. E ci può mettere in contatto non solo con gli “altri” ma, anche, con parti di noi nascoste o dimenticate. E nell’angolo sperduto del nostro io ci troviamo a confrontarci con la presenza invisibile, all’inizio della vita, poi sempre più incombente della morte.

Ecco, questo “contatto con la morte”, quello di Louise con la figlia perduta, si trasforma in un “contatto con la vita”, perché riuscirà attraverso questa sua mutazione a rivivere esperienze del passato come del futuro, saltando i nostri piani spazio temporali, in una dimensione nuova dove non ci sta quasi distinzione tra l’onirico e il reale.

arrival jeremy renner amy adamsAlla fine Arrival, come i migliori (o i più ambiziosi) film di fantascienza “per adulti”, pone gli interrogativi filosofici di sempre, Villeneuve li riassume così:Cosa succederebbe se sapeste in che modo state per morire e quando morirete? Quale sarebbe il vostro rapporto con la vita, l’amore, la famiglia gli amici e la vostra società? Essere maggiormente in relazione con la morte, in modo intimo con la natura della vita e le sue sfumature, ci farebbe diventare più umili. L’umanità adesso ha bisogno di questa umiltà.

Un piccolo film, quasi intimo, ricco di effetti speciali, è una totale contraddizione, eppure questo film sembra infischiarsene, rischiando di scontentare gli appassionati della classica SCI-FI da un alto e gli amanti del film d’autore dall’altro. Perché non cede al lirismo, né all’esplosione catartica degli effetti speciali. Resta lì, nel guado dei generi, film per certi versi inaccettabile, troppo colto per essere un film Hollywoodiano e troppo Pop per essere un film d’arte.

E’ un film dannatamente umile che chiede a noi spettatori di esercitarci sullo stesso piano morale. Chissà se sono i sogni che ci caratterizzano in quanto umani…

Ma forse, oggi, il pubblico si aspetta altre cose…

Federico Chiacchiari, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Louise Banks, linguista di fama mondiale, è madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Ma quello che crede la fine è invece un inizio. L’inizio di una storia straordinaria. Nel mondo galleggiano dodici navi aliene in attesa di contatto. Eccellenza in materia, Louise è reclutata dall’esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly. La missione è quella di penetrare il monumentale monolite e ‘interrogare’ gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma l’incarico si rivela molto presto complesso e Louise dovrà trovare un alfabeto comune per costruire un dialogo con l’altro. Il mondo fuori intanto impazzisce e le potenze mondiali dichiarano guerra all’indecifrabile alieno.

Alla domanda se la Terra è il solo luogo ad ospitare la vita, il cinema ha risposto sovente grossolanamente. È difficile allontanarsi dai modelli fondatori in materia di esplorazione spaziale, più arduo eluderne i cliché. Avventurarsi nello spazio, uscire dai sentieri battuti e scrivere una storia radicalmente nuova è impresa (quasi) impossibile ma perseguita e generatrice di emuli a profusione. Ma la prima volta di Denis Villeneuve in assenza di gravità è di quelle che non si dimenticano.

Senza rivoluzionare l’immaginario della science-fiction, l’autore canadese evoca un concetto e gli dona una forma. Dalle parti di Spielberg (Incontri ravvicinati del terzo tipo) e di Zemeckis (Contact) piuttosto che dei blockbuster di Roland Emmerich, Arrival non affronta la questione della fine del mondo, niente battaglie sanguinose o confronti militari, uomini e alieni questa volta provano a comunicare e a comprendersi.
Se il tema è dato (e visto), Villeneuve aggiunge una dimensione supplementare interrogandosi sulla nostra maniera di comunicare. In attesa di ultimare il sequel di Blade Runner, debutta nel genere e realizza un dramma fantascientifico intimo che contempla il côté umano, già al cuore di Gravity e di Interstellar.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

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