remember-trailer-italiano-del-thriller-di-atom-egoyan-1

Remember

remember

 

Zev è un anziano ebreo affetto da demenza senile che vive in un ospizio insieme al suo amico Max. Un giorno Max convince Zev a partire alla ricerca del nazista responsabile dell’uccisione della sua famiglia ad Auschwitz; l’uomo vive in America sotto il falso nome di Rudy Kurlander, ma esistono altri tre uomini con lo stesso nome. Zev si imbarca quindi in un viaggio alla ricerca del vero Rudy Kurlander per vendicarsi.
Atom Egoyan ritorna dietro la macchina da presa; dopo 15 lungometraggi che gli hanno fatto conquistare molti premi, il regista armeno si prende la responsabilità di trattare un tema difficile, un tema che già in molto prima di lui hanno analizzato e divulgato coi propri mezzi: lo sterminio degli Ebrei a opera della Germania Nazista.

“Ci risiamo, ecco il trentordicesimo film sull’olocausto…” qualcuno di voi lettori potrebbe lamentare. Certo avrebbe ragione. Credo che siano stati fatti più film sul nazismo e la shoah di quanti ne siano stati fatti sulla Guerra del Vietnam, sulle Guerre di Indipendenza Americana, sullo sterminio degli Indiani d’America, sul lancio dell’uomo nello spazio; tutto ciò senza nulla togliere alla gravità e all’importanza che eventi di tale genere hanno rivestito nella storia del nostro pianeta.

Bhe ricredetevi voi lettori sfiduciati che non avete più voglia di andare a vedere la tragedia del piccolo bimbo ebreo strappato dalle braccia della madre urlante trascinata dai cattivi soldati nazisti verso i forni crematori.

Questa volta è diverso. Questa volta si riesce addirittura a sorridere, pur continuando a sentire attorno a sé un alone di tragedia, disperazione e ingiustizie.

Ci pensa Christofer Plummer a farci sorridere e a mostrarci l’olocausto da un lato diverso.

L’attore premio Oscar infatti, all’alba dei suoi 86 anni, è ancora perfettamente in grado di sostenere un intero lungometraggio che lo vede non solo protagonista ma anche perennemente presente in scena e capace di mantenere alto il livello di attenzione dello spettatore.

Durante i 95 minuti di proiezione si sorride, ci si rattrista, si prova ansia e quasi paura.

Un thriller. In molti definiscono in tal modo la pellicola di Egoyan, ma non sono d’accordo. Non è effettivamente un thriller al 100%. Certo l’obiettivo di Zev è trovare la guardia tedesca fuggita in America che ai tempi della Seconda Guerra Mondiale sterminò la sua intera famiglia, ma una trama del genere non categorizza necessariamente un film come un thriller.

In primis, mi azzardo a dire, ho trovato il film ilare. In alcune occasioni sembra di stare davanti a un 007 di altri tempi. Il nostro vecchissimo James Bond ha la sua missione da compiere e a guidarlo da lontano abbiamo una M al maschile e un tantino più invecchiata rispetto alla Judi Dench che dal quartier generale dell’MI6 guida Pierce Brosnan: sto parlando infatti di Max, l’amico di Zev, interpetato da un bravissimo Martin Landau, che impossibilitato fisicamente a compiere la missione con il suo socio, in quanto costretto su una sedia a rotelle, si preoccupa di avere resoconti ben dettagliati da Zev e di condurlo al meglio nel corso del suo viaggio verso la vendetta.

Ovviamente non posso far finta che la parte tragica e drammatica non ci sia, che la parte olocaustiana sia stata mascherata; ma non è il filo rosso del film, piuttosto un contorno, un cornice sottile e opaca che non appesantisce lo spettatore; almeno fino a un minuto dalla fine…

Gabriella Massimi, da “storiadeifilm.it”

 

 

 

Ogni scusa è buona per fare un gran film di suspense ma nessuna è buona come un intrigo nazista. Lo sapeva Il maratoneta, lo sapeva Notorious e lo sa Remember, film che non parla di shoah ma del piacere insito nel cinema di tensione e usa la caccia al nazista rimasto nascosto per decenni come scusa.

Era un classico degli anni ’60 e ’70, qualcuno che scopre o va a cercare dei vecchi gerarchi rimasti nascosti da qualche parte, sotto mentite spoglie, insospettabili padri o nonni di famiglia, un classico che torna qui proprio all’ultimo momento possibile (i protagonisti hanno ben più di 80 anni e dovevano essere giovanissimi negli ultimi anni di guerra, siamo al limite proprio) in una delle sue vesti migliori.

Egoyan aggiunge alla caccia un particolare che sposta tutto l’asse del film: a partire alla ricerca è un uomo anziano e affetto da demenza senile. Morta la moglie può assolvere alla promessa che non ricorda più di aver fatto e che un amico ha scritto per lui, con tanto di istruzioni dettagliate su come metterla in atto. Zev è infatti un sopravvissuto di Auschwitz, come Max, che negli anni ha lavorato per trovare i nazisti scappati ai processi fingendosi ebrei e li ha fatti arrestare. Uno dei peggiori però solo ora è riuscito a scoprire dove si trovi, è quello che ha massacrato le famiglie di Zev e Max. Va preso e fatto fuori, non c’è tempo per un giusto processo. Siccome Max è su una sedia a rotelle deve essere Zev ad occuparsene mentre il suo amico lo coordina, lo dirige e lo indirizza al telefono, in una versione da terza età della serie 24, in cui nulla è giovane e moderno, ma tutto è anziano, nulla è rapido e tutto è lento.

La forza di Remember sta proprio nella maniera in cui Egoyan puntella di fantastici momenti di puro thriller lo sforzo disumano di Zev. Anziano, malato e con dei preoccupanti vuoti di memoria a cui cerca di ovviare scrivendosi tutto, il protagonista di Christopher Plummer arranca per tutto il film, si muove con difficoltà, gli tremano le mani e si aggira come un candido vecchietto che chiede aiuto a tutti. In buona sostanza è un uomo che lotta contro i propri limiti (mentali e fisici), animato da un compito superiore, un obiettivo da portare a termine a tutti i costi. La sua è una parabola fantastica di sopravvivenza al decadimento, di carattere e ardore.
Poteva essere davvero un film fieramente anni ’70 non fosse per la maniera molto moderna con cuiEgoyan si muove tra ironia e serietà, con cui da canadese prende in giro la politica statunitense sul porto d’armi, con cui ride dell’anzianità dei suoi protagonisti mentre è dannatamente serio nel lavorare con tutti gli elementi del cinema.

C’è una straordinaria sequenza di pura paura, in una casetta isolata, in cui il regista crea il paesaggio sonoro del campo di concentramento lavorando di urla e cani che abbaiano, un momento di cinema complicato e molto riuscito sia per come ci si arriva che per come Remember riesce ad uscirne. Ed è solo uno dei molti che non riescono ad oscurare un finale molto tirato via, sbrigativo e decisamente troppo conciliatorio per le basi gettate. Ma per l’appunto sono dettagli, la battaglia di intelligenza di Max e il suo respiratore infilato nel caso, coordinata con quella tutta nervo e carattere di Zev e la sua demenza sono una scalata paragonabile solo alla grande avventura di Carl Fredericksen in Up.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

La vendetta è un piatto che va servito freddo. Meglio ancora se freddissimo. Ce lo dicono proverbi e frasi fatte, ma sarà sicuramente d’accordo chi ha avuto la necessità di vendicare un torto subito. A distanza di tempo, la rivalsa ha un sapore più dolce e soddisfacente, a patto che la distanza non affievolisca il rancore, sfumandolo nel perdono o, peggio ancora, l’oblio.

Per questo è importante la memoria, il saper tenere stretto il ricordo di quanto subito, la voglia di ripagare il debito di sangue, anche a distanza di decenni, anche quando si è giunti agli ultimi chilometri di una vita lunga e dolorosa, anche quando l’età ed una incipiente senilità tenderebbero a cancellare il ricordo, per quanto maestoso e terribile. È quanto accade in Remember, ultimo lavoro di Atom Egoyan presentato a Venezia 2015, che l’importanza di ricordare la sottolinea già dal titolo.

