La ragazza senza nome

 

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La ragazza senza nome prova a scuotere le coscienze addormentate

L’ultimo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, i grandi registi belgi che, raccontando personaggi e situazioni del loro paese, parlano in realtà dell’Europa tutta così sorda e ottusa, si chiama La ragazza senza nome. Narra i sensi di colpa di una giovane medico, Jenny (Adèle Haenel, che condivide con i registi il peso del film), per non aver aperto fuori orario la porta del suo studio a una ragazza africana che pochi minuti dopo morirà ammazzata da qualcuno o per incidente. I riferimenti all’indifferenza che esiste in Europa sono evidenti, ma non insistiti. La metafora rimane nelle pieghe del racconto così lo spettatore può arrivarci da solo e a partire da sé a collegare il particolare e il generale. Anche perché l’Europa di sensi di colpa sembra averne ben pochi, e ciascuno, individuo e paese, gode o soffre del suo “particulare”, e sceglie soltanto tra l’indifferenza, il rinvio, l’ostilità.

Con ostinata fedeltà a una loro idea di cinema e di morale, i Dardenne raccontano personaggi che ci sembrano veri, li seguono e li scrutano e ci spingono a farlo anche a noi, in una rete di piccoli fatti che diventano significativi, depurando la narrazione dalle sue tentazioni naturaliste (l’ambizione a mostrare “la vita com’è”) e neorealiste (il “pedinamento del personaggio”). Scelgono da sempre, per aderire alla loro visione delle cose, una narrazione di tipo documentario, la macchina da presa che sta dietro all’attore e che lo colloca in situazione, e mostrano il contesto a partire da singoli incontri, da singole azioni, in ambienti comuni, banali, chiaramente delimitati. Con uno scopo bensì intimo, etico: farci riflettere sulle nostre, di colpe e di silenzi. Dall’individuo-attore all’individuo-spettatore, avendo per obiettivo i nostri sentimenti, la nostra identificazione con la questione e non solo con il personaggio.

Il film dei Dardenne era a Cannes, dove ha vinto quello di Loach, e si tratta di due film di pari interesse ma che seguono strade molto diverse. Nessuno dei due, va detto, è un capolavoro, ma entrambe sono opere degnissime. Loach sceglie un linguaggio mainstream, “da film” ben fatto, “normale” (che goda di una sceneggiatura studiatissima e di una regia perfettamente professionale), sceglie la via della denuncia tramite una comunicazione oggettiva. Sceglie la via del melodramma sociale che narra storie individuali come storie di ceti e di classi. Il suo scopo è di denunciare e di convincere, sperando in tal modo di contribuire a cambiare le cose, stimolare reazioni, propugnare giustizia. Il coinvolgimento deve crescere con l’indignazione. Conta il sociale, “la cosa pubblica”, il reale economico-sociale.

Se il limite del film di Loach è l’oratoria, quello della pellicola dei Dardenne è la sua struttura da poliziesco, non nell’impostazione ma nella forma, cioè un’indagine che lo fa somigliare a molte delle inchieste che bande di scrittori furbetti di tutto il mondo ci propongono quotidianamente sui tavoli delle librerie, affascinati dalla morte e dal crimine, e per niente dall’amor di giustizia. La ragazza senza nome non è il loro film più puro per questo, anche se è uno dei loro film, per il suo tema, tra i più ambiziosi. È troppo un “giallo”, ne ha troppo la struttura e i risvolti, i condizionamenti. I Dardenne hanno anche loro timore di non trovare spettatori e anche loro, come Loach, temono di non contare se non hanno un pubblico abbastanza vasto a cui parlare.

Anche se ci sono troppi risvolti e astuzie nella loro narrazione, nel loro giallo morale, il loro progetto resta tuttavia altissimo e dei più seri che sia possibile trovare nel cinema del nostro tempo. La loro scelta è di fondo, ed è chiara, vogliono raccontare esami di coscienza individuali perché credono che è solo a partire da lì che si possano affrontare quelli collettivi, che solo da lì è possibile ripartire, nella speranza che lo spettatore metta in discussione le proprie convinzioni, non sentendosi dalla parte del giusto e degli innocenti, delle vittime, ma vedendosi piuttosto come complice e come colpevole anche delle ingiustizie sociali che magari lo indignano.

Il grande tema dei film dei Dardenne e di questo in particolare è il tema della colpa. Del sentirsi colpevoli, come Jenny, per inadempienza o trascuratezza più ancora che per indifferenza. Si contribuisce anche in questo modo, indiretto, alla morte di altri. I due autori esigono che noi spettatori si prenda atto di ciò, ci si renda conto delle nostre responsabilità. Individuali. Dalla mancata assunzione di responsabilità, dall’indifferenza e trascuratezza nasce la corresponsabilità nei confronti del male che altri subiscono. Ed è da questo che può nascere, ma solo nei più sensibili (sempre più rari) il sentimento della colpa, la consapevolezza che anche noi c’entriamo con quelle morti. Con spiccata visione religiosa, che potremmo anzi dire cattolica, al tema della colpa – del superamento della colpa – si unisce quello della confessione, ma se il rischio del cattolicesimo è stato ed è quello di scaricare le coscienze (di liberare dalle responsabilità) con l’abuso rituale della confessione, nei laici Dardenne la confessione è un’assunzione pubblica di responsabilità. È qui la confessione alla polizia, alla giustizia, alla società. E alla confessione deve seguire l’espiazione, il cambiamento, altrimenti non vale.

Quel che i Dardenne chiedono è il riconoscimento pubblico delle nostre colpe, la nostra assunzione di responsabilità, la nostra trasformazione. Si rivolgono all’individuo per rivolgersi all’Europa, a un’Europa fatta di individui. Lo fanno con il mezzo del cinema, convinti che questa, come le altre arti, non serva soltanto a distrarci e non a metterci in crisi, invece che ad affrontare dilemmi eterni ma anche pressantemente odierni.

Goffredo Fofi, da “internazionale.it”

I fratelli Dardenne arrivano a Cannes due anni dopo Deux jours, une nuit portando sullo schermo in La ragazza senza nome una ennesima e splendida eroina contemporanea, lente riflettente di tutta l’ambiguità di un tempo umanamente e socialmente smarrito. Il mondo di un piccolo studio medico di periferia, il raggio di azione di questa analisi che ha al centro Jenny (una forte e fragile Adèle Haenel), giovane e promettente dottoressa, che fa del suo lavoro la sua vita. Sicura, padrona delle proprie emozioni, tratteggiata immediatamente in poche battute-riprese e nel rimprovero che fa a Julien, studente di medicina suo interno: Julien non deve far prevalere le proprie emozioni nel gestire la sua professione. È dura Jenny, e intransigente nel non rispondere al citofono dello studio alla fine di quella giornata. ‘Lo studio è chiuso’, replica al ragazzo che vorrebbe aprire. Un solo tocco di citofono, quello udito, giustifica per Jenny una non emergenza. Quel suono invece le sarà fatale. Perchè Jenny fa perdere alla ragazza che ha casualmente chiesto aiuto in quel modo la propria vita. La dottoressa apprende la notizia restandone profondamente scioccata. Di quella ragazza di colore non si sa nulla, solo il suo volto impresso nella telecamera di sicurezza che ha registrato l’arrivo allo studio medico. Nessun documento sul corpo trovato senza vita. E quella immagine non abbandona più Jenny, intenta a cercare a tutti i costi di svelare l’identità, di almeno restituire ai parenti la notizia, di rendere umana la fine di una sfortunata esistenza. Inizia ad indagare parallelamente alla polizia, con lo studio medico fulcro inatteso della svolta della vicenda. Jenny si rimpossesserà di un equilibrio interiore, più ricco e comprensivo di una umanità ai margini già amabilmente accudita da una giovane donna essa stessa ai margini.

Il femminismo dei Dardenne non finirà mai di stupirmi per le sfumature che i due cineasti belgi sono capaci di aggiungere ogni volta. Jenny è un’affascinante solitaria, dedita al suo essere medico in maniera assoluta, pervasa da una purezza che non la abbandona mai. Com’è bello vederla dispensare cure premurosamente e professionalmente, affrontare con timore e coraggio gli imprevisti del suo mestiere (che sia la gestione di reazioni violente, o crisi di astinenza, o riconoscenze emozionanti), ‘vivere di poco’, di se stessa. E come si irradiano attorno a lei, nel prisma dell’umanità, tutti coloro che la incrociano e la attraversano, portandoci più vicino nella comprensione dei valori che stiamo smarrendo, della solidarietà che sta morendo… Il minimalismo formale e sostanziale dei Dardenne, sottratto al superfluo-superficiale tecnico e narrativo, è carico di una densità espressiva straordinaria, che eleva-svela le contraddizioni, le qualità, le bassezze dei protagonisti su cui accentra l’attenzione. Con i Dardenne ci riconosciamo uomini e donne uguali.

Maria Cera, da “taxidrivers.it”

 

 

Dopo la tiepida accoglienza al Festival di Cannes, La ragazza senza nome di Jean-Pierre e Luc Dardenne arriva nelle sale italiane con un taglio di 7 minuti rispetto all’originale. Il cinema neorealista e asciutto dei Dardenne si mescola, in questa nuova opera, con un’atmosfera mistery e d’indagine che accompagna i noir più classici.

Palme d’Oro per Rosetta nel 1999 e L’enfant nel 2005, reduci da un’accoglienza tiepida all’ultimo Festival di Cannes, i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne tornano sul grande schermo con La ragazza senza nome, pellicola che fonde la loro anima di cinema neorealista e sociale ad una, inedita, di mistery e d’indagine, ponendoli per la prima volta a cospetto di un’insolito noir. Jenny Davin è un medico di famiglia che, una sera, un’ora dopo l’orario di chiusura del suo ambulatorio, sente qualcuno suonare alla sua porta, ma decide di non aprire. Venuta a conoscenza della morte della ragazza, lacerata dai sensi di colpa, Jenny intraprende una tormentata e meticolosa indagine per restituire alla scomparsa la dignità di un nome, di un’identità, brandelli di giustizia negata e liberare il peso enorme che grava sul suo cuore.

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Jean Pierre e Luc Dardenne, campioni di un cinema sociale, confermano con La ragazza senza nome la tendenza di guardare soprattutto alla condizione umana in determinate situazioni sociali di aiuto e di riscatto. Molta la carne al fuoco: l’idea della colpa, il senso di responsabilità morale, il diritto all’identità, ad essere riconosciuti, ingabbiata nella struttura narrativa di un thriller e abbozzata in una messa in scena asciutta e rigorosissima: una cura della forma e della sostanza che guarda alla grande lezione del neorealismo.

La formula è rigida, il racconto schematico e vive degli stessi motivi di sviluppo che si susseguono con costanza durante tutta la durata del film. Ciò che più si rimprovera a La ragazza senza nome è l’assoluta mancanza di pathos e di tensione. Un thriller senza scatti emotivi, che vive soprattutto grazie alla grande interpretazione di Adèle Hanel, presente sullo schermo dal principio alla fine del film senza mai stancare, e che consegna il ritratto dignitoso di una giovane donna che orienta le sue azioni ad una moralità ben precisa, ispirata dalla colpa e dalla responsabilità.

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Un’ottima struttura narrativa e una squisita semplicità formale sono i pregi de La ragazza senza nome opera che evidenzia un ritratto schietto di una condizione umana che viene raccontata nel rocambolesco girovagare che la giovane Jenny compie per ricomporre, alla fine, il delicato mosaico che spiegherà cosa sia realmente accaduto ed abbia provocato la morte di una persona, giovane donna, di colore, senza nome.

Voto: 65 / 100

Federica Rizzo, da “darumaview.it”

 

 

C’è un respiro affannato, irregolare in apertura. Ma è una falsa pista. Quasi il segno premonitore di una ricerca più dolorosa che è senza sosta. Jenny è un giovane medico generico che scopre che la polizia ha trovato il corpo di una ragazza morta, senza identità. I Dardenne stanno attaccati sul suo corpo. Non cercano di catturare quella furia nervosa sprigionata in Rosetta o L´enfant. Quella della protagonista è un´altra corsa come quella di Marion Cotillard in Due giorni, una notte. Ma non contro il tempo. Bensi in uno spazio che sembra chiudersi attorno a lei. Tracce disseminate e poi disperse, personaggi che seminano indizi che poi vengono rinnegati. Jenny è come un detective di un malato noir fisico, avvolto nei rumori della strada che diventano la traccia sonora persistente. Ma non c´è quel movimento senza tregua del loro cinema. Anzi, le forme del poliziesco subiscono numerose interruzioni. Come un cuore che cessa per un secondo di battere e poi riprende. Sono numerosi i malori, gli arresti cardiaci. Come quello del bambino all´inizio. E in un film dove si avverte maggiormente il peso della scrittura, sulla stessa linea di Il matrimonio di Lorna. I Dardenne fermano e fanno riprendere l´azione proprio per non farsi sopraffare.

la-ragazza-senza-nome-adele-haenel-louka-minnellaLa libertà, la tensione non sono quelle dell´ultimo straordinario Due giorni, una notte. Ma la figura di Adèle Haenel diventa un altro personaggio femminile della loro filmografia per mettere in gioco un cinema fisico, di mdp sopra il corpo e addosso al volto, con tracce improvvisamente esplosive come l´inseguimento e la minaccia in macchina. Tra il grigio del giorno e le luci della notte. La ragazza senza nome diventa così quasi il polar che i Dardenne non hanno mai fatto. Video, telefoni che squillano ma soprattutto campanelli che suonano continuamente. Che interrompono spesso la scena che si sta svolgendo. Come se ogni volta si rimettesse in discussione l’inquadratura che si sta girando. L’intensità epidermica viene qui dichiaratamente negata.  C’è però anche quello scarto tra una scrittura che potrebbe apparire più elaborata e l’evidente impossibilità di portarla sullo schermo. Il citofono diventa così elemento fondamentale non solo della colonna sonora ma di un disegno teorico. Quasi la negazione di quello che si sta mostrando. Con un rigore sempre innegabile di un cinema stavolta meno fluido. Ma che ha avuto la chiarezza di mostrar(si), di disegnare sul corpo di Jenny quasi un tormentato cammino cristologico. Nel suo volto giovane, ci sono già i segni della sofferenza. Come se arrivasse da lontano. Dal cinema di Dreyer. E il suo percorso tormentato e continuamente spezzato può essere la penitenza verso una purificazione. E quell’abbraccio finale non scalda come le lacrime della Cotillard ma ci va vicino.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Il corpo di un paziente, uno stetoscopio, un medico: nella prima inquadratura del film i Dardenne mettono subito le carte in tavola.

Il loro cinema non è nuovo ad un’immagine o ad una situazione che condensail senso profondo del racconto: di solito arriva alla fine (pensiamo all’epilogo di Rosetta), qui invece la troviamo in apertura. Ascoltare il respiro dell’umanità, coglierne le imperfezioni, trovare un rimedio; lo stetoscopio come icona di un cinema che prova a capire come sono e come stanno le persone dentro, dove l’occhio della macchina da presa fa più fatica ad arrivare.

Di mestiere la protagonista del film fa il medico generico, ma la sua sollecitudine verso i pazienti va molto oltre le malattie fisiche, ne registra anche le malformazioni interiori. Comprese le proprie: un campanello che suona oltre l’orario di ambulatorio, la sua decisione di non aprire, la notizia, l’indomani, del ritrovamento del cadavere della ragazza che aveva chiesto di entrare. Da questo gesto di disinteresse, piccolo ma grande nelle conseguenze, prende le mosse il film, nel corso del quale seguiamo la protagonista – combattiva, tenace e instancabile come sempre le donne dei Dardenne – nel suo percorso di riscatto e risarcimento: sapere chi era la ragazza, conoscere le ragioni della sua morte, provare a darle un nome e una degna sepoltura. Per assolvere al compito è necessario incontrare e parlare con varie persone, dai suoi pazienti ai loro familiari.

Ed è qui, non nella soluzione dell’enigma, che sta il cuore del film: l’assortito repertorio di fragilità individuali che i Dardenne, cineasti umanitari per eccellenza, sanno raccontare così bene, senza mai forzare i toni, senza mai un filo di musica (quando si tratta di sentimenti, sia benedetto il cinema che fa a meno della colonna sonora), lasciando che la semplicità dei gesti e delle parole faccia il suo corso, un tassello dopo l’altro. E un acciacco dopo l’altro: il film ne è pieno come un lazzaretto, i malesseri fisici diventano l’emblema psicosomatico di una condizione diffusa di prostrazione morale.

Il cinema-stetoscopio dei Dardenne ascolta, registra e diagnostica un’umanità sorda alla solidarietà, distratta e immersa nei propri problemi personali. Morale ma non moralista, il film si ancora infine allo splendore della sua protagonista, degna erede, per forza e nobiltà d’animo, di quella diDue giorni, una notte. Una figura che condensa in modo mirabile l’intera poetica dei Dardenne: uno sguardo attento verso il genere umano, tanto più profondo e attento quanto più cronica e disperata è la malattia.

Il cinema non è un farmaco, ma, se ci si crede, può essere una radiografia.

Leonardo Gandini, da “cineforum.it”

 

 

I noti cineasti belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne ritornano sul grande schermo dal 27 ottobre con un nuovo film “La ragazza senza nome” (“La fille inconnue”).

Jenny Davin (Adèle Haenel) è un giovane medico condotto che lavora in un piccolo sobborgo vicino Liegi. Una sera, un’ora dopo la chiusura d’esercizio, la dottoressa rifiuta di rispondere a una chiamata al citofono del suo ambulatorio. Il giorno dopo, la polizia rinviene il corpo di una giovane sulle rive di un canale: la ragazza in fuga aveva cercato aiuto proprio all’ambulatorio di Jenny.

Così, in preda ai sensi di colpa, Jenny cerca di scoprire la vera identità di quella ragazza. La sua ossessiva ricerca avrà presto drammatiche ripercussioni sulla vita del tranquillo sobborgo.

I fratelli Dardenne fotografano, con questa pellicola, la società moderna: violenta ed allo stesso tempo egoista, dove non c’è spazio per le debolezze o i sentimenti. Allo stesso tempo è una realtà senza nome, dove i personaggi sono tutti ripiegati unicamente sui loro piccoli drammi quotidiani. Tra tutti spicca la bravissima Adèle Haenel nel ruolo della dottoressa: l’unica che, per mestiere ed indole, mostra di avere una coscienza ed una profonda sensibilità.

La donna, però, per perdonarsi ed allo stesso tempo riscattarsi, necessita di risvegliare anche la coscienza del prossimo. Il processo di riflessione sulla propria identità diviene così la condizione indispensabile per la costruzione di una società umana più giusta.

Il messaggio dei fratelli Dardenne è sicuramente difficile e complesso da condividere: la società che ci circonda preferisce isolare l’individuo e ridurlo a mera e sterile statistica.

Ad una regia sempre attenta corrisponde un ritmo altalenante. Infatti a differenza delle precedenti pellicole dei cineasti belgi, c’è poca empatia con la protagonista che si cela sempre dietro una costante ed apparente freddezza. La scenografia come i suoi personaggi risultano così distanti e l’intera pellicola cade in un eccessivo didascalismo narrativo.

“La ragazza senza nome” è un film di genere sicuramente importante ed originale per le tematiche affrontate.

Voto: 7 / 10

Anastasia Mazzia, da “hermovies.com”

 

 

La giornata delle visite è terminata e Jenny Davin (Adèle Haenel), giovane medico di base molto valida, responsabile di un piccolo ambulatorio nella provincia di Liegi, dove fa pratica anche il giovane studente in medicina, Julien (Olivier Bonnaud), decide di non aprire a chi suona il campanello un’ora dopo l’orario. Decisione corretta, ma il giorno dopo Jenny si troverà ad affrontare una situazione per lei molto incresciosa: chi bussava alla porta del suo ambulatorio era una ragazza nera, immigrata, trovata morta, senza documenti e della quale non si conosce l’identità. La polizia chiederà a Jenny di visionare il video di sorveglianza dell’ambulatorio, perché il cadavere della giovane donna è stato trovato proprio nelle vicinanze. Jenny Davin si sente in un certo senso responsabile della morte della ragazza che non ha un’identità. Tanto responsabile che decide di occuparsi lei stessa di dare alla ragazza una degna sepoltura e di scoprire chi fosse, per mettere un nome sulla sua tomba. Jenny conduce un’indagine serrata, riuscendo a scuotere coscienze ed emozioni messe a tