Suffragette

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Prima di loro le donne non avevano diritti, né tantomeno una voce per protestare. Prima di loro ogni donna valeva meno di qualsiasi uomo ed era proprietà del padre e del marito. Poi sono arrivate loro, le Suffragette, e la lunga strada della conquista dei diritti è diventata una salita difficile, densa di ostacoli ma intrapresa con coraggio e tenacia. Il nome Suffragette evoca immediatamente le immagini in bianco e nero dei libri di storia, di donne che all’inizio del ‘900, con strani cappellini in testa e larghe gonne lunghe, sfidavano le autorità e i propri mariti per rivendicare il diritto di voto. Subito dopo, nella nostra memoria, fa capolino la figura della mamma dei piccoli Banks, che lasciava i suoi due figlioletti alla nanny Mary Poppins per andare a protestare con le altre suffragette. Ora a dare un volto a queste donne c’è anche il film di Sarah Gavron, nelle sale italiane dal prossimo 3 marzo, che torna là dove questo movimento era nato ed esploso: Inghilterra 1912. La leader indiscussa del WSPU (Women’s Social and Political Union) Emmeline Pankhurst è interpretata da un meraviglioso cameo di Meryl Streep, la quale dall’alto della sua posizione di leader indiscussa pronuncia un discorso capace di infiammare anche la più fredda delle platee: “I’d rather be a rebel than a slave” (preferirei essere una ribelle che una schiava) e “Never give up the fight” (non mollare mai la lotta). Ma non c’è solo la grandissima Streep. Accanto a lei un cast di meravigliose interpreti: Carey Mulligan (che interpreta Maud Watts), Helena Bonham Carter, Romola Garai e Anne -Marie Duff. Scritto da Abi Morgan (The Iron Lady, The Hours), il film della Gavron è incentrato sulla figura di Maud Watts (personaggio inventato): una semplice operaia di una lavanderia che si ritrova coinvolta nelle lotte e nelle proteste delle sue colleghe. Da spettatrice, la Watts finisce con il lottare in prima fila, costretta a rinunciare a tutto in nome della causa. Una volta entrata nell’esercito delle Suffragette non può più lavorare, non può badare a suo figlio, e neanche vivere nella sua casa. La Mulling riesce con passione e straordinaria naturalezza a rendere vivi i conflitti interiori di questa giovane donna e a rendere viso, occhi, labbra ed espressioni la sua rabbia nei confronti di una società totalmente maschilista, che le strappa via suo figlio senza alcuna voce in capitolo. Il lento evolversi della sua presa di coscienza è puntellato da una sceneggiatura di eventi che inevitabilmente conducono la protagonista a fiancheggiare le altre donne, molte delle quali personaggi storicamente esistiti, come Emily Davidson. Le Suffragette della Gavron non sono state le prime della storia, ma senza dubbio sono state le più radicali, le più violente e combattive. A differenza di altri movimenti, quello inglese faceva uso di azioni sovversive per richiamare l’attenzione del popolo e dei media: scelsero la guerra perché era l’unico strumento che gli uomini conoscevano. Ma le loro azioni non dovevano provocare vittime, solo suscitare scalpore. Queste donne erano spesso imprigionate, costrette al nutrimento in caso di sciopero della fame, torturate e pedinate. Per la prima volta con una lente d’ingrandimento vediamo fra le pieghe di un movimento trasversale, che coinvolgeva donne di diversa estrazione sociale, ma con le medesime problematiche e sofferenze. Ed è così che i dolori di Mrs Watts diventano quelli di tutte le donne, di tutte le epoche e località, e i suoi sogni sono tutt’ora inseguiti da altre donne. Fu in quei giorni e in quella terra nordica e lontana che le donne iniziarono ad alzare la testa, prima di ogni altra rivendicazione per l’eguaglianza. Seppure il film procede lentamente, racconta le vicende con garbo ed eleganza. Avrebbe potuto giocare di più con un tema che fornisce numerosi appigli di pathos e coinvolgimento, invece risulta talvolta al limite del didascalico. Le origini documentaristiche della Gavron sono visibili in alcuni passaggi che sorprendentemente trasportano lo spettatore fra le strade di una Londra di un altro secolo. I dialoghi sono densi di frasi ad effetto che suonano come motti indimenticabili, uno su tutti: “Deeds no words” (fatti non parole). E sono i fatti veri, le lotte in bianco e nero riprese dalle prime telecamere in quei giorni ormai lontanissimi, a ricordare che quelle donne erano madri, figlie e lavoratrici, erano e saranno tutte le donne di tutte le epoche. Una didascalia ripercorre le tappe del diritto di voto fino ad oggi: in Arabia Saudita le donne possono votare dal 2015. Per non dimenticare che la libertà non è mai concessa ma sempre conquistata. E la lotta non è ancora finita.

Shaila Risolo, da “pointblank.it”

 

 

Londra, 1912. Maud Watts è una giovane donna occupata nella lavanderia industriale di Mr. Taylor, un uomo senza scrupoli che abusa quotidianamente delle sue operaie. Alcune di loro combattono da anni a fianco di Emmeline Pankhurst, fondatrice carismatica e ricercata della Women’s Social and Political Union. Solidali e militanti, le suffragette combattono per i loro diritti e per il loro diritto al voto. Ignorate dai giornali, che temono gli strali della censura governativa, e dai politici, che le ritengono instabili e inette fuori dai confini concessi, decidono unite di passare alle maniere forti. Pietre contro le vetrine, boicottaggio delle linee telegrafiche, bombe in edifici rappresentativi (ma vuoti), scioperi della fame, tutto è lecito per avanzare la causa. Mite e appartata, Maud diventa presto una militante appassionata e decisa a vendicare le violenze in fabbrica e a riscattare una vita che la costringe alle dipendenze degli uomini. Arrestata più volte, perde il lavoro e viene ‘ripudiata’ dal marito che la caccia di casa e adotta a una famiglia borghese il loro bambino. Rimasta sola trova ragione e forza nella lotta politica, attirando con le sue sorelle l’attenzione del mondo che adesso dovrà starle a sentire.
A lungo e ingenuamente le abbiamo immaginate come nel film Mary Poppins, un pugno di borghesi gentili che bevono tè e sfilano gioiose dentro le loro camicette bianche impreziosite con fiori freschi e fasce di seta sul petto. Sarah Gavron le rivela invece per quello che le suffragette furono davvero, un piccolo esercito armato di operaie pronte a sabotare le loro città, a infrangere vetrine a colpi di pietra e a collocare bombe. Questa secondo la regista inglese è la vera storia delle suffragette, quella che la stampa dell’epoca si guardò bene dal raccontare, quella che ancora ci si guarda bene dal raccontare nelle scuole.
Suffragette non brilla per la sua forma, il film è più scritto che messo in scena, nondimeno Sarah Gravon e Abi Morgan hanno il merito di far conoscere questa versione dei fatti, celebrando la lotta per l’uguaglianza, contro le molestie sessuali e la disparità salariale che scosse l’opinione pubblica all’inizio del secolo. Sceneggiatrice di Suffragette e penna dietro The Iron Lady e The Hour (la serie televisiva), Abi Morgan sfoglia negli archivi, nelle lettere, nei diari intimi e mai pubblicati di numerose donne che come la protagonista presero parte alla causa sacrificando la loro vita privata o perdendo la propria vita come Emily Davison sotto il cavallo di re Giorgio V per guadagnare l’attenzione dei media. Donne spiate, picchiate, imprigionate perché volevano essere pienamente, per loro e per le generazioni a venire. Vitale e verace, Suffragette elude la rigidezza del film in costume e trova in Carey Mulligan una protagonista sensibile e ardente.
Mélange di tutte le suffragette britanniche, Maud Watts è interpretata da un’attrice capace di esprimere le sue evoluzione sottili, le emozioni di un’eroina dentro primi piani instabili in cui emerge la presa di coscienza e da cui sembra pronta a fuggire verso un impegno che le farà perdere impiego e famiglia. L’epifania toccante di Carey Mulligan si accompagna alla solidarietà militante dell’operaia tribolata e magnifica di Anne-Marie Duff e alla determinazione della farmacista di Helena Bonham Carter, che rende omaggio, non solo nel nome, a Edith Garrud e alle sue jiu-jitsuffragettes. Professionista delle arti marziali, Edith Garrud organizzò dal 1913 dei corsi riservati esclusivamente alle donne incoraggiandole a difendersi dai poliziotti durante le manifestazioni duramente represse. Icona, fuori e dentro lo schermo, è Meryl Streep a incarnare Emmeline Pankhurst in una breve ma vigorosa apparizione perché Sarah Gravon al biopic su una donna straordinaria dentro una causa straordinaria, preferisce la vicenda di donne ordinarie, operaie che hanno incarnato l’avanguardia del cambiamento in grembiule o gonne lunghe. Morte sotto i colpi della polizia, arrestate, alimentate con forza a causa dello sciopero della fame, dopo quarant’anni di campagne pacifiche, che ottengono soltanto promesse infrante, le suffragette abbandonano la compostezza indulgente e decidono per la disubbidienza civile, senza esitare a ricorrere ad azioni radicali e violente. Ma sono donne e non lo fanno con leggerezza, diversamente dai terroristi che uccidono innocenti, colpiranno soltanto sedi vuote ma distinte per attirare l’attenzione sul movimento e la causa.
Quanto a sapere se questa violenza valesse la pena o se tanta violenza abbia infine permesso di ottenere il diritto al voto, a riguardo gli storici hanno discordi opinioni. Quello che è certo per la Gravon è il prezzo pagato dalle donne che l’hanno perpetrata dentro una società reazionaria e che il suo melodramma sociale mette in scena in maniera forte e dolente, chiudendo sul funerale di Emily Davison e sull’idea di farci dono di un modello da seguire. Perché la strada da fare è ancora lunga e scorre sui titoli di coda indicanti le date di conseguimento del voto, raggiunto dalle donne britanniche nel 1918 (in maniera incompiuta). Le italiane ventisei anni dopo. In Arabia Saudita il diritto al voto è stato concesso a partire dal 2015.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

La regista britannica Sarah Gavron aveva raccontato otto anni fa di una ragazza alle prese con le convenzioni sociali nel quartiere indiano di Londra, in Brick Lane, tratto dal dirompente esordio letterario della britannica Monica Ali. Applica ora lo stesso sguardo indagatore sui periferici combattenti per la dignità in Suffragette, ambientato proprio nelle stesse strade dell’East End londinese, che prima di colorarsi di zafferano e curry, un secolo fa, erano il cuore della Londra working class.

Maud è una giovane ragazza, madre e moglie, che lavora come lavandaia presso una piccola realtà dickensiana, simile a molte altre figlie della seconda rivoluzione industriale. Il suo capo al lavoro la molesta, attenzione che non manca di riservare a molte sue colleghe, anche adolescenti, da molti anni. Le sue giornate sono sempre brevi, tanto quanto il tempo che riesce a dedicare al piccoloGeorge. Un giorno le viene chiesto di consegnare un pacco e si trova casualmente coinvolta in un’azione del movimento delle suffragette, gruppo di donne dalle differenti estrazioni sociali in lotta per il diritto al voto alle donne. Un ingresso periferico, dalla porta di servizio nel vicolo, per la Gavron, che non indugia sulla più nota e rappresentativa figura storica di quel movimento,Emmeline Pankhurst, che nel film intravediamo giusto in un paio di scene irradiare il suo carisma, interpretato da Meryl Streep.

Uno dei meriti del film è proprio quello di rendere in carne, ossa e dolore la straziante situazione quotidiana di una giovane donna come tante altre, il suo essere costretta, quasi per inerzia istintiva, a impegnarsi nella lotta, in parallelo con l’ostracismo implacabile che accompagna il suo essere riconosciuta dall’ambiente intorno a lei come suffragetta. La Gavron delinea con realismo un movimento che a un secolo di distanza è ormai lontano nella memoria collettiva come un bozzetto folkloristico.

La politica appare inizialmente conciliante, come la figura storica e ambigua del primo ministro dell’epoca, Lloyd George. All’inizio sentono le ragioni del movimento, le accolgono perfino in parlamento, salvo poi rifiutare ogni possibile “deriva” che arrivi all’inopinato suffraggio universale anche femminile. Difficile vedere Suffragette con gli occhi di oggi senza essere sbalorditi dall’arretratezza – parliamo in fondo solo di un secolo fa – della visione dell’epoca. Anche qui laGavron evita di raccontare l’occhio del ciclone, il momento in cui il movimento ottiene dei risultati, concentrandosi sull’alba della lotta, sulle prime coraggiose donne, poche decine, dalla condizione sociale trasversale.

Testimone rappresentativo dell’inevitabilità del successo a breve delle suffragette l’antagonista di Maud, l’ispettore di polizia interpretato dal solito giganteBrendan Gleeson. Prima agguerrito, poi sempre più perplesso rappresentante del riflesso condizionato con cui le istituzioni reagirono per troppi anni.Suffragette evita molti dei rischi della retorica da cinegiornale del cinema “tratto da una storia vera”, nonostante le minacciose didascalie iniziali e finali.

Una nota di merito per una delle attrici più convincenti della sua generazione,Carey Mulligan, in grado di rendere con sobria decisione, per la prima volta pienamente adulta e madre, la ribellione suo malgrado di una donna come tante altre, simbolicamente pronta a irrompere nella piccola/grande storia di quegli anni grazie alla voce di un libro, di quella cultura prima arma di persuasione di massa.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Londra 1903. Per ottenere il suffragio universale, attraverso la guida di Emmeline Pankhurst (Meryl Streep), operaie, borghesi, ragazze nubili e madri di famiglia si coalizzano in un’unica organizzazione sovversiva, dando vita a una vera e propria lotta senza quartiere contro l’apparato burocrate anglosassone, determinato a non riconoscergli il diritto di voto. In questo vortice socio-emozionale, rimarrà coinvolta attivamente l’operaia Maud Watts (Carey Mulligan) divenendo una delle più eminenti fautrici del movimento sovversivo per l’ottenimento della parità dei diritti. “Non più puttane, non più madonne, ma finalmente e soltanto donne”. Mai “slogan” fu più azzeccato per introdurre Suffragette di Sarah Gavron. Poderoso sul piano scenografico (riflesso del desiderio d’autenticità della Gavron), piacevole sul piano narrativo. Nonostante Suffragette sia un film storico, non appare in nessun modo polveroso o stantio, vantando una piacevolezza sospesa fra lo struggente e il liberatorio. Sarah Gavron “accarezzava” da molto tempo il sogno di realizzare un film sul movimento delle “Suffragette”.
La rappresentazione della donna così tormentata, “stuprata” coscienzialmente da un indomabile potere maschilista, funziona sotto tutti i punti di vista. Far trasparire questa crudezza, datata (ma anche no), è una scelta ponderata all’unanimità dalla stessa regista bretone e da ambedue le produttrici, Alison Owen e Faye Ward. Una storia scioccante e commovente, che a distanza di oltre 100 anni, risulta ancora assurdamente contemporanea. Ad aiutare in tutto ciò, è l’interpretazione ottimamente drammaturgica di Carey Mulligan, nelle vesti di un’operaia “fittizia” (personaggio fantasiosamente partorito dalla Gavron). Una giovane, dimessa esternamente e demolita internamente, capace però di rialzarsi e di sfoderare quell’orgoglio e quella dignità barbaramente perdute o coattivamente sottratte.
L’intento della Gavron, in Suffragette, è di non attuare un lavoro puramente biografico. Si cerca totalmente di smuovere le coscienze, di far riflettere, ancora oggi, chi ha una visione discriminatoria. L’imperativo del film è che “narri” in un modo pratico, a un pubblico vasto, con quella rilevanza capace di abbattere le sensazioni che possono essere riconducibili unicamente al passato. Il cinema si “tinge” di viola, bianco e verde, i colori rappresentativi di questo storico movimento femminista. Suffragette delizia e appaga in maniera ecumenica: errato, dunque, omologarlo a puro lavoro “rosé” .

Alessio Giuffrida, da “nocturno.it”

 

 

Suffragette è il film sugli anni caldi della lotta per l’emancipazione femminile che portò le donne alla conquista del voto nel Regno Unito.

Nelle piazze Emmeline Pankhurst (il Premio Oscar Meryl Streep), attivista e politica britannica, guidava il movimento suffragista femminile del Regno Unito alla vigilia della prima guerra mondiale e infervorava le donne gridando “Noi non siamo contro la legge! Noi vogliamo fare la legge!”; intanto Maud Watts (Carey Mulligan, vincitrice del BAFTA e candidata all’Academy Award per An Education per cui è diventata una delle attrici più acclamate della sua generazione) lavorava in fabbrica per 13 ore al giorno, dall’età di 8 anni. E subire le pesanti avances del padrone era normale e Maud e le sue compagne sono tra le pioniere del lungo percorso verso la conquista della parità dei diritti. Questo si racconta in Suffragette, un film che parla della lotta delle donne, iniziata con l’ottenimento del voto.
Un team di filmmakers prevalentemente al femminile mette abilmente in scena e riporta alla luce un pezzo di storia generalmente poco sottolineato nei libri scolastici, ovvero quello del primo femminismo militante inglese. Di solito viene narrato di donne benestanti e ben vestite che sfilano bianco-vestite, ma Suffragette, diretto da Sarah Gavron (nomination BAFTA Award e BIFA Award per Brick Lane), e sceneggiato da Abi Morgan (The Hours, The Iron Lady,Shame), si pone l’obiettivo di superare questo pregiudizio e di mostrare il culmine della lotta di donne di tutte le età e condizioni sociali per ottenere pari diritti. Una lotta che nel secondo decennio del Novecento (1912) smette di essere pacifica e diviene estremamente pericolosa per chi la intraprende venendo stigmatizzata e ostacolata dal governo al pari di quella anarchica.

Chiave focale del punto di vista di Suffragette è Maud (Carey Mulligan), personaggio fittizio – ispirato da più donne realmente esistite – che si ritrova a vivere fatti realmente accaduti storicamente e a conoscere le principale esponenti del femminismo dell’epoca, in graduale avvicinamento alle sue “milizie”. Visto che, pur senza volontà di colpire esseri umani – di vera e propria guerriglia urbana si trattò (taglio delle comunicazioni, violazioni di proprietà privata, etc.), la regista punta molto sulla camera a spalla per dare un tocco maggiore di vividità alle scene di azione, che nel film sono parecchie e fondamentali per il ritmo e il racconto della storia.

Nel mare di period biopic – spesso purtroppo un po’ manieristici – che hanno “invaso” le sale negli ultimi anni, la regista Sarah Gavron, con il supporto delle produttrici Faye Ward e Alison Owen, opta per apprezzabile un approccio più moderno che accorci le distanze con il pubblico. Pur basandosi su una suggestiva palette di colori viola e verde (quelli della bandiera femminista), i reparti fotografici, scenografici, costumi e trucco hanno cooperato in un’unica direzione: quella di non abbellire o stilizzare eccessivamente ambienti e attrici, cercando di conferire realismo e contemporaneità al mondo di Suffragette. Donne con forze e debolezze, come quelle di oggi, ma che si ritrovano a vivere nell’esasperato contesto del passato che, soprattutto scendendo nella scala sociale, le vede nel quotidiano subìre perché prive di diritto di voto, di proprietà e di dignità.

Le interpretazioni sono senza dubbio eccellenti e il casting è perfettamente azzeccato: dispiace quasi appunto che non sia stato dato più spazio ad alcune suffragette coprotagoniste. Sotto questo aspetto il film si rivela un po’ indeciso se buttarsi sulla coralità o sul canonico protagonista unico, lasciando personaggi interessanti un po’ sacrificati sull’altare di una più semplice e tradizionale immedesimazione.

A. Graziosi, da “storiadeifilm.it”

 

 

Dopo il suo ammiratissimo film d’esordio Brick Lane, Sarah Gavron trova grande affinità nelle produttrici Alison Owen e Faye Ward e nella sceneggiatrice Abi Morgan, con le quali costruisce la sua squadra per dare principio d’opera e compimento a questo nuovo progetto. Dopo un lungo lavoro di ricerca e documentazione, la sceneggiatura raggiunge la sua forma definitiva nel 2014, in cui risulta evidente l’aspirazione dell’equipe produttiva nel voler raccontare la vicenda di una donna lavoratrice che nel 1912 attraversa un particolare momento storico, perfettamente incorniciata in una dose di emozione e tantissimi momenti disuspense.

Mediante gli occhi di una ragazza comune si vuole esplorare come l’ingiustizia possa radicalizzare le persone, come degli individui possano sentirsi attratti dal fondamentalismo ed essere disposti a sacrificare ogni cosa per perseguire un ideale. Suffragette non è un nostalgico dramma in costume come tanti, ma un film in cui si intendono celebrare i progressi fatti dalle donne risvegliate dalla loro coscienza politica, con un forte richiamo ai sacrifici compiuti nell’intraprendere il lungo percorso nella lotta per ottenere la tanto cercata parità. La regista racconta della sensazione di trovarsi davanti a una storia mai raccontata realisticamente: «è come se l’opinione pubblica ignorasse il vero spirito pionieristico delle suffragette rispetto alla loro epoca, il loro infrangere tabù e convenzioni della società del tempo».

In questa storia di azione sociale e cambiamento politico, tutto doveva essere funzionale e realistico. Il direttore della fotografia Edu Gradu ha girato in super 16 utilizzando contemporaneamente 4 macchine da presa a spalla, cosicché gli attori non sapessero mai di preciso quando venivano inquadrati, creando così naturalismo nelle loro interpretazioni e dando energia alla messinscena. Anche per acconciature, trucco e costumi non si è voluto esaltare la bellezza delle protagoniste, anzi le attrici non si sono preoccupate del fatto che le loro imperfezioni fossero celate.

La regia è delicatissima, Maud e le sue compagne vengono spesso ritratte attraverso primi e primissimi piani per trasferire sul pubblico il senso di inquietudine e coraggio che le possedeva. Helena Bonham Carter e l’apparizione di Meryl Streep, nelle vesti di Emmeline Pankhurst, evidenziano la risolutezza e l’intraprendenza; Carey Mulligan è perfetta nel rendere la sua protagonista apparentemente fragile ma sorprendentemente forte. COme spiega lei stessa, il film «Non vuole essere il racconto di un’epoca che non ha più alcuna rilevanza per noi, non è su un evento storico; è su un movimento generale e diffuso ed è un movimento che è ancora in corso.»

Annalisa Liberatori, da “cinefile.biz”

 

 

 

Un bel film questo melodramma dal tema universale “suffragette” di Sarah Gavron con una ottima protagonista Carey mulligan, Helena Bonham Carter, Brendan Gleeson, Anne-Marie Duff e una breve ma intensa partecipazione di Meryl Streep. Un dramma che ripercorre la storia delle militanti del primo movimento femminista costrette ad agire clandestinamente. In un mondo brutale le donne non avevano diritti e combattevano per conquistarli. Londra 1912, Maud Watts è una giovane donna che lavora nella lavanderia di Mr. Taylor, un uomo cattivo che abusa quotidianamente delle sue operaie. Alcune di loro combattono da anni al fianco di Emmeline Pankhurst (Meryl Streep) fondatrice delle “women’s social and political union”. Le suffragette combattono unite per il diritto al voto ma sono ignorate dai giornali e dai politici. Decidono di passare così alle maniere forti, boicottaggio delle linee telefoniche, pietre contro vetrine, bombe in edifici rappresentativi, ma solo vuoti però.
Maud diventa ben presto una delle più attive ma viene arrestata più volte e ripudiata dal marito che la caccia di casa e da in adozione il loro bambino. Rimasta sola e disperata trova una ragione di vita nella lotta politica e insieme alle altre “Suffragette” ottiene l’attenzione del mondo per i diritti delle donne. Sarah Gavron dirige un film asciutto, senza pietismi e descrive le “suffragette” per quello che erano, un gruppo di operaie militanti pronte a combattere nel vero senso della parola.
La regista ha raccontato una storia che pochi conoscono e molti desiderano non ricordare; il film è più scritto che messo in scena e bisogna capire bene il suo intento reale, un film intimista nella descrizione della lotta delle donne umiliate e senza alcun diritto in una società maschilista che tutto negava a loro. Abi morgan, la sceneggiatrice del film con la Gavron stessa, ha mostrato una realtà dei fatti reali e consultando archivi storici. Ne viene fuori un film verace che supera la rigidezza del film in costume, supera l’epoca in cui è ambientato, per diventare un film corale dalle connotazioni universali valide sempre per i diritti delle donne che ancora oggi in molte parti del mondo combattono per la loro libertà ed esistenza. Carey Mulligan è una ottima protagonista e nel suo sguardo lontano c’è tutto il messaggio del film. La regista mette in scena in maniera decisa i cambiamenti di un mondo che ancora ora ha bisogno di cambiare nei riguardi delle donne. Il diritto al voto in Inghilterra avvenne nel 1918, in Italia 26 anni dopo, in Arabia Saudita è accaduto l’anno scorso, anno 2015 e questo dice tutto. C’è una lunga strada ancora da percorrere ma questo film a tema sociale va visto per capire bene la storia e cambiarla.

DANIELA MEROLA, da “kiamarsi.it”

 

 

 

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