Oceania

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“Se puoi sognarlo, puoi farlo!”

Il motto del Signor Walt Disney continua a vivere e a dare i suoi frutti, non c’è che dire, ed Oceania si pone immediatamente come riflesso di questo pensiero tanto per i contenuti quanto per la sua concezione visiva. Il “sogno”, infatti, sembra essere il parente più stretto di quest’opera e proprio in un “sogno” si sente catapultato lo spettatore durante la visione di Oceania grazie ad una tale armonia e perfezione che aleggia su ogni singola componente del racconto e che lo accompagna dal primo all’ultimo minuto.

Su una piccola isola nel cuore del Pacifico meridionale vive indisturbata una tribù maori. Tra loro c’è Vaiana, una principessa sedicenne che sin da quando era bambina vive uno strano legame con il mare che non sa spiegarsi. Vaiana è cresciuta sotto gli insegnamenti pratici del padre, capo del villaggio, e con i racconti fantastici della nonna che hanno alimentato la sua curiosità e il suo spirito avventuroso. Un giorno, la giovane Vaiana scopre che il suo popolo discende da una dinastia di grandi marinai e ciò la porta a scontrarsi con il padre che, per un’eccessiva prudenza, vorrebbe per la figlia un futuro statico e agiato sull’isola. Nel frattempo, qualcosa di oscuro sta accadendo e la Natura ha cominciato a morire poco a poco. Vaiana, sempre più attratta dal richiamo del mare, decide di seguire il suo destino e affrontare da sola un epico viaggio in mare, oltre la barriera corallina, per donare nuova vita al mondo selvatico che la circonda e che si sta spegnendo sotto i suoi occhi. Per riuscire nella sua missione, dovrà prima trovare il semidio Maui, ossia colui che, secondo la leggenda, è diretto responsabile di quest’improvvisa morte di Madre Natura.

Stupirsi per la bellezza di un film d’animazione uscito da “Casa Disney”, ormai, è un sentimento superato e a cui dovremmo essere abituati da diversi anni. Anzi, da diverse generazioni. Solo nel 2016, infatti, la Disney ci ha fatto divertire ed emozionare con l’esuberante Zootropolis e con il delicato Alla ricerca di Dory. Ma la magia dei prodotti Disney non conosce limiti ed Oceania né è la dimostrazione più felice dal momento che, solo in rarissimi casi, si è riusciti a raggiungere una perfezione narrativa e visiva di questi livelli.

Diciamolo subito. Oceania è qualcosa che sin dalle prime immagini si pone ben oltre la frontiera del film d’animazione. Oceania è Grande Cinema d’Avventura allo stato puro. Un racconto epico ed emozionante nello sconfinato blu dell’oceano, una storia avvincente e incredibilmente ben scritta ricca d’azione, meraviglia ed una giusta dose di humour indispensabile all’interno di un racconto di questo tipo.

Il film, diretto dai due veterani di Casa Disney Ron Clements e John Musker, che in passato ci hanno regalato classici come La sirenetta, Aladdin e Hercules, dimostra sin dal plot di avere ambizioni piuttosto alte così da mettere in scena una storia decisamente densa, ricca di contenuti e mai banale. Ad una prima e superficiale lettura, Oceania può essere visto come l’ennesimo film desideroso di raccontarci la presa di coscienza e successivo viaggio di formazione dell’eroe di turno (in questo caso dobbiamo parlare di eroina), prescelto da forze maggiori e destinato a ribaltare le sorti del mondo. Vederla in questi termini non è certo sbagliato, ma all’interno del film c’è molto e molto di più.

Facendo un salto nel passato, Oceania ci catapulta nella cultura polinesiana immergendoci all’interno della mitologia hawaiana. Usi e costumi della cultura maori vengono proposti all’interno di questo diligente lavoro ascrivibile al cinema fantasy e d’avventura pur avendo delle evidenti e preziose valenze antropologiche. Un discorso che non fa altro che confermare la maturità artistica e linguistica raggiunta, ormai, dalle produzioni disneyane.

Attingendo a piene mani da racconti folcloristici, tramandati oralmente da secoli, tipici dei popoli che vivono nelle isole del Pacifico, Oceania trova il giusto modo per inserire all’interno di un film d’animazione per tutta la famiglia contenuti nobili – e non facili – riguardanti l’importanza attribuita alla navigazione nella cultura polinesiana così come la convinzione che l’Oceano sia un essere vivente, il più completo, dotato di autentici sentimenti ed emozioni e proprio per questo motivo il legame con l’oceano deve essere visto, per i polinesiani, come il più importante al mondo. Ma dalla cultura dei popoli del Pacifico non arrivano solamente concezioni teoretiche, anche il co-protagonista del film viene dritto dalla mitologia hawaiana: il semidio Maui, facente parte del Kupua, pantheon di semidei polinesiani, a cui è attribuita la nascita delle isole Hawaii. Il personaggio Maui, doppiato nelle versione originale da Dwayne Johnson, rappresenta uno degli elementi più interessanti del film poiché, oltre ad essere un personaggio davvero ben scritto, viene integrato all’interno del racconto esattamente come vuole la mitologia, con tanto di amo gigante (il “Manaiakalani”) utilizzato dal semidio per estrarre le isole fuori dall’oceano.

Messa da parte la bontà e la complessità contenutistica, non resta che spendere qualche parola per commentare l’eccezionalità visiva del film che utilizza una computer grafica assolutamente sbalorditiva (la consistenza dell’acqua e la morbidezza dei capelli non era mai stata così vicina alla realtà) che, solo in alcuni momenti, viene a fondersi con naturalezza all’animazione tradizionale in 2D generando un risultato finale tanto stupefacente quanto innovativo.

Come tutti i Classici Disney (Oceania è il 56º) non poteva mancare la componente musicale.

Chi scrive non ama particolarmente i prodotti d’animazione in cui i personaggi iniziano inspiegabilmente a cantare anziché parlare, eppure nel film l’elemento musicale è stato inserito in maniera a dir poco perfetta, mai eccessivo o invadente, e avviene per mezzo di canzoni davvero piacevoli ed orecchiabili (su tutte la canzone “You’re Welcome” cantata da Dwayne “Maui” Johnson) che si fatica a dimenticare dopo la visione del film.

Tanto altro si potrebbe dire nei confronti di questo film che, proprio come l’Oceano nella cultura polinesiana, ha un’anima ben definita che di rado si riscontra in un prodotto d’animazione. Ma è pur vero che sarebbe impossibile esprimere a parole quello che il film riesce a comunicare solo con una manciata di immagini.

Con Oceania è nato un nuovo grande Classico Disney!

Giuliano Giacomelli, da “darksidecinema.it”

 

 

Oceania ha pochi anni e grandi occhi, un’attitudine al prossimo e un’attrazione per il mare che non sfuggono agli dei. Radiosa e felice cresce sotto l’ala protettiva del padre, capo del villaggio, e lo sguardo immaginifico della nonna che favorisce la sua inclinazione al viaggio rivelandole un segreto: i Maori sono stati grandi marinai. Viaggiatori irriducibili alla scoperta delle isole del Pacifico, da secoli hanno smesso di viaggiare e nessuno sa perché. Cresciuta tra il padre che sogna per lei una vita stanziale e una nonna che nutre la sua fantasia, Oceania ha deciso di prendere in mano il timone del proprio destino e di navigare in mare aperto, oltre la barriera corallina, limite imposto dal genitore. Il mondo intorno intanto sta misteriosamente morendo. Accompagnata da un galletto disfunzionale, investita paladina dall’Oceano e ‘assistita’ da un semidio egotico e naufragato, Oceania affronterà un viaggio epico per recuperare l’identità dei suoi avi e regalare al mondo una nuova primavera.
Un anno formidabile per la Disney che dopo Zootropolis, singolare versione animale del contratto sociale, e Alla ricerca di Dory, il miglior sequel della Pixar alla ricerca della ‘memoria’ perduta, realizza un classico Disney in prossimità del Natale. Oceania, racconto di formazione ondoso, s’iscrive nella linea del sontuoso Frozen con cui condivide lo stesso patrimonio genetico (occhi immensi, zigomi alti, chioma fluente), la stessa vocazione per l’azione, la stessa natura intraprendente, la stessa volontà di doppiare il contegno delle principesse tradizionali godendo di una gioiosa informalità. Perché da diversi anni e diverse principesse, lo studio di Burbank cerca personaggi che agiscano invece di subire, emancipati da vincoli narrativi anacronistici e desueti.
In faccia a una concorrenza sempre più cinica, che reclama una certa, ma sempre controllata irriverenza, la Disney schiera Rapunzel, Merida, Elsa, Anna, Oceania, spostando più avanti la frontiera del femminile. E a questo giro di vento al cuore della favola non c’è più una principessa e nemmeno una storia d’amore. Due ‘emendamenti’ che evolvono la narrazione, cambiando l’interazione dell’eroina coi suoi interlocutori. Melange bronzeo di fragilità e potenza, Oceania è autosufficiente e fa avanzare il racconto da sola, veleggiando oltre il reef. Confine liminare da superare per costruire la propria identità e ricostruire quella del suo popolo.
Traghettata nell’età adulta dalla volontà e da una voce che canta di dentro (e di fuori), Oceania si accompagna con Maui, semidio narciso, e Heihei galletto inavveduto. Irresistibili compagni di ventura che non servono a guidarla o consigliarla ma agiscono da rivelatori della sua natura profonda. Spetterà piuttosto a Oceania il dovere di rimetterli sulla retta via, quella metaforica dell’integrità per Maui, Prometeo spaccone che ha rubato la scintilla agli dei, e quella letterale, la direzione giusta verso cui guardare, per HeiHei, gallo sconnesso a cui la protagonista riallinea lo sguardo perché non si getti tra i flutti. E una donna che riesce a gestire la crisi esistenziale di un semidio svigorito, la Disney segnala con finezza la crisi contemporanea della virilità, e a sorvegliare i ‘colpi di testa’ di una creatura instabile tra i marosi, saprà far fronte alle prove della vita, portando a termine la missione di cui l’Oceano l’ha investita: trovarsi e ritrovare l’armonia con la natura.
Navigando in un décor a priori monotono, il film si svolge principalmente in mare aperto, John Musker e Ron Clements lo increspano, misurando la sua incommensurabilità e valendosi dei suoi movimenti per tradurre le emozioni dell’eroina. Disseminato di prove iniziatiche, l’oceano è un autentico personaggio, muto ma determinato. Come il tappeto volante di Aladdin è compagno fidato di Oceania e dona sovente alle scene un ammicco sapido e ‘refrigerante’. Malgrado le polemiche (esagerate) sollevate intorno alla ‘grossezza’ di Maui, personaggio della mitologia polinesiana rappresentato altrove erculeo e longilineo, Oceania celebra la cultura polinesiana, sublimandola e armonizzandola con la tradizione disneyana. Musker e Clements si sono recati nel Pacifico e avvalsi della collaborazione di archeologi, antropologi, linguisti, storici, pescatori, navigatori, artisti e tattoo masters locali, producendo insieme un universo coerente e rispettoso di costumi e leggende. Pescando nei classici Disney e in una struttura classica, improntata ai codici del buddy movie, la zattera di Oceania carica buon umore e strizza l’occhio a Frozen, da cui ricalca ‘duo’ e ‘duetti’, e a Hercules, da cui riprende la maniera di raccontare per disegni. Maui, disegnato a immagine e somiglianza di Dwayne Johnson, di cui converte la massa e l’atletismo, trova nel suo doppio tatuato sul petto una sorta di grillo parlante che prova a moderarne il carattere farfallone e prossimo al genio di Aladino. E su quel corpo inciso dalla vita Oceania legge il dolore, la gloria e la caduta di Maui, interpretandone la storia, riabilitandola e rilanciandola.
Perché questa nuova eroina Disney, che rifiuta l’etichetta di principessa per quella di “figlia del capo”, è maieutica. Oceania istruisce, sviluppa, dà credito, domanda, genera entusiasmo, fa con gli altri navigando sulla stessa barca e a livello del mare, spiega come si fa e impara come si fa, guarda al futuro e produce una nuova idea di futuro, rinunciando al bene transitorio per accompagnare una tartaruga al mare. Oceania non è una principessa, a dispetto del costume e l’animale sidekick, a dispetto di Maui che le rinfaccia la tradizione. È una giovane navigatrice che canta e col suo canto (“How Far I’ll Go”) fa esistere il mondo. Il nuovo mondo, su cui posa la sua conchiglia. Che prende l’onda e torna al mare, come lei.

Voto: 3,37 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

I Classici Disney offrono sempre mille piacevolissimi motivi per essere ricordati nel tempo, ed il 56esimo film, in uscita a Natale, non è da meno. Ma ancor prima di vedere la proiezione, non riuscivo a smettere di essere divertito dal fatto che il titolo originale “Moana” fosse stato cambiato in “Oceania. Immaginatevi quindi quale incredibile valenza storica possa avere in Italia un personaggio come Moana Pozzi. Giustamente Topolino non voleva correre il rischio che orde di padri e nonni infoiati affollassero le sale nella speranza di ricordare i bei vecchi tempi.

Oceania recensione

Detto questo, è tempo di presentare la nuova principessa Disney, colei che tenterà di bissare il successo mastodontico di Frozen che mortacci loro tra figlie e nipoti conosciamo tutti le canzoni a memoria senza neanche aver mai visto il cartoon. Moana, anzi Vaiana, ha le sembianze di una graziosa ragazza hawaiana con la voglia di scoprire il mondo. Decide di partire in barca per una missione rischiosa, intenzionata ad onorare il destino mai compiuto dei suoi antenati. Incontrerà il semidio Maui, ed insieme a lui attraverserà l’Oceano Pacifico in un viaggio ricco di azione.

Oceania recensione

Soprattutto, Vaiana ha tutte le carte in regola per unirsi al gruppo di Elsa, Mulan, Ariel e banda: è ribelle, canta, è la figlia di un capo severo, canta, è avventurosa, canta, ha come migliori amici degli animali, canta, disgrazie familiari, spiriti guida, e per la maggior parte del tempo…canta.

Si perché le canzoni nei classici Disney sono fondamentali, ma nel caso di Oceania forse rappresentano l’unica vere pecca. Casomai non si fosse capito, cantano davvero tantino, con conseguente aumento del  minutaggio (1h e 43’), e le canzoni, tra cui una cantata da Raphael Gualazzi, non sembrano così incisive. Oppure chi vi parla è semplicemente un vecchio che vive nel ricordo de “Il mondo è mio”, ciò significa che dovremmo sentire la bandiera del vero target a cui sono destinate le canzoni. Se ad aprile si presenterà il pensiero “si stava meglio quando si stava peggio con Masha e Orso o Peppa Pig”, allora avevo torto.

Oceania recensione

Sindrome canterina a parte, non ci sono motivi per rimanere delusi dall’ultimo classico Disney. Oceania è un cartoon coloratissimo e visivamente spettacolare, capace di divertire tutta la famiglia, senza tralasciare messaggi importanti come il “credere in se stessi” e “seguire non solamente la ragione, ma anche il cuore”.

Il cartoon meriterebbe la visione in lingua originale per godere del doppiaggio di Maui da parte di Dwayne The Rock Johnson, ma fortunatamente Disney Italia non si è fatta sedurre dal doppiaggio dei personaggi celebri della tv, rendendo il tutto più gradevole.

Ormai siamo abituati all’elevata qualità della computer grafica di ultima generazione, ma Oceania merita una menzione speciale, dal momento in cui mari e prati sono talmente realistici che vi devo salutare…il mio volo per le Hawaii parte tra poco.

Voto: 7,5 /10

Pietro Civera, da “acinidicinema.it”

Duemila anni fa in un’isola della Polinesia. L’adolescente Vaiana, figlia del capo della comunità, sa che diventerà la futura guida della sua gente, ma qualcosa non la rende serena: tutte le attività di sussitenza sembrano compromesse da un oscuro male, e il richiamo dell’Oceano che avverte da quand’era piccola non è mai stato così forte. Su consiglio di sua nonna Tala, andrà alla ricerca del cuore della dea della natura, Te Fiti, sottratto anni addietro dal semidio Maui, che ora dovrà proprio dare una mano a Vaiana…

Nell’anno che ha regalato all’appassionato Disney l’inaspettato Zootropolis, il valore più silenzioso di Oceania, 56° lungometraggio animato del canone Disney, rischia di non essere colto immediatamente. Con la relativamente ampia libertà creativa che John Lasseter ha lasciato ai Walt Disney Animation Studios, un “musical con principessa” diretto (e in parte scritto) da John Musker & Ron Clements, simboli viventi del Rinascimento degli anni Novanta (La sirenetta, Aladdin), sembra fuori tempo massimo. Frozen è stato un successo colossale, ma il suo valore di novità era già sbandierato nello stesso materiale promozionale, dove le principesse erano due.

Oceania ruota invece sulla singola protagonista femminile forte che iniziò a prender forma proprio dalla Sirenetta; ha una spalla maschile mutaforma e sopra le righe nel dio Maui (tipo Genio di Aladdin?); ha una nonna che tutto capisce (Nonna Salice di Pocahontas? Nonna Fa di Mulan?); ha due animaletti buffi comprimari (il maialino però è inutile e viene presto dimenticato); usa infine le piacevoli canzoni di Mark Mancina, Opetaia Foa’i e Lin-Manuel Miranda per sottolineare gli snodi del plot (molto centrata “You’re Welcome / Prego”). Dal di fuori, verrebbe di dare ragione ai detrattori Disney: timbrata di cartellino?

Non si può fare a meno però di notare qualcosa. Vaiana è la prima “principessa” Disney a non avere alcun problema di cuore, alcun amore sognato o vissuto. Non c’è un rapporto col maschio anelato o al contrario respinto (come per esempio nel Brave della Pixar). Questo sta spingendo molti commentatori a sottolineare solo adesso il femminismo in casa Disney, che però – come scrivevo – è stato lentamente costruito dal 1989, quando proprio Musker & Clements fecero rivendicare ad Ariel la sua libertà di scelta. Non è il femminismo la chiave di Oceania, semmai lo è una sua interessante evoluzione: nel film non si affronta l’emancipazione femminile, perché è data per scontata. Vaiana è l’eroina della storia, ha un problema da risolvere, incontra / si scontra con un mentore, e nessuno mette in dubbio che lei possa guidare un giorno il suo villaggio. Nel suo mondo, la donna è già rispettata e gode già di pari opportunità: la sua ribellione non riguarda la rottura di una tradizione, ma addirittura il recupero di essa, e il conflitto con suo padre nasce da quello, di certo non da problematiche di genere, che il film nemmeno sfiora. Non ce n’è più bisogno: non male come ridefinizione della “magia Disney”.

Associato a questa caratterizzazione, il messaggio ecologico che si nutre a fondo della cultura polinesiana, se si ha l’accortezza di guardare al di sotto della struttura da musical hollywoodiano, fa pensare più a un’onda lunga della Nausicaa di Hayao Miyazaki, ben noto a questi autori, che lo conobbero nei primi anni Ottanta, poco prima di debuttare con Basil l’investigatopo (1986). Da lì il secondo elemento di rilievo: Oceania non presenta cattivi, “villain” classici Disney, motori della storia come un visir Jafar. Era già successo in Frozen? Sì, però qualche individuo sordido a 360° c’era ancora. Qui nulla: ci sono solo errori dell’umanità, non crudeltà innate, e non scriviamo di più per evitare spoiler.

Non sarà prezioso come l’equilibrio sociale, tema del capolavoro Zootropolis, ma l’equilibrio tra classico e moderno fornisce a Oceania un’identità, nei suddetti contenuti che si riflettono nelle dinamiche di produzione: non a caso è il primo lungometraggio in CGI diretto dai registi, che fino alla Principessa e il ranocchio (2009) avevano cercato di salvare l’animazione a mano libera. A sessant’anni suonati, a John e Ron è toccato “tornare a scuola” per imparare un processo produttivo per loro nuovo, in un film che per questo e gli altri motivi elencati, loro malgrado, sembra un vero passaggio di testimone tra la generazione di artisti del Re Leone e i giovani vivaci talenti della CGI. Le animazioni 2D dei tatuaggi magici di Maui, firmate da Eric Goldberg e Mark Henn, amplificano la sensazione. Con Oceania è più che mai evidente quanto John Lasseter sia riuscito a garantire alla tradizione disneyana l’importanza della staffetta, che consentì agli stessi Musker e Clements di affiancare gli autori di Pinocchio e Peter Pan.

Voto: 3,5 / 5

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

L’anno d’oro della Disney, con i primi 4 incassi worldwide di stagione che sono suoi, prosegue grazie alla redditizia animazione, nel 2016 mai tanto ricca grazie a Zootropolis e a Alla Ricerca di Dory. Oceania il titolo italiano del 56esimo classico della casa di Topolino, in uscita sotto le Feste e in odore di nuovo boom di incassi (81 milioni all’esordio americano). A dirigere il tutto Ron Clements e John Musker, storici registi Disney di Basil l’investigatopo, La Sirenetta, Aladdin e La principessa e il ranocchio, qui per la prima volta impegnati con l’animazione CG e con una storia originale da loro stessi ideata. Attesissimo alle musiche dopo il boom teatrale di Hamilton Lin-Manuel Miranda, qui all’opera assieme a Opetaia Foa’i e Mark Mancina, per un fiabesco musical dai colori sgargianti e dall’animazione abbagliante.

In parte ispirato ai racconti della tradizione orale dei popoli e delle culture delle isole del Pacifico, il film ha come protagonista l’ormai immancabile eroina femminile, Vaiana il suo nome (Moana in originale, che significa Oceano in lingua maori), adolescente che da sempre sogna di poter affrontare il mare. A lungo frenata dal padre, timoroso dell’Oceano a causa di sfortunati eventi passati, la giovane parte all’avventura per salvare il proprio popolo, minacciato da un’oscurità che lentamente divora tutto ciò che incontra. Al suo fianco Vaiana troverà un semidio in disgrazia, Maui il suo nome, con cui attraversare lo scofinato mare, sconfiggere epici mostri e risvegliare una mitologica figura secoli prima privata del proprio cuore, da sempre in grado di alimentare la natura circostante.

Un viaggio dell’eroe che si fa coming-of-age, quello ideato da Musker e Clements, assai fantasiosi nel trascinare la propria eroina lungo ostacoli naturali ed animali. Ci sono tutti i tipici ingredienti dell’animazione Disney, in questo 56esimo classico che conferma la ritrovata qualità dell’animazione di casa (due gli Oscar consecutivi con Frozen e Big Hero 6), tra buffi comprimari animali (un esilarante pollo strabico e un dolce maialino), il magico co-protagonista dal cuore tenero, l’anziana e saggia parente a cui dare ascolto e gli amati genitori da cui prendere obbligatoriamente le distanze, perché troppo limitanti nella propria crescita personale. C’è infatti da ritrovare l’identità di un popolo, perduta dinanzi a mostri mitologici e alla cieca furia dell’Oceano in tempesta. Trascinato da sette canzoni originali, contraddistinte da percussioni, canti corali e composizioni orchestrali ispirate alla musica tradizionale delle isole del Pacifico, Moana vive di colori sgargianti e scenografie paradisiache.

Probabilmente mai, in ambito animato, il mare era stato tanto ipnotico, con quel turchese che abbaglia a tal punto lo spettatore da fargli venir voglia di tuffarsi nello schermo. Pronti, via e con un ispirato montaggio i due registi confezionano una partenza con i fiocchi, introducendoci appieno nella magica storia di Oceania e della sua protagonista, prima adorabile bimbetta e poi sempre più grande, con il sogno del mare da cavalcare anche oltre la barriera corallina. How Far I’ll Go, brano portante cantato in lingua originale da Alessia Cara, fa da collante all’intera pellicola, nella parte centrale forse troppo adolescenziale e ridondante nella gestione del rapporto tra Vaiana e il gigantesco Maui, reso irresistibile dalla trovata del tatuaggio mobile (ed animato a mano) ma in fin dei conti meno iconico rispetto ad un Genio, per rimanere in tema Musker/Clements. A mancare, e questa è una vera e propria novità per la Disney, la controparte maschile di tipo sentimentale. Perché il cuore di Vaiana non batte per nessuno se non per il proprio popolo e la propria isola, da salvare prima di una tragica e magica fine. Una ‘non principessa’ tutta coraggio che a bordo di una zatterà dovrà sfidare noci di cocco assassine in stile Mad Max: Fury Road, spaventosi granchi subacquei e giganteschi mostri di lava, tra orecchiabili canzoni (due in particolare) e co-protagonisti da motivare. L’amore ‘fisico’ ed ‘emotivo’, udite udite, non trova spazio, ribadendo l’emancipazione femminile da tempo intrapresa in casa Disney.

Meno travolgente di Frozen ma sicuramente più originale di Rapunzel, Oceania ribadisce la supremazia ‘principesca’ dell’animazione Disney, qui ancora una volta in salsa musical e per tutta la famiglia, ma senza mai osare particolarmente nello sviluppo della trama e/o nel delineare i propri personaggi, evidentemente stereotipati al cliché disneyano. Impossibile non soffermarsi sull’adattamento in italiano, che fa clamorosamente perdere punti alla splendida e variegata colonna sonora, mentre si può definire buono il lavoro compiuto da Angela Finocchiaro, voce della ‘matta’ Nonna Tala. Altre voci nostrane quella di Raphael Gualazzi, chiamato a doppiare il gigantesco ed egocentrico granchio Tamatoa, e Chiara Grispo, giovane che farà cantare la protagonista Vaiana.

7 anni dopo La principessa e il ranocchio, ultimo classico disegnato ‘a mano’, la Disney conferma di aver appreso il meglio dall’animazione CG Pixar, divorata una decina d’anni fa, puntando così al 3° Oscar consecutivo. Anche se la plastilina di Kubo e de La mia vita da Zucchina è visibilmente superiore, qualitativamente parlando, ma la stop motion, si sa, in casa Academy è sempre piaciuta poco. Purtroppo.

Voto: 7,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

La voglia di esplorare il mondo, di partire solcando l’oceano e di cercare altrove un benessere che sta lentamente venendo a mancare nella propria terra: sono questi i desideri che animano Vaiana, adolescente sveglia e intraprendente e figlia del capo dell’isola di Motunui, nel Pacifico meridionale. Ma il paradiso polinesiano nel quale è nata e cresciuta sta mano a mano morendo, diventando ostile per la tribù che vi abita. È la saggia nonna di Vaiana a rivelare a sua nipote il motivo e a spiegarle che proprio lei può fare qualcosa per salvare il suo popolo. Per riuscirci, dovrà trasgredire le leggi paterne e navigare in mare aperto, coinvolgendo proprio colui che è la causa dei loro problemi: il semidio Maui.

Settimo lungometraggio Disney diretto dalla coppia Ron Clements e John Musker, Oceania (titolo originale Moana) arriva nei cinema italiani nel periodo natalizio, preannunciandosi come l’ennesimo successo al botteghino.
Una storia di formazione che continua il percorso intrapreso anni fa dalla Disney di riscattare il femminile e i personaggi che appartengono a questo universo: non più principesse che necessitano, per giungere davvero a un lieto fine, dell’intervento fondamentale di un uomo (che sia un bacio sciogli-incantesimo o una scarpetta di cristallo fatta indossare al momento giusto), ma giovani donne che detengono un potere, hanno capacità decisionali e sono motivate nel loro agire non dall’amore per un lui ma da esigenze più grandi. Come in Frozen, dove a muovere il tutto era il rapporto tra le sorelle Elsa e Anna e il bisogno di garantire il benessere per la loro gente, anche in Oceania motore del racconto è qualcosa che va oltre la lineare relazione uomo-donna.

Vaiana ha un rapporto speciale con le figure femminili della sua vita, la mamma e più ancora la nonna, che incoraggia lo spirito d’avventura che è in lei, soffocato invece dal padre. Nella missione che la porterà molto lontano da casa, la ragazza fa leva solo sulle proprie forze, affrontando sfide che neanche il semidio Maui – un omone grande e grosso e suo compagno di viaggio – sembra intenzionato a sostenere. Vaiana, di fronte a lui, non si vergogna della propria ignoranza, ma chiede e pretende istruzioni e insegnamenti, gli stessi che, senza esitazioni, trasmetterà agli altri. Sarà lei, giovane creatura dagli enormi occhi nocciola, a portare a termine il difficile compito che ha deciso di svolgere, lei a rompere una rigida tradizione vecchia di secoli e sempre lei a far dono di una ventata di freschezza e di coraggio al suo popolo.

A tutto ciò si aggiunge il messaggio ambientalista insito nel film, quel monito a non pretendere dalla natura più di quello che può dare, trasformandola solo per soddisfare i desideri dell’uomo: prima o poi, verrà presentato il conto.

Oceania ha tutte le carte in regola per essere un altro grande successo di casa Disney: realizzato in una splendida computer grafica (che rende più vivi che mai il bruno dei capelli di Vaiana, l’azzurro cristallino dell’oceano e i raggi luminosi del sole) e accompagnato dalla coinvolgente colonna sonora di Mark Mancina (tra cui spicca il singolo How Far I’ll Go, Oltre l’orizzonte nella versione italiana), il film racconta una storia che va esattamente come ti aspetti, esattamente come deve andare. Non è infatti l’originalità a guidare la pellicola, che segue un percorso prevedibile e già definito dai precedenti lavori Disney. C’è un evidente desiderio di premere l’accelerazione sugli intenti pedagogici e su messaggi da politically correct: elementi però che non turberanno la visione da parte dei più piccoli e che, grazie al coinvolgimento nell’universo di Vaiana, possono essere facilmente perdonati dai più grandi.

Voto: 3,5 / 5

Lucia Mancini, da “filmforlife.org”

 

 

 

Negli anni, i film d’animazione della Disney hanno talvolta giocato col fuoco dell’insensibilità culturale, dai gatti “siamesi” di Lilli e il Vagabondo agli stereotipi mediorientali di Aladdin. Gli stessi registi della pellicola del 1992, Ron Clements e John Musker, sono tornati ora a lavorare insieme per Oceania (o Moana, titolo originario frettolosamente obliato per evitare risultati imbarazzanti nelle ricerche su Google da parte del pubblico italiano), la storia di una ragazzina polinesiana che naviga i mari più profondi e inesplorati per salvare il (suo) mondo. Ma il film può contare su altri due co-registi, Don Hall e Chris Williams, nel cui curriculum figura anche Big Hero 6, suggerendo una fusione tra passato e presente della Disney.

Visivamente abbagliante e carico di fascino, nel film è anche palese la ricerca di sensibilità culturale: presenta canzoni memorabili di Lin-Manuel Miranda e una colonna sonora mistica realizzata dal compositore samoano Opetaia Tavia Foa’i, oltre ad essere stato co-sceneggiato argutamente dal Kiwi Taika Waititi, con l’effetto di produrre un risultato finale allo stesso tempo ‘vecchia scuola’ e moderno.

Ambientato – almeno inizialmente – sulla vivace isola di Motunui, Oceania racconta la storia di Vaiana (l’esordiente Auli’i Cravalho, doppiata da Chiara Grispo), nata in una comunità isolata e autosufficiente convinta che non riuscirà mai ad avventurarsi al di là della barriera corallina. Cresciuta, scopre il passato marinaro del suo popolo, e la sua malata nonnina (Rachel House / Angela Finocchiaro) le rivela che l’Oceano ha scelto proprio lei per controllare le sue onde.

Questi poteri accendono la sua vena eroica quando le risorse dell’isola si prosciugano improvvisamente, presumibilmente a causa di un malvagio demone di lava – Te Ká – che aspetta in agguato a largo. Mentre i genitori di Vaiana non credono ai racconti mitici, la ragazzina prende l’iniziativa per rintracciare il fantomatico semidio Maui (Dwayne ‘The Rock’ Johnson / Sergio Sylvestre), che deve recuperare il suo amo da pesca magico gigante per sconfiggere la creatura che sta prosciugando la vita nell’oceano (il messaggio eco-friendly non fa mai male) e rimettere al suo posto il leggendario cuore di Te Fiti, che riporterà l’ordine.

La saga di Vaiana e del narcisista e riluttante Maui – essenzialmente una versione aggiornata del Genio di Aladdin (sono disegnati entrambi da Eric Goldberg) – non prende alcuna svolta inattesa, e i particolari della loro avventura potrebbero essere facilmente applicati a moltissimi altri racconti animati per famiglie. In ogni caso, si tratta di una realizzazione particolarmente spumeggiante di quella formula, ambientata in un mondo ricco di colori sfavillanti, espressioni dettagliate e canzoni vivaci, che ruotano attorno alla missione della ferocemente individualista giovane donna.

“Ogni strada riporta al luogo che conoscevo,” canta la Vaiana più piccola, mentre cresce frustrata dalle limitazioni dell’utopia che la circonda sognando di esplorare le onde. Quando il sogno diventa realtà, però, la concretezza dei miti che ha sentito da bambina si scontra con la prova dei fatti: quando rintraccia Maui su un’isola remota, questi, piuttosto che mettere semplicemente a disposizione il suo eroismo, prova a scuoterla. La sua canzone principale, introduce in modo esilarante al suo carattere da macho autocompiaciuto.

Se le primissime critiche al film erano state indirizzate al fisico di Maui, che suggerirebbe uno stereotipo di uomo sovrappeso, fa sorridere che invece ci si trovi davanti a un personaggio sempliciotto, coperto di tatuaggi viventi 2-D che rimbalzano all’occasione intorno ai suoi pettorali. Il suo aspetto incarna la fantasia di un eroe invincibile, che a poco a poco viene sbugiardato appena Vaiana comincia a rendersi conto di non poter fare affidamento esclusivamente su di lui per portare a termine la missione.

Purtroppo, Maui diventa il problema principale di Oceania per altri motivi. Teoricamente principale fonte di comicità dei 100′ di visione, la sua entrata in scena segna un cambiamento di tono brusco dalla vivace qualità fiabesca del primo atto verso una consapevolezza di sé sfacciata e ammiccante (quando il semidio vede per la prima volta Vaiana, usa il becco del suo galletto non proprio intelligentissimo HeiHei per incidere una remo con il suo nome affermando: “Quando usi un uccello si chiama tweet…”). Altrove, Vaiana inciampa su idee solo abbozzate, forse a causa dell’elevato numero di persone coinvolte nella sua regia. Un’onda antropomorfizzata, che vuole rappresentare l’intelligenza del Mare, interagisce con Vaiana come una sorta di sotto-sviluppato personaggio di supporto alla ricerca di un’identità precisa. Con il corpulento Maui e tutto l’oceano al suo fianco, la posta in gioco del viaggio della figlia del capo-villaggio manca poi di qualsiasi vero senso del pericolo (i piccoli e agguerritissimi Kakamora sono poco più di un breve intermezzo). E se lo scontro decisivo offre molti e allarmanti fuochi d’artificio, questo arriva con un senso di inevitabilità che viene solo leggermente mitigato dalle lussureggianti immagini del finale.

Oceania potrà non essere la più innovativa delle storie, ma può comunque contare su personaggi di contorno intelligenti e che si reggono in piedi da soli, dall’esilarante già citato pollo che rimane al fianco di Vaiana per tutto il tempo a Tamatoa, fiammeggiante granchio di 15 metri (Jemaine Clement / Raphael Gualazzi) che immagazzina gioielli e altri tesori dell’oceano sul dorso e canta una melodia jazz di sé che scatena una battaglia. Nel pantheon delle grandi odissee animate in cui dei bambini si avventurano in terre inesplorate e potenzialmente pericolose – da James e la Pesca Gigante al recente Kubo e la Spada Magica – Oceania non alza l’asticella, ma è così ansioso di toccare le giuste corde che riesce comunque a offrire molte colorate e allettanti possibilità che quanto meno riescono a raggiungerla.

Naturalmente, questa è la versione made in Disney di una vecchia routine, il che significa che gran parte della trama va sul sicuro. Non importa la sua sorprendente raffinatezza visiva, o la perfezione del lavoro fatto nell’animare l’Oceano, nulla in Oceania raggiunge il livello di un La Tartaruga Rossa, altra avventura vista quest’anno con un’isola e il mare al centro della narrazione (QUI la nostra recensione). La pellicola senza dialoghi diretta dall’esordiente regista olandese Michaël Dudok de Wit, in cui un naufrago contempla l’intero ciclo della vita in un contesto decisamente spirituale, approfondisce idee profonde accessibili a tutte le età con uno spessore che raramente emerge in quanto realizzato in casa Disney. Piuttosto, Oceania riesce ad ergersi sopra la media delle ultime produzioni dello studio americano, pur rimanendo in sicurezza entro i margini, e in quel contesto è una gradita sorpresa.

Infine, per chi se lo chiedesse (pochissimi probabilmente), il film di Clements e Musker non presenta alcuna somiglianza con il documentario muto del 1926 diretto dal pioniere Robert J. Flaherty pochi anni dopo il famoso Nanuk l’esquimese. Nel suo L’ultimo Eden (che in originale si chiama proprio Moana), il regista metteva in scena antichi rituali polinesiani come se si stessero verificando ai giorni nostri; nonostante la lirica bellezza dell’opera, questa soffriva del ‘corrotto’ sguardo occidentale. Oceania fa invece gli straordinari per mantenere questa forza dannosa al di fuori del quadro, e così come la sua giovane testarda eroina, Disney mette in mostra segni evidenti di crescita.

Ah, rimanete fino alla fine dei titoli di coda, c’è una breve sequenza aggiuntiva che omaggia un certo film marino del 1989…

Alessandro Gamma, da “ilcineocchio.it”

 

 

“Oceania” (aka “Moana”) è il nuovo film d’animazione Disney, che arriva al cinema a pochi giorni da Natale, diretto da Ron Clements e John Musker. Ovvero i registi di “La sirenetta” e “Aladdin”. Ovvero due artisti che hanno contribuito in maniera determinante a plasmare il cosiddetto Rinascimento disneyano degli anni 90.

E proprio da quegli anni molto produttivi, “Oceania” pesca un buon numero di elementi caratterizzanti: la forma narrativa del musical, qui affidato all’acclamatissimo autore di “Hamilton” Lin-Manuel Miranda (anche lui è stato un piccolo fan della “Sirenetta”, ci hanno raccontato Clements e Musker); l’esplorazione di una cultura altra sostenuta da accurate ricerche sul territorio (anche da un punto di vista musicale: per “Il re leone” c’era il sudafricano Lebo M., qui il samoano Opetaia Tavita Foa’i), che stavolta ci porta in Polinesia, nell’isola abitata dalla giovane Vaiana/Moana, risoluta figlia del capo che sente un’insopprimibile chiamata verso quel mare visto dalla sua gente come un pericolo;

un’animazione di altissimo livello artistico, che pur nelle nuove forme digitali all’inseguimento della verosimiglianza (l’acqua, i capelli), dimostra di aver imparato dalla classicità due importanti lezioni: raggiungere l’espressività attraverso la stilizzazione e la resa del movimento (occhio ai tatuaggi del semidio Maui creati da Eric Goldberg, che lavorò sul Genio di “Aladdin”), e suggerire emozioni cinematografiche con sequenze di ampio respiro alle quali l’onnipotenza dell’animazione non pone limiti (Vaiana e la riscoperta degli Antenati, oltre ovviamente allo scontro finale).

E poi c’è la cura per i particolari (se leggete l’inglese, qui c’è una bella intervista a Neysa Bové che si è occupata dei costumi), c’è un’eroina lanciata nella sua avventura senza il fardello della storia d’amore obbligatoria (che faceva sentire il suo peso già quasi vent’anni fa con “Mulan”) e collocata in un contesto culturale nel quale la divinità creatrice è femminile, nessuno parla a Vaiana di matrimonio e nessuno mette in discussione il ruolo di capovillaggio che la ragazza assumerà non appena età ed esperienza glielo consentiranno. Non sono dettagli scontati.

E poi, a guardar bene, i protagonisti sono due. E Maui (in originale ha la voce di Dwayne “The Rock” Johnson) è davvero un gran personaggio, scritto con intelligenza e ironia, che si scopre poco a poco.

Valentina Alfonsi, da “loudvision.it”

 

 

 

 

 

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