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Les Souvenirs

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Che cos’è in fin dei conti un souvenir? Sì, proprio uno di quelli che compriamo in aeroporto alla fine di un bel viaggio. È un ricordo, un modo per fermare il tempo che passa, per rendere concreto un sentimento che altrimenti albergherebbe solo nella nostra mente e nel nostro cuore. È un modo per rendere per sempre presente il passato, una fetta di vita vissuta.

Les souvenirs di Jean-Paul Rouve è una delicatissima riflessione sul tempo, sul tempo che passa e su quello che resta, in un regalo, in una cartolina, in un quadro, in un fiore, in una carezza. Les souvenirs è un souvenir esso stesso. Qualcosa di lieve ma non superficiale, non inutile, che tramite piccole pennellate sa attaccarsi allo spettatore.
Sia chiaro, non è nulla di speciale né di memorabile, ma sa ritagliarsi con merito un posticino nella sensibilità di chi guarda.

Les souvenirs procede con calma, senza strappi, fino ad ingranare pienamente, attraversato da piccoli simpatici personaggi come solo il cinema francese sa partorire: il padrone dell’hotel che assume il protagonista perché gli ricorda il figlio, il pittore di animali “irriconoscibili”, il benzinaio che regala consigli di vita. Figure fuggevoli che sanno farsi ricordare, anch’essi come piccoli souvenir che il film consegna dal grande schermo al pubblico.

Insomma, un film leggerissimo e leggiadro, una fiaba ai tempi di oggi, anche grazie ad una ammaliante colonna sonora “neo-melodica” francese, di quelle che cullano proprio come uno storico disco di Carla Bruni. “Quelqu’un m’a dit” cantava. “Qualcuno mi ha detto” cantava. Ecco Les souvenirs è un minuscolo film che vive del “mi hanno detto che…”, del passaparola, e grazie a questo saprà farsi ricordare. Con una sorte simile a quella toccata al genuino La famiglia Belier. Ossia film dove il bisbiglio è più forte dell’urlo.

Tommaso Tronconi, da “onestoespietato.com”

 

Tre generazioni, una famiglia, e il loro rapporto con il tempo. È questo il punto di partenza di un film che fin dal titolo, Les Souvenirs, i ricordi, chiarisce l’ambito della sua parabola. Inizia e finisce con un funerale, tappa definitiva e inevitabile del rapporto dell’uomo con il tempo, così come occasione per sensibilizzare la memoria, per rievocare chi muore attraverso i ricordi personali. Romain è il solo che si guarda spaurito in avanti, non solo all’indietro, nutrendosi della dolce e spensierata saggezza della nonna, appena diventata vedova a 85 anni passati. Talmente in balia di qualcosa che non sa se riuscirà a riconoscere che studia Lettere, stupendosi quando gli altri gli dicono: allora vuoi fare lo scrittore. Cosa potrà mai scrivere se ancora non ha incontrato una donna di cui innamorarsi? Ci prova facendo il portiere di notte in un albergo, ma anche lì di movimento ce n’è molto poco. Tanto lui si aggira inconsapevole, quanto il suo coinquilino pianifica con spietata disciplina la seduzione di una ragazza, praticamente una qualsiasi, rappresentando una gustosa distensione comica nel corpus riflessivo che caratterizza Les Souvenirs.

Per Romain la vita è paura dell’ignoto, non rimpianto del ben noto. Proprio per questo il suo rapporto con la nonna è così speciale, ben diverso da quello che mantiene il padre, in piena depressione di mezza età; mai un sorriso, sempre il ghigno appeso, reso con la consueta abilità da Michel Blanc.

La commedia di Jean-Paul Rouve è un piccolo film che sceglie la semplicità per veicolare temi e situazioni comuni a tutti noi: inutile cercare sofisticazione o originalità. Volti comuni, nevrosi e speranze che sono le nostre, così come le delusioni, insieme a una cronica incapacità dei figli a comunicare con una madre molto più giovanile di loro, senza tabù, pronta a un’ultima fuga quando viene messa in una casa di riposo dai figli. Ovviamente una fuga all’indietro, per ricucire i fili di un’infanzia troncata da un’altra fuga, quella che la portò con la famiglia dal paese natale in Normandia a Parigi, come profuga di guerra. Per l’occasione, confidando sulla sintonia emotiva del fidato nipote, si risiederà sui banchi della scuola elementare per condividere con un’ulteriore generazione, la quarta, la vita di una donna, di una testimone come tante, di un’epoca in cui c’era sì l’elettricità, ma di certo non la playstation. Come dire, dialogare con qualcuno – i bambini di una scuola – che non si pone filtri nel domandare le cose, con una purezza che diventa anche spietata analisi di quello che vede con i propri occhi.

Non dimentichiamoci, visto che siamo in tema, della generazione di mezzo, quella del padre, ma soprattutto della moglie che non sopporta più la sua passività ostentata a unico ritmo esistenziale. Cerca di scuoterlo giocando alla Milf, per fortuna solo a parole, in un gradevole viaggio nello scorrere del tempo di una famiglia come tante altre, sincopato e imperfetto oscillare fra ricordi e incognito, in cui il senso di appartenenza, di famiglia, è legato allo scuotersi reciprocamente quando serve, per superare una fragilità costitutiva e fare un passo avanti, per piccolo che sia.

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

Romain ha ventitré anni, il sogno di scrivere, una ragazza da innamorare e una nonna da amare. Confusa e sola dopo la morte del consorte, la nonna di Romain viene ‘ricoverata’ dai figli in una casa per anziani a cui ‘reagisce’ digiunando e ripiegandosi nei suoi ricordi. Irrequieta e decisa a risalire il suo passato, la donna scappa dal ricovero imposto e getta in ambasce i tre figli. Ma Romain non si scoraggia, seguendo le tracce e una cartolina che lo conducono a Étretat. Il viaggio alla ricerca della nonna perduta diventa per il nipote un debutto alla vita e il prologo al suo romanzo più bello.
Les Souvenirs, adattamento del romanzo omonimo di David Foenkinos, è un feel-good movie alla francese, un inno al tempo che passa, alla giovinezza, alla senilità e a tutto quello che scorre tra le due stagioni della vita. Investigatore del proprio passato e delle leggende che hanno fondato la sua storia, la sua famiglia, il suo avvenire, il giovane protagonista intraprende un viaggio nei ricordi della propria nonna che la guerra strappò alla scuola e a una vita che aveva appena imparato a conoscere. Diretto da Jean-Paul Rouve, autore di un cinema delicato che combina malinconia e sorriso, Les Souvenirs non ha niente di rivoluzionario ma è impossibile da dimenticare perché svolge una trama minimale in cui ciascuno può riconoscersi. Perché espone, ancora e soprattutto, le cose della vita, quelle con cui ci confrontiamo ogni giorno e quelle con cui prima o poi tutti facciamo i conti: la difficoltà di comprendere i propri genitori, quella di afferrare i propri figli, l’amore coniugale, la vecchiaia, la pensione, il desiderio di creare, la bellezza dell’azzardo.
Les Souvenirs sublima il quotidiano, disegna sentimenti universali, scopre le emozioni che ci dominano approcciate senza mai cedere ai cliché grazie a dialoghi sottili e situazioni inattese come l’esortazione profetica impartita al protagonista dal cassiere della stazione di servizio. Les Souvenirs è abitato dalla grazia e trasforma la vita in momenti di grazia e poesia. Vita che gli attori incarnano con una raffinata misura dei mezzi espressivi, cancellando ogni differenza tra finzione e realtà. Sono loro a ‘interpretare’ la paura che ci coglie davanti al primo amore, all’ultimo giorno di lavoro, al congedo dalla vita, sono loro a ripiombare nel passato, come in una vecchia canzone di Charles Trenet, per avanzare, per spostare più in là il presente che può sempre riservare un po’ di bonheur. Una felicità intima e mai estroversa che l’autore scova nelle pieghe dell’esistenza, davanti al mare, davanti a un quadro, dentro una scuola. Rouve, che ritaglia per sé il ruolo di direttore di hotel e ‘padre putativo’ del protagonista, non rinuncia nemmeno al lieto fine e al tocco ottimista ma elude qualsiasi morale, risolvendo i suoi personaggi senza la pretesa di fornirci una lezione o di servire da esempio.
Les Souvenirs, dove l’ordinario produce l’inaspettato e il realismo si fa qualche volta surrealismo, gravita attorno alla nonna di Annie Cordy,grande dame du music hall e anima del film accanto a Michel Blanc e Chantal Lauby, nomi nobili di una gloria comica passata e sovversiva, sprecati oggi da un establishment convenzionale. Ma Rouve li pesca e gli restituisce lo smalto dentro un film che rende conto del loro talento e della loro storia (professionale). Commedia intimista sospesa tra morte e urgenza di vivere, Les Souvenirs è una carezza sincera che evoca il cinema di Claude Berri (Semplicemente insieme).
Un film costruito sulla complicità intergenerazionale in cui ciascuna generazione è tributaria delle altre e provvista della volontà di reinventarsi, come Julien Doré con Charles Trenet, di cui arrangia il brano musicale più celebre. Que reste-t-il encore? Correte al cinema come Romain verso l’amore.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

Quanto è bello gironzolare tra mercatini e bottegucce di città lontane dalla nostra in cerca di qualcosa che possa ricordarci quel posto, quelle emozioni, la spensieratezza vissuta in quella settimana a zonzo tra musei e panorami mozzafiato? Un oggetto caratteristico, una cartolina, una bottiglia di vino particolare: tutte cose riconducibili a quella categoria di prodotti che vanno sotto il nome di (per dirla alla maniera dei nostri cugini d’oltralpe) Les Souvenirs. Esattamente come il il titolo del nuovo film di Jean-Paul Rouve (Quand je serai petit, Adèle e l’enigma del faraone) che, sulla falsa riga della definizione della parola a noi più familiare, ha portato sul grande schermo una piacevolissima commedia drammatica capace di far ridere riflettendo sullo scorrere del tempo e i dispiaceri che ne scaturiscono con un’ironia e una sagacia audaci ed al contempo necessarie.

Nel suo ultimo lavoro è difficile delineare i confini tra personaggi principali e subalterni, ognuno di loro ha una caratteristica, un insegnamento utile a qualsiasi tipo di pubblico. La nonna Madeleine (Annie Cordy – L’uomo venuto dalla pioggia, Gli amori folli), dopo la morte di suo marito, può contare sull’unico affetto sincero di suo nipote Romain (Mathieu Spinosi – Versione teatrale francese di Un tram che si chiama desiderio, Le notti d’estate): studente di lettere e aspirante scrittore che inizia a lavorare come portiere di notte nell’albergo di Philippe (personaggio interpretato dallo stesso regista) e che vive con un magrebino (William Lebghil) che ha come unica preoccupazione il cercare un metodo giusto per sedurre una qualche ragazza. Aggiungiamoci un padre appena pensionato sull’orlo di una crisi esistenziale (Michel Blanc – Il mostro, Lui portava i tacchi a spillo) circondato da fratelli ingrati ma con una moglie senza peli sulla lingua (Chantal Lauby – Non sposate le mie figlie!, La cage dorée), ed ecco delineato un quadro filmico degno di un’operetta teatrale di tutto rispetto ma che non sfigura per niente sul grande schermo.
Con una sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista e dall’autore del romanzo da cui la storia è tratta (L’eroe quotidiano) David Foenkinos, la pellicola risulta la classica commedia francese semplice, spassosa e commovente e che ha come valore aggiuntivo il pregio di saper avvicinare la metropoli parigina e la rurale Étretat, un posto mozzafiato sulla costa della Normandia nonchè paese natale della dolcissima Madeleine. Ci troviamo di fronte ad uno dei pochi casi in cui il lavoro tra cineasta e autore letterario ha portato ad ottimi frutti, allontanandosi dagli stereotipi di inimicizia e incomprensione tipici del caso: ognuno ha saputo trarre il meglio dall’altro in un lavoro di sostituzione e accorgimenti assolutamente complice.

Gioia, ricerca e dolore sono gli elementi fondanti di Les Souvenirs, un film che non ha paura di sembrare scontato perchè forte di splendide interpretazioni e di emozioni facili da suscitare. Le musiche di Alexis Rault donano l’atmosfera giusta per la buona riuscita della pellicola, e il riadattamento di un pezzo classico come Que reste‐t‐il de nos amours? lo rende piacevole per il pubblico più disparato.

Vincenzo Giordano, da “cinematographe.it”

 

 

Nel 2013 David Foenkinos pubblicò il romanzo L’eroe quotidiano portando tra gli scaffali delle librerie (in Italia è edito da Edizioni E/O), la semplice storia di un uomo che vuole diventare scrittore e che cerca ovunque l’ispirazione giusta, senza rendersi conto di averla sotto gli occhi: sua nonna.
A distanza di tre anni, quel racconto diventa film, Les Souvenirs, in uscita nelle sale italiane il prossimo 14 aprile. A dirigere il lungometraggio è l’attore, regista e sceneggiatore francese Jean-Paul Rouve, che mette in scena il profondo legame che unisce un nipote a sua nonna. Romain (Mathieu Spinosi) ha 23 anni, vuole fare lo scrittore, ma per il momento ha trovato lavoro come portiere di notte in un albergo. Quando muore il nonno, il padre di Romain, Michel (Michel Blanc), decide di trasferire la nonna Madelaine (Annie Cordy) in una casa di riposo e vendere la casa dove la donna ha vissuto per tanti anni. Nella casa di riposo, però, la donna è insofferente, allietata solo dalle frequenti visite del giovane nipote. Un giorno Madelaine fugge e quando Romain riceve una sua cartolina dalla Normandia, il giovane si mette in viaggio per trovarla e riportarla a casa.

Con una certa delicatezza, senza essere troppo invadente sia nei confronti dei suoi personaggi sia verso gli spettatori, Rouve dirige una commedia che ha il dono di far riflettere. E si riflette sul tempo che scorre inesorabile: per Madelaine è il tempo trascorso nella casa in cui ha vissuto con il marito e i figli, per Romain è l’inizio, invece, della vita, mentre, per Michel, è la mezza età con la pensione e tutti i problemi (e frustrazioni) che ne conseguono.
Proprio questo incrociarsi di tre generazioni permette a Les Souvenirs di scavare nei ricordi e di mostrarci come quell’eroe quotidiano descritto da Foenkinos sia ben presente nella nostra vita di tutti i giorni: la nonna che sprona il nipote a fare ciò che gli piace, il padre che affronta le sue paure, il nipote che ascolta, osserva e regala alla nonna uno dei momenti più emozionanti della sua vita.

Un nuovo punto di vista del rapporto tra nonni e nipoti che si pone esattamente all’opposto di quello descritto da Dan Mazer con Nonno Scatenato, in uscita un giorno prima di Les Souvenirs. Lì all’insegna dell’eccesso e della volgarità ostentata e insensata, qui portato avanti con delicatezza e tranquillità. Forse anche troppo, visto che il modo in cui il regista ha deciso di svolgere la trama – molto semplice – della pellicola, tende a cozzare con le grandi emozioni che il film ci regala.

Augusto D’Amante, da “mondofilm.it”

 

 

Ruotare intorno ai ricordi. Riviverli perché il tempo è poco e la vita trascorre inesorabile scandendo le sue tappe e costringendo una piccola famiglia borghese di Parigi a fare i conti col tempo, coi rimpianti, forse anche con la possibilità di una rinascita, di una prima o seconda giovinezza. Ci sarebbero tutte le carte per un film ambizioso e pericolosamente autoriale, ma Jean-Paul Rouve guarda molto all’intrattenimento e all’essenzialità dei sentimenti. Il modello è la commedia in salsa drammatica e non la creativa stravaganza della Nouvelle Vague. Non siamo dalle parti di Desplechin insomma – il cui Racconto di Natale continua a essere uno dei grandi capolavori francesi sulla famiglia dell’ultimo decennio – ma in quelle più normalizzate e divulgative di un Philippe Lioret, che non a caso è sempre stato un grande ammiratore soprattutto della commedia all’italiana degli anni sessanta.

Il ventitreenne Romain ha appena trovato un lavoro. Ha la passione per la scrittura ma non ancora un romanzo in testa e trascorre spesso le giornate con la nonna che ha appena perso il marito ed è stata trasferita dai figli in un ospizio per vecchi. L’anziana donna è sola e un giorno scompare dalla casa di cura senza lasciare traccia. L’unico che può trovarla e che forse la conosce davvero è Romain.

Forse in Les souvenirs manca l’intensità struggente che caratterizzava le migliori opere di Lioret comeWelcome e Tutti i nostri desideri, eppure Jean-Paul Rouve sembra ricercare quel tipo di cinema medio, molto borghese in effetti, capace di raccontare con la stessa semplicità l’innamoramento adolescenziale come la perdita di una persona cara, e le generazioni di nonni e nipoti che si incontrano negli spazi della Normandia per un ultimo, affettuoso, abbraccio. Finché lavora sul fuori campo o sulle mezze tinte del quotidiano Rouve riesce a dirci qualcosa di noi e a trovare una propria sfumatura emotiva, con dettagli che restano in mente e trovate comiche sorprendenti – il cassiere/filosofo all’autogrill è una grande idea. In altri frangenti invece il regista francese, qui anche cosceneggiatore, calca la mano, ricercando una costruzione narrativa – il doppio funerale che apre e chiude il film – e una drammaticità vagamente ricattatorie. Si tratta però di appunti viziati probabilmente da una nostra fascinazione sofisticata nei confronti di un tipo di cinema a cui questo film non interessa guardare. E non dobbiamo vergognarci di sorridere o piangere perché Les souvenirs, tratto dal romanzo omonimo di David Foenkinos, non è un film nocivo, ha un cuore e una capacità di raccontare le emozioni delle persone comuni che farebbe invidia a molte cinematografie europee – e non ci riferiamo soltanto all’Italia in questo caso, ma anche ai sempre troppo sopravvalutati danesi. Que reste-t-il de nos amours?

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Commedia agrodolce di Jean-Paul Rouve, Les Souvenirs appronta un discorso sul tempo che passa con delicatezza ed un ritmo pacato, servendosi bene dell’approccio minimale alla storia di Romain e dei suoi cari.

Romain è un ventitreenne che vive a Parigi. Sogna di fare lo scrittore ma non ha fretta, perciò, mentre si accinge a completare gli studi, trova un posto di lavoro come portiere di notte presso una piccola struttura alberghiera. Il papà, Michel, è appena andato in pensione dopo oltre tre decenni alle poste; un passaggio drastico, che lo pone dinanzi a ciò che gli rimane al di là del suo lavoro, mettendo perciò in discussione anzitutto il suo matrimonio con Nathalie. La madre di Michel (Madeleine), nonché nonna di Romain, all’improvviso sparisce dall’ospizio nel quale si trovava, scappata verso non si sa dove.
Les Souvenirs è film che già dal titolo evoca il ricordo, in tanti piccoli frammenti. Parabola intergenerazionale che coinvolge nonna, padre e figlio, alle prese con la vita di tutti i giorni, limitandosi a dei possibili profili, senza fornire chissà quale coordinata. Tutti e tre i protagonisti intraprendono un percorso, ciascuno a suo modo, di cui il film di Jean-Paul Rouve intercetta per lo più un segmento. Potrebbe essere questo il primo romanzo scritto da Romain? La voce fuori campo che parla da narratore onnisciente sembrerebbe ad un certo punto avallare questa ipotesi.

Piccolo, stranamente caloroso, il discorso approntato in Les Souvenirs non si complica affatto la vita e cerca di andare dritto al sodo. Certo, il rovescio della medaglia sta nell’asciuttezza che se ne ricava, forse troppa, ma d’altra parte l’intenzione non pare per niente quella di riempire questa vicenda di episodi. Colpisce perciò il placido andamento, attraverso cui viene filtrata una storia in cui solitudine ed il suo contrario affiorano quali componenti principali. Per una persona che ha appena perso il suo compagno di vita (Madeleine), ve n’è un’altra che è a un passo dal trovarla (Romain).

Un ritratto sul tempo, perciò, oltre che sulla sua ciclicità. Elemento, questo, che va inquadrato, e che ciascuno inquadra infatti a proprio modo, secondo l’indole; per alcuni il «nulla di nuovo sotto il sole» di testamentaria memoria può apparire soffocante, in altre parole può star stretto; per altri, invece, confortante. Ad ogni buon conto va comunque riconosciuta la capacità di fare del tempo non una mera tematica bensì una vera e propria impronta, che si avverte lungo il corso di una trama che si dipana quasi sospesa di qualche centimetro rispetto al suolo.

Un intento se vogliamo poetico, che però non limita né s’impone sull’avvicendarsi degli eventi, il cui ingranaggio fila finanche troppo liscio. Non a caso risulterebbe poco gratificante non riuscire a sperimentare l’impronta di cui sopra, quel déjà vu rohmeriano che cristallizza dei momenti non per fissarli per consentirci di gustarli. Les Souvenirs va perciò sì verso quella direzione, senza però toccare le vette o anche solo i tasti a cui arrivava un cineasta come Rohmer. Quello di Rouve è un realismo romanzato, incisivo fino a un certo punto, ma che ha qualcosa da dire. Assecondando con misura l’approccio minimale che è alla base dell’opera.

E poiché, volendo, il baricentro narrativo sta nel personaggio di Romain, funziona quel suo atteggiamento così sereno, disteso, malgrado il giovane si trovi ad un punto cruciale della sua vita, che oramai dà sullo strapiombo della vita adulta. Lui riconcilia più generazioni, di cui ci vengono fatte evincere poche peculiarità, ma forse perché Rouve sa che il discorso è complesso e perciò è meglio non sforzarsi di stipare troppa roba. E sebbene chi scrive abbia qualche riserva su come venga chiuso il cerchio, ad una favola di questo tipo non si può negare per partito preso alcun lieto fine, quantunque smorzato. L’importante è che la storia di Romain si concluda con lo stesso ritmo e andamento di come l’abbiamo vissuta, il che avviene, perciò va bene.

Voto: 6,5

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

 

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