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Sully

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Nel 2009 un volo di linea appena partito dall’aeroporto LaGuardia, New York, fu colpito da uno stormo di uccelli che provocò un evento rarissimo: l’avaria di entrambi i motori. Grazie a una mossa diventata nota nelle cronache giornalistiche come Miracolo sull’Hudson, il capitano Chesley “Sully” Sullenberger, pilota con un’esperienza di quarant’anni, riuscì ad atterrare sul fiume che costeggia l’isola di Manhattan, portando in salvo tutti i 155 passeggeri a bordo e gli assistenti di volo. Ultimo a uscire dall’aereo che stava iniziando ad affondare, fu subito salutato come un eroe.

La storia che Sully racconta è però quella meno nota dei giorni di inchiesta a cui fu sottoposto Sullenberger, insieme al suo primo ufficiale, per verificare se la sua scelta fu la migliore o, invece, un rischio azzardato che avrebbe complicato la soluzione senza traumi dell’incidente, cosa evitabile atterrando in un altro aeroporto di zona, o tornando indietro al LaGuardia.

Il dubbio prende per un momento anche Sully, che però rivendica come la sua fosse l’unica cosa da fare per uscirne senza schiantarsi al suolo, alle prese con una situazione inedita, in cui mai nessuno si è addestrato. 208 secondi in cui presero il controllo gli automatismi di una vita nei cieli e la freddezza di chi aveva piena consapevolezza di quanto stava facendo. La stessa consapevolezza – inflessibile dirittura morale – Sully la porterà nell’aula della commissione d’inchiesta, senza urlare, facendo parlare la registrazione di quei momenti e la verità. I due piloti ascoltano le registrazioni con gli occhi che si fanno lucidi, in un momento in cui scaricano la tensione di un’accusa ingiusta che mette a rischio la loro carriera e l’onore. Una delle scene più toccanti di questo capolavoro sull’eroismo di una vita al servizio della cosa giusta, come tassello offerto sull’altare del bene comune.

Il film indugia nella dimensione privata di quei giorni: nelle stanze d’albergo in cui i piloti vissero, nelle loro chiacchierate notturne o nelle corse per una New York deserta quando non riuscivano a dormire. Un mondo ovattato in cui le famiglie arrivavano solo al telefono per qualche momento, così come barlumi della enorme esposizione mediatica a cui furono sottoposti, e a cui parteciparono timidamente. Tom Hanks è straordinario nel suo indossare la maschera dell’uomo (americano) comune, in passato appartenuta di diritto a James Stewart, in una delle migliori interpretazioni della sua carriera, sicuramente la più matura. A spalleggiarlo più che degnamente un baffuto Aaron Eckhart.

Clint Eastwood ha preso una storia buona per un action edificante e retorico e ha realizzato uno dei suoi migliori film, una parabola di straordinaria attualità sul fare con scrupolo assoluto il proprio lavoro, quale esso sia. A Sully riesce il miracolo del risveglio dall’incubo della New York post 11 settembre, cancellando la paura che viene dall’alto attraverso un ristabilimento della quiete nel cielo sopra Manhattan. Lo fa rivendicando il fattore umano, ma senza luddismo passatista, utilizzando anzi la tecnologia per dimostrare la facilità dell’uomo di abusarne. In un mondo in cui vince chi urla e impone la propria immagine, a prescindere dalla competenza, Sully suggerisce all’America di ripartire dalle piccole cose, dall’etica del lavoro di un uomo comune che si riconosce solo all’interno di un lavoro di squadra. “Voglio che tu sappia che ho fatto del mio meglio”, dice alla moglie al telefono.

Voto: 4,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Ha tutti i crismi del capolavoro civile il nuovo film di Clint Eastwood, Sully, fuori concorso al 34° Torino Film Festival e sicuro contender, a partire da Tom Hanks, ai prossimi Academy Awards.

Il 35esimo lungometraggio di Mr. Eastwood racconta una vicenda vera, già passata alla storia come Miracolo sull’Hudson: l’ammaraggio del volo U.S. Airways 1549 sul gelido fiume Hudson a New York, in seguito al grippaggio di entrambi i motori causato dall’impatto con uno stormo di oche canadesi, il 15 gennaio 2009.

Il comandante Chesley Sullenberger (Tom Hanks) alla cloche dell’Airbus A320, insieme al copilota Jeff Skiles (Aaron Eckhart), fece l’impresa: salvare tutte le 155 persone, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, a bordo. Dimenticate il comandante Francesco Schettino della Costa Concordia, Sully fu l’ultimo ad abbandonare il velivolo, dopo aver perlustrato la carlinga due volte per sincerarsi che nessuno fosse rimasto indietro: un eroe, celebrato a furor di popolo com’è giusto che sia. Oltre 50mila i messaggi di stima e tributo ricevuti.

Eppure, Eastwood non ha subito deciso di farne un film. Sully, questo il diminutivo di Sullenberger, dimostrò grande calma nell’emergenza, la sua decisione di abortire il rientro all’aeroporto internazionale La Guardia si rivelò giusta, la scelta dell’opzione ammaraggio pure, e la manovra fu effettuata con grande perizia: a non renderlo un robot, per giunta, sarebbero arrivati gli incubi, l’insonnia, lo stress post-traumatico.

Che cosa cercava Clint? Semplice, la conditio sine qua non per un film: il conflitto. “Il vero conflitto, per me, è arrivato dopo, quando – ha dichiarato il regista – le autorità per la sicurezza dei trasporti l’hanno interrogato sulle decisioni prese, sebbene Sully avesse salvato così tante vite”. Sono state le audizioni del National Transportation Safety Board sul forzato ammaraggio a far decollare Sully, peraltro su una rotta non dissimile da quella scelta da Robert Zemeckis per Flight, interpretato da Denzel Washington.

Per comprensibili motivi drammaturgici e patetici – la costruzione a incastro, tra flashback e flashforward è uno dei sicuri punti di forza – Eastwood ha accorciato la distanza temporale tra il salvataggio e le audizioni, ma non ha inventato nulla:  sull’eroe richiesto del perché e del percome delle sue gesta Clint ha ravvisato lo spettro del politically correct e non ha avuto alcuna pietà, regalando a Sully e a noi spettatori un grande film, capace di elogiare il tutti per uno nell’uno per tutti, la collettività nell’individualità eccelsa, l’unione solidale nella forza del singolo.

Non mancano, anzi, battute ironiche (il cocktail inventato per Sully, due dita di Grey Goose e uno spruzzo d’acqua, non si batte!), dialoghi fulminanti (non difettano nememno nelle sequenze da court drama vero e proprio), affidati a un cast in stato di grazia – oltre a Hanks e Eckhart, Laura Linney, Sam Huntington, Anan Gunn, Autumn Reser e via scorrendo – né l’elogio del senso di responsabilità, del fare bene il proprio lavoro, condizione necessaria e sufficiente, in fondo, perché si possa essere eroi. Ognuno di noi, ogni giorno.

Anarchico di destra, libertario collettivista, Clint fa di Sully un grimaldello anti-sistema, colui che rivendica il fattore umano contro gli algoritmi, le simulazioni al computer, la cieca efficienza e l’occhiuta indifferenza dei soloni e dei catoni. “Nessuno ci ha avvisati. Nessuno ci ha detto della perdita dei motori all’altitudine più bassa nella storia dell’aviazione”, rivendicò in aula Sullenberger. E vinse, tenendo a braccetto la verità dei fatti.

Coinvolgente, serrato, empatico, Sully evoca, anzi, pre-evoca l’avvento di Trump in questo assolo collettivo anti-sistema, soprattutto, riafferma il potere del cinema, dell’arte tutta, quale fatto politico, quale affondo ideologico, presa di coscienza etica. E lo fa nella cornice del film d’impegno civile e resilienza umana, il solo capace di ribaltare un quasi certo disaster movie in una success-story umanista. Avercene di Sully, avercene di Clint.

Voto: 4 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

“Molto di destra ma emozionante”, il primo commento a caldo che le mie orecchie hanno sentito uscendo dalla proiezione per la stampa. Una nota giornalista così commenta l’ultimo film di Clint Eastwood.
Sull'”emozionante” pochi dubbi. “Sully” è un lavoro che colpisce in maniera lieve e delicata il cuore, azzerando quasi completamente la sonante retorica che poteva scaturire dal ritratto di un eroe contemporaneo. Dove l’essere eroe consiste nel saper scegliere in pochi secondi quale è la cosa giusta da fare.
Ci sarebbe da aprire una parentesi che non saprei gestire sul “molto di destra” riferito ovviamente al regista. Ma tagliando cortissimo si potrebbe dire che l’affermazione è una totale stupidaggine e che a ragionare per certe categorie non solo si sbaglia il bersaglio ma pure ci si riduce a un modo di vedere i film che è fallace, miope e idiota.

Il film racconta una storia nota e una di cui molto meno si parlò nel 2009. Anno in cui il pilota Chesley “Sully” Sullenberger salvò la vita ai 154 passeggeri (più se stesso) dell’Airbus A320. L’aereo, partito da LaGuardia (nel Queens, New York) con destinazione Charlotte, dopo pochi minuti dal decollo venne colpito da uno stormo di uccelli (il cosiddetto bird strike) che mandò in blocco totale entrambi i motori. I 208 secondi che seguirono l’impatto furono sufficienti al capitano e al suo copilota Jeff Skiles per capire che non sarebbe stato possibile rientrare a LaGuardia e studiare una via di salvezza inedita e folle: ammarare nel fiume Hudson. Le immagini dell’aereo in mezzo al fiume di New York faranno il giro del mondo.
Meno nota la sottotrama delle indagini compiute dalle compagnie d’assicurazione per stabilire se la procedura scelta dai piloti fosse l’unica possibile o invece, come sembra, una mossa azzardata e formalmente sbagliata (poco importa, in tal sens,o il fatto che tutti fossero sopravvissuti).

A scanso di equivoci, sono poche le cose che non funzionano in questo film. Splendida la sceneggiatura, che sa dosare con alchemica precisione gli elementi della storia, aggiungendo accenni di commedia con alcune battute molto azzeccate, ma soprattutto togliendo tantissimo alla retorica tipica di questo genere di film e offrendo un taglio quasi “intimo” alla storia.
Splendido Tom Hanks, forse come non mai. Abbandona il suo viso sempre un po’ troppo da maschera buffa, per rendere l’incredibile sangue freddo del vero Sullenberger, una mimesi totale. Un lavoro, il suo, così raffinato che conferma la mirabile capacità di Clint Eastwood di dirigere gli attori.
In ultimo ovviamente la regia di quello “di destra”, che dimostra prima di saper gestire benissimo gli spazi ristretti della cabina di pilotaggio e dell’aereo, annullando qualsiasi effetto claustrofobico. E di gestire al meglio lo svolgersi del film. Perché poteva diventare molte cose, “Sully”, soprattutto l’ennesimo film a metà strada fra l’indagine giudiziaria e il dramma familiare, e invece rimane un film solido e compatto che racconta in un tono minore l’eroismo quotidiano di chi fa benissimo il proprio lavoro (qualunque lavoro sia, e qui sì una venatura perdonabile ma enfatica arriva nel finale).
Gli spazi ristretti, ma anche una New York contrapposta fra le riprese aeree e le geometrie gelide (nel senso invernale) delle strade fanno da cornice agli eventi. E un continuo montaggio alternato fa da collante, con la narrazione che si sposta in avanti (con le indagini) e indietro (rivedendo più volte i fatti sull’aereo).

Ci troviamo, dunque, di fronte a uno dei migliori film di Eastwood degli ultimi anni, sicuramente all’altezza della sua fama. Un film accostabile ai suoi vertici degli anni Novanta, quindi ai suoi migliori tout court. Il regista qui, come altrove, vuole raccontare un episodio che è allo stesso importante e unico nella storia (nessun pilota era mai riuscito in un atterraggio del genere) ma allo stesso tempo piccolo e quasi privato, tanto che insiste nelle ambientazioni d’albergo, nei momenti di comunicazione con la moglie. E in questo equilibrio, che regge da solo tutta la bellezza del film, si può trovare una delle chiavi di lettura. L’eroismo è un fatto individuale, è fare bene il proprio lavoro, è essere presente e pronto quando serve. E per il regista americano, oggi, è importante dire che ogni cittadino che fa il suo lavoro egregiamente, poliziotto, vigile del fuoco, è eroico. In questo non lascia nessuna ambiguità, non concede dubbi.

Il percorso di Clint Eastwood è noto e questo “Sully” ben si inserisce nella sua filmografia. In particolar modo per la forte componente umana. Come nei suoi film più riusciti, il protagonista è un uomo o donna che forte delle sue capacità sa esserci nel momento utile, sa discernere il giusto da ciò che non è giusto. Sa essere sicuro di aver fatto la cosa migliore, difendere le sue posizioni. Ma sa pure essere discreto e gentile, con la battuta pronta. Insomma, Sullenberger è l’eroe eastwoodiano per eccellenza. E “Sully” è un film potente.

Voto: 7,5 / 10

Alessandro Viale, da “ondacinema.it”

Il 15 gennaio 2009 un aereo della US Airways decolla dall’aeroporto di LaGuardia con 155 persone a bordo. L’airbus è pilotato da Chesley Sullenberger, ex pilota dell’Air Force che ha accumulato esperienza e macinato ore di volo. Due minuti dopo il decollo uno stormo di oche colpisce l’aereo e compromette irrimediabilmente i due motori. Sully, diminutivo affettivo, ha poco tempo per decidere e trovare una soluzione. Impossibile raggiungere il primo aeroporto utile, impossibile tornare indietro. Il capitano segue l’istinto e tenta un ammarraggio nell’Hudson. L’impresa riesce, equipaggio e passeggeri sono salvi. Eroe per l’opinione pubblica, tuttavia Sully deve rispondere dell’ammaraggio davanti al National Transportation Safety Board. Oggetto di un’attenzione mediatica morbosa, rischia posto e pensione. Tra udienze federali e confronti sindacali, stress post-traumatico e conversazioni coniugali, accuse e miracoli, Sully cerca un nuovo equilibrio privato e professionale.
Che cos’hanno in comune gli eroi di Clint Eastwood? Sono quasi sempre personaggi destabilizzati dal destino, da un crimine, da un’ingiustizia, dalla marginalità. Tutti, ciascuno a suo modo, sono alla ricerca dell’unità perduta. Non si tratta di una semplice risorsa narrativa, destinata a suscitare l’adesione del pubblico, per l’autore americano quella ricerca riflette l’esplorazione filosofica e artistica del suo cinema, producendo una felice coincidenza tra forma e contenuto.
Quello che innerva la sua filmografia e gli conferisce una rimarchevole coerenza è il raggiungimento, la restaurazione e la formalizzazione estetica di una nozione sostanziale per l’uomo: l’equilibrio. Abilmente dissimulata sotto la vernice della narrazione, la ricerca del giusto mezzo si manifesta essenzialmente nella relazione che l’individuo intrattiene con la società e le istituzioni, l’insieme delle strutture politiche, giuridiche ed etiche che la cultura ha imposto alla natura. Sully, ritratto di un eroe della working class’processato’ da una gerarchia senza cuore e troppi cavilli, corrisponde alla perfezione questa relazione che Eastwood affronta sempre in maniera risolutamente conflittuale.
Tom Hanks, everyman umanista del cinema classico, incarna in faccia alla commissione d’inchiesta, obbligatoria in caso di incidenti, il fattore umano, la scintilla dell’esperienza, l’essenza nobile del lavoro fatto semplicemente come dovrebbe essere fatto. Non per denaro, non per gloria, non per vanità, non per approvazione. Eroe ordinario alle prese con la realtà della sua situazione, Sully è fedele al giuramento prestato e alle conoscenze acquisite con la sua professione.
Girato con la tecnologia Imax, che offre allo spettatore un’immersione piena nell’azione, accomodandolo nella cabina di pilotaggio a ‘vivere’ letteralmente l’esplosione dei motori, il silenzio che segue e le turbolenze dell’aereo che plana sul fiume, Sully resta nondimeno un film intimo, svolto nella testa del suo protagonista. Quello che ha fatto ‘in emergenza’ è inseparabile da quello che immagina, sente, conosce. Eastwood ricostruisce con lucidità l’esperienza e le attitudini del suo eroe, l’esordio giovanile, gli anni nella Air Force, perché è su quella pratica e su quella competenza che Sully decide di prendere la via del fiume. Lo sguardo dell’autore e l’interpretazione dell’attore trovano in Sully intimi cedimenti, confrontando il capitano eroico che ha gestito in volo crisi e destino con l’uomo a terra a disagio nel ruolo di eroe e in conflitto con quello che avrebbe potuto essere.
Ammarando, il film emerge i flussi di coscienza del suo protagonista, interrompendo coi sogni angosciosi la linearità della rotta, scivolando nel passato per mettere l’incidente in prospettiva con la vita di Chesley Sullenberger. Con Sully e dopo Flags of Our Fathers e American Sniper, il regista interroga di nuovo la nozione ambivalente di eroismo che è al cuore dell’immaginario americano. Ma se il primo procede alla destrutturazione dell’eroicità e il secondo contraddice la missione del ‘primo violino’ dell’esercito americano in Iraq, Sully riconfigura l’eroe. Eastwood ne distilla l’essenza andando oltre la sua rappresentazione mediatica e riabilitandone la natura tragica attraverso la paura incombente della morte. Con quella paura il protagonista fa i conti dal principio, il film si apre su un aereo che scivola lungo lo skyline di New York e si schianta contro il paesaggio urbano deflagrandolo. Prima di distinguere l’oggettività della vicenda, l’aereo di Sully è realmente ammarato, Eastwood mostra allo spettatore la visione ipotetica, l’enunciato condizionale, l’incubo di Sally, l’incognita mortale connessa con l’atterraggio. Come Zemeckis (The Walk) prima di lui, recupera la gravità dell’iconografia storica US, l’immagine depositata nella coscienza collettiva e la compensa, risvegliando Sully dall’incubo e suturando le ferite di New York. Al rigore geometrico dell’uomo che cade, fotografato da Richard Drew e allineato alla verticalità della Torre Nord, Sully replica la geometria orizzontale e variabile delle ali di un airbus che galleggiano e sorreggono la vita. Quella che Sully ha garantito con un gesto solerte, abile, puro. Eppure una sorta di inerzia scorata, prodotta da una società che ha estinto l’afflato leggendario dietro a regole, protocolli, simulazioni e statistiche, prova a trascinarlo sul fondo. Certo il National Transportation Safety Board pone domande legittime e cerca la risposta giusta (ne esiste una?) ma il processo è viziato da un’accusa tacita, uno scetticismo tenace, un’idea di colpevolezza poi smentita dai fatti. Sully ha preso una decisione, probabilmente l’unica possibile. Ed è quella decisione a determinare la misura del suo eroismo, il carico di responsabilità che il protagonista ha condiviso con l’equipaggio, il co-pilota, i controllori di volo, gli agenti di polizia, i soccorritori. Insieme hanno realizzato il “miracolo dell’Hudson”, ribadendo la natura etica del lavoro (di ogni lavoro) e provando l’inscindibilità ineluttabile dei destini umani.
In aula e in fondo al film, Clint Eastwood rimette in quota il suo eroe e trasmette la medaglia da veterano ai soli eroi che la valgono: non più quelli che sparano ma quelli che si espongono. Non più quelli che scaricano coi colpi la responsabilità ma quelli che l’assumono mani alla cloche.

Voto: 4,47 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

Una questione americana, un po’ come quella di American Sniper. L’uomo dietro l’eroe, l’uomo dietro la notizia, l’uomo dietro l’inchiesta. Ma, come quella di Chris Kyle, quella del Capitano “Sully” Sullenberger è una faccenda che riguarda innanzitutto una Nazione.

Sully si inserisce nel filone del cinema di Clint Eastwood in cui l’autore di Invictus e J. Edgar guarda alla Storia passata o più o meno recente per raccontare la morale di un paese. Patriottico, a modo suo, Eastwood lo è sempre stato. E anche se le sue posizioni politiche sono chiare, Eastwood spesso le ha quasi del tutto sovvertite e anche rese commoventi sul grande schermo (in questo Gran Torino è un manifesto e un punto di non ritorno).

Sully, come American Sniper, è il ritratto di un eroe i cui problemi a conti fatti nascono proprio dal rapporto interno con la sua Nazione. Però al contrario di American Sniper (per chi scrive deplorevole), quella di Sully è una vicenda che sin da subito fa evitare Eastwood di bruciarsi col fuoco o esporsi troppo.

Certo, il finale gronda retorica e i dialoghi tra Sully e la moglie (Laura Linney, perennemente al telefono) sanno di cliché. Però appunto il problema sta nel manico, ovvero nell’ennesimo ritratto d’eroe a rischio patriottismo. Come American Sniper, Sully rischia davvero di essere il film più crowd-pleasing per il pubblico americano della sua carriera, e basta vedere il risultato al box office.

Gli ingredienti stanno tutti lì, dalla decisione di casting del sempreverde Tom Hanks(ottimo, senza dubbio), fino ai titoli di coda che sono fatti con lo stesso stampino di quelli del film precedente. Quello però che convince di più in Sully è il modo in cui alla fine Eastwood trova davvero il “fattore umano” (come il titolo di lavorazione di Invictus, tra l’altro).

Con una costruzione per niente classica, ma fatta di giochi cronologici, ripetizioni, salti temporali e costruzione dell’attesa, il regista regala l’ennesima lezione di cinema della sua carriera. Perché anche se gioca con l’ordine degli eventi e con il tempo, Eastwood non forza mai il suo stile e anzi lo sfrutta per raccontare Sully e il “miracolo dell’Hudson”, un incidente (e salvataggio) durato solo tra i 3 e 4 minuti.

Sully, che agendo d’istinto salvò tutti i 155 passeggeri che il suo aereo stava trasportando, rappresenta l’uomo retto, giusto, che anche agendo d’istinto sa che la manovra assurda che sta per fare è quella che va fatta. E nonostante questo la National Transportation Safety Board lo mette a dura prova e vuole fare chiarezza nel caso: perché non è tornato a LaGuardia anche se avrebbe potuto? Qui entra in gioco, appunto, il fattore umano…

In poco più di 90 minuti, Eastwood firma il suo film più secco e conciso, addirittura il più ‘chiaro’ nelle intenzioni. Forse questa mancanza di sfumature non lo eleva a livelli di Million Dollar Baby o Mystic River. Ma resta una solida lezione di cinema, ferma e sicura: e tutte le scene che descrivono l’incidente da diversi punti di vista valgono da sole il prezzo del biglietto.

Voto: 7 / 10

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

Facciamo sul serio ora? Parliamo del fattore umano…

L’obiezione etica che Sully/Tom Hanks mette costantemente al centro dell’attenzione durante tutto il film sembra distillare sino all’essenza il cinema di Clint Eastwood. E allora basta giri di parole, basta inutili simulazioni, basta sovrainterpretare ogni dato e basta mediatizzare ogni esperienza, perché se si vuole venire a capo di ogni situazione complessa si deve ri-partire da lì. Dal fattore umano insito in ogni fenomeno. Immensa lezione morale impressa negli occhi del pilota Chesley “Sully” Sullenberger (un grande Hanks) che osserva tutto e tutti in silenzio, tentando di fare solo “il meglio che posso” come dice parlando con la moglie al telefono. E se un aereo appena decollato da New York è preda di un bird strikes, un imprevisto scontro con uno stormo di uccelli che mettono fuori uso i due motori, che si fa? Si tenta di atterrare nell’aeroporto più vicino, certo, ma poi si sente qualcosa, un istinto, che non è mai frutto di meri dati ma dell’esperienza unita alla capacità di guardare le cose. E si cambia decisione all’improvviso, si tenta un ammaraggio sul fiume Hudson, si portano in salvo i 155 passeggeri e si diventa eroi istantaneamente. Questa è “una storia vera” accaduta il 15 gennaio del 2009. Il dubbio rimane però: ogni simulazione di volo successiva indica che quella decisione è stata avventata, perché il percorso verso l’aeroporto La Guardia sarebbe sicuramente stato un successo, quindi Sully ha messo inutilmente in pericolo la vita di quelle persone? I periti, i computer e i dati dicono di si.

tom hanks aaron eckhart sullyMa la vita è un’altra cosa. Sully è un film diretto e schietto come il suo protagonista, racchiuso nel breve tempo dell’inchiesta sulle “cause umane” del miracoloso ammaraggio, un tempo sospeso dove lo sguardo etico di Sully ri-piomba costantemente nel trauma americano per eccellenza. Il suo aereo è attaccato, perde quota e cade, cade, cade, continua a cadere più e più volte, ossessivamente: nei sogni e negli incubi, a occhi aperti o chiusi, negli occhi di chi era intorno e nelle animazioni digitali che ricordano o simulano quell’evento. Sully guarda continuamente il suo aereo cadere: è l’uomo che cade e l’uomo che guarda nel contempo, un abisso del corpo/sguardo che fa riemergere apertamente il trauma dell’’11 settembre più volte richiamato in questo film. Con i magnifici totali dall’alto della città (costante eastwoodiana almeno da Mystic River in poi) che universalizzano e temporalizzano ogni sguardo: Sully diventa da un lato colui che “porta una buona notizia a New York, e ne aveva bisogno, soprattutto se si parla di aerei” e dall’altro colui che “ha trasportato gente solcando il cielo per 40 anni, ma verrà comunque giudicato solo per quei fatidici 208 secondi“.

sully-laura-linneyNo. Eastwood e Sully non ci stanno alle semplificazioni o alle sbrigative dicotomie verbali. Scrostano tutta l’impalcatura mediale (che estetizza ogni eroismo) e tutte le ricostruzioni giudiziarie (che insinuano un interesse economico) per far risaltare solo il lato umano delle cose. Una sfera che, proprio come il cinema, ha ancora bisogno di un tempo adatto per empatizzare, per ascoltare se stessi e gli altri, e solo dopo formulare un pensiero. Eastwood sembra parlare all’America di oggi (anche e soprattutto a quella del post Clinton/Trump, al di là di ogni facile endorcement, perché il cinema è fatto per porre dubbi e ritrovare un terreno comune) richiamandola a quel fattore X che si chiama proprio comunità. Sully non può e non vuole aderire a idee prefissate o manuali di istruzioni, accontentandosi di rivendicare il tempo necessario per sentireinsieme ogni evento: facciamo sul serio ora? Parliamo del fattore umano

Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Codici di geometria esistenziale

Il 15 gennaio 2009 il volo US Airways 1549, partito da New York e diretto a Charlotte, s’imbatte, dopo il decollo, in uno stormo di uccelli che causa il malfunzionamento di entrambi i motori. Il pilota Chesley “Sully” Sullenberger effettua un ammaraggio sulle acque del fiume Hudson, salvando la vita di 150 passeggeri e dell’equipaggio. [sinossi]

Gli uccelli. Hitchcock ne aveva ben compreso la pericolosità, specie quando riuniti in minacciosi stormi. Per Franco Battiato atterrano meglio di aeroplani, le loro traiettorie sono impercettibili, probabilmente dettate da codici di geometria esistenziale. Tutto vero, non c’è dubbio, e lo può senz’altro confermare Mr. Chesley “Sully” Sullenberger, pilota di linea che il 15 gennaio del 2009, poco dopo il decollo del suo aereo, si vide andare in avaria entrambi i motori a causa dell’impatto con un folto gruppo di pennuti. Con quarant’anni di carriera alle spalle, Sully valutò in pochi istanti la situazione e decise di ammarare sull’Hudson, salvando passeggeri ed equipaggio.

È una storia che profuma di eroismo, senso di responsabilità, esperienza e istinto quella di Sully, tutti elementi di cui il cinema statunitense è da sempre cantore privilegiato, sin dai tempi di Griffith, e che Clint Eastwood non ha mai smesso di declinare all’interno della sua filmografia. Presentato in anteprima al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile, alla presenza del vero Chesley Sullenberger, Sully indaga, ma senza psicologismi, i tormenti di un pilota (Tom Hanks) che dopo essere stato acclamato dai media come un eroe, si ritrova, insieme al suo collega (Aaron Eckhart) ad affrontare un processo che mette in dubbio la necessità della sua scelta, nel nome di calcoli ingegneristici e simulazioni di volo.

Sully ansima, per i dubbi che lo attanagliano e per l’abuso dello jogging che inizia a praticare per dare sfogo allo stress, è tormentato da incubi, diurni e notturni, in cui il suo aereo si va a schiantare proprio contro i grattacieli di Manhattan. Eastwood si concentra soprattutto sul volto del suo protagonista, un Tom Hanks in grado di far recitare anche il suo doppio mento, parte da un incubo e inscena un incubo, personale e collettivo. Sully sogna di non avercela fatta e il suo sogno è in fondo un déjà-vu che tutti ben conosciamo, la replica di quella tragica traiettoria orizzontale che puntava dritto a scalfire una verticalità prometeica, quella del World Trade Center, già simbolica prima che reale.
È dunque dell’11 settembre 2001 che Eastwood ci sta parlando e dell’elaborazione collettiva di quel trauma che è ancora fresco nell’America del 2009, oltretutto alle prese con una spietata crisi economica e dunque più che mai bramosa di buone notizie. Sostituire l’11/9 con il 15/1 è questo il desiderio quasi infantile che prova l’americano medio (è il personaggio di un tassista ad esporre questa teoria all’interno del film) di fronte al Miracolo dell’Hudson (così fu definito l’ammaraggio di Sully), una bella utopia a sfondo però prettamente numerico. Numerica come i calcoli ingegneristici che mettono sotto accusa Sully e la sua prodezza aerea. Ma un trauma non può essere sanato affiancando ad una data dal significato tragico un’altra dai risvolti salvifici, così come le scelte di un uomo non possono essere giudicate dai calcoli né dalle simulazioni. C’è il fattore umano da considerare. Con Sully Eastwood mira dunque principalmente a ristabilire l’equilibrio tra le regole sociali e l’individuo, come il più classico dei western, come la più classica delle storie americane.

La retorica, piuttosto asciutta in questa occasione, del regista di American Sniper è tutta volta all’esaltazione dell’etica personale e di quella del lavoro, sia esso quello di Sully, del collega co-pilota o degli iperefficienti soccorritori. Tutti in questa storia adempiono alle loro mansioni, donando una rinnovata linfa al senso del vivere la collettività.
È una storia semplice quella di Sully, anche troppo, a tratti si ha l’impressione che il suo contenuto non basti a riempire l’intera durata del lungometraggio e deve essersene accorto anche Eastwood, che finisce per utilizzare degli espedienti non sempre azzeccati per prolungare più che amplificare il suo racconto. Pensiamo soprattutto a quelle telefonate del protagonista alla moglie (Laura Linney), che punteggiano il film innescando di quando in quando un montaggio alternato schematico e poco interessante, utile solo a ribadire che la crisi economica ha colpito duramente la classe media americana, e dunque anche un pilota di aerei rischia di perdere tutto da un momento all’altro. Serbano poi la stessa ingenuità strumentale (servono solo a dirci quanto Sully sia sempre stato bravo ed eroico) i due flashback che appesantiscono la nitida parabola del film: uno dedicato a Sully ragazzo, alle prese con la passione insopprimibile per il volo, il secondo incentrato invece sulla Seconda Guerra Mondiale e sulle doti di abilità, altruismo e sangue freddo del nostro protagonista.

Ma fortunatamente Sully non si sbilancia poi tanto né perde troppo tempo con queste quisquilie sentimentali, anche grazie alla sua adesione al genere del “disaster movie”, che Eastwood maneggia con coriacea sapienza, orchestrando l’azione con precisione, giocando coi nervi dello spettatore e coagulando poi il tutto attorno al classico conflitto tra uomo e tecnologia.
Interessante è poi anche la rilettura che l’autore ci offre del legal thriller, in un’ultima parte del film tutta dedita a confermarci, tra gustose battute salaci, quanto i calcoli degli ingegneri e le simulazioni di volo siano solo dei vacui simulacri che non possono certo fare meglio – d’altronde sono innegabilmente dei “falsi” – dell’uomo e delle sue innate virtù. Film robusto, quasi elementare nel suo assunto Sully non è perfetto, ma riesce a restituire il sano anelito alla classicità di un autore come Eastwood, da sempre intento a mettere l’uomo, un po’ come quello vitruviano di Leonardo Da Vinci o come il modulor di Le Corbusier, al centro di tutto, per ristabilire le proporzioni del vivere civile facendo riferimento all’unica fondamentale unità di misura di cui tenere conto.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

Il 15 gennaio del 2009, il volo di linea US Airways 1549 effettuato con un Airbus A320, viene condotto dalle esperte mani del capitano Chesley “Sully” Sullenberger in un ammaraggio d’emergenza resosi necessario dopo pochi minuti dal decollo dall’aeroporto di La Guardia, in seguito all’avaria di entrambi i motori del velivolo, provocata dall’impatto con uno stormo di uccelli.

“Bird Strike” è il termine tecnico usato nel gergo dell’aviazione civile per descrivere tale situazione, un’occorrenza nefasta che può portare a conseguenze fatali e che necessità di tutta la professionalità del personale di bordo e di terra per risultare invece in un salvifico atterraggio d’emergenza.

Esattamente quello compiuto dal capitano Sully che, tuttavia, prende la decisione meno ortodossa perché ritenuta l’unica possibile: ammarare nel centro di New York, sul trafficatissimo fiume Hudson che costeggia il lato ovest della penisola di Manhattan.

sully

Un’operazione risultata nella messa in salvo di tutte le 155 anime a bordo che, con qualche graffio ed un grande spavento, sono state riportate rapidamente sulla terraferma grazie al tempestivo intervento dei soccorsi, perfetto coronamento dell’impresa di un uomo che, da quel giorno, viene chiamato eroe.

Ogni medaglia ha però due facce e Sully si è ritrovato immediatamente catapultato in un sistema di giudizio pronto a puntare il dito sul suo operato all’apparenza esemplare, nella ferma convinzione dell’esistenza di un’alternativa più plausibile e sicura per mettere in salvo passeggeri ed equipaggio, fare ritorno all’aeroporto di La Guardia o – con una manovra un po’ più complessa – atterrare al vicino scalo di Teterboro. Ma non nell’acqua. Non sul fiume.

Il film di Clint Eastwood (trailer) celebra la figura di quest’uomo, tormentato dal sistema giudiziario e dai media prima che il suo operato venisse definitivamente certificato come legittimo. Un uomo con alle spalle un’esperienza lunga 40 anni, durante i quali la sicurezza a bordo ha sempre assunto un ruolo primario, anche in virtù dell’essere un padre ed un marito amorevole, fortemente desideroso di concludere ogni turno di lavoro riabbracciando la propria famiglia.

Ed è proprio questo il taglio scelto dal Maestro Eastwood per Sully, narrare i fatti a partire dal lucido tormento del protagonista che-  nonostante l’eccezionalità dell’esperienza vissuta – conduce la sua linea difensiva a partire da due fondamentali punti fermi: la propria professionalità ed umanità, una dotazione che non può non risultare nella scelta giusta.

 

Intorno a lui, una società formata da gente comune sicura nel definire l’uomo un eroe, la stampa – sempre pronta ad adattarsi rapidamente alle necessità del momento, trasformando con disinvoltura eroi in carnefici a seconda dell’aria che tira –  e coloro che giudicano dalle proprie confortevoli posizioni super partes l’operato di chi, in una manciata di secondi, ha dovuto prendere la decisione più importante della sua vita e carriera.

Alla luce del processo mediatico che consegue il soprannominato “Miracolo sull’Hudson” il fiume si trasforma così da rassicurante porto di salvezza a torbido custode dei segreti di quel giorno miracoloso e maledetto, celando sotto le sue gelide acque (insieme al motore sinistro andato perduto e ritenuto ancora funzionante dalle prime stime tecniche, contro il parere del capitano Sully) le ragioni di un uomo che non poteva agire come un simulatore di volo proprio perché umano.

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Un fiume che da questo punto di vista ricorda quel Mystic River eastwoodiano custode di inconfessabili segreti e responsabilità, ma senza assassini al suo cospetto, solo umili eroi di ogni giorno.

Con geniale ironia e senza scadere nella facile ricerca della commozione mediata dal punto di vista dei sopravvissuti, il grande regista confezione con Sullyl’ennesima opera degna del suo nome, creando una perfetta sintonia fra direzione e cast, nel quale spicca anche la spassosa interpretazione di Aaron Eckart nei panni del primo ufficiale di bordo Jeffrey B. Skiles, in grado di smorzare i toni inevitabilmente pesanti del film col sostegno di una sceneggiatura dotata di sottile ed intelligente umorismo.

Sully, in perfetto stile Clint Eastwood è la riprova del talento del cineasta  nell’esplorare il lato umano dei fatti, rendendoli tangibili sulla pelle dello spettatore e mostrando costantemente come inequivocabile l’autenticità del sentire del protagonista, un uomo temporaneamente solo contro tutti ma fiero di aver reso conto alla persona più importante: se stesso.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

 

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