Sole alto

locandina

 

Sole Alto di Dalibor Matanic è il film più bello dell’anno. Giudizio insindacabile. Perché è meraviglioso scoprire che c’è ancora un regista che sa raccontare una storia attraverso le immagini. Potremmo perfino levare i dialoghi tanta e tale è la potenza visiva di questo racconto. Tre decenni, due nazioni, un amore, recita il poster internazionale di Zvizdan. Una locandina arancione, cromatismi antonioniani anni settanta, una palla bianca solare in alto che allunga immensamente sullo sfondo le ombre di due piccolissime sagome nere che si abbracciano. 1991, 2001, 2011: le tre date che dividono in tre segmenti temporali, compressi in pochi istanti di quotidianità, le vite di tre giovanissime coppie, possibili e non. Jelena e Ivan, Ante e Natasa, Marija e Luka, interpretati sempre dagli stessi due attori: Tihana Lazovic e Goran Markovic.

Un colpo di phon, una tagliatina ai capelli, un vestitino meno appariscente e uno un po’ più frivolo: ecco la storia di due ragazzi che attraversano l’amore romantico, l’attrazione fisica e l’odio, la placida e necessaria voglia di futuro. Tra loro, trasversale, indegna, brutale, orrenda, c’è una guerra infinita. Un conflitto serbo/croato che separa e corrode, che svuota e non torna a riempire, che svelle certezze e non sembra concedere più scampo. Il riferimento diretto all’evento fratricida è sempre sfumato, un refolo di gas nervino che arriva da dietro le colline semplici e brulle della Dalmazia. Un male che prima divide la coppia inseparabile che vuole la fuga; che poi disegna un tira e molla erotico e sensuale imbevuto di un astio impossibile da cancellare; infine prova a evaporare concedendo la possibilità di un futuro da scrivere.

È meraviglioso scoprire che c’è ancora un regista che sa raccontare una storia attraverso le immagini
Matanic aveva probabilmente in mente questa storia inquadratura per inquadratura. Non gli si poteva chiedere altro. Una gamma di distanze e controluce, di campi lunghi e primi piani che mettono i brividi, di traiettorie di sguardo che la macchina da presa gestisce con naturalezza e disinvoltura. Un ragazzo e una ragazza divisi dall’etnia, ma uniti da una sotterranea e universale attrazione sensoriale. Un inno all’amore questo Sole Alto, ma non quelle pastoie terzomondiste con lezioncina. Questa è roba seria. È materia viva. Maneggiata con amorevole cura.

Matanic, anche sceneggiatore, non può che averlo sentito questo film, dentro di sé, nell’anima e nella carne. Lazovic e Markovic, poi, e forse più lei che lui, trascinano letteralmente una piccola compagnia di giro d’attori semplici e autentici dentro al vortice degli eventi. La guerra che inizia con la coppia gioiosa in riva al mare, la guerra finita che lascia solo macerie, la guerra passata che presenta continuamente il conto. Inutile provare e resistere. In Sole Alto non si ride, ma si piange. Si ascolta, si davvero si ascolta con le orecchie, la modulazione precisa di una ricerca sonora che lascia stupefatti. Il suono diegetico di un brano musicale che isola protagonisti e ambienti (nel primo capitolo la tromba suonata da Ivan e il pezzo ascoltato in auto dal fratello di Jelena; nel secondo l’isolamento con walkman e cd di Natasa; nel terzo la rumba techno del rave party intervallata dal silenzio dell’immersione del protagonista in mare).
Forse saremo partigiani, amanti di una terra croata dall’Istria a Dubrovnik che sembra ancora respirare il passato, quando invece il presente si sente già premuto da un futuro impellente, iperconsumista e occidentalizzato, come in una qualsiasi Ibiza da turisti scoppiati. “Il mio obiettivo, appunto, era quello di descrivere la collisione tra il mondo pacifico dei due ragazzi, un mondo illuminato dal sole come i villaggi da cui provengono, e le peggiori azioni umane, quelle che affondano le proprie radici malate in un passato lontano”, ha spiegato Matanovic. “Ho sempre desiderato girare un film che fosse uno specchio per tutti noi, noi che nell’ex Jugoslavia, riportandoci faccia a faccia con il momento in cui abbiamo smesso di essere un popolo civile per diventare un popolo dominato dalle pulsioni più oscure e più violente. Sole alto celebra l’altruismo, Sole alto celebra il meglio della natura umana che sta ancora lottando per riemergere vittorioso nelle nostre terre”. Non perdetevelo. Esce il 28 aprile grazie a Tucker Film, con coproduttori croati, serbi e sloveni. Vedrete la vita sotto un’altra luce. Quella di Sole Alto.

Davide Turrini, da “ilfattoquotidiano.it”

 

 

Tre estati, tre storie, nello stesso fazzoletto di terra fra un villaggio serbo e uno croato. In mezzo, il conflitto dei Balcani, con la sua ombra scura e minacciosa nel 1991, le sue dolorose conseguenze nel 2001 e la sua eredità di diffidenza nel 2011. Ecco cosa ci mostra e ci narra, con indiscutibile raffinatezza, delicatezza e spontaneità Dalibor Matanic in Sole alto, una delle più gradevoli sorprese della sezione Un Certain Regard dello scorso Festival di Cannes.

E meno male che esiste Cannes, perché solo da uno dei pochi luoghi al mondo in cui si celebra il cinema nella sua più pura essenza poteva arrivare un film così, un racconto di guerra senza campi di battaglia che con una corrente alternata di pacatezza e intensità celebra il desiderio di uscire dall’insensatezza dell’odio e da un limbo di stupidi retaggi. Sono questioni scottanti, fondamentali, universali, che senza voler insegnare nulla a nessuno vengono affrontate, in due ore di splendide immagini, guardando ai destini di sei giovani innamorati ostacolati dall’appartenenza a fazioni opposte, novelli Giulietta e Romeo in costume e maglietta e fra le macerie. Nel primo episodio, gli amanti “proibiti” sono Ivan e Jelena, che vogliono fuggire a Zagabria e cominciare una vita insieme. Arrivano poi Nataša e Ante, che si desiderano furiosamente ma si odiano troppo per stare insieme. Chiudono Sole alto Luka e Marija, tenuti lontani dai condizionamenti delle famiglie.

A interpretare questi personaggi non sono tre coppie d’attori ma una soltanto: scelta certamente spaesante per gli amanti della verosimiglianza, ma secondo noi felice, anzi rivoluzionaria, perché chiarissima espressione della volontà del regista di creare un’illusione di lieto-fine che riempie di effimera gioia vicende altrimenti durissime. Tenendosi per mano, cedendo al desiderio o guardandosi in cagnesco, i magnifici Tihana Lazovic e Goran Markovic attraversano un ventennio e un paese che è cambiato e si è modernizzato, ma nel quale i pregiudizi difficilmente scompaiono: e non perché serbi e croati ormai non possano andare d’accordo, ma perché le resistenze e le etichette si sono moltiplicate, investendo la sfera religiosa, politica e anche sessuale. Vedendo riapparire gli stessi interpreti dopo una conclusione più o meno sconcertante, si spera in un riavvicinamento sotto altre spoglie e ci si immedesima volentieri in un duetto che è nuovo solo fino a un certo punto perché vale come archetipo. Simbolo di convinzioni granitiche, per fortuna rappresenta anche un sentimento positivo che nonostante tutto si rinnova e che a 20 anni è più impetuoso che mai.

E poi c’è la natura, quieta, celeste, frondosa, riscaldata da un sole sempre allo zenit che con i suoi raggi infuocati penetra il le zone buie dei cuori. E’ un contenitore brulicante di vita e soprattutto una presenza maestosa, pacificata come non lo sono gli uomini. Attraverso la fotografia di Marco Brdar, Matanic la rende evocativa e contemporanemente vibrante, sensuale nella misura in cui accoglie mollemente i corpi che la abitano, corpi, giovani forti, in costante movimento; corpi che possono, devono guarire dalle ferite del passato; corpi che esaltano silenzi e gesti, ora rabbiosi e bruschi, ora dolci e gentili. Contemplando i suoi scenari, che ricordano l’ambientazione de Lo sconosciuto del lago (altro gioiello cannese), quasi si dimenticano le bruttezze della guerra e si torna a sperare in un’apertura mentale, confortati anche dall’ultimo episodio, che ospita al suo interno una bella contrapposizione fra presente e passato.

Non tutto è perduto, sembra insomma dire il regista ai suoi personaggi, ai suoi connazionali e perfino a noi che siamo lontani (ma non così tanto) dai Balcani. Il suo Sole alto è un film ottimista, come lui stesso ha più volte sottolineato durante la promozione, ripetendo come un mantra: “In qualunque paese del mondo tu viva, la vita è troppo breve per sprecarla odiando. Il nazionalismo estremo non vincerà mai, l’amore sì”.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

 

Gli strumenti che il cinema ci ha dato per cercare di fare luce su quanto accaduto nella ex Jugoslavia negli ultimi decenni sono molti e di varia natura – dai film di Kusturica a quelli di Danis Tanović per fare gli esempi più noti -, ma forse a nessuno era ancora venuto in mente di declinare la più grave tragedia europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale nel modo più semplice ed efficace possibile: l’impossibilità dell’amore per un aggiornamento dell’eterno modello shakespeariano dei Montecchi e Capuleti. Lo ha fatto Dalibor Matanić con il suo Sole alto – premio della giuria in Un certain regard al Festival di Cannes del 2015 e film d’apertura della 27esima edizione del Trieste Film Festival – scegliendo addirittura di moltiplicare per tre le tragiche vicende dei suoi innamorati, novelli Giulietta e Romeo, lui croato, lei serba. Ed è proprio in questa moltiplicazione, che fa sì che il film sia diviso in tre episodi su tre decenni diversi (1991, 2001, 2011), che Sole alto trova il suo precipuo motivo d’interesse.
Facendo infatti interpretare agli stessi due attori (la stupenda Tihana Lazović e il meno convincente Goran Marković) tre diversi personaggi ogni volta innamorati tra di loro, Matanić costruisce la sua tesi sull’impossibilità dei rapporti affettivi in quel frangente della storia: immediatamente prima dello scoppio della guerra (1991), immediatamente dopo (2001) e poi, ancora più tardi, quando le ferite ancora non si sono sanate, ma forse stanno per esserlo (2011).

L’idea è a suo modo geniale, ed ha anche una indubbia efficacia. Il rischio cui però si può incorrere è quello di una eccessiva schematicità dei rapporti e delle parabole dei personaggi. Rischio in cui cadono in parte il primo e il terzo episodio. Il secondo invece è il vero nucleo emotivo – oltre che formale – di Sole alto: qui Tihana Lazović interpreta una ragazzina viziata e annoiata che torna con la madre nel paese natale e trova la casa semi-distrutta; serve dunque l’intervento di un operaio e, a tal fine, verrà chiamato un giovane croato, interpretato ovviamente da Goran Marković. Nella convivenza forzata in casa – come per una replica coatta della convivenza ai tempi della Jugoslavia – i due si scambiano odi e attrazioni reciproche, in una ben costruita atmosfera di tensione erotica.

Ma, del resto, è proprio della struttura di Sole alto il poter – e dover – incorrere in una scrittura diseguale, a tratti riuscitissima, in altri momenti un po’ fiacca (gli amici del terzo episodio che vogliono solo annullarsi nel bere e nella musica da discoteca sono troppo schematici). Quel che un po’ sorprende è che anche la regia è discontinua: vi sono dei momenti molto belli (le scene di sospensione in acqua, ad esempio, oppure l’ellittica transizione che evoca la guerra) ed altri apparentemente buttati via. Tutto questo finisce allora per impedire a Sole alto di potersi ergere a film paradigmatico – e per certi versi definitivo – degli umori sotterranei della guerra nella ex Jugoslavia, obiettivo ambiziosissimo che, secondo i presupposti, Dalibor Matanić sembrava avere in mente. Ed è un peccato che per un motivo o per l’altro qualcosa gli sia sfuggito.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

 

 

Possono di più le divisioni create ad arte dagli uomini o i legami genuini che s’instaurano tra le persone? E’ la domanda elementare che sembra percorrere dall’inizio alla fine il croato Sole alto, film che lo scorso anno si aggiudicò il Premio della Giuria di Un Certain Regard.

Il lavoro di Dalibor Matanić (suo il cortometraggio pluripremiato Party) è diviso in tre atti, corrispondenti a tre decenni distinti nella storia di un villaggio dei Balcani (1991, 2001, 2011). In scena, con variazioni minime, una relazione proibita tra una ragazza serba e un giovane croato. I nomi dei personaggi cambiano, ma gli attori che li interpretano sono sempre gli stessi (gli ottimi Goran Marković e Tihana Lazović) a suggerire probabilmente la ciclicità e l’universalità della vicenda raccontata.

La guerra rimane fuoricampo. Nel 1991 non era ancora esplosa, nel 2001 era già finita. Il clima di conflittualità però era già presente prima e si sarebbe avvertito anche dopo. A Dalibor Matanić non interessa fare memoria, scavare nelle divisioni etniche di ieri e di oggi. Vuole semmai sentirne l’aria, isolare le pulsioni, trasformare l’inquadratura in un campo magnetico di forze in lotta: un cinema, il suo, mosso da un violento impulso sensoriale, una tensione erotica che né le forme della cultura né i retaggi della Storia – e qui sta l’ottimismo – sanno contenere.

Una visione metastorica, fisicista, consegnata a uno scenario (un villaggio di confine) indefinito, sospeso nel tempo e immerso in una luce calda, estiva, foriera di epifanie. Perfetta la chimica tra i due attori protagonisti: il modo in cui usano i corpi, si lanciano occhiate, si respingono e si annusano, ha un che di bestiale, autentico e straordinario. Bello il contrasto con la calma piatta della campagna intorno, il bagno d’inquietudine nella placida neutralità della natura. Il mondo per Matanić esisteva prima di ogni io, noi, loro. E’ intero sotto la grande ferita. Verità condivisibile. Non lenisce ma almeno, diceva qualcuno, ci renderà liberi.

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

 

Si respirava un’aria di profonda, palpabile commozione, ieri sera alla Sala Tripcovich. Il 27° Trieste Film Festival non poteva che aprirsi con un ricordo della sua storica direttrice, Annamaria Percavassi, affidato in parte alle parole rotte dall’emozione di Cristina Sain, Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo, in parte al conciso ma assai toccante montaggio di riprese che ne hanno fatto rivivere l’umanità, la cultura, il modo così peculiare di rapportarsi agli altri. E tra le immagini riproposte per l’occasione ci ha molto colpito l’intervista in cui la Percavassi, scomparsa da poche settimane, sottolineava la costante presenza al festival di cineasti croati, sloveni, bosniaci e serbi, anche negli anni in cui la guerra dilaniava l’ex Yugoslavia; come a dire che l’unità degli artisti e degli uomini di cultura appartenenti a quei popoli non è mai venuta meno, contraddicendo così il brutale cinismo dei loro leader politico/militari e l’irrompere nella Storia dei venti nazionalisti, per trovare poi proprio a Trieste, in ambito festivaliero, una specie di “porto franco” dove rinsaldare quei vecchi legami. Le parole pronunciate a suo tempo dalla Percavassi ci sono pertanto sembrate (insieme alla presentazione di Nicoletta Romeo, come sempre puntuale e “sul pezzo”), l’intro ideale per il film che avremmo a breve visto.
Premiato a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”, già pronto per essere distribuito in Italia dalla Tucker di Sabrina Baraccetti e Thomas Bertacche (presenti in sala), Sole alto (titolo originaleZvizdan) è un mirabile racconto cinematografico che traspone le tensioni etniche prima e dopo la guerra nei Balcani in tre sofferte parabole sentimentali, affidate peraltro alla medesima coppia di attori.
Da un lato lo sguardo sensibile del protagonista maschile Goran Marković, invitato anche lui sul palco a Trieste, dall’altro la passionalità espressa in modo genuino e diretto dalla controparte femminile Tihana Lazović: questi due meravigliosi interpreti accompagnano lo spettatore in tre differenti segmenti narrativi che hanno ognuno un respiro proprio, ma che parlano comunque di amori brutalmente soffocati o messi in ogni caso a dura prova, per il semplice appartenere lui alla comunità croata e lei a quella serba.
Significativamente le date di questi tre inserti narrativi sono 1991, 2001 e 2011, ossia decenni diversi scelti per porre in primo piano ora l’assurdo irrompere dell’odio e della violenza in una cornice ancora pacifica, ora la difficoltà immediata a riprendersi dai traumi della guerra, ora gli strascichi a lungo termine del sanguinoso conflitto. Il regista croato Dalibor Matanić, che avevamo seguito con curiosità sin dagli esordi (ovvero l’eccentrico e promettente Cashier Wants to Go to the Seaside, da lui girato nel 2000), trova qui il tono giusto per ciascuna storia, ricorrendo a uno stile che sa valorizzare gli elementi ambientali, la ricerca del dettaglio, la stessa dimensione corporea dei protagonisti. Il collocare l’amore come fragile baluardo, opposto agli odi etnici e alla cultura del sopruso, è in definitiva qualcosa che Matanic ha saputo esprimere avvicinandosi quasi al forte impatto emotivo suscitato in noi, tanti anni fa, dal folgorante Prima della pioggiadi Milcho Manchevski. Ma con un tocco, rispetto al regista macedone, forse persino più libero e arioso.

Stefano Coccia, da “taxidrivers.it”

 

 

Sullo sfondo della guerra dei Balcani, durata trenta lunghi anni, hanno luogo tre storie d’amore divise fra Serbia e Croazia: Ivan e Jelena programmano di fuggire verso Zagabria, ma la guerra sta per scoppiare; dieci anni dopo, Nataša si ritrova a convivere con il giovane Ante; nel 2011, alla fine del conflitto, Luka va a trovare Marija, con cui, in passato, ha avuto una storia d’amore.

Premiato dalla giuria del Festival di Cannes 2015 nella sezione Un Certain Regard, Sole Alto diDalibor Matanic narra una grande storia d’amore, ma lo fa seguendo una struttura tripartita: tre sono gli amori ivi tratteggiati, tre sono gli atti di cui si compone l’opera e tre, per concludere, i decenni lungo i quali si dispiega la vicenda nella sua totalità. È un cinema caldo e vibrante, quello di Matanic, che con Zvizdan (questo il titolo originale) accende un faro per rischiarare la terrificante guerra dei Balcani che, tra il 1991 e il 2001, ha bagnato di sangue le terre dell’ex-Jugoslavia. Un cinema che si prefigge uno scopo, quello di illuminare un pezzo di storia su cui si tenta di gettare una coltre al fine di dimenticare, mentre ancora i reduci e i sopravvissuti piangono la scomparsa dei propri cari. Ma Matanic non permette mai che il conflitto costituisca il personaggio principale, né il fine ultimo, di Sole Alto. È certo evidente che il nucleo sottratto sia, al contempo, il mezzo tramite il quale il regista permette alla sua opera di respirare, di acquisire senso; ma è altrettanto chiaro che il suo sguardo fissi ben altri orizzonti: focale è la ciclicità di tre storie d’amore che sembrano l’una l’eco dell’altra, la sua perpetuazione tra le parentesi di un conflitto senza senso che tutto spazza via. Non è casuale, di conseguenza, la scelta di dirigere gli stessi due attori protagonisti -Tihana Lazovic e Goran Markovic – per raccontare tre vicende differenti. Diviene urgente la necessità di esprimere, con ogni mezzo disponibile, un messaggio antichissimo che affonda le radici nelle più tramandate e celebri opere – cartacee e filmiche – che per secoli hanno disseminato l’arte in ogni sua forma. Perché Matanic, sì, punta i suoi e i nostri occhi su esseri umani diversi, con una storia unica e propria, ma si serve degli stessi volti affinché sia immediato non solo il mescolamento degli uni con gli altri, che si scoprono inscindibili, ma anche delle nostre percezioni con quelle loro, demolendo i confini etnico-culturali che la storia ha innalzato, e facendo la propria “guerra” alla Guerra stessa.

Siamo tutti uguali, dunque, ma Matanic si dimostra consapevole anche della verità che non può essere negata: le barriere che vengono edificate continueranno a esistere nei decenni a venire, almeno finché l’odio interetnico avrà vita. La guerra dei Balcani è il ritratto di una guerra civile già vista e che vedremo ancora, fatta da altri uomini, combattuta in altri paesi. Eppure, si tratta di un conflitto che il regista tiene deliberatamente fuori campo, isolando i due (o gli infiniti) protagonisti nella calma natura che assorbe il villaggio senza nome, e che dà risalto ai loro impulsi vitali e ai loro sguardi. L’amore diviene, allora, un tesoro da preservare, da coltivare sulle ceneri di una guerra che ha distrutto tutto, ma perché ciò sia possibile è essenziale che ci si rifletta nell’ “altro”, nel dissimile. E Sole Alto rammenta che si può scegliere: si può respingere la rifrazione ma la si può anche accogliere placidamente, custodirla; e poi, forti della primordiale ciclicità dell’uomo e del mondo che abita, disperderla, perché qualcun altro la colga, nella bellezza della natura indistruttibile.

Federica Cremonini, da “silenzio-in-sala.com”

1991. Jelena e Ivan si amano stanno per lasciare i paesi in cui vivono per trasferirsi a Zagabria. Ma lei è serba e lui croato e i primi segnali dell’esplodere dell’odio etnico non aiutano questo loro progetto. 2001. Dopo il conflitto la giovane serba Nataša torna con la madre nella casa in cui avevano vissuto e in cui la guerra ha lasciato profonde ferite che segnano anche gli animi. Ante, croato, accetta di lavorare nell’edificio per riattarlo ma la ragazza non sopporta la sua presenza. 2011. Luka, croato, torna al paese in occasione di una festa dopo una lunga assenza. Va a trovare i genitori che non vede da tempo ma, soprattutto, decide di recarsi a casa di Marija, serba con la quale ha avuto molto di più di una relazione.
Sembra appartenere ad un lontano passato il conflitto che ha insanguinato i Balcani tanto che le generazioni più giovani spesso ne sanno poco se non addirittura nulla. È a loro in particolare che si rivolge Dalibor Matanic con questo film che si inscrive, senza ombra di dubbio, nel ristretto gruppo di opere che hanno saputo cogliere nel profondo lo specifico del conflitto che tra il 1991 e il 1995 insanguinò in maniera orribile l’ex Jugoslavia ma anche, e questo è il suo straordinario pregio, le dinamiche che sono proprie di ogni guerra civile. Lo fa attraverso tre storie in cui il rapporto amoroso diviene cartina al tornasole per evidenziare la sofferenza ma anche la possibilità di una speranza che tragga origine dall’accettazione dell’altro visto come persona e non come appartenente a questa o quella etnia o a questo o quello schieramento politico.
Si potrebbe lecitamente pensare ad un archetipo narrativo classico, a un Romeo e Giulietta rivisitati nella contemporaneità ma non è così. Perche Matanic ha conosciuto sulla sua pelle la realtà che porta sullo schermo ed era pienamente consapevole del fatto che, nei Balcani, il film avrebbe potuto avere un’accoglienza contrastata perché i lutti non sono stati dimenticati e non tutte le ferite si sono rimarginate. Ma proprio perché questo film guarda oltre ha il coraggio di ricordarci, in un periodo in cui l’intolleranza sembra tornare a dominare le dinamiche mondiali, che si può guardare alla realtà in modo diverso. Lo fa con una scelta anche cinematograficamente non facile. Perché sceglie gli stessi due straordinari giovani interpreti per tutte e tre le storie costringendo lo spettatore a pensarli come diversi (con un diverso passato, con differenti modi di guardare al presente e al futuro in periodi cronologicamente ben distinti). Al contempo però ci chiede anche di pensarli ‘uguali’, uguali a milioni di ragazzi e ragazze che vivono o hanno vissuto in situazioni di conflitto in cui chi preferisce odiare pensa di semplificare la vita appiccicando ad ognuno un etichetta che lo renda immediatamente riconoscibile come amico o nemico e su questa base (e solo su questa) decidere se eliminarlo o affiancarglisi.
Matanic non ci propone un embrassons nous retorico o quantomeno utopico. Conosce il prezzo che tutti debbono pagare prima, durante e dopo un conflitto ma pensa anche che sia possibile andare oltre pur non dimenticando il passato. Per fare questo è necessario che la luce sia allo zenit, che il sole sia alto, nonostante tutte le nubi che lo possono nascondere alla vista della società e dei singoli.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

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