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Vinicio Capossela – Nel paese dei coppoloni

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“Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?”  E’ questa la domanda ricorrente che si pone il viandante-narratore nelle terre dei padri, nelromanzo pubblicato da Feltrinelli nel 2015 in cui Vinicio Capossela si tuffa nella terra dei suoi avi (è nato ad Hannover il 14 dicembre 1965, ma da tempo si riconosce ed esplora le sue radici irpine, le sue origini ancestrali) e  procede con il passo dell’iniziato, lo sguardo affilato, la memoria pop. Si considera un perdente per scelta, quasi per passione, ma intanto fa strage di fan. Non solo nell’universo musicale.
Dopo il successo del suo ultimo libro, Vinicio Capossela approda infatti, in occasione dei 25 anni di carriera, al cinema con un’opera originale e inedita che accompagna lo spettatore proprio in quel “Paese dei coppoloni” che aveva ammaliato tutti i suoi lettori. Questa produzione cinematografica Laeffe, PMG e La Cupa debutterà sul grande schermo con un evento speciale martedì 19 e mercoledì 20 gennaio 2016, distribuito da  Nexo Digital.
Il Lavoro è un viaggio cinematografico – geografico, musicale e fantastico – narrato, cantato e vissuto in prima persona da Vinicio Capossela, in quel territorio giacimento di culture, racconti e canti (l’alta Irpinia, terra d’origine dei genitori di Vinicio si trasforma in un luogo ideale e reale allo stesso tempo) che hanno ispirato l’ultimo romanzo dell’artista e da cui trae linfa il materiale del suo prossimo disco di inediti (la colonna sonora originale del film anticipa cinque muovi brani dal suo prossimo lavoro discografico, “Canzoni della Cupa”, la cui uscita è prevista per il 2016.). Un mondo che la Storia ha seminterrato, ma che fa sentire l’eco e il suono se gli si presta orecchio e ci si dispone al sogno.
Diretto da Stefano Obino, Vinicio Capossela. Nel paese dei Coppoloni si svolge in “quelle terre dell’osso” in cui “un paese ci dice di tutti i paesi del mondo”, tra trivelle petrolifere e case abbandonate, pale eoliche e vecchie ferrovie, boschi, animali selvatici e paesaggi incontaminati. Sono questi i luoghi in cui l’ispirazione letteraria e musicale di Vinicio Capossela è diventata realtà, Restituendo il ritratto di un’Italia forse perduta e dimenticata, ma che ancora oggi vuole raccontare la sua storia e la sua energia: le voci, i volti, i personaggi, le tradizioni popolari, gli sposalizi, le musiche che percorrono le vene dei sentieri della Cupa, le litanie delle mamme-nonne, le cumversazioni in piazza, le chiacchiere dal barbiere, le passeggiate sui sentieri dei muli, la Natura selvaggia e resistente.
Un luogo immaginario che diventa reale, uno spazio fisico che si trasforma in pura immaginazione. Un’occasione unica per seguire il musicista viandante in questo viaggio a doppio filo sul fronte della musica e del racconto in un mondo che affronta ormai da 15 anni, accompagnati da una colonna sonora che, oltre ad anticipare alcuni inediti, brilla di performance live di classici come Il ballo di San Vito e La marcia del camposanto fino al tributo a Matteo Salvatore, “straordinario cantore dello sfruttamento nel latifondo meridionale”.
Nel paese dei coppoloni è prodotto da laeffe,  PMG e LaCupa  e distribuito nei cinema italiani da  Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio DEEJAY e MYmovies.it. Regia di Stefano Obino. Testi, parole e musica di Vinicio Capossela. Produttori: Riccardo Chiattelli per laeffe – Gruppo Feltrinelli, Roberto Ruini per PMG – Pulsemedia Group, Luca Bernini per La Cupa.

Voto 8

Giovanni Ballerini, da “scanner.it”

 

 

Alta Irpinia, oggi. Nato nel ’65 in Germania da emigranti della provincia di Avellino, il cantautore Vinicio Capossela, in vesti di viandante contemporaneo, racconta alla macchina da presa il proprio ritorno in quel territorio, alla ricerca appassionata di persone e musica: da catturare, decriptare, rielaborare.
Nell’immaginazione dello sceneggiatore Capossela, i coppoloni sono gli abitanti del paese di Cariano, investiti di un’aura divina perché situati in alto, più vicini al cielo ma anche alle intemperie, e perciò costretti a coprirsi bene la testa. Poi, per traslato, il termine si estende a tutti quelli che hanno dovuto lasciare quella terra per riscattarsi dalla miseria e mettersi a servizio di fabbriche e guerre. Il titolo è quindi solo la scintilla di un’opera originale e seducente, al quale sta stretta ogni classificazione di genere, nonostante l’evidente prossimità al documentario etnografico.
Il film di Stefano Obino segue la traccia del romanzo Il paese dei coppoloni (Feltrinelli, 2015), scritto dallo stesso musicista con una lingua corposa e affilata, antica e terragna: sono racconti di mito ancestrale, storie di emigrazione, riti agresti. Da questo riprende dodici “stazioni”: Il viandante, Le mammenonne, Ciccillo, L’aufido Ofato, La ferrovia, Il paese dell’eco, Matalena, Sicuranza, Testa di Uccello, I sentieri della Cupa, La Banda della Posta, Gli sposalizi. Paesaggi e persone inscindibili dalla creazione delle Canzoni della Cùpa (il nuovo disco di Capossela, in uscita a marzo). Non è una sorpresa ritrovare sul grande schermo una tale stratificazione di sensi e spunti: più volte riconosciuta dal Club Tenco, l’opera di Vinicio Capossela, che ha da poco toccato i 25 anni di attività, possiede notoriamente una poetica riconoscibile, una cura particolare per la parola e trova ispirazione nella forza universale della letteratura. Ma è comunque una bella sorpresa, soprattutto in tempi in cui l’uscita di film musicali “evento” in sala è spesso sinonimo di marketing discografico.
Frutto di una meditata lavorazione, Nel paese dei coppoloni infatti ibrida musica e storia, prende come guida e interprete il suo protagonista e lo illumina attraverso il filtro della cultura contadina, di cui egli stesso sente il richiamo potente. Il punto di vista della macchina da presa ha la stessa curiosità attenta di Capossela: scovare l’invisibile dietro il visibile, accendere la visione a partire dalla materia (qui principalmente i canti della tradizione, comuni ad ogni cultura), intercettare le stratificazioni del tempo, il linguaggio della Natura. Ci sono gli elementi naturali – fuoco e acqua, vento e pioggia, luce e buio, terra e cielo, uomo e animale – e ci sono le vite e le facce di tanti “cristiani” umili e mitici al tempo stesso, quelli rimasti dopo il terremoto del 1980. Che oggi vivono, in un contrasto stridente, tra la vecchia, “fondativa”, ferrovia e quelle modernissime pale eoliche che spezzano l’orizzonte.
Cairano è paese vicino a Calitri, luogo d’origine del padre di Capossela, nonché quartier generale dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui ideata nel 2013 e alla creatività del quale si deve una delle immagini più potenti del film: la trebbiatrice/nave volante che il cantante e polistrumentista cavalca come un nuovo Don Chisciotte senza lancia.
Di certo Nel paese dei coppoloni, che pure ne distilla i brani tra una scena e l’altra, non è mero veicolo promozionale del disco di inediti in arrivo. Le canzoni anzi sono scheletro e correlativo oggettivo delle immagini. Prova ne è anche l’uso parco di momenti d’impetuoso live, nello stile teatrale e generoso del performer di “Ovunque proteggi”, presi dall’ultimo tour. Il film accompagna e contestualizza cioè il nuovo lavoro discografico ma è corpo a sé, sorta di saggio di antropologia che, utilizzando in modo funzionale le immagini d’archivio home made (i matrimoni, la costruzione della ferrovia), si concede la libertà di molteplici registri, rincorrendo la molteplicità espressiva e la curiosità linguistica del suo autore/protagonista: ripreso al tavolo di casa, in scorci di epopea western, o in momenti di canto e socializzazione. Dove questi ultimi sanciscono la separazione drammaticamente perduta tra tempo del lavoro e tempo della festa. Nel paese dei coppoloni quindi è oggetto filmico peculiare per la profondità con cui intreccia locale e globale, ricerca musicale e indagine storica e esistenziale (scandita da tre interrogativi ripetuti dalla voce di Vinicio: “Chi siete? A chi appartenete? Cosa state cercando?”).
Già felicemente complice di Andrea Segre nel contesto greco di Indebito, Capossela si conferma grande affabulatore e trasformista. E con questo film si mette letteralmente allo specchio, si confronta rispettoso con l’epica dei propri avi e con se stesso, per farne nuova materia.

Raffaella Giancristofaro, da “mymovies.it”

 

 

Vinicio Capossela all’ennesima potenza. Anzi, Vinicio Capossela, e basta. Questo è Vinicio Capossela, oggi, a venticinque anni dal suo esordio, uno dei rari esempi di artista italiano non derivativo, originale, con una voce propria, una poetica propria, un immaginario riconoscibile e facilmente decodificabile da tutti. Intendiamoci, non un artista per tutti, per stratificazione del linguaggio e, anche, per questione di gusti. Ma un artista.

In vista dell’uscita del suo film, Vinicio Capossela- Nel Paese dei Coppoloni, nato dall’omonimo libro e anticipatore dell’album Le canzoni della cupa, previsto per marzo, abbiamo assistito a una anteprima stampa, e la visione di questo film è un’esperienza da consigliare. Capossela è un affabulatore. Solitamente lo è in musica, ma lo è anche quando si tratta di parlare, di scrivere, di raccontare a voce. Dopo essere stato, legittimamente, paragonato a Tom Waits, nel momento del suo esordio, Capossela ha intrapreso un percorso nella musica della nostra tradizione, dove per nostra si intende l’Italia, certo, ma nello specifico il meridione, il suo meridione, e anche il Mediterraneo.

Come un antropologo, ma forse ancora di più come un rabdomante che cerca acqua per dissetarci, Vinicio ci porta a spasso per l’Alta Irpinia, tra storie di paese, miti nuovi e miti antichi, ancestrali, musiche, personaggi bizzarri e veri, dannatamente veri, dialetti a volte incomprensibili, a volte così stretti da risultare chiari, come solo grazie alla musica può capitare. E la sua musica segue lo stesso percorso del suo racconto, senza pretese di modernità, come invece, per dire, succede ormai alla Notte della Taranta. Vinicio si è guardato indietro, in un indietro che forse non era neanche il suo indietro, ma l’indietro dei suoi avi, e si è trovato in forma compiuta, definitiva.

Guardare Nel paese dei coppoloni, sentire le musiche del film, la colonna sonora naturale, le chiacchiere, le canzoni tradizionali, le canzoni inedite, è un po’ come perdersi dentro le rughe e le cicatrici di certi anziani che, in effetti, solo in certi angoli d’Italia è ormai possibile incontrare. Capossela, per trovarsi, è dovuto andare in un luogo abbandonato da quella che, vai poi a capire perché, chiamiamo civiltà. Luoghi che, a ben vedere, sono stati civilizzati in tempi tanto antichi da essere diventati quasi parte del mito stesso. Impossibile, oggi, pensare qualcun altro credibile in quei panni da pastore, da contadino, da uomo dei tempi andati.

Credibile perché vero. Credibile perché compiuto. Nel paese dei Coppoloni è il racconto di un paese reale, così si ama definire la provincia, dove non c’è il filtro dei media e dello showbusiness, e un paese reale è reale perché c’è vita, c’è sacro e c’è pagano (non profano), c’è storia e c’è leggenda, e soprattutto c’è musica. Musica non per molti, probabilmente, ma di tutti. Gran bel film, Vinicio Capossela- Nel paese dei Coppoloni, scritto dal cantautore col regista Stefano Obino, anche a guardarlo solo come un film, cosa che in effetti non è. Grande location, il paese dei Coppoloni, grande fotografia, grandi storie, grande colonna sonora. Aspettiamo marzo, dopo la sbornia sanremese, per goderci Le canzoni della Cupa, sicuri che nel mentre Capossela sia in giro a cercare altri miti e altre storie, sempre per ritrovare se stesso.

Michele Monina, da “ilfattoquotidiano.it”

 

 

Vinicio Capossela narratore d’eccezione nel film Nel paese dei coppoloni, tratto dall’omonimo libro del cantante (edito da Feltrinelli), che arriverà nelle sale italiane in due uniche date: il 19 e il 20 gennaio. La pellicola, prodotta da Laeffe, PMG e LaCupa e distribuita da Nexo Digital è diretta da Stefano Obino.
Un viaggio cinematografico – geografico, musicale e fantastico – narrato, cantato e vissuto in prima persona da Vinicio Capossela, in quel territorio giacimento di culture, racconti e canti che hanno ispirato l’ultimo romanzo dell’artista e da cui trae linfa il materiale del suo prossimo disco di inediti. Un mondo che la Storia ha seminterrato, ma che fa sentire l’eco e il suono se gli si presta orecchio e ci si dispone al sogno.

Capossela racconta “quelle terre dell’osso” in cui “un paese ci dice di tutti i paesi del mondo”, tra trivelle petrolifere e case abbandonate, pale eoliche e vecchie ferrovie, boschi, animali selvatici e paesaggi incontaminati. Luoghi in cui l’ispirazione letteraria e musicale del cantante è diventata realtà, restituendo il ritratto di un’Italia forse perduta e dimenticata, ma che ancora oggi vuole raccontare la sua storia e la sua energia: le voci, i volti, i personaggi, le tradizioni popolari, gli sposalizi, le musiche che percorrono le vene dei sentieri della Cupa, le litanie dellemammenonne, le cumversazioni in piazza, le chiacchiere dal barbiere, le passeggiate sui sentieri dei muli, la Natura selvaggia e resistente.

Nel film, la sapiente fotografia di Aldo Anselmino esalta la potenza poetica del racconto di Capossela che per una volta non schivo di fronte alla macchina da presa si fa interprete di sensazioni e racconti che i luoghi gli trasmettono. E lo fa con il suo tocco, con il suo sguardo e ovviamente la sua musica che accompagna le immagini con cinque brani inediti del suo prossimo lavoro discografico, Canzoni della Cupa, la cui uscita è prevista per il 2016, oltre a includere performance live di classici come Il ballo di San Vito e La marcia del camposanto fino al tributo a Matteo Salvatore, “straordinario cantore dello sfruttamento nel latifondo meridionale”.

Pietro Tola, da “taxidrivers.it”

 

 

 

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