Sulla strada per la vendetta

È quanto accade a Zev (nome affascinante che significa “Lupo” in ebraico) che alla morte della moglie Ruth e con la memoria che inizia a fare brutti scherzi decide di partire per la sua personale missione di vendetta. In accordo con il compagno d’ospizio Max, col quale ha condiviso decenni prima la prigionia ad Auschwitz, inizia un percorso on the road sulle tracce del Nazista responsabile di aver sterminato le loro famiglie. Un viaggio drammatico, guidato dalla lettera di istruzioni di Max sempre pronta a rinvigorire la memoria e rimetterlo sulla corretta via ad ogni deviazione mentale. Un viaggio fatto di incontri e scontri inaspettati, di false piste e deviazioni, e, infine, di drammatiche scoperte.

Nazisti, la odio questa gente

In un film che riflette sulla memoria e l’importanza di mantenerla a costo di leggere e rileggere da una lettera i punti fermi della propria esistenza, i Nazisti sono l’antagonista perfetto: mai va in alcun modo dimenticato quel che è stato, quel che è accaduto nel corso della Seconda Guerra Mondiale, quello che Hitler e chi lo seguiva hanno compiuto. La vendetta nei loro confronti, seppur uno solo di essi, è la vendetta per eccellenza. Per questo ci sentiamo coinvolti dal percorso di Zev in Remember, condividendo il suo viaggio e il suo scopo. E siamo sicuramente aiutati in ciò anche dall’incredibile interpretazione di Christopher Plummer, che dona umanità al suo Zev, muovendosi tra vigore e fragilità, tra decisione e smarrimento.

L’Egoyan che non ti aspetti

Atom Egoyan dirige con sicurezza lo script firmato da Benjamin August, costruito per condurre lo spettatore accanto a Zev, a vivere la sua vendetta e le sue motivazioni fino al tesissimo finale. Un Egoyan diverso dal passato, che mette da parte le sottili ambiguità dei suoi lavori migliori e si dedica a una messa in scena fin troppo esplicita: pensiamo alla figura del poliziotto nazista interpretato da Dean Norris e lo scontro tra lui e Zev, che qualcuno potrebbe considerare eccessivo e sopra le righe, o al modo sbrigativo con cui vengono affrontati alcuni passaggi. Ma in definitiva l’impostazione che dà al suo Remember funziona e riesce a coinvolgere a dispetto di alcune evidenti imperfezioni.

Antonio Cuomo, da “movieplayer.it”

 

 

Zev Guttman, ebreo affetto da demenza senile, è ricoverato in una clinica privata con Max, con cui ha condiviso un passato tragico e l’orrore di Auschwitz. Max, costretto sulla sedia a rotelle, chiede a Zev di vendicarli e di vendicare le rispettive famiglie cercando il loro aguzzino, arrivato settant’anni prima in America e riparato sotto falso nome. Confuso dalla senilità ma determinato dal dolore, Zev riemerge dallo smarrimento leggendo la lettera di Max, che pianifica il suo viaggio illustrandone i passaggi. Quattro le identità da verificare, uno il colpo in canna per chiudere una volta per tutte col passato. Tra America e Canada, Zev troverà il suo ‘nazista’ e con lui una sconvolgente epifania.
C’è stato un tempo (lontano) in cui il nome di Atom Egoyan risuonava come la promessa di un cinema ‘deragliante’. Un cinema di resistenza e devianza contro i dettami della società nord-americana e contro quelli dell’industria cinematografica hollywoodiana. Negli ultimi anni invece l’autore canadese, indeciso tra Hollywood e indipendenza, ha faticato a trovare il suo posto, a rintracciare il suo sguardo precursore e la cerebralità glaciale sotto cui coltivava l’emozione e faceva di quell’emozione un vero e proprio campo di tensione. Tuttavia Remember riemerge a sorpresa la sua identità canadese e le sue ambizioni artistiche, infilando, dopo quello di Felicia, un altro viaggio straordinario. Quello di un sopravvissuto alla Shoah che soffre di demenza senile, che vorrebbe vendicare il suo passato, che intraprende il viaggio e dimentica regolarmente perché lo ha intrapreso.
Remember ribadisce gli elementi tipici del cinema di Egoyan, a partire dalla sua attenzione per la struttura (a puzzle o a labirinto). Una struttura che produce un’abile premessa smentita poi dall’epilogo, lasciando lo spettatore solo col suo desiderio di coerenza. Perché una parola e un’immagine interrompono improvvisamente il processo di costruzione di senso, invalidando il lavoro compiuto e innescando un movimento di rivalutazione della vicenda che annuncia qualcosa fino a quel momento impensabile. Impossibile dire meglio e di più senza togliere allo spettatore il piacere frustrante (e frustrato) di una manifestazione inattesa.
Alla maniera di Black Comedy, dove un piano sequenza smascherava il mito di una famiglia perfetta, costringendo il protagonista e lo spettatore a riconsiderare le tracce del passato alla luce di quella rivelazione, Remember sconfessa la propria edificazione narrativa con un arresto secco, un passaggio di segno brutale che introduce un nuovo ordine e configura una nuova inquietante emergenza. La violenza dell’atto di ricomposizione ‘uccide’ il protagonista di Christopher Plummer e basisce lo spettatore empatico con la ricerca di vendetta. Un regolamento di conti con la Storia e con una storia di ‘privazione’, che il vapore della doccia, la sirena di una diga, il ringhio di un pastore tedesco, le grida rabbiose di un poliziotto ubriaco, ‘rigenerano’, giustificano e suggeriscono, perché in relazione di vicinanza con l’esperienza concentrazionaria.
L’indagine estenuante e l’impossibilità di Zev di concedere il proprio perdono al giovane SS, si rovescia di colpo e con un colpo di pistola in un movimento che colpisce duro personaggio e spettatore, precipitando il film in un territorio instabile su cui non è davvero più possibile ricostruire, neppure dolorosamente. In questo scarto ritroviamo la poetica di Egoyan, il suo cinema incentrato quasi sempre su una catastrofe assente, di cui ripercorriamo i brani e di cui conosciamo soltanto lo choc di ritorno. Il trauma su cui i suoi personaggi cercano di riprendere il controllo attraverso una ricerca improntata frequentemente sulle foto o sui video.
Remember, thriller senile sulla Memoria e sulla mostruosità banale del totalitarismo, che ha privato l’uomo della percezione di sé e di tutte le categorie intellettive soggettive, quelle che permettono di discernere e di scegliere con coscienza tra il bene e il male, ritrova l’autore e la strategia dello scarto del suo cinema, lo stravolgimento della percezione e il narcisismo con cui riconciliamo la frattura tra desiderio e identificazione.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Zev (che in ebraico significa Lupo) è ormai anziano e ha una pessima memoria. A dirla tutta dimentica quasi tutto almeno una volta al giorno, ad esclusione delle cose fondamentali ovviamente, il nome e il volto del figlio, dei nipoti, della moglie, che continua a chiamare e cercare nonostante sia purtroppo deceduta. Demenza senile, tecnicamente, a causa della quale vive in una casa di riposo piena di confort e di vecchi amici, con i quali ha passato esperienze tragiche come l’internamento ad Auschwitz. Con uno di loro in particolare, Max, condivide un segreto, la promessa di assassinare il comandante delle SS che nel campo polacco ha sterminato le loro famiglie. Ora che la moglie Ruth è morta, come ricordavamo prima, è arrivato il momento della vendetta: armato di una lettera dettagliata all’estremo, scritta proprio dall’amico Max per evitare che la memoria fallace distrugga il piano, Zev scappa in solitaria e dà il via a un viaggio fra gli USA e il Canada.

Quattro persone da visitare, quattro identità da controllare, un solo feroce aguzzino da eliminare dopo decenni di sofferenze e incubi. Dopo il thriller drammatico e cupoCaptives, il regista canadese Atom Egoyanalleggerisce (seppur di poco) i toni e crea una commedia nera on the road, con la quale prova a mostrare come i delitti efferati del nazismo siano tuttora difficili da dimenticare ed elaborare. Nonostante l’età estremamente avanzata dei personaggi, e dei veri sopravvisuti, la rabbia è ancora palpabile e grida rivalsa. Non tutto però è lineare e scontato, la sceneggiatura dell’esordiente (almeno in questo campo) Benjamin August sa come raccontare e sorprendere, nel finale e non solo. Riesce anche ad inserire nella storia immagini simboliche di grande impatto, come un negozio di abbigliamento zeppo di roba che somiglia molto al centro di raccolta dei nostri ricordi (avete già visto Inside Out…?), all’interno del quale il nostro personaggio ha ormai bisogno di aiuto per trovare ciò che cerca; e ancora una cava all’interno della quale si fanno brillare cariche di esplosivo con sirene di allarme, suoni macabri che ad occhi chiusi fanno tornare in mente i bombardamenti nemici.

Christopher Plummer si fa carico del difficile ruolo di Zev, portando a casa l’ennesima interpretazione magistrale, supportato da Martin Landau e Bruno Ganz che non hanno certamente bisogno di presentazioni. Trova spazio anche Dean Norris, direttamente daBreaking Bad, nella scomoda uniforme di un poliziotto fiero dei suoi rigurgiti nazisti. Un lavoro senza pretese esagerate che si lascia guardare con tranquillità e intrattiene con gusto, nonostante risulti per molti tratti ‘già visto’, peccando di ingenuità solo nel “secondo” finale, uno spiegone superfluo che mette insieme pezzi di puzzle che lo spettatore ha già incollato insieme minuti prima. È sempre un peccato, sottovalutare il proprio pubblico.

Aurelio Vindigni Ricca, da “cinefilos.it”

 

 

Il passato si offusca, si sbiadisce, si relega, ma non si cancella. Basta un suono, un profumo, un simbolo, perché il passato riaffiori e riprenda sembianze di fantasmi dolorosi, di moti dell’animo incontrollabili. Zev (Christopher Plummer), è un distinto signore di novant’anni affetto da demenza senile ed è ospite di una casa di riposo. Una mattina si sveglia in preda ad un delirio invocando sua moglie Ruth, ormai deceduta da una settimana. L’ultima notte della “seduta di shiva”, il rituale ebraico del lutto, Zev riceve dal suo amico novantenne Max (Martin Landau) costretto su una sedia a rotelle, una busta in cui vi è una fitta lettera che Zev dovrà leggere in privato. La sorpresa per Zev è sconcertante. Oltre alla lunghissima lettera, nella busta c’è una considerevole mazzetta di banconote da cento dollari. Nello stupore ed anche commovente smarrimento, Zev leggendo le parole di Max, ricorda la promessa che ha fatto all’amico: rintracciare Rudy Kurlander, l’uomo a cui sia Max che Zev hanno dato la caccia, l’ufficiale tedesco responsabile dello sterminio delle loro famiglie nel campo di concentramento di Auschwitz. Zev, sfuggendo all’attenzione del personale di sorveglianza della casa, di notte chiama un taxi ed inizia la sua avventura per compiere la vendetta, in un viaggio che lo porterà a sorprendere persino se stesso. Atom Egoyan ritorna a tratteggiare, mettendo insieme dolorosi vissuti , passo dopo passo, porta dopo porta, attraverso le tappe del viaggio di Zev, un passato ammantato, freddo, di morte gratuita, ma che ancora balugina di lucida crudeltà. Zev è un uomo ormai con poca energia vitale. Ma vuole vendicare le morti insensate dei suoi famigliari e dei famigliari di Max. Agisce con sorprendente determinazione, forte delle istruzioni che Max gli ha scritto nella lettera, che non cessa mai di leggere per ricordare e collegarsi all’azione del presente. Egoyan riprende in “Remember” ciò che ha trattato nel suo precedente “Ararat-Il monte dell’Arca”, vivificando l’eredità di un sentimento destinato a quelle generazioni che hanno nel loro passato storico genocidi e carneficine umane. Possono i figli, eredi comunque delle azioni dei padri, rimanere indenni da conoscenze aberranti sulla condotta dei padri? Pare proprio che la tragedia scritta nella storia non abbandoni mai le sue vittime ed i suoi carnefici. Con un’estetica dello sguardo che è nello stesso tempo un’etica della messa in scena, il cineasta naturalizzato canadese, compie un’opera che racconta e mostra l’epifania di una verità che inchioda il protagonista, ma anche lo spettatore resta sbigottito, colto di sorpresa da una vendetta che si compie senza mezzi termini e con lucida e fredda precisione. Nello stesso tempo, la colta maestria registica, predispone ad una calcolata strategia di comunicazione fondata sul rispetto dello spettatore, che viene invitato, nel finale, a fare appello alla propria sensibilità interiore ed intelligenza per completare l’opera del regista. Egoyan sostiene che senza la superba interpretazione di Christopher Plummer, la caratterizzazione del personaggio Zev non sarebbe mai riuscita come è. Come dargli torto. Plummer entra perfettamente in sintonia con il personaggio, l’uomo che si aggrappa ad una lettera per portare a termine una vendetta ragionata. Barcollando, cadendo, alla fine, lucido, rivisita il suo doloroso passato e se ne libera per sempre.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog