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Pericle il nero

pericle il nero

 

Nel 1993, Giuseppe Ferrandino, tra i più noti sceneggiatori di fumetto italiani, pubblica (sotto pseudo: Nicola Calata) per Granata Press il romanzetto Pericle il nero. Romanzetto solo rispetto alla sua brevità, 150 pagine scarse. In Italia non se lo fila nessuno. Dopodiché, l’occhio lungo dei francesi della Gallimard riconosce nel libro quel che c’è, la materia, la sostanza, e lo fa uscire nella celebre Serie noir. Successo. A quel punto, nel 1998, Adelphi se lo accaparra e lo dà alle stampe di nuovo in Italia: e lì esplode il caso e tutti scoprono Pericle il nero. Che si porge come una sceneggiatura o poco ci manca: dialoghi icastici, situazioni descritte per quadri che sono già inquadrature, un plot incisivo. Insomma, un film su carta. Il cinema si mette a corrergli dietro, ovviamente, e a un certo punto sembra che a far parte dell’operazione arrivi anche Abel Ferrara. Riccardo Scamarcio è il protagonista fin da allora. Poi, nella dialettica delle cose, il nome di Ferrara cede a quello diStefano Mordini, il regista di Acciaio e di Provincia meccanica. Scamarcio, che produce anche, vuole lui. E nel 2016 Pericle il nero film è a Cannes, nella sezione Un certain regard. Due minuti di titoli iniziali, su una colonna sonora che trascina dentro il film, bastano per firmare un assegno sulla fiducia: il buongiorno si vede dal mattino.

Scamarcio in voice over ci fa sapere di chiamarsi Pericle Scalzone, detto il Nero, e di essere un sistematore di sgarri o cose del genere per conto di Luigi Pizza (perché ha una catena di pizzerie). Napoletani a Bruxelles, gente di camorra. Sistemare vuol dire che Pericle, quando serve, va da chi deve con un sacchetto di sabbia, glielo dà in testa e poi gli abbassa i pantaloni e lo sodomizza. “Fa il culo ai nemici”, letteralmente. Dovendo un giorno sistemare un prete rompicoglioni che tuona fulmini contro Luigi Pizza in chiesa, Pericle commette uno sbaglio e abbatte, in sacrestia, anche una vecchia che si scopre essere “Signorinella”, la sorella di un altro boss che Pizza si era preso l’impegno di proteggere. Sì, è una coincidenza forzata, questa, ma la accettiamo. Scappare, a Pericle non resta altro da fare, dopo avere evitato per un soffio che due killer lo stecchiscano. Così, su un furgone arriva a Calais, senza sapere bene cosa fare, senza soldi e senza appoggi. Finché conosce una donna, Anastasia (Marina Fois, sangue ebreo, russo, tedesco e italiano nelle vene, la bellezza della normalità, capezzoli come chiodi) che fa la commessa in una boulangerie, vive con due bambini piccoli in un condominio che si affaccia su una lunga spiaggia deserta e sul mare viola dello stretto…

C’è una scena, a Calais, in cui Scamarcio se ne va sulla battigia e si trova di fronte all’immensità dell’oceano che si fonde con il cielo – non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo che siamo in inverno, va da sé. In quel momento, l’uomo piange, forse sopraffatto da un’onda di subitanea e accecante consapevolezza, forse per lo Spirito. Lì, la sua ruota della fortuna ha girato. E lui smette di essere quello che è sempre stato e comincia ad essere un altro. Che per uno come lui significa rendersi conto di non avere più bisogno di un padrone. Nel libro di Ferrandino il perimetro degli eventi stava tra Forcelle e Pescara, dove il Nero incontra l’emigrata polacca che lo porterà inconsapevolmente fuori dal circolo vizioso della sua vecchia vita. Il film ha invece l’intuizione scenografica vincente di spostare tutto all’estremo Nord e di colorarlo con i colori dell’acciaio, di giorno, e con il nero di densii, pastosi, avvolgenti notturni. Non siamo arrivati che a metà, con la trama, ma è ovvio il nuovo Pericle sappia bene che non si può chiudere col passato e tirare la linea solo dentro di sé. Occorre farlo anche con il mondo di fuori. E qui nascono i problemi. Grossi… La seconda parte del film è più da noir manualistico, si passa all’azione (con seminagione di morti) e il plot torna da dove era partito per riannodare i fili pendenti in un finale molto ben condotto anche se un po’ troppo parlato per i gusti di chi scrive. Ma è, Pericle il Nero, il classico film di cui, qualunque cosa si possa scrivere, si starà sempre, ampiamente, ineluttabilmente, al di sotto di ciò che è a vederlo. E bisogna ammettere che il merito della forza sta tanto nella regia poco invasiva ma molto quadrata di Stefano Mordini quanto nell’interpretazione di Scamarcio che il personaggio se lo è messo addosso come una seconda pelle e gli si è totalmente prestato, con grande generosità di attore.

Davide Pulici, da “nocturno.it”

 

 

Unico film italiano in concorso a Cannes 2016, nella sezione Un Certain Regard della Selezione Ufficiale del Festival, Pericle Il Nero (QUI il trailer ufficiale) arriva sul grande schermo dopo varie vicissitudini ed una gestazione lunga circa due anni e mezzo. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino, l’ultimo film di Stefano Mordini (Provincia Meccanica, Acciaio) vede Riccardo Scamarcio nei panni di protagonista e coproduttore della pellicola per conto della sua Buena Onda, della quale è titolare insieme a Valeria Golino.
Pericle Il Nero è un noir esistenzialista, in cui la presentazione iniziale del protagonista funge quasi da pretesto per addentrarsi nei meandri della solitudine di un uomo che sta dedicando i suoi migliori anni a servire la camorra, smarrendo gradualmente se stesso e le proprie priorità affettive. Un film che parte dal microcosmo di Pericle per allargarsi sottilmente al macrocosmo della miseria che si cela dietro ai meccanismi della malavita, un ambiente composto da persone che usano altre persone per raggiungere un fine materiale non sufficiente a garantire loro una vita piena ed appagante.
Pericle Scalzone, detto “il nero”, di lavoro fa letteralmente il “culo alla gente” per conto del boss camorrista Don Luigi (Gigio Morra), emigrato insieme a lui in Belgio. Una pratica tesa a punire i debitori e i detrattori oltraggiandoli attraverso la più oscena delle umiliazioni, ostentazione di un potere che può scegliere diversi modi per uccidere.
Pericle esegue le spedizioni punitive assegnate con fredda e rassegnata precisione, quasi estraniandosi da un corpo che agisce ormai a comando, obbedendo passivamente ad un destino di cui non intravede alternativa. Occasionalmente, Pericle tenta di sentirsi ancora parte di una vita normale approcciando Anna (Valentina Acca) la figlia di Don Luigi che però, come il resto del mondo, continua ad ignorarlo.
Un giorno, il ragazzo commette un grave errore e non può fare altro che fuggire per evitare la conseguente condanna a morte. Comincerà così una fuga concitata che lo porterà faccia a faccia con la propria disperata solitudine e con il desiderio di essere altro e di ricominciare una nuova vita. L’incontro con Anastasia rappresenterà l’inizio di un’importante evoluzione personale per Pericle, mediata dalla fiducia che la donna, per la prima volta, concederà ad un uomo abituato ad essere considerato niente. Uno sfuggente e tacito atto d’amore che porterà l’uomo ad affrontare definitivamente gli interrogativi del proprio passato e a desiderare di ricostruirsi, faticosamente, una nuova identità.

Pericle Il Nero porta al cinema un personaggio letterario dal grande potenziale iconico: un uomo solo al mondo, alle prese con il costante lavorio di una mente che – per placare il dolore di una vita vissuta all’insegna della quotidiana violazione di se stesso e di una solitudine tanto profonda da sembrare inesorabile- non riesce a trovare altra soluzione se non quella di ricorrere al conforto apparente delle sostanze stupefacenti, palliativo per lenire temporaneamente una ferita che solo l’amore potrebbe guarire.
Pericle è un orfano in cerca di famiglia, capace di mostrare quel paradosso fra violenza e sentimentalismo che abbiamo visto in personaggi cinematografici del calibro di Drive di Nicolas Winding Refn, e che Riccardo Scamarcio porta in scena ottimamente. Peccato per l’evidente carenza nella guida di quell’auriga (il regista) che avrebbe dovuto dare una direzione più decisa e pregnante alla storia e alle azioni di quest’uomo che, invece, soprattutto nella seconda parte del film, diventano  talmente concitate e caotiche da far rischiare allo spettatore di perdere il filo della narrazione.
Un film che cattura solo per il magnetismo che scaturisce dal suo personaggio principale ma carente per tutto ciò che concerne la cornice narrativa in cui collocarne le vicende, con il risultato di una carrellata asettica (fatta eccezione per Anastasia) di personaggi che si incontrano-scontrano con lui, e di una parte finale caratterizzata dal susseguirsi frenetico di semi-monologhi che dovrebbero chiarire le idee allo spettatore ma che, invece, lasciano  la sensazione di un film che non sapeva esattamente come far tornare tutti conti all’interno dell’economia dei suoi 105 minuti di durata.
Pericle Il Nero arriverà nelle sale cinematografiche il 12 maggio distribuito da BIM; nel cast anche Maria Luisa Santella e Lucia Ragni.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

Che Pericle Scalzone, detto il Nero, “spacchi il culo alla gente”, va preso in maniera più letterale di quanto non si pensi. Perché il personaggio creato daGiuseppe Ferrandino è sì un soldato della camorra, solo che la testa bassa e le mani in tasca alle persone non le fa tenere a suon di pugni, ma umiliandole per e violandole: sodomizzandole.
Fermandosi a questo dato, che poi è anche l’incipit del romanzo e del film che ne è stato tratto, un personaggio del genere, animalesco e priapico, sempre pronto a far drizzare la sua arma, lo si poteva immaginare ben diverso da quello messo in scena da Stefano Mordini e Riccardo Scamarcio.

Il loro Pericle, quello di Pericle il Nero, è un adulto ancora bambino, un Candido dal fallo sempre pronto (tranne quando si tratta di utilizzarlo in quello che è probabilmente il suo primo incontro d’amore della sua vita, ovviamente), che a dispetto di capacità fisiche che Mordini mostra con grande discrezione, in una scena iniziale e in un forse inutile e castissimo siparietto porno, è tutto chiuso dentro una testa dentro la quale passano incessantemente pensieri ingenui e sogni impossibili.

Sogni d’amore. L’amore che cura, che guarisce, che redime. O, perlomeno, che fa dare una svegliata al Candido tontolone e priapico di turno. Perché dice già tutto la scelta, intelligente, di portare la storia dal sole di Napoli alle ombre e i grigiumi del Belgio atlantico: quella di Pericle il Nero non è una storia di camorra, è la storia di una presa di coscienza, di una liberazione, di una conversione.
Scamarcio avanza lungo il film con l’inerzia e l’aria imbambolata che la parte gli richiede, si muove silenzioso e inquartato tra i chiaroscuri delle inquadrature sempre precise ed eleganti di Mordini, nelle spire di un racconto in cui si perde, senza fretta, per poi arrivare a ritrovarsi, o a ritrovare una parte di sé.

Più di ogni altra cosa, infatti, Pericle il Nero è un film che pare trovare senso e direzione nella ricerca in sé, più che nell’esito della stessa, che gode dell’indugio e della sospensione incerta, più che della svolta risolutiva: e questo gli regala un’identità e un incedere interessanti, e personali.
Certo, a forza di annidarsi nelle ombre, di giocare con le luci a cavallo, di appoggiarsi ai cieli grigi e i mari plumbei di quella parte d’Europa, il rischio è quello di perdersi nelle nebbie di un racconto che sfugge sempre, che non si vuole far acchiappare, e che poi ti si disvela troppo bruscamente.

Guardi Pericle il Nero, lo insegui, ti perdi con lui, ti pare di stringerlo, finalmente: magari quando nelle scene di Calais – e nel rapporto tra Pericle e l’altra solitudine del film, che ha il volto di Marina FoïsMordini e il suo film trovano i loro momenti migliori, fatti di una quotidianità non criminale, dell’illusione di un approdo e di un racconto più disteso, meno sincopato della bella colonna sonora di Peter von Poehl. Forse anche meno ambizioso.
Poi, però, torna la notte, il mondo scivoloso e stiracchiato della camorra; arrivano le troppe parole che mostrano l’inafferrabilità della verità, anche se non ce n’era il bisogno. Torna la voglia di farsi ineffabile, di essere film bello e tenebroso, quando avrebbe potuto accomodarsi altrimenti nei panni meno maledetti ma dalla maggiore personalità che aveva mostrato di saper benissimo indossare.
Ma d’altronde, è lì, nel finale, che Pericle sta tornando.

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

“Il mio padrone è Luigino Pizza, che tutti lo chiamano così a causa delle pizzerie… Io mi chiamo Pericle Scalzone… Di mestiere faccio il culo alla gente”. Così inizia Pericle il Nero, il romanzo (Adelphi) di Giuseppe Ferrandino a cui è ispirato l’unico film italiano nella Selezione Ufficiale, Un Certain Regard, del 69. Festival di Cannes.

Progetto di lungo corso, a cui erano stati associati registi quali Francesco Patierno, con Pietro Taricone per interprete, e Abel Ferrara, arriva sulla Croisette con la regia di Stefano Mordini: protagonista eponimo, Riccardo Scamarcio, in un cast che conta su Marina Foïs, Gigio Morra, Valentina Acca, Maria Luisa Santella, Lucia Ragni, Eduardo Scarpetta.

Sceneggiatura, dal libro di Ferrandino, firmata dallo stesso Mordini con Francesca Marciano e Valia Santella, il film è una co-produzione Italia-Belgio-Francia: Scamarcio, Valeria Golino e Viola Prestieri per Buena Onda, i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne per Les Films du Fleuve e la gallica Les Productions du Trésor.

Arriverà nelle nostre sale con Bim il 12 maggio, e inquadra Pericle, che durante una spedizione punitiva come tante compie un errore letale: la preda ora è lui, dal Belgio, Liegi, dove vive, scappa a Calais, Francia, incontra Anastasia (Marina Foïs) e prova a rifarsi una vita. O, almeno, a continuare ad averne una… “Dall’ambientazione napoletana del romanzo – dice Mordini – che non avrei saputo padroneggiare siamo passati a Belgio e Francia: un non luogo, più congeniale, e la comunità di migranti”.

Scamarcio sottolinea “la fragilità di Pericle, che è quasi un adolescente candido, questo è il suo paradosso. Un reietto, considerato un cretino, eppure si rivela una persona sensibile, con un talento. E’ un personaggio che ho dovuto metabolizzare”. Se la Marciano evidenzia come “Pericle è un orfano alla ricerca di una famiglia, che abbiamo spogliato pure di Napoli”, e loda “la scelta di due sceneggiatrici donne per un film maschile”, Prestieri – “Che volete che vi dica, fare un film così è sempre più difficile” – e Scamarcio spostano il focus sulla produzione: “Il lavoro più difficile per me non è stato interpretare Pericle, ma seguire la produzione”.

Del film Mordini dice di aver “voluto prendere le distanze dalla violenza raccontata in forma di eroismo, viceversa, abbiamo raccontato la miseria della criminalità, senza indulgere nel gangster movie, piuttosto concentrandoci sulla solitudine, che è una mia ossessione, di Pericle. Tutto questo lavorando sugli stilemi di genere, il noir, di cui abbiamo evidenziato l’aspetto esistenziale”. Sulla stessa lunghezza d’onda, Scamarcio, che ha proposto il progetto a Mordini: “Mi interessava l’amoralità del personaggio. Tutti considerano Pericle un cretino, invece si rivela un personaggio profondo e capace di amare: questo me l’ha fatto scegliere. Se anche io mi sento un reietto? Il fatto di essere un personaggio pubblico mi rende un reietto della società, esponendo la mia vita e la mia privacy a plurime violazioni”.

Infine, sull’inserimento di Pericle il Nero nel cartellone di Cannes: “Ho festeggiato per dieci giorni, per me è come aver vinto la Coppa del Mondo, la Champions o il Giro d’Italia. Ci ripaga dei nostri sforzi, ma mi auguro ci ripaghi anche il pubblico”.

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

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