Neruda

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Pablo Larrain prosegue il suo personale discorso intorno al suo Cile, e lo fa con una prosa che ancora una volta fa a meno di ripetersi. Non si tratta di fare a meno di copiare sé stesso: Larrain, di nuovo, cambia proprio pelle. Sembra passata un’eternità da Tony Manero, o per lo meno, a prescindere dai giudizi di valore, sembra di trovarsi dinanzi ad un altro cineasta, mosso dalla medesima schiettezza ma comunque diverso. Altra è la fotografia, per esempio, malgrado il DOP sia ancora il fidato Sergio Armstrong: un digitale usato in maniera sublime, specie in una delle scene finali, con una nevicata che sembra quasi poterla toccare.

Lasciamo stare No, che pure è film a sfondo politico nel senso che vi entra nel merito senza esitazioni, ma che è distante parecchio da Neruda, il quale, per certi versi, potrebbe essere una sorta di prologo. Quest’ultima fatica del regista cileno, al contempo, non è nemmeno un biopic, dato che il nostro si abbevera a degli eventi realmente accaduti al celebre poeta per approntare un discorso tutto suo. Qualcosa di davvero accattivante, lirico.

Siamo nel ’48 ed il senatore Pablo Neruda denuncia pubblicamente il Governo connivente con gli Stati Uniti, in altre parole accusandoli di tradimento. Il golpe del 1973 non è ancora concepibile, ma Pinochet è già attivo e se si arrivati a quel punto, sembra dirci Larrain, qualche presupposto lo si può già rintracciare nella vicenda relativa alla clandestinità di Neruda. Quest’ultimo viene infatti preso di mira dal Governo, in ragione pericolosità dovuta al suo essere famoso. Comunista, bigamo, sono alcuni dei titoli che gli vengono appioppati a mo’ di calunnia. Un filo rosso evidentemente esiste.

A dargli la caccia è l’ispettore Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), che dell’uomo che insegue diventa ossessionato. Neruda infatti è costretto a darsi alla macchia, coperto dai suoi compagni di partito, ma sostenuto dalla sua attuale donna, Delia, un’aristocratica argentina che lo ama profondamente. Un cast insomma all’altezza, altro elemento per cui difficilmente Larrain cede. Il resto non è possibile descriverlo, pena mortificare uno sviluppo meraviglioso, frutto di una visione chiara, sia in merito all’argomento tratta che in relazione agli strumenti con cui lo tratta.

Neruda è poesia, è opera, vive del suo incedere a spirale, da cui tra un ritmo fascinoso. Si resta quasi ipnotizzati da come Larrain sviluppa il suo racconto, fatto di sovrapposizioni, temi musicali ricorrenti, voci fuori campo. Siamo più dalle parti di The Club quanto a costruzione, che segue un filo cronologico lineare, salvo concedersi un montaggio onirico, che però non tradisce il realismo di fondo. Ma non è a quello che Larrrain aspira, ossia limitarsi alla mera esposizione dei fatti, dire come è andata insomma. Al regista cileno interessano i personaggi, con particolare riferimento alle condizioni che si trovano a vivere in un dato momento.

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Tuttavia Larrain non si è forse mai spinto fino a questo punto nel creare connessioni, interpretare con così tanta libertà moti e passioni dei suoi protagonisti. Si tratta forse del suo film più sentimentale, in cui emerge una vicinanza umana dettata anzitutto dalla sua sensibilità. In Neruda si affaccia un discorso antichissimo, ma su cui non ci si deve mai smettere di interrogare: qual è il ruolo dell’Arte? Non solo nella Politica, definita la cosiddetta Arte del possibile, ma in relazione alla quotidianità, a partire proprio dagli aspetti più triviali, banali.

In una scena una donna iscritta al partito da oltre un decennio, brilla ma non ubriaca, trova il coraggio di avvicinare il grande Neruda ponendoli un quesito imbarazzante ma pertinente come pochi, lei povera e dimenticata, lui ricco e celebrato: «quando il comunismo sarà realizzato e tutti saranno uguali, saranno tutti come lei o come me»?

Una domanda tremenda, che da sola vale tutto. Qui è lo stesso Larrain che s’interroga o che interroga non soltanto chi ha creduto o ancora, nostalgico, crede a certi ideali; l’invettiva va più in profondità, entrando nella carne proprio. Se l’Arte non ci consente di migliorare noi, chi ci sta accanto ed il contesto in cui ci muoviamo, allora che senso ha? Una risposta, sommaria, si ricava forse dal Neruda della seconda metà, meno logorroico e sprezzante rispetto alla prima, che si limita a poche ma significative azioni, fino all’ultima, quella più grande di tutte, che è un vero e proprio atto di compassione unito al perdono.

È il tema del doppio che irrompe prepotente, dapprima aleggiante, preparato con discrezione: finché non viene esplicitamente evocato. È un discorso sul suo cinema, quello che a questo punto porta avanti Larrain, il quale, sulla scorta del suo protagonista, ci ricorda che non esistono «personaggi secondari»; malgrado, opponendo un discorso in negativo, non riesca nemmeno a dimostrare che tutti i personaggi siano gli stessi. No, si tratta semplicemente di arrendersi all’impossibilità delle catalogazioni, perché se c’è una cosa in cui tutti i personaggi di una data storia si ritrovano, quella è lo stare sulla stessa barca.

La vita perciò diventa l’Arte di saper stare al mondo, un continuo atto di amore non solo verso gli altri ma anche verso sé stessi. Senza illudersi che tale ideale sia alla portata di tutti, o anche solo di molti; in questo senso Larrain è quello di sempre, duro, velatamente rabbioso, propensioni che filtra mediante il solito sarcasmo. In altre parole, realista. Si tratta di capire a chi rivolgere cotanto sdegno, ricordando(ci) che quella è strada al cui fondo si trova un vicolo cieco. Il suo Neruda lo sa. E lo sappiamo anche noi. Basta questo a cambiare le cose?

Voto: 9 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Forse non vissi in me stesso; forse vissi la vita degli altri.

Pablo Neruda

 

In “Confesso che ho vissuto”, libro di memorie di Pablo Neruda, il poeta racconta le vicende che l’hanno condotto alla clandestinità e le rocambolesche peripezie che ha vissuto per fuoriuscire dal Cile. Con la polizia alle calcagna e il presidente Gonzalo Videla quale suo persecutore, Neruda narra le tappe e gli incontri fatti fino al tragitto che, attraversando la cordigliera delle Ande, l’avrebbe portato in Argentina e, da lì, a Parigi. In questo tratto (il quaderno 8) mai si nomina Oscar Peluchonneau, capo della polizia investito da Videla in persona dell’incarico di scovare e arrestare il comunista Pablo Neruda. Difatti, Peluchonneau, interpretato in maniera mirabile da Gael Garcia Bernal, è un’invenzione così come il biopic di Pablo Larraín assume presto i connotati della fantasia d’autore che prende spunto dalle vicende del celebre poeta cileno e, usandolo come attante, permette al regista di andare a depistare, intaccare e infine rovesciare sia i congegni autoriali con il quale si confronta sia i cliché critici che si erano già cuciti intorno al suo nome. Giunto al sesto lungometraggio, è evidente come Larraín non sia semplicemente un regista impegnato grazie alle cui pellicole i giornalisti possono dilettarsi in esegesi storico-politiche ma un esteta che indaga, riflette e reinterpreta gli anfratti più oscuri e brucianti della storia del suo paese.
“Neruda” inizia nel 1948, con un fluido pianosequenza che precede il poeta dentro il bagno del parlamento: non una seduta del Senato, né un’orazione poetica, bensì l’espletazione di una fisiologica funzione ci introduce al volto e al corpo di Pablo Neruda (impersonato da Luis Gnecco) che appella e arringa i suoi avversari politici con un linguaggio tutt’altro che forbito, bensì violento e a tratti scurrile. È la prima delle molteplici deviazioni comico-grottesche con cui Larraín appare inizialmente divertirsi, giocando al gatto col topo con le aspettative del proprio pubblico.
L’aspetto inusuale è che la biografia viene romanzata da Peluchonneau, narratore interno che filtra in maniera soggettiva Neruda: il poliziotto presenta il poeta come un satiro danzante, intento a festeggiare in baccanali in cui la borghesia incontra l’aristocrazia (a cui d’altra parte apparteneva la moglie Delia, pittrice), escludendo di fatto il popolo e la classe operaia. Peluchonneau descrive in maniera cristallina le contraddizioni del personaggio che erano le contraddizioni di tutto il partito comunista (e non solo di quello cileno): per un attimo, può balenare l’idea che il vero eroe della storia sia lui, l’antagonista-segugio, nato in un bordello e realizzatosi da solo, inventandosi quasi di sana pianta un cognome e l’eventualità di una discendenza prestigiosa. Quando il poeta, senatore della Repubblica per il Partito Comunista cileno, inizia a criticare aspramente la condotta del presidente Videla (che ha l’affilata fisionomia di Alfredo Castro), che lui stesso aveva appoggiato durante la campagna elettorale, nel giro di poco, provoca la reazione del governo che mette al bando i comunisti: Neruda deve allora scegliere se farsi arrestare o darsi alla macchia, nascosto dagli amici di partito, convenendo che la seconda ipotesi fosse da preferirsi. Il rovello politico è chiaro: Neruda non vuole essere un fuggiasco silenzioso, vuole essere la spina nel fianco dei suoi nemici, vuole far sentire la sua possente voce di vate dall’eremo in cui è nascosto (in realtà un appartamento in pieno centro) in maniera tale che partito e classe operaia si compattino ancor di più contro il governo; al contempo, diviene altrettanto chiaro, che questa sia un’occasione di nuovo slancio vitale, un modo per reinventare la propria figura e il proprio personaggio: Neruda vuole vivere il proprio romanzo d’avventura che va somigliando a un intrigo noir. Pertanto, abbondano strade buie, fumose meditazioni del detective Peluchonneau, il quale, nella penombra della sua stanza, studia il proprio avversario e le strategie per acciuffarlo; contestualmente, il poeta fuggiasco si diverte a disseminare indizi diretti al suo persecutore, ossia romanzi polizieschi che l’altro leggerà avidamente, fino a proprie e vere sfide (quasi) a volto scoperto. Il montaggio parallelo si afferma nel film quale traino dell’intreccio, permettendo all'”investigatore” e all'”assassino” di dialogare in maniera sempre più contigua finché le due voci non cominciano a confondersi. Ed è qui che Larraín si smarca per l’ennesima volta dalle categorie in cui solo apparentemente rientrava il film e in una nerudiana operazione metalinguistica, abbraccia, per il suo ultimo atto, il genere western. La fuga attraverso la cordigliera andina è il teatro della resa dei conti, che avviene subito dopo l’agnizione di Peluchonneau circa l’alta probabilità di essere solo un personaggio secondario, il parto creativo del vero protagonista di questa storia. L’atmosfera borgesiana avvolge allora “Neruda” facendo sprofondare la propria spirale narrativa nella vertigine di racconti-capolavoro come “Le rovine circolari” e “Il giardino dei sentieri che si biforcano” e la prossimità con lo splendido – e tutt’ora inedito in Italia – “Jauja” di Lisandro Alonso si palesa. Fermo restando il fascino di tale struttura, nell’alveo delle ficciones, va detto che laddove l’opera di Alonso era lenta e contemplativa, questa di Larraín è un rondò vulcanico e scatenato.

Torniamo ora alla dimensione estetica di “Neruda”, ripensando agli ultimi due exploit del regista, a come il formato 4:3 con bassa definizione dell’immagine, così da confondere il girato con il repertorio televisivo dell’epoca di “No – I giorni dell’arcobaleno” inferisca direttamente il tessuto narrativo esplicando in maniera mirabile il rapporto tra democrazia e pubblicità e come l’invasività di quest’ultima divenga un vettore attivo nella manipolazione dell’opinione pubblica, sia con l’obiettivo di far cadere un governo dittatoriale, sia col fine di vendere la Coca Cola; oppure, alla frontalità fissa e radicale di “Il club“, in cui la regia a forza di osservare e di scrutare direttamente finiva per deformare l’inquadratura in uno sforzo di andare oltre il visibile per scavare dentro le anime depravate, deviate dei propri protagonisti – ricorrendo a vecchie lenti anamorfiche provenienti dalla Russia. L’impianto formalista in “Neruda” si insinuta tramite una steady spesso in movimento e manovrata dall’alto di un demiurgo che non coincide realmente con il narratore fuori campo che, come detto, si scoprirà essere proprio il poliziotto di Garcia Bernal. La chiave di volta dello stile di Larraín, che cede spesso al gusto per la deformazione e per l’ambiguità, si dispiega attraverso una sorta di semiotica del fuori fuoco: il centro della scena è dei protagonisti, lo sfondo è spesso nebuloso o obliato da trasparenti che simulano la città e il mondo esterno. In lavori quali “Tony Manero” e “Post Mortem“, l’individuo protagonista camminava e si muoveva nello squallore muto della dittatura: in “Neruda” l’artificio cinematico della ricostruzione della realtà è ben più tangibile, quasi divertito, acuendo però il suo essere spettro e proiezione delle ossessioni e dei turbamenti dei personaggi che si dimenano cercando di ri-trovare un baricentro esistenziale, una posizione nel mondo e, quindi, nel racconto. Non a caso, quando la cornice si trasforma nell’ultima sezione narrativa, diventando quella naturale delle Ande, fuoriuscendo da un tracciato urbano in cui si allunga l’ombra del Potere, ecco che il paesaggio viene inquadrato limpidamente e la fotografia del sodale Sergio Armstrong che già si sbizzarriva in lens flare che accecavano e ingannavano l’occhio, può ora giustificarsi con i riflessi del sole sulla neve e organizzare sequenze dall’afflato lubezkiano, che caricano il finale di un pathos straniante e vitalistico. Il genio dell’autore permea l’intero film che conferma l’impegno di Larraín nel raccontare il proprio paese, ma senza etichette precostituite, riformulando l’usuale riflessione sul rapporto tra uomo e potere e la parabola individuale nello svolgersi della Storia in un’opera metacinematografica altamente inventiva. Stilisticamente, oltre all’uso di una narrazione bipartita, si fanno apprezzare i tagli di montaggio atti a una costante discontinuità, spostando i personaggi nello spazio anche durante la medesima conversazione: tale procedimento corrompe l’elemento storico-realistico riorientando la visione nella dimensione brumosa del sogno, nel più puro atto di esperienza cinematografica.
La pellicola, densissima e multilivello, offre, grazie al protagonista eponimo, anche una riflessione sull’interazione tra arte e politica, sulla dialettica che un artista può instaurare col potere, ma la sovversione scientifica delle categorie di genere, dell’ordine narrativo e di quello linguistico rendono il gioco del gatto col topo che Larraín intrattiene con lo spettatore quasi un mise en abîme della caccia all’uomo inscenata nel film. E l’interrogazione principale investe il gioco delle parti: chi è il cacciatore e chi la preda? chi è il protagonista e chi il personaggio secondario? e, infine, chi è l’autore e chi il personaggio da lui inventato? “Neruda” si staglia, dunque, come un inno alla forza creatrice del linguaggio artistico, alle sue infinite possibilità fatalmente manipolatorie ma sempre vitali.
Una delle battute più celebri de “L’uomo che uccise Liberty Vallance” di John Ford recita: “Quando la leggenda diventa realtà, si stampi la leggenda”. E il Neruda larrainiano sembra figlio di quel tempo cinematograficamente lontano, poiché, imbastendo una narrazione che sembra il più ludico dei concentrati postmodernisti, va aggirando il postmoderno restituendo alla Settima arte la miracolosa linfa del sogno e del mito. Poco importa se rimarrà una stravaganza nel percorso del regista cileno: il suo “Neruda” è un’opera completa e conferma Pablo Larraín come una delle voci d’autore più originali e potenti degli ultimi anni, che incanta e rapisce esattamente come il poeta di questo film fa col proprio popolo.
Voto: 9 / 10
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

Pablo Neruda non ha mai esitato di fronte alla sfida di raccontare i momenti cruciali della storia del suo Cile. Lo fa ancora, attraverso la vita del poeta nazionale, in Neruda. Non un biopic tradizionale, ma un viaggio post moderno alla maniera di, come ama sostenere il regista, più che su di.

Siamo nel 1948, con la Seconda guerra mondiale finita da pochi anni e la guerra fredda in arrivo anche in quella parte del mondo, congelando la collaborazione fra i partiti dei due schieramenti. Pablo Neruda era già il poeta nazionale, dal carisma ammaliatore di un “gigante depravato”, e da qualche tempo anche un senatore comunista apertamente critico nei confronti del presidente Videla, tanto che quest’ultimo ne chiede la destituzione incaricando un improbabile ispettore, interpretato da Gael Garcia Bernal, di arrestarlo.

Il film è il racconto di questo inseguirsi di due persone che sempre di più scopriremo dipendenti una dall’altra, fino a sovrapporsi come le due anime di Neruda, quella politica impegnata attivamente e quella artistica, i due possibili sviluppi di un Paese che ancora sognava un futuro, trovandosi di fronte al bivio fra ordine e ideologia comunista.

Larrain sembra voler rimescolare formalmente il rigore che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti, realizzando un film pieno di musiche strumentali ad accompagnare i continui cambi di genere, dalla detective story hard boiled alla commedia picaresca, dal dramma intimo all’epicità western di alcune sequenze finali. La figura ingombrante di Neruda non intimidisce il talento di Larrain, che ce lo propone come un personaggio strabordande, eccessivo eppur lieve. Molti sono i momenti grotteschi e divertenti, come quando il poeta e la moglie si aggirano in macchina intorno al palazzo presidenziale suonando di notte il clacson per svegliare il suo inquilino. Il gioco beffardo di un artista che nel farsi politico non dimentica come sia con lo sberleffo che si sfida il potere.

Sulle cime innevate della cordigliera delle Ande, luogo simbolo di un Paese in bilico fra grandi conquiste e soffocanti cedimenti, si concretizzeranno il tentativo di fuga e quello di impedirla, il primo capitolo di un viaggio che porterà Neruda a diventare il prototipo dell’intellettuale internazionalista, invitato in tutti i salotti più alla moda di Europa negli anni successivi. Larrain non dimentica come proprio in quelle campagne lontane dal centro politico del Cile il poeta trovò aiuto in gente che non conosceva, come i nativi sulla cui pelle fu creato il Paese, imparando cosa volesse dire la fratellanza senza sovrastrutture.La fusione fra artista e simbolo, privato e pubblico, passa attraverso il dialogo fra se stesso e i suoi personaggi, fino a farli coincidere, riservando a ognuno un ruolo rilevante, un intimo barlume di poesia, trasmettendo alle successive generazioni il nome, insieme a un sogno. Un sogno e un nome che verranno pesto dimenticati e rinnegati, dalle deformazioni di chi lo sbandierava, oltre che da chi lo combatteva fin dall’inizio.

Neruda è il nuovo gioiello di un regista fra i più interessanti del cinema contemporaneo, capace di sfogliare la storia senza banalizzazioni, in un rapporto dialogico straordinario fra micro e macro, senza nostalgismi sterili, ma con lucidità estrema. Questa volta riserva al suo Gael Garcia Bernal di No il ruolo di un poliziotto dell’immaginario, “mezzo brutto e mezzo stupido”, ancora capace di subire il fascino della poesia, di chi la pensa in maniera opposta.

Voto: 4 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Posso scrivere i versi più tristi questa notte…”

 

Chi è Pablo Neruda per Pablo Larraín? Un poeta? Un politico? Un mito popolare? Tutti e tre, si potrebbe banalmente dire. Un’altra domanda allora: come si concepisce un film su Neruda oggi, nel 2016, dopo aver ampiamente attraversato ogni confine immaginario? Ecco, Larraín ci risponde con una delle tante battute illuminanti che dissemina in questo sbalorditivo suo ultimo film: Neruda si nasconde in ogni persona(ggio), origina ogni movimento e crea anche il suo più accanito oppositore, perché è il “guardiano di una frontiera immaginaria”. Questo film non è un biopic classico (e ci svierebbe interpretarlo in quel modo), non è un film sull’eredità storica di un uomo, insomma “non è un film su Neruda ma un film nerudiano” come sintetizza perfettamente Larrain. E’ “una fantasia incentrata su di un artista deciso a inventare il suo destino attraverso la creazione del proprio stesso mito” che, come fossimo nella versione di Pablo (ma Pablo chi? Larraín? Neruda? Forse a metà strada…), diventa immaginario popolare prima e memoria condivisa poi.

Da questo punto di vista il percorso del grandissimo cineasta cileno appare ancora una volta di rara coerenza e lucidità: il suo cinema si conferma un formidabile dispositivo di memoria che rievoca forme e configurazioni, supporti e relative percezioni, archivi pubblici e finzioni private, in una folgorante e ormai collaudata dialettica rivolta solo allo spettatore contemporaneo. Lo sguardo è declinato sempre e solo al presente. E allora: come si raccontano oggi traumi cileni anni ’70 (dalla morte di Allende al tunnel oscuro dell’era Pinochet) e anni ’80 (quelli del radicale No)? Con il 16 mm prima e con il betacam poi (testimoniando la storia nella percezione di un dispositivo che sedimenta il tempo) e pedinando personaggi fittizi in inquadrature immersive, clandestine, rubate e sformate, perché ontologicamente resistentiall’immagine ufficiale che il potere ci ha lasciato.

neruda3Arriviamo al nostro film. Come si raccontano oggi il post Seconda Guerra Mondiale e i primi vagiti di Guerra Fredda in Cile? Filtrando la memoria attraverso il mito popolare di Neruda – interpretato da un grandissimo Luis Gnecco – poeta, scrittore e senatore comunista all’epoca di Gabriel González Videla: ossia nel periodo/incubatrice dei traumi futuri e di ogni Post Mortem. L’unico referente immaginario, allora, rimane il cinema classico hollywoodiano (atmosfere noir, mélo, sino all’improvvisa apertura di campo sul western…) che sta per incontrare il cinema moderno delle vague europee (come non vedere echi fassbinderiani in questa concezione plastica del set come accumulo di riferimenti incrociati? Come non vedere echi bertolucciani in questa paziente costruzione autoctona del mito in stile Strategia del ragno?) creando un folgorante ibrido tutto contemporaneo. Neruda diventa il deus ex machina della Storia che si fa cinema e viceversa: costruisce percorsi narrativi e poi li ribalta, pensa nuovi stili e poi li decostruisce, in quello che possiamo considerare una sorta di prequel di tutti i film di Larraín: l’apparizione fulminea di un giovane Pinochet in divisa è lì a testimoniarlo puntualmente.

Un’ultima domanda diventa d’obbligo a questo punto: chi è questo strambo Oscar Peluchonneau (Gael Garcia Bernal) che ci guida in voice over come fossimo in Viale del tramonto? L’uomo che dice di “venire dal foglio bianco” è il poliziotto che sta alle calcagna del nostro protagonista-scrittore, perfettamente inserito nell’iconografia da noir classico: segue le canoniche piste, fiuta la sua preda, si sporca le mani, ma non arriva mai a una “fine”. Non risolve mai i suoi dilemmi e sembra non avere nessun interesse a disinnescare il dispositivo/Neruda, perchè il suo sogno di Spettatore incantato sarebbe definitivamente infranto. Ecco: Neruda è un incorporeo e inafferrabile sogno di libertà che sopravvivrà nel futuro, è colui che letteralmente spezza i sogni perturbanti del Potere (bellissima la sequenza dell’insistente clacson notturno che sveglia Videla nel cuore della notte) e consegna voce e parole al sentimento autentico di un popolo. No. Non siamo molto lontani dai giorni dell’arcobaleno a pensarci bene: Larrain riparte proprio dallo sguardo del pubblicitario René Saavedra (e non a caso torna il fantasma/Bernal a interagire con Luis Gnecco), traccia le radici della sua battaglia immaginaria (Chile, la alegría ya viene!) e frantuma ogni sterile cronologia solo per restituirci un’immagine finalmente libera. Insomma fondendo con visionaria radicalità Pablo Neruda (il Mito) e Oscar Peluchonneau (lo Spettatore che osserva da lontano), Larraín riconsegna solo al cinema le chiavi immaginarie ed emotive per interpretare, rammemorare e persino testimoniare il Novecento e il nostro presente. Il cinema, oggi, nonostante tutto. Straordinario.

Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Il ruolo del poeta è da sempre stato quello di riuscire a dare i nomi alle cose, di raggiungere e trasmettere con le parole dei concetti e degli stati d’animo in maniera talmente potente da renderli immediatamente reali. È questo il meraviglioso pensiero che sembra volerci regalare Pablo Larraín con il suo Neruda: un biografico tutt’altro che classico, che sfrutta un periodo della vita del poeta e senatore della Repubblica Cilena Pablo Neruda per cercare di costruire un’opera sul potere della narrazione e dell’arte di raccontare le cose e le persone.

Siamo nel 1948 in un Cile in piena Guerra Fredda, dove il senatore del partito comunista Pablo Neruda si oppone alle decisioni del nuovo governo filo-statunitense, ritrovandosi l’ispettore di polizia Peluchonneau alle calcagna, pronto ad arrestarlo. Ed è da qui che parte il regista di El club per sviluppare un’eccezionale riflessione sull’impossibilità (o l’inutilità) di un tentativo di rappresentazione del reale attraverso l’arte, capace di immergere lo spettatore in un avvolgente universo in cui nulla sembra essere accaduto veramente, ma che al contempo esiste grazie alla narrazione stessa. Un concetto piuttosto complesso, che Larraín riesce a sviluppare in modo lucidissimo affidandosi ai pensieri dei propri personaggi che per tutta la durata del film riflettono sul proprio ruolo all’interno della storia, evidenziando così il potere di creazione di narrazione e parola.

Se Neruda esiste grazie ai suoi pensieri tradotti in poesia e diffusi clandestinamente dai compagni del partito, Peluchonneau è invece convinto di esistere in quanto persona ed ispettore di polizia, finché non inizia a dubitare di far parte della Storia solo in funzione di Neruda, ricoprendo in questo senso il ruolo di personaggio secondario da contrapporre al protagonista all’interno dell’universo narrativo: una presa di coscienza, quella del personaggio interpretato da uno straordinario Gael García Bernal, che lo porterà a cercare di uccidere il poeta per dimostrare a se stesso la propria indipendenza, rendendosi però poi conto che non potrà mai far parte del racconto in maniera autonoma e se Neruda decidesse di non “salvarlo”, anche semplicemente nominandolo in qualche suo scritto, svanirebbe nel nulla.

Un’idea, quella di Larraín, che riesce a mettere in luce in maniera semplicemente sublime l’importanza e il potere di raccontare le storie e le persone, di come solo continuando a narrare sia possibile rendere reale (e immortale) un pensiero, un evento, un sentimento o un personaggio.

In questo senso il regista cileno decide di inquadrare spesso e volentieri i suoi personaggi in controluce, mostrandoci le loro silhouette indistinte, i contorni di ciò che rappresentano nella memoria e nella narrazione, esibendo le ombre piuttosto che i volti, ricordandoci di come siano semplicemente delle idee in attesa di tornare in vita attraverso l’arte.

Voto: 9 / 10

Francesco Ruzzier, da “storiadeifilm.it”

 

Un canto d’amore individualista e popolare, l’immensità di un uomo che non voleva esser solo artista, ma gigante, impegnato nella lotta per l’uguaglianza e nel sedurre con le sue languide parole ogni donna nel suo raggio. Il quadro sinuoso e fantastico del poeta che seppe con versi tristi conquistare un Paese per toccare poi il cuore pulsante e romantico di tutto il mondo, Neruda del regista cileno Pablo Larraín si snoda nei visionari attimi di una fiaba sull’inseguimento, corsa impervia contro i nostri avversari e la libertà di sentirsi principi e protagonisti di questa meravigliosa vita.

Essendosi inimicato il governo, proclamando il tradimento da parte del Presidente Gonzalez Videla verso il partito comunista, il senatore e scrittore Pablo Neruda (Luis Gnecco) è costretto a fuggire per non subire l’inevitabile ripercussione che lo vedrebbe preso ed incarcerato. Aiutato da una cerchia di fedeli amici e compagni, il poeta vivrà per breve tempo un periodo di esilio obbligato, ma la voglia di vita di Neruda è troppo passionale per essere ingabbiata, tanto che le sue sconsigliate scappatelle daranno inizio all’incalzante pedinamento da parte dell’ispettore di polizia Oscar Peluchoneau (Gael García Bernal), triste persecutore il cui fine ultimo è quello di arrestare il prima possibile il noto senatore.

La pagina bianca di Neruda che crea con l’inchiostro chimerici personaggi

Una fuga ed una ricerca trattate con estremo calore, lo scorrere fluido delle parole che come un’incessante melodia accompagnano i sogni, le speranze e i turbamenti del grande Neruda in una narrazione favolisticamente sconnessa, che racchiude in parte l’animo impetuoso del famoso cantore e la repressa rabbia di un poliziotto concentrato su una prevedibilmente inconcludente ricerca.

Un lavoro durato anni, quello che ha visto il regista Pablo Larraín impegnato nello schiudere il complesso mondo nerudiano, l’universo di un uomo incapace di trattenere qualsivoglia pulsione, la quale voracemente attanaglia un’esistenza fatta di circoli vogliosi e politico fervore. Neruda è la pagina bianca da cui l’inchiostro fa nascere chimerici personaggi, ognuno convinto di creare sé stesso per rivelarsi poi soltanto proiezione di idee che altri di loro si son fatti, in un sogno ad occhi aperti dove il surreale va a coincidere perfettamente con il reale, in un’atmosfera di pacata e struggente poesia.

A commento degli eventi che in un disomogeneo filo si susseguono con delicata, lirica armonia, le incisive eppur ispirate parole dello sceneggiatore Guillermo Calderón sono espressione di sentimenti profondi inespressi apertamente, i quali conducono dolcemente lo spettatore in un viaggio all’interno dell’anima di due personalità opposte, enfatiche, tormentate. Oltrepassata la frontiera dell’immaginario, Neruda e Peluchoneau insistentemente si cercheranno per non incontrarsi mai; l’artista e il poliziotto, il genio e la giustizia, la corsa forsennata dietro un’aquila quando si è incapaci di volare.

Pablo Neruda: non solo terra ed amore, ma parità e diritti

Stilisticamente onirico, volontariamente irrazionale, il film di Larraín si arricchisce di tecniche di regia, scenografia e montaggio che esaltano l’amore per la settima arte e il desiderio di poter con questa sperimentare, una visione soave delle potenzialità delle arti cinematografiche in grado di poter abbracciare con versi e inquadrature ed emozionare con la potenza della sua elaborata scelta narrativa e visiva.

In un racconto dove nessuno dei protagonisti vuole sentirsi messo in disparte, sono Luis Gnecco e Gael García Bernal a soffiare nei personaggi quell’anelito di vita che li farà animare, talentuosi attori che sapranno con ardente maestria creare una danza dove la composizione del Canto General del poeta andrà ad incastrarsi perfettamente con la solitudine dei romanzi polizieschi dell’ispettore, in una congiunzione personale, sociale e passionale.

Non solo di terra e d’amore ha scritto Pablo Neruda, ma di diritti, di concordanza, di parità; arte e politica, solo due aspetti del vasto mondo di uno dei personaggi più enigmatici della storia, i quali vengono donati da Pablo Larraín nel suo piccolo, opalescente sogno, possibile concorrente ai prossimi Oscar e conquistatore di innumerevoli animi.

Martina Barone, da “cinematographe.it”

 

Questa recensione ha il solo scopo di evitare che venga compiuto un torto ai danni di Pablo Larraín, uno dei più grandi cineasti viventi e figura simbolo della scena artistica odierna del Cile, per non parlare del suo peso nella cinematografica sudamericana contemporanea.

È probabile che, al di fuori dei cinefili più attenti, il suo nome non risulti familiare. Forse invece ha cominciato ad esserlo dopo la partecipazione in concorso a Venezia 73, dove il suo Jackie ha consentito a una splendida Natalie Portman di ritorno dalla prima gravidanza (ma già in attesa del secondo figlio) di mettersi sotto i riflettori e da dare l’inizio non ufficiale alla corsa gli Oscar.

Gael García Bernal insegue Neruda

Eppure Jackie è stato tutto fuorché un trionfo a Venezia 73, dove si è comportato da pellicola al servizio della sua protagonista, così come era successo per Black Swan di Darren Aronofsky (non a caso produttore del film). Insomma, a voler essere cinici (e probabilmente veritieri) Jackie è il classico obolo che i registi stranieri devono pagare alla vecchia Hollywood per entrare nelle sue grazie e nelle sue produzioni. I fedelissimi del regista cileno però hanno evidenziato come in questo caso, forse per la prima volta nella sua carriera, il suo talento sia imbrigliato, spinto da una sceneggiatura non sua e da una lingua straniera a rimanere in un territorio molto più tradizionale del suo standard.

Fermo restando che Jackie è uno dei film più attesi dell’autunno, se siete curiosi di vedere Pablo Larraín al pieno delle sue potenzialità vi conviene non perdervi Neruda. Pochi cineasti riescono a passare a Cannes fuori concorso con quello che poi è stato unanimemente acclamato come il miglior film dell’annata e pochi mesi dopo portare un film più che dignitoso a Venezia. Quasi nessuno però è Pablo Larraín, un regista capace di prendere un’icona del proprio Paese, il poeta e scrittore premio Nobel Pablo Neruda, e renderlo protagonista di un biopic strabiliante, che sconfina nel territorio dell’arte.

Il presupposto è quello classico del film biografico contemporaneo:narrare gli ultimi anni di vista del poeta, costretto alla fuga e all’esilio dopo l’ascesa di Augusto Pinochet nel 1973. Il referto ufficiale parla di attacco cardiaco, ma le circostanze della sua morte sono così misteriose che in realtà poco o nulla si sa di come morì o fu ucciso uno dei cileni più celebri al mondo.

A partire dall’ottima sceneggiatura di Guillermo Calderón e sfruttando al meglio la somiglianza fisica e l’ottima perfomance di Luis Gnecco, Pablo Larraín tira fuori un’autentica opera d’arte, un film tra i migliori della sua già ottima produzione. Neruda è un biopic che non ha paura di esagerare, cadere nel fantastico e nell’iperbole, immaginare e mentire.

Gael García Bernal nella sua miglior performance da anni

È quanto di più lontano a un report realistico degli ultimi mesi di vita di Neruda ci possa essere, perché rende omaggio al suo protagonistatrasformando la sua biografia in una sua opera letteraria. Neruda è un film sottilmente ambiguo e sensuale, trasformista, immaginifico, eppure radicato nelle convenzioni dell’epica classica. Abbiamo un eroe ambiguo e molto bravo a nascondersi e a trasformarsi, Neruda, e poi abbiamo un cattivo, o forse un buono, il poliziotto che lo insegue. Gael García Bernalsi affida a Larraín e tira fuori la sua miglior performance da molti anni a questa parte. Il suo poliziotto che insegue il poeta, traditore ed eroe nazionale al contempo, è anche un personaggio consapevole del suo ruolo marginale all’interno della trama del film (una vera e propria ossessione metaletteraria). La sua fissazione per Neruda e la sua cattura equivale l’attenzione con cui il poeta gli sfugge e gli parla, attraverso i libri che dissemina come indizi dietro di sé.

Il legame che si crea tra i due in un contesto alla Prova a Prendermi dall’odio sconfina nell’ammirazione e nell’amore, fino a creare un intrigo tra il romantico e il tragico, che sfocia in un finale western: in Neruda c’è una delle rarissime sequenze in cui il realismo magico sudamericano è sbarcato indenne al cinema.

Consapevole di avere tra le mani una grande sceneggiatura e desideroso di rendere omaggio a Neruda (ed esprimere un’opinione molto forte sulla morte del poeta vate cileno), Pablo Larraín tira fuori un film straordinario, sfruttando anche la sua influenza sul cinema del suo continente; si permette persino di scomodare l’attore sudamericano più noto al mondo, Alfredo Castro, per dargli un ruolo importante ma tutto sommato marginale. D’altronde a lanciarlo nel circuito festivaliero ci ha pensato in larga parte lui.

Insomma, anche se i giornali e le TV parleranno di Pablo Larraín solo come regista dell’americanissimo Jackie, voi date retta ai cinefili e non perdetevi uno dei migliori film dell’anno: Neruda. Il film cileno se la gioca curiosamente con una pellicola davvero simile, il biopic tedesco su Stefan Zweig, per il titolo di film biografico dell’anno. Due romanzieri protagonisti, due letterati perseguitati da un regime, due storie sudamericane: secondo chi vi scrive, si tratta in entrambi i casi di due film imperdibili.

Elisa Giudici, da “mondofox.it”

 

 

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2016, Neruda è un biopic anomalo, una pellicola che riesce ad attraversare tutti i generi, dal noir al western più crepuscolare, e a donarci la straordinaria umanità dei protagonisti, ma anche di una intera nazione, alla ricerca della propria identità.

Nato da una sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso regista Pablo Larraín con Guillermo Calderón, suo collaboratore già nel precedente Il club, Neruda racconta soltanto un piccolo ma immenso frammento della vita del celebre poeta e senatore del partito comunista Pablo Neruda: il periodo della clandestinità e della fuga. Siamo nel 1948 e il governo cileno presieduto da Gonzalez Videla viene accusato da Neruda di aver tradito il popolo (e il partito comunista cileno, che subito dopo è stato messo al bando e dichiarato illegale). Il celebre Yo acuso del poeta è un lungo monologo in difesa della democrazia, motivo per cui a Neruda viene tolta la carica di senatore e dichiarato fuorilegge. Sulle orme del poeta, c’è il prefetto Oscar Peluchonneau, suo persecutore per tutti i lunghi mesi della fuga.

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Neruda è poesia, è opera, vive del suo incedere a spirale, da cui trae un ritmo fascinoso. Si resta quasi ipnotizzati da come Larraín sviluppi il suo racconto, fatto di sovrapposizioni, temi musicali ricorrenti, voci fuori campo (è come se il romanzo venisse doppiamente romanzato dal narratore interno, Peluchonneau in questo caso, che filtra in maniera soggettiva Neruda). Il tutto però è perfettamente funzionale al racconto, un fiume di avvenimenti in cui l’eroe e l’antieroe convergono in un’unica entità, politicamente agli antipodi ma spiritualmente vicinissimi.

In questa dialettica tra i due protagonisti, che il regista cileno sceglie spesso e volentieri di inquadrare in controluce, mostrandoci le loro silhouette indistinte, i contorni di ciò che rappresentano nella memoria e nella narrazione, esibendo le ombre piuttosto che i volti, si fa sempre più chiaro l’intento di voler accendere una riflessione sull’arte e sul ruolo che essa svolge.  I personaggi, in questo senso, rimangono semplicemente delle idee in attesa di tornare in vita attraverso l’arte. Larraín riesce a mettere in luce in maniera semplicemente sublime l’importanza e il potere di raccontare le storie e le persone, di come solo continuando a narrare sia possibile rendere reale (e immortale) un pensiero, un evento, un sentimento o un personaggio.

Neruda, attingendo a piene mani dal noir e dal genere poliziesco anni 40 e delineandosi secondo le tracce tipiche del genere, con i suoi archetipi e i suoi cliché (la fotografia sublime di Sergio Armstrong ricca di ombre e contrasti, la musica a sottolineare i momenti di tensione), viene trasformato in una sorta di romanzo poliziesco per immagini, con il suo personaggio principale (il poeta, il comunista, il difensore dei diritti umani Pablo Neruda) e la sua nemesi, un personaggio secondario che ambisce a diventare protagonista. Salvo, poi, abbracciare, per il suo ultimo atto, il genere western. La fuga attraverso la cordigliera andina è il teatro della resa dei conti in un finale malinconico, sentimentale e a tratti onirico.

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Originale biopic, Neruda è un film che riesce con grande maestria a mescolare vari generi, dal noir, al dramma, al poliziesco anni ’40 e che, mantenendo uno sguardo poetico e sentimentale, riesce a consegnarci una storia intensa che vive soprattutto grazie ai due protagonisti: il contrasto tra Neruda e Peluchonneau, in cui l’uno si nutre dell’altro per reinventare se stesso. Un’accorata pellicola di straordinaria umanità, dove la ricerca costante di identità sembra riguardare i protagonisti ma anche una intera nazione.

Voto: 8 / 10

Federica Rizzo, da “darumaview.it”

 

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