Race-il-colore-della-vittoria

Race – Il colore della vittoria

race-il-colore-della-vittoria-trailer-italiano-del-biopic-sportivo-sul-campione-olimpico-jesse-owens

 

Negli anni ’30 l’afroamericano Jesse Owens diventò un campione di atletica, vincendo quattro medaglie d’oro ai Giochi Olimpiadi del 1936, tenutisi a Berlino, diventato un simbolo della lotta al razzismo sfidando le ideologiche razziali imposte da Adolf Hitler.

Ieri come oggi, se ne faceva una questione di “race” di razza, una migliore delle altre, una inferiore a tutte. RACE – Il colore della vittoria, è l’opera che il produttore Jean-Charles Lévy, ed il regista Stephen Hopkins, hanno dedicato alla memoria dell’eroe mondiale, leggenda dell’atletica leggera, Jesse Owens, l’uomo che scrisse la storia dello sport, l’uomo che sfidò la visione nazista della supremazia ariana.

Primo film sull’icona mondiale quattro volte oro olimpico ai giochi di Berlino 1936, il film di Hopkins, racconta gli anni più intensi della vita dell’atleta, dall’arrivo all’Ohio State University appena diciannovenne, ai successi di appena due anni dopo sul palcoscenico internazionale delle Olimpiadi. Desiderato ardentemente dal produttore Luc Dayan che aveva già prodotto e sviluppato il premiato corto Tribute to Jesse Owens and Carl Lewis, RACE non è solamente un film sullo sport, ma è prima di ciò un film dal carattere socio politico non trascurabile. Non tutti sanno infatti che per un pelo i Giochi Olimpici rischiavano di saltare, o quantomeno di non ospitare fra le squadre, quella americana. La partecipazione ai Giochi Olimpici avrebbe appoggiato, secondo il presidente del Comitato Olimpico Americano Jeremia Mahoney, la strumentalizzazione degli stessi ad opera dei tedeschi. Pochi conoscono le sfumature della competizione ed il profondo rispetto che legò Owens a uno dei suoi più celebri rivali, l’atleta tedesco Carl “Luz” Long, grande speranza ariana di Hitler, che sarà punito dai nazisti per aver dimostrato e palesato affetto e stima per il collega nero. Ignota a molti pure la dinamica relazionale tra la regista Leni Riefenstahl e il ministro per la propaganda del regime, Joseph Goebbels, il quale (questo purtroppo non ci è mostrato nel film), mente perversa e pericolosa, fu molto innamorato della giovane Leni, arrivando ad essere per ella un’ossessione temibile e poi un nemico crudele e vendicativo a seguito del drammatico rifiuto ricevuto. Dimenticato e commovente, anche il fatto che i successi di Owens, per decenni non sono mai stati riconosciuti da nessun presidente americano, fino a quando nel 1979 è stato insignito del Living Legend Award alla Casa Bianca, e nel 1990, è arrivata la medaglia d’Oro del congresso, oramai postuma.

Ambientazione del film, oltre la Germania nazista delle olimpiadi è l’America della post-depressione, periodo storico rappresentato dal direttore della fotografia Peter Levy (storico collaboratore di Hopkins) riducendo al minimo la luce degli interni poiché la gente all’epoca cercava di risparmiare il più possibile anche sull’elettricità, privilegiando i mezzi toni, tingendo l’inquadratura con tonalità più intense e scure. Per le scene in cui Owens corre in Germania invece, Levy ha cercato ombre più marcate ed uno stile più grafico, traendo alcune scene dei Giochi Olimpici proprio dal capolavoro di Leni Riefenstahl: Olympia, documentario con il quale la regista tedesca aveva il desiderio di realizzare qualche cosa di nuovo, sperimentando soluzioni tecniche originali. Hans Ertl (purtroppo questo e gli altri aneddoti non ci verranno mostrati nel film), collaboratore di Leni, aveva costruito una macchina da presa automatica che consentiva di seguire gli scattisti sulla pista dei cento metri, ma un giudice di gara, tuttavia, vietò di utilizzarla. Per filmare lo stadio da una prospettiva aerea, la Riefenstahl, si servì di un pallone. Ogni mattina, dopo aver legato ad esso una piccola macchina da presa, lo liberava verso il cielo, e grazie ad un inserzione sul giornale nel quale prometteva una ricompensa a chi riportava la cinepresa, riuscì ogni volta a recuperare l’apparecchio ed il materiale filmato. Walter Frentz, suo collaboratore, costruì un cestino di corda e vi alloggiò una minuscola camera, chiedendo ai maratoneti di legarselo al petto durante gli allenamenti. Per catturare tutti gli eventi dell’apertura dei giochi olimpici (ingresso delle squadre nazionali, l’arrivo del teodoforo, l’accensione del fuoco olimpico nel braciere, il breve discorso di Hitler, le colombe che si alzarono in cielo, l’inno composto da Richard Strauss) la regista utilizzò sessanta operatori, ma le SS non le resero facile l’impresa, smontando, su ordine del ministro Goebbels, alcune macchine da presa posizionate sul palco. A salvarla fu il feldmaresciallo Goring.

“Con quattro medaglie d’oro e due record mondiali – racconta la Riefenstahl nella sua autobiografia (che forse sarebbe dovuta essere consultata dagli sceneggiatori Anna Waterhouse e Joe Shrapnel, per la scrittura di RACE) – Jesse Owens fu la grande rivelazione di quei giochi olimpici. La leggenda vuole che Hitler si sia rifiutato di stringere la mano al campione per motivi razziali (vicenda raccontata nel film in una scena fondamentale), ma non fu questo che accadde veramente (i fatti sono peraltro riportati nel rapporto americano sui giochi olimpici, altro testo che forse avrebbero dovuto consultare). Il primo giorno di gara, Hitler, accolse i vincitori nella tribuna d’onore, ma il presidente del comitato olimpico francese chiese la sospensione di questo cerimoniale non previsto dal protocollo.”

Nonostante molte scene di Race – Il colore della vittoria, siano stare girate a Montréal, e a Berlino all’Olympiastadion, riprese quest’ultime che conferiscono al film un’unicità che non sarebbe stato possibile ottenere con la sola ricostruzione sul set, Hopkins ha deciso di fare uso anche di elementi ricreati al computer, come alcune parti di Manhattan, l’anfiteatro di Los Angeles, e le bandiere delle Università Americane.

Per ciò che concerne gli interpreti, decido di spendere più tempo concentrandomi su Jason Sudeikis, nel ruolo di Larry Snyder, l’impareggiabile coach ed amico sincero di Owens, piuttosto che sull’attore protagonista Stephan James, già riconosciuto come giovane rivelazione vestendo i panni di John Lewis nel film di Ava Du Verney: Selma – La strada per la libertà. Abbiamo sempre trovato Sudeikis infatti, in commedie di successo per esempio le fortunate Come ti spaccio la famiglia e Come ammazzare il capo e vivere felici, e questo ruolo così intenso e drammatico mette in luce ancora una volta una ineguagliabile qualità degli attori americani: la poliedricità. Il personaggio di Snyder è il cosidetto Mentore, archetipo per eccellenza. Colui che grazie alla propria esperienza saprà fare dell’Eroe, Owens, un vincente. Lo stesso Snyder aveva perso una grande opportunità, quella di partecipare ai Giochi Olimpici di Parigi del 1924 con la squadra americana. Il rapporto tra Jesse e Larry incarna la lotta contro il razzismo attraverso l’integrazione.

Il mio giudizio su questo film è, dal punto di vista estetico, estremamente positivo. Nei riguardi del contenuto invece non posso che giudicarlo riduttivo e fiabesco. Come sempre fanno, anche questa volta gli americani, si sono lasciati attrarre dalla tentazione di portare acqua al proprio mulino gonfiando certe verità, ed omettendone altre; la cosa tristemente vera, è che questa volta non ce n’era neppure bisogno, perché la storia di Owens da sé dava lustro ad una certa qualità nel nuovo mondo, la democrazia. È molto patetico che nello scontro America vs. Germania, il film di Hopkins dipinga la prima come immacolata protettrice dell’uguaglianza razziale e la seconda come ciò che al tempo effettivamente era, un’infezione mortale ai pari diritti. La ricordiamo l’America di Selma? Era il 1964 (trent’anni dopo le Olimpiadi di Berlino) e ancora al sud i neri erano pesantemente minacciati dall’odio razzista dell’uomo bianco, che non si faceva troppi scrupoli a sfracellare crani negroidi, ad ammazzare bambine, a stuprare giovani donne afroamericane.

Il messaggio del film è “Se gli americani non fossero andati a Berlino, Hitler avrebbe avuto ciò che voleva, ovvero dimostrare che la razza ariana era quella dominante, ma la Storia paradossalmente ha raccontato un esito differente”. In quest’unica frase, ci sono purtroppo due errori. Il primo ci viene confessato sempre attraverso le memorie della Riefenstahl, la quale racconta che ad Hitler non importava molto delle olimpiadi. Riporto qui le parole che la regista attribuisce al feroce dittatore nel suo libro: “Io sarò felice quando tutto sarà finito, preferirei non dovervi neppure assistere”. Hitler era ben consapevole della vittoria dei neri americani, non era uno sciocco, aveva avuto modo di riflettere molto in questi riguardi ed aveva confessato all’amica Leni, la sua afflizione. Il secondo errore riguarda il fatto che queste olimpiadi (secondo la tesi del film) “avrebbero” messo in luce la non superiorità della razza ariana. Ora, non fraintendetemi, siamo assolutamente tutti d’accordo sul fatto che non ci sia una razza superiore ad un’altra in questo mondo, ma è indiscutibile in quanto Storia, che in quell’edizione dei Giochi Olimpici, la Germania fu il paese che conseguì il maggior numero di vittorie, conquistando trentatré medaglie d’oro, ventisei d’argento e trenta di bronzo, un eccellenza che non avrebbe più raggiunto, quindi perché dipingere un Hitler uscito da quest’evento con la coda fra le gambe, quando in realtà ne fu comunque il vincitore?

Io continuo a sostenere che il vero nemico di Owens non fu nient’affatto la Germania depravata di Hitler e Goebbels, quanto l’America di Roosevelt, che come possiamo vedere in una delle scene conclusive del film, continuò a trattare il giovane eroe olimpionico nazionale come un animale a cui è vietato l’accesso nei bei posti eleganti riservati ai “padroncini” bianchi.

Giulia Betti, da “storiadeifilm.it”

 

10 secondi, decimo più, decimo meno, per alcuni sono il lavoro, la fatica, il riscatto di una vita. Dimostrare di essere l’uomo più veloce del mondo è innanzitutto una sfida con se stesso, la realizzazione di anni di sacrifici bruciati in un attimo. Ma può diventare molto di più quando lo sport, specie quello olimpico che per sua natura dovrebbe essere puro, finisce al centro di interessi e conflitti che con il nobile spirito di De Coubertin hanno poco a che vedere. Ecco allora che non basta partecipare ma bisogna vincere, e il peso delle responsabilità che grava sulle spalle di un essere umano rischia di schiacciarlo.

Race – Il colore della vittoria è al momento l’unico biopic sull’eroe dei Giochi di Berlino del 1936, Jesse Owens, che è riuscito ad arrivare sullo schermo. LaDisney ne annunciò un altro tre anni fa con Antoine Fuqua alla regia, probabilmente obliterato da progetti più redditizi. A distanza di 80 anni dalle sue imprese, resta il fatto che il cinema si è finalmente deciso a celebrarle. Della leggenda si sa molto, della verità storica poco.

Jesse è giovane un atleta di colore che, nell’America ancora segregata degli anni Trenta, riesce tra mille sacrifici a farsi accettare alla prestigiosa Ohio University, dove i coloured sono in nettissima minoranza e hanno vita dura. Lo sport dei bianchi è il football ma in atletica i neri si fanno già valere. Ed è lì che, che allenato con passione da Larry Snyder, che intuisce la perla dentro l’ostrica, in una sola giornata e in meno di un’ora Owens batte quattro record del mondo e si avvia a vincere le fatidiche quattro medaglie d’oro, proprio alle Olimpiadi con cui il Terzo Reich intende celebrare la sua forza e la sua superiorità razziale sul mondo, e alle quali l’America decide di partecipare dopo un acceso dibattito pro e contro il boicottaggio che spacca in due il Comitato Olimpico.

Forse è questo l’aspetto meno noto della vicenda raccontata nel film: da un lato il costruttore Avery Brundage, che sembra condividere le preoccupazioni generali ma vede anche nel Terzo Reich un’occasione di arricchimento personale e dall’altro il giudice Jeremiah Mahoney, che chiede una risposta forte contro il razzismo e le persecuzioni degli ebrei. E’ l’eterno dibattito sul fatto se lo sport sia la forma più pura di competizione umana e dunque non vada “sporcato” con la politica, o se anche gli atleti siano cittadini del mondo che con la loro presenza agli eventi organizzati da paesi antidemocratici rischiano di avallarne l’immagine. Quali ne fossero le ragioni e le pressioni esercitate sul povero Jesse in un senso e nell’altro, anche da parte della comunità afroamericana, il sogno era soltanto suo, anche se le sue vittorie divennero un simbolo universale.

Fortemente voluto e approvato dalle figlie del campione, questo onesto e robusto biopic manca di una sceneggiatura capace di spiccare il volo e di elevarsi sopra il consueto copione del film edificante, in cui non manca nessuno dei luoghi comuni del genere, dalla caduta dell’eroe con la donna bella e libera prima del ritorno a casa, pentito, dalla compagna e dalla figlia, a battute così prevedibili da essere facilmente anticipate dallo spettatore (se ci avessero dato un euro ogni volta che abbiamo sentito in un film americano: “perché non me l’hai mai detto?”, “perché non me l’hai mai chiesto”, a quest’ora saremmo ricchi).

Non è difficile intuire le licenze poetiche prese dagli autori sulla storia reale: si sa per certo che Luz Long, diretto concorrente di Owens, che ammirava e di cui divenne amico, dette dei consigli all’atleta per aiutarlo in un momento di difficoltà, ma del fazzoletto non si è mai sentito parlare, così come non ci sono testimonianze sulle interazioni dirette della regista di Olympia Leni Riefenstahlcol campione americano, anche se sono noti i suoi contrasti con Goebbels e il fatto che non fu mai iscritta al Partito Nazista. Con altri sceneggiatori sicuramenteRace sarebbe stato più potente nella sua denuncia del razzismo e più esaltante nei momenti di gloria, ma sorvolando sui difetti del copione, è un film che non manca di buoni spunti e resta una visione piacevole e coinvolgente.

A partire dal suo maggior pregio: il protagonista Stephan James, che avevamo visto in Selma e che conferma l’ottima impressione che ci aveva fatto, con la sua aderenza anche fisica al personaggio (e non deve essere stato semplice). Ci è piaciuta anche la sua controparte, un insolito Jason Sudeikis che si sottrae per una volta alle grinfie di orribili boss e relative commedie, offrendo una convincente interpretazione della figura del coach appassionato e partecipe ma in disgrazia presso le alte sfere. Se è poi un grande piacere osservare Jeremy Irons nella sua puntuale caratterizzazione di Brundage, è un po’ sacrificato l’apporto di William Hurt, un attore che vorremmo rivedere in ruoli più cospicui.

Alla fine, ciò che conta ed emerge dal film è lo straordinario sforzo atletico e la volontà di un uomo che poco guadagnò dalla sua fama e e che viveva in un’epoca difficile: se per tutta la vita ha ripetuto che Hitler non se ne andò per non stringergli la mano e che invece lo salutò, ha anche affermato che il suo presidente, Roosevelt, non gli inviò nemmeno un telegramma. E’ un bene che un film ricordi a tutti noi il valore delle sue imprese e del suo esempio, anche se restiamo dell’opinione che un po’ meno di luoghi comuni e un po’ più di coraggio nel rappresentarne la storia avrebbero reso anche maggior giustizia a questo autentico campione sportivo ed umano.

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Race – Il colore della vittoria è l’ultimo film del regista Stephen Hopkins. La storia narra la famosa vicenda di Jesse Owens (interpretato dal giovane attore canadese Stephan James), l’atleta afroamericano che riuscì a sbaragliare i giochi Olimpici di Berlino del 1936, sotto la Germania nazista di Hitler, vincendo ben 4 medaglie.

Il film ci mostra l’ascesa del velocista seguendo le vicissitudini sin dal suo primo giorno di college nella ben poco tollerante università dell’Ohio. Le sue doti vengono segnalate all’allenatore nonche ex campione Larry Snyder (Jason Sudeikis) che riuscirà a perfezionare il suo stile fino a farlo qualificare alle Olimpiadi. Tuttavia la partecipazione dell’America ai giochi viene messa in dubbio da un forte fattore etico e da una protesta verso le politiche raziali di Hitler da parte del Comitato Olimpico Americano che però grazie alla mediazione di Avery Brundage (Jeremy Irons), parteciperà e risulterà vincitore nonostante tutto.

Il film è ispirato dall’autobiografia del campione olimpico che scrisse la storia dei giochi olimpici, non tanto per le sue vittore quanto per i suoi record rimasti imbattuti per oltre venti anni. Dietro la macchina da presa troviamo Stephen Hopkins, un regista abbastanza esperto, famoso per aver diretto thriller-horror come “Predator 2”, “Spiriti nelle Tenebre”, “I segni del Male” e il film biografico su Peter Sellers “Tu Chiamami Peter” nonchè le prime due stagioni della serie culto “Californication”.

Galleria fotografica di Race: Il colore della vittoria

Race si avvale anche di un cast d’eccezione caratterizzato dai premi Oscar Jeremy Irons e William Hurt e al candidato ai Canadian Screen Awards (l’equivalente dei premi Oscar canadese) Stephan James. La regia, così come la scrittura del film, sono molto buone in quanto riescono a creare un’empatia totale con lo spettatore nonostante i fatti narrati siano avvenimenti storici già accaduti. Race non si ferma alla semplice descrizione dei fatti o ai soliti stereotipi dello sport che unisce ciò che la politica divide ma tende a coinvolgere lo spettatore mostrando i lati umani e le debolezze del mito creando un vero processo di umanizzazione e rendendo Jesse Owens la prova storica di uno stile di vita, la vera incarnazione della forza di volontà quando tutto il mondo ti è contro. Le ricostruzioni storiche sono a dir poco meravigliose e dal forte impatto visivo, soprattutto il villaggio olimpico con l’Olympienstadion di Berlino in costruzione e il piano sequenza che segue il protagonista dai corridoi dello spogliatoio fin dentro la pista atletica dello stadio, mostrando il suo stupore e la sua emozione incontenibile.

Una menzione speciale va anche alla presenza di Federico Buffa, conduttore Sky famoso per le sue cronache delle partite di NBA e per le sue monografie sui campioni dello sport, nel ruolo del doppiatore del cronista delle Olimpiadi.

Per concludere, Race – Il Colore della vittoria (da notare che il titolo gioca sul doppio significato di race in inglese che significa sia “razza” che “corsa”) è uno dei film sportive più belli mai prodotti che riesce ad andare oltre ogni stereotipo filmico e che lascerà lo spettatore senza dubbio meravigliato. Ancor di più se appassionato di sport.

Lorenzo Pietroletti, da “movietele.it”

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog