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Lui è tornato

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Molto strano il destino dei regimi dittatoriali del periodo della seconda guerra mondiale, che hanno visto nel corso del tempo il loro ruolo nell’immaginario collettivo decisamente  modificato dal linguaggio cinematografico: da protagonisti di film di guerra e drammatici, infatti, nazisti e fascisti sono diventati una fonte inesauribile per molti giovani autori che hanno attinto dalle loro sciagurate gesta per realizzare prodotti che, pur contenendo un messaggio di critica e condanna politica verso i poteri forti, mirano per di più al semplice intrattenimento e al cinema di genere più puro. E così negli ultimi anni abbiamo assistito a soldati tedeschi in versione zombie, oppure abitanti del lato oscuro della luna e al ritorno di Hitler ai giorni nostri. Quest’ultima cosa accade in Lui è tornato di David Wnendt il quale, ispirandosi all’omonimo romanzo di Timur Vermes, realizza una pellicola diventata ben presto un caso nazionale in Germania e che racchiude al proprio interno una miriade di spunti di riflessione e una feroce satira verso la società attuale e i mezzi di comunicazione.

Berlino, ottobre 2014. Un operatore di una Tv locale come tante sta girando un servizio su come il calcio possa diventare una via di fuga dalla periferia della capitale tedesca. Durante la fase di montaggio, l’uomo si accorge di aver ripreso anche un personaggio che assomiglia in tutto e per tutto a Hitler e, fiutando aria di opportunità della vita, cerca in tutti i modi di contattarlo per farlo diventare la star incontrastata della televisione per cui lavora. Nel giro di poco tempo il Fühler appare in tutti i programmi comici, talk show e persino canali YouTube dimostrando un carisma fuori dal comune e una grande capacità di conquistare con le sue idee il popolo tedesco che tuttavia non sa di aver a che a fare non con un attore, ma con il vero dittatore.

La trama e l’approccio di Wnendt, che in realtà segue quello del soggetto originario di Vermes, possono ingannare facilmente e lasciar pensare ad un’opera che tratta una tematica così complessa attraverso sketch banali e basati sul fatto che un personaggio con gli abiti e gli atteggiamenti di Hitler risulti ridicolo agli occhi della gente e diventi un fenomeno da baraccone con cui scattarsi selfie e lasciarsi andare a scherzi di ogni tipo. Per fortuna il regista si rende conto ben presto di come un meccanismo simile alla lunga non possa funzionare e con il passare dei minuti gli approcci da commediola lasciano il campo ad una sempre più intelligente satira sulla Germania contemporanea e su come i grandi mezzi di comunicazione, dalla tv a internet, siano un concreto strumento con cui un “Hitler” di turno riesca a conquistare il popolo tedesco facendo leva sull’ignoranza e sulla crescente insoddisfazione politica ed economica.

Non sono casuali quindi i continui paragoni che il protagonista, che funge da voce fuori campo, fa con il tempo in cui era al comando della nazione e su tutti spicca quello tra la direttrice della televisione e la regista Leni Riefenstahl, autrice di numerosi documentari che esaltavano il regime fascista. Insomma quello che vuole dimostrare Wnendt è che la Germania in realtà non si è mai sbarazzata del suo ingombrante passato e che basterebbe una minima miccia per far rinascere i sentimenti di odio e intolleranza, ed in tal senso risulta molto efficace il modo accurato con cui viene descritto lo stretto legame tra Hitler e l’operatore tv, ribattezzato Sawatzki dal Fühler, che conduce quest’ultimo alla follia.

L’operazione riesce a meraviglia, nonostante alcune lungaggini di troppo che determinano una durata eccessiva, anche grazie ad uno straordinario lavoro attoriale da parte di Oliver Masucci il quale per interpretare il ruolo di Hitler non solo ha studiato i discorsi e gli atteggiamenti del dittatore, ma ha anche compiuto un consistente lavoro di cambiamento del suo corpo ingrassando più di 20 kg.

Di notevole livello anche il resto del cast nel quale spiccano i convincenti Katja Riemann e Fabian Busch, nei panni rispettivamente della direttrice della Tv e dell’operatore.

Lui è tornato, in conclusione, è un film riuscito in pieno ed è la dimostrazione di come si possa fare ancora della buona satira politica in modo originale, divertente e con uno stile fresco ed innovativo.

Vincenzo de Divitiis, da “darksidecinema.it”

 

 

David Wnendt, regista, ha 38 anni. La sua è la generazione “di mezzo”, quella che sta fra i padri, nobili e ignobili, che quel passato l’hanno sfiorato o addirittura vissuto in diretta, e il popolo dei selfies, dei proto-disoccupati e dei disoccupati a tempo pieno, che ben altro hanno da fare che rileggere la storia. Normale che abbia lo sguardo lungo di chi ben sa che il futuro è alle sue spalle. Chi sceglie Wnendt per fare un film? Quale nome pone al centro di una, non sappiamo se chiamarla satira, tragedia, commedia, rêverie, visione d’Inferno? Quale sintesi somma di un secolo, marchio indelebile sulla coscienza delle sue generazioni, tatuaggio inciso nella carne a lettere di fuoco? Ma lui, il pittore mancato, il “ politico austriaco naturalizzato tedesco, cancelliere del Reich dal 1933 e dittatore, col titolo di Führer, della Germania dal 1934 al 1945 ” (così recita Wikipedia, un nome che piace tanto a Hitler per quel Wiki che ricorda i Vichinghi!). All’ingresso in scena del Führer, l’Ouverture da La gazza ladra di Rossini apre le danze. Scelta sublime, che dà senso e ritmo a tutta l’opera: “ Non si era ancora alla fine del primo presto, che il pubblico sembrò ebbro di piacere. Tutti accompagnavano l’orchestra. Da quel momento l’opera e il suo successo furono una sola scena di entusiasmo. Ad ogni brano Rossini doveva alzarsi più volte dal suo posto al piano per salutare il pubblico; e si stancò prima lui di salutare che il pubblico di applaudire ” Così Stendhal in tempi non sospetti (ma allora parlava di musica e di Rossini). “ This is the song I will listen to building my empire” è invece un inquietante commento al brano fra i tanti su you tube. Le scelte musicali del film sono parte integrante del suo linguaggio. Dal Rossini della Gazza e del Barbiere alla fanfara della Radetsky March, dall’ Harry Lime Theme, Der Dritte Mann di Anton Karas‬ nella sequenza di Hitler ritrattista di strada per autofinanziarsi, al Music for the Funeral of Queen Mary‬ di Purcell, quando la tensione sale e la commozione nostalgica si fa intensa, e ancora ‪la Tritsch-Tratsch-Polka di Johann Strauss II‬ per i volteggi in autoscontro di Fabian e Adolf e il mitico Lead Belly che accompagna i titoli di coda con Hitler Song (Mr. Hitler) mentre il Führer va in giro pastorale, su fiammante Mercedes, con la biondissima signora Bellini (Katja Riemann), la traccia sonora dà il suo contributo fortemente straniante alla lettura delle immagini. E di straniamento è il caso di parlare, di quel ribaltamento del reale che, per la paradossale rifrazione tipica della satira, si riproduce davanti ai nostri occhi più reale del reale, destando meraviglia. David Wnendt, e prima di lui Timur Vermes, autore del best seller Er ist wieder da da cui è tratto il film, hanno visto giusto immaginando il risveglio di Hitler a Marzhan, popolosa zona est di Berlino, tra le aiuole di un cortile condominiale. Solo che, piuttosto che in marcia verso la Polonia, lo fanno partire  alla conquista dei media come una pop star. E ben gliene incoglie, l’effetto virale nella rete di you tube (1 milione di persone per il video caricato da Fabian Sawatzki (Fabian Busch), il reporter che lo scopre) e la guerra a colpi di share delle emittenti televisive funzionano meglio della dodicesima armata. Voice over dello stesso Führer, la cronistoria di questa resurrezione del terzo millennio è raccontata con ottimo doppiaggio e si fa fatica a separare finzione da realtà. Dallo spettacolo comico in tivù dove Hitler, creduto sulle prime un attore, approda trascinato da Fabian, al tour propagandistico per la Germania, senza copione, con comparse vere dal volto oscurato (privacy, innanzitutto!) che alzano il braccio, annuiscono, ascoltano attenti (qualcuno fa il dito medio, ma pochi), il passo è breve. Il teorema di base sotteso al libro e al film è così dimostrato: “Potenzialmente un terzo dei tedeschi voterebbe un partito di destra in Germania, se solo ce ne fosse uno credibile. Per fortuna l’NDP, il partito nazionalista, non lo è, ma bisogna fare attenzione alla nuova formazione Alternative für Deutschland. Formata solo da professori universitari, dietro il suo antieuropeismo nasconde anche molti pensieri pregni d’intolleranza e razzismo. La mia generazione rischia di dimenticare il passato. Bombardati da un mare di informazioni e nozioni, si fa fatica a sviluppare senso critico e a leggere il presente con coscienza critica“. Nel mettere in scena questa storia surreale Vermes/Wnendt scelgono il registro del comico. Nulla di più adeguato, ricordiamo quello che disse il Maestro Sinopoli parlando di nazismo: “ Il nazismo non è tragicità di pensiero, ma tragicità gestuale, è un palazzo con le pareti di carta e vuoto dentro, una sorta di superapparizione del gesto in cui il pensiero non esiste.” Quello che invece è tragicamente reale è ciò che dice lo scrittore, ribadito dal regista: ” Io mostro nel mio libro come Hitler si sveglia e si trova alla fine in grado di riconquistare il potere … Che sembra essere tutt’altro che una banalizzazione del male. In Germania siamo sicuri di essere immunizzati contro un nuovo Hitler? Credo il contrario. Ovviamente è più facile essere democratici quando il paese è ricco. Ma se le circostanze cambiano, tutto può andare molto veloce per un demagogo. Per quanto riguarda presentare Hitler “simpatico”, il rischio concreto è stato quello di ritrarlo come un mostro o, al contrario, come un semplice pagliaccio. In Germania, dopo la guerra, era confortevole e rassicurante presentare Hitler come una persona malvagia. Ma le persone non votano per un mostro o un pazzo: votano per qualcuno che trovano attraente. Hitler è stato eletto, e questa è la cosa più spaventosa “. Dopo essersi adeguatamente documentato sfogliando le news di geopolitica fra i giornali, chiuso nel retro dell’edicola che l’ha ospitato dopo il primo risveglio, preso opportunamente atto del degrado successivo ai suoi tempi eroici (Lo Stato è nelle mani di una donna rozza con il carisma di un salice piangente dice della Merkel) il Führer, interpretato da un ottimo Oliver Masucci che per l’occasione è ingrassato 20 chili e dà al suo Hitler un aplomb teutonico che il poverino mai non ebbe, parte con Fabian alla conquista della nuova Germania. Il nostro Fabian è un biondo, tenero ometto dagli occhi che più azzurri non si può, pura razza ariana ma senza un briciolo di midollo. Hitler si ripromette di farlo fucilare quanto prima, ma per ora gli è utile e dunque via alla conquista del Quarto Reich. Appena licenziato dall’emittente televisiva dove lavorava precario, Fabian si fa prestare dalla “mammina” fioraia qualche euro e il furgoncino con le rose dipinte. Hitler dovrà sopportare anche le rose, ma per la Patria questo e altro. Da questo momento le gag ci travolgono, la storia fa il suo corso e merita di essere seguita con la giusta dose di divertimento e godimento. Ma attenzione, ora Hitler ha scoperto il computer, ne è entusiasta: “ E’ una delle più sorprendenti conquiste dell’umanità” esclama, si fa una mail (si scopre che il suo nome c’è già, ne usa uno nuovo e adeguato), si muove a suo agio nel consiglio di amministrazione dell’emittente mettendo tutti a tacere e al povero Fabian, che finirà ben presto al servizio psichiatrico, dichiara solennemente, dopo aver visto come vanno le cose in giro: “Ora ho una visione d’insieme e posso dire che le condizioni mi sono favorevoli, in Germania, in Europa, nel mondo”. E se qualcuno prova ad obiettare qualcosa dicendogli: “ Sei un mostro”, questa è la sua risposta: “ Nel 1933 nessun popolo è stato ingannato, con nessuna propaganda. Mi hanno scelto ed avevo espresso le mie idee con molta chiarezza. La Germania mi ha eletto. Erano tutti mostri? No era gente comune che decise di votare per un uomo fuori dal comune. In fondo siete tutti come me, non ci si può liberare di me, sono una parte di tutti voi. Lo riconosca, non sono poi così male”.

Paola Di Giuseppe, da “indie-eye.it”

 

Berlino, 23 ottobre 2014. In un preciso luogo della città (quale sia verrà esplicitato nel corso del film) Adolf Hitler ritorna in vita. La sua presenza viene casualmente registrata da un reporter di una televisione il quale, dopo aver subito il licenziamento, se ne accorge e decide di andarlo a cercare per utilizzarlo come attrazione che gli consenta di farsi riassumere. L’imitazione (così crede lui e credono anche alla tv) è perfetta e il Führer inizia a fare audience e ad attrarre consensi.
Alle origini di questo film decisamente interessante c’è un libro di Timur Vermes che è stato tradotto in diciassette lingue (tra cui l’italiano). È necessario, per chi non lo avesse letto, sgombrare subito il campo dal dubbio che ci si trovi dinanzi all’ennesima opera cinematografica in cui si utilizza un sosia di Hitler per fare della comicità più o meno a buon mercato. In questo caso non è così. Pur conservando un elevato tasso di ironia il film di David Wnendt ha lo scopo di sollevare una questione di rilevante importanza in questi nostri tempi. Lo fa utilizzando una tecnica mista che prevede inserti di candid camera all’interno di una storia di finzione.
Il quesito che domina l’intero film (che sui titoli di coda trova la sua esplicitazione più diretta e inquietante) è: come gli attuali mezzi di comunicazione veicolerebbero un messaggio come quello nazista e quanto, in realtà, non lo stanno già facendo? Un noto giornalista italiano, in seguito a una sua intervista televisiva che ha provocato vivaci reazioni, ha aperto un articolo a propria difesa chiedendosi se di fronte a un Hitler ritornato dall’inferno, ci sarebbe stato qualche collega pronto a rinunciare ad intervistarlo. Wnendt va oltre e si chiede quanti ancora oggi sarebbero disposti a farsi sedurre dalla sua ideologia. Il gioco si poggia sulla base della finzione (in più di un’occasione viene chiesto a quello che si suppone sia un attore se non si stanca mai di aderire al ruolo prendendosi una tregua) ma ciò che innalza costantemente il livello di lettura sono le reazioni (reali o previste dalla sceneggiatura).
Oggi come allora Hitler non nasconde mai i propri obiettivi e le modalità con cui vuole raggiungerli. Alcuni vi aderiscono, pochi si oppongono e la massa li legge come elementi di uno show mediatico di successo non rendendosi conto che, come un veleno a lento rilascio di tossine, ne vengono progressivamente intossicati. In una breve scena, che costituisce il fulcro del film, ci viene ricordato che solo la memoria può costituire un valido antidoto. Una memoria che tanti (troppi) stanno facendo di tutto perché si trasformi in oblio.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Back For Bad
Nella Berlino di oggi ricompare all’improvviso Lui: Adolf Hitler in persona. Dopo una fase di difficile adattamento viene adottato da Sawatski, un aspirante filmmaker spiantato, che lo porta in giro per la Germania e in poco tempo lo trasforma in una star della tv. [sinossi]
La Storia conosce il ruolo di totem e tabù per la memoria collettiva e sa che per raccontare i grandi traumi dell’ultimo secolo non può prescindere dai simboli che li rappresentano. Nelle scuole d’Europa, quando si parla di regimi e totalitarismi si fa a partire dalle figure di Hitler, Stalin e Mussolini. Simboli non solo del periodo di cui sono stati leader, responsabili e principali mandanti di genocidi, privazioni di libertà e soppressioni della dignità umana. Simboli anche nel senso di icone: incarnazioni associabili a dei segni particolari e identificativi. Se per Mussolini questi sono la mascella larga e la testa rasata e per Stalin i baffi folti e la pipa, niente è più immediatamente figurativo ed esemplare del baffetto di Hitler.
Oggetto privilegiato di rappresentazioni e parodie (a partire da Chaplin, che ne fece l’idea centrale di Il grande dittatore), i baffetti sono anche l’obiettivo della copertina di Lui è tornato, libro best seller del 2012, che dà una rappresentazione stilizzata del Fuhrer, con il ciuffo corvino e il baffetto caratteristico formato dalle lettere del titolo. Un lavoro grafico che restituisce perfettamente la domanda alla base del primo romanzo di Timur Vermes: cosa rappresenta e soprattutto come si rappresenta Hitler oggi?
Domanda a cui sia il libro che il film che ne ha tratto David Wnendt rispondono partendo da un assunto paradossale (Hitler risorge, senza causa apparente, nella Berlino di oggi) e, appunto, caricaturale (tutti lo riconoscono per via dei baffi e della divisa militare), facendo di questo gioco fra logica razionale e surreale (nessuno può credere davvero che sia la stessa persona che si è tolta la vita in un bunker 70 anni prima) il vero assunto politico dell’operazione. Un messaggio che cerca di dire qualcosa di molto preciso: Hitler è sempre fra noi. Non la maschera con baffetto e riporto, facile da identificare e parodiare, ma il lato oscuro, autoritario e razzista che abita dentro di noi.

Il romanzo di Vermes lo dice in modo sottile, al confine fra satira e pamphlet politico, facendo tutti i riferimenti alla realtà ma attento a restare ben dentro il confine del paradosso. Il film di Wnendt lo dichiara invece a gran voce, e anziché muoversi per piccoli passi, misurando ogni passo con un piglio leggero e misurato, decide di buttarsi a corsa nel campo minato con lo slancio vivace del piglio pop e della commistione di generi e di toni. Laddove il romanzo si compone come un racconto in prima persona, che adotta un punto di vista unico ancorato a Hitler, il film evita le difficoltà di fare del Führer un personaggio approfondito e psicologizzato e si concentra sul personaggio di Sawatski, il filmmaker ingenuo e gentile, che diviene narratore principale e mandante di una traccia secondaria che attraversa la commedia romantica e il mockumentary. La prima serve ad alleggerire il tono e a fare da amalgama e polo d’attrazione giovanile rispetto agli altri elementi più scabri. La seconda a toccare con mano l’assunto socio-politico della storia. Wnendt getta la sua “reincarnazione” del Führer nella Berlino hipster e ipermediale, meta privilegiata dei flussi migratori continentali e non, e lo accompagna alla scoperta della Germania di oggi, fra malcontento sociale, insofferenza multiculturale e contraddizioni verso il proprio passato dittatoriale.

Ne viene fuori un’operazione per certi aspetti simile a quello che Sasha Baron Cohen aveva fatto con la popolazione americana in Borat. Con la differenza che il corpo estraneo finto-kazako diviene qui il fantasma “interiore” più ingombrante della cultura germanica. Sono questi momenti in “presa diretta” e le reazioni divertite e indignate, inquietanti e scomposte, che coinvolgono gente comune e veri politici del NPD che non nascondono simpatie neonaziste, il vero elemento originale e perturbante della trasposizione filmica. Una materia controversa e incandescente che Wnendt cerca di contenere dentro un linguaggio televisivo e di emulsionare dentro a una storia complessa, attenta a tutte le mode del contemporaneo: dai filmati virali agli spunti metacinematografici. Questa ambizione a dire tutto in modo esplicito e parlando a un pubblico più ampio possibile risulta alla fine meno audace e incisiva rispetto al tono ambiguo e arguto dell’io narrante del romanzo.

Lui è tornato – Film è in sostanza un’ottima trasposizione di Lui è tornato – Romanzo. Pizzica corde e sensibilità più scoperti rispetto a tante rappresentazioni dell’incarnazione del nazismo precedenti (dall’Hitler impersonato da Bruno Ganz in La caduta a quello di cartapesta del finale liberatorio e incendiario di Bastardi senza gloria di Tarantino). Ma il paradosso nel paradosso è che, pur essendo uno dei suoi tanti bersagli affrontato con ferocia, non mostra più mordente di una satira televisiva da prima serata.

Edoardo Becattini, da “quinlan.it”

 

 

Lui è tornato, davvero: è comparso nel luogo dove settant’anni prima sorgeva il suo bunker, ma ancora non ha capito cosa sto succedendo, dove si trova, ma soprattutto che anno è. Ben presto familiarizza con il presente, e inizia una carriera di “comico”: scambiato per il vero Adolf Hitler (quale realmente lui è) comincia a lavorare in tv, avviando il suo piano di conquista attraverso i mass media, potentissimo mezzo propagandistico. In tutta la sua ascesa è inconsapevolmente aiutato dall’operatore televisivo Fabian, che per essere riassunto nella rete televisiva dove è stato licenziato, inizia un progetto su questo strano soggetto.

Se Adolf Hitler dovesse ritornare in questo mondo all’improvviso, ai giorni nostri, siamo sicuri di sapere cosa accadrebbe? Probabilmente non per tutti è facile da immaginare. Ci ha provato prima Timur Vermes col suo romanzo satirico, e ora la palla è passata al regista David Wnendt, che ha portato sul grande schermo un adattamento molto fedele al libro, riuscendo a mantenere lo stesso spirito comico e satirico senza naturalmente rinunciare a quell’amaro che la visione, così come prima la lettura, lascia in bocca allo spettatore.

Perché è vero che si ride davanti a situazioni che sono delle vere e proprie gag, come quando Hitler ammira uno splendido panorama di montagna lodandone la bellezza, per poi gettare proprio lì della spazzatura a terra, o come quando cerca dei nomi per la registrazione della sua prima mail; ma è pur vero che ben presto le risate si attenuano. È un crescendo che culmina nel finale, quando pochissimi sanno o finalmente prendono coscienza di ciò che realmente sta succedendo, e allora il divertimento lascia spazio alla preoccupazione: veramente saremmo così stolti da ricadere nello stesso identico tragico errore?

Purtroppo, probabilmente sì, ed è lo stesso Hitler a dire nel film “In fondo siete tutti come me: non ci si può liberare di me, sono una parte di tutti voi”. La trovata geniale di Wnendt di costruire parte del film girandolo come se fosse una candid camera ha avuto il vantaggio di immortalare reazioni spontanee e sincere. Come reagiscono le persone che si ritrovano davanti un uomo molto somigliante a Hitler, con indosso la sua divisa, che si atteggia a dittatore e che non risparmia a nessuno le proprie idee antisemite e nazionaliste? In molti si sono divertiti, e la stragrande maggioranza ha chiesto un selfie in sua compagnia. E se qualcuno è rimasto invece inorridito da uno scherzo di così cattivo gusto, altri hanno dichiarato che lo rivorrebbero al potere.

Fabian, che cerca lo scoop per riottenere il lavoro presso la rete televisiva, inizia a rendersi conto della realtà solo dopo la dichiarazione antisemita del fuhrer contro la segretaria dark, la signorina Kromeier, nonché ragazza della quale è innamorato, ed ebrea. Una doccia fredda, gelata, e che segna l’inizio di una dura presa di coscienza che lo porterà al manicomio. In particolare è la scena precedente, quella dell’incontro fra l’anziana nonna della Kromeier e Hitler, a segnare il climax di tutto il film: guardandolo negli occhi lei riconosce subito l’uomo che le ha portato via tutta la famiglia molti anni prima, ed è l’unica a non avere dubbi che lui sia il vero Adolf Hitler. “È quale e tale ad allora, e dice le stesse cose di allora. Anche all’epoca all’inizio ridevano di lui. Io so bene chi sei, non l’ho dimenticato”.

E allora, una volta terminata la visione di Lui è tornato, citando una delle battute finali, viene da chiedersi: davvero dobbiamo “avere più fiducia nell’umanità”?

Oliver Masucci interpreta il dittatore portando sul grande schermo la sua inquietante personalità, e per questo il consiglio è di vedere il film in lingua originale, per rendersi conto di quanto l’attore sia riuscito a far rivivere quest’uomo in tutta la sua lucida pazzia. In Germania il film è uscito lo scorso ottobre, saltando in cima alla classifica in tre settimane di programmazione e diventando il film con il maggior incasso in patria del 2015, superando anche Inside Out. Ora è disponibile in Italia su Netflix, e al cinema il 26, 27 e 28 aprile distribuito da Nexo Digital.

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

Adolf Hitler (Oliver Masucci)fa un improvviso”salto nel tempo” e si risveglia a Berlino nell’estate del 2014,  disorientato e confuso dalla nuova società tedesca. Scambiato dai più per un’imitazione del Führer, viene reclutato da un’emittente televisiva per partecipare un programma comico: poco avezzo alla tecnologia, ma pur sempre ottimo comunicatore, Hitler coglie l’occasione per riproporre le sue idee..

Prima di approdare al cinema, Lui è tornato è stato un caso letterario: un bestseller da oltre due milioni di copie, tradotto in 40 paesi, ad opera dello scrittore tedesco Timur Wermes. Il punto di partenza del libro è un What if  tra il grottesco e l’inquietante: cosa accadrebbe se, per uno scherzo del destino, Hitler si risvegliasse ai giorni nostri?

La trasposizione cinematografica, curata da David Wnendt, riprende la premessa di Wermes, ma accanto alla trama romanzesca affianca improvvisazioni à la Borat, in cui Hitler /Masucci interagisce con ignari passanti. E siccome l’interpretazione di Masucci è stata eccellente, ci sarebbe da aspettarsi che la maggior parte delle persone sia scappata a gambe levate o abbia in qualche misura protestato. Ma non è andata così, anzi: in Lui è tornato realtà e finzione si confondono in maniera inquietante. Perché mai un gruppo di italiani dovrebbe voler fare un selfie con Hitler davanti alla porta di Brandeburgo? Perché mai qualcuno dovrebbe salutare con entusiasmo un uomo che vaga per la città vestito da dittatore sanguinario, da uomo macchiatosi di genocidio?

Eppure questi sono episodi accaduti davvero durante le riprese e che ritroviamo nella pellicola mescolati alle scene di fiction. E allora, perché stupirsi se i tedeschi “fittizi” non si rendono conto da subito di avere davanti il vero Hitler? La risposta, peraltro, viene dal film stesso: Wnendt suggerisce che nella moderna società dell’informazione ci crediamo al sicuro dagli orrori del passato ma siamo in realtà affetti da una cecità intellettuale non dissimile da quella dei nostri nonni e bisnonni. E abbiamo meno scuse, perché dovremmo ricordare la lezione della storia: non sfugge al passato chi dimentica il passato.  Ma come possiamo avere memoria, travolti come siamo dal flusso dei contenuti? La misura dei nostri valori sembra stare nell’indignazione per la morte di un cagnolino e nella facilità con cui dimentichiamo tutto il giorno dopo.

Beninteso, il film di Wnendt non è L’Onda: tra una (“tedeschissima”) gag e l’altra, con uno stile a metà tra il documentario e la serie tv teutoniche,  Lui è tornato riesce a far sorridere di una materia cupa e complessa. Non manca nemmeno la citazione di una famosa clip di youtube che a sua volta è un doppiaggio-parodia de La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler.

Tuttavia farsi ingannare è impossibile: il film accompagna lo spettatore mano nella mano come un bambino in un viaggio grottesco nell’assurdità della normalità. E come nel più classico dei romanzi di formazione e nelle pagine più cupe della nostra storia, la presa di coscienza arriva per davvero solo alla fine, quando è impossibile non vedere il mostro per quello che è davvero. Ma cos’è rimasto da fare per evitare il disastro?

Da vedere.

Lucia Pugliese, da “discorsivo.it”

 

 

In una zona centrale di Berlino, proprio dove un tempo si trovava il bunker del Fuhrer, compare un uomo steso dietro un cespuglio, che dice e pare che sia Adolf Hitler (Oliver Masucci). Dopo ben 70anni dalla scomparsa di Hitler, la Germania ha lavorato sodo per ottenere il suo riscatto dal disastro compiuto durante il secondo conflitto mondiale. Ma, l’uomo che si sveglia dietro quel cespuglio afferma categoricamente di essere Hitler in persona e s’impone con un fare risoluto ed autoritario, caratteristica della personalità che fu del dittatore tedesco. Un reporter (Fabian Busch) lo filma, incuriosito dalla sua perfetta imitazione del Fuhrer. Questa curiosa eppur affascinante novità intriga il giornalismo televisivo di cui l’uomo venuto dal passato, il presunto Adolf Hitler, diventa un personaggio acclamato perché creduto un eccellente comico. In compagnia del reporter l’Hitler resuscitato percorrerà le strade della Germania per incontrare e riconquistare quel popolo germanico che divertito ride di lui. ” Lui è tornato” è diretto da David Wnendt, ed è tratto dal singolare ed accattivante best seller di Timur Vermes, pubblicato in Italia da Bompiani, acclamatissimo in Germania dove ha venduto oltre 2 milioni di copie. Wnendt lavora molto bene su una sorta di doppia valenza cinematografica: fare satira e nello stesso tempo coinvolgere la contemporaneità in un confronto-scontro tra la funesta memoria di un uomo che ha portato la Germania ad una dolorosa e aberrante sconfitta e quanto questa memoria sia ancora parte integrante del presente. Il cineasta riesce a muoversi in modo strategico allargando il piano d’azione dell’ Hitler redivivo attivandolo con scorribande su una specie di pulmino, di proprietà della madre del giovane reporter, attraverso il territorio nazionale. Quanto, questo bizzarro personaggio, riesca a far proiettare su se stesso l’idealismo o la rabbia di un passato che con lui “risorge” e allo stesso tempo vivifichi sentimenti di ogni sorta sul nazional-socialismo? Wnendt azzarda furbescamente, riuscendoci, grazie ad una narrazione che scivola in una direzione storico-politico-sociologica. Il cineasta inserisce, nella costruzione della scrittura, filmati originali in modo retorico ma anche creativo, proponendo personaggi del mondo politico dei nostri giorni che rappresentano l’attuale potere, ognuno per il proprio paese. Wnendt coglie così il senso del messaggio, grazie anche ad un ottimo montaggio sapientemente allusivo. “Lui è Tornato”, trasposizione cinematografica, osa sondare la scomoda eppur reale verità del come la contemporaneità ricadrebbe nell’errore di affidarsi ad una figura dominante le coscienze popolari, ad un probabile dittatore, ad un singolo “grande” uomo che promette gloria e grandezza ad un popolo, che, ubbidiente, a lui si affida.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

Lui è tornato. Chi? L’uomo dal carisma grande quanto il continente europeo, colui che ci fa ancora oggi vergognare del nostro passato, la fonte infinita di imbarazzo di chiunque abbia nelle vene anche solo un 1% di sangue tedesco. Esatto, parlo proprio LUI: Adolf Hitler. Una mattina d’estate è apparso in un campetto da gioco in cui dei bimbi stavano filmando le loro partitelle a football indossando la brutta copia delle maglie dei grandi nomi del calcio. Un lampo, uno scoppio, ed eccolo di nuovo tra noi, ancora in uniforme, un po’ bruciacchiato, disorientato ma in ottima forma fisica, pronto a vagare per la moderna Berlino alla ricerca di risposte, per capire cosa sia successo alla sua guerra, al suo dominio, al suo Paese.

E la popolazione? Non si lascia ingannare dalle apparenze, asseconda quella che crede sia una farsa politicamente scorretta, per alcuni eccessivamente sopra le righe, ma accettabile se il gioco dura poco. Il gioco, invece, non durerà un battito di ciglia perché il redivivo Adolf attira l’attenzione di un cameraman alla caccia dello scoop che gli garantisca il posto fisso e, in men che non si dica, lo scomodo Hitler torna ad avere una platea che lo asseconda con un seguito dai contorni inquietanti.

Oliver Masucci in “Lui è tornato” – Foto © Constantin Film
Impersonato dal bravissimo Oliver Masucci, che si è sottoposto a una dieta ingrassante a dir poco esplosiva, ha rischiato quotidianamente di essere aggredito ed è tornato tra i banchi per studiare i discorsi del Führer, l’Hitler che vediamo su grande schermo si adatta in fretta alla nuova realtà, sfrutta le evidenti paure della popolazione e coglie immediatamente il potere dei media che – ironicamente – non tardano a rimanere sedotti dal suo physique du rôle. Da questo punto in poi, in sala proviamo uno strano mix di divertimento e disagio che sfocia presto in un persistente fastidio.

Il film diretto da David Wnendt sceglie, infatti, il registro della commedia per stemperare la tensione e la drammaticità delle situazioni che si vengono a creare appena l’energico Adolf si perde per le vie della capitale tedesca tra gli ignari passanti. Saranno anche cambiati i tempi – l’innovazione tecnologica ha modificato le nostre abitudini, le città sono colorate e multietniche, la globalizzazione è un dato di fatto e l’Europa non è più quella di 70 anni fa – eppure l’accoglienza che riceve il Dittatore ci incuriosisce, stupisce e pietrifica per più di un motivo. Eccone cinque.

Fabian Busch, Oliver Masucci e Lars Rudolph in “Lui è tornato” – Foto © Constantin Film
Uno, perché il regista ha realmente mandato in mezzo alla folla il suo attore, il pubblico lo avverte e teme per lui.
Due, perché le situazioni grottesche in cui costantemente si ritrova il protagonista, ce lo rendono simpatico e dobbiamo lottare di continuo con la nostra coscienza per ricordarle sia tutta una finzione.
Tre, perché comprendiamo la semplicità con cui simili folli convinzioni possano attecchire anche nel 2016.
Quattro, perché in cuor nostro sappiamo che Lui è tornato è uscito con un tempismo a dir poco sorprendente e – cinque – tocca argomenti a cui siamo tutti sensibili come la povertà, la frustrazione, l’immigrazione. Aiuto.

La pellicola di Wnendt, che attinge all’omonimo best-seller di Timur Vermes, usa un’ironia gentile per scuotere la memoria storica di chi guarda, vuole intrattenere con una risata intelligente e cerca di farci riflettere su una semplice ma fondamentale domanda: siamo sicuri di essere immuni a intolleranza e razzismo?

Dopo aver travolto il pubblico oltre confine, ora è Nexo Digital a portare il lungometraggio nei cinema italiani per tre giorni (da oggi sino a giovedì 28 aprile). Il consiglio è di consultare l’elenco delle sale in cui è presente (basta un clic QUI) e di non perdere questa brillante trasposizione per il grande schermo delle 400 pagine nate dalla penna di Vermes.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

 

 

 

 

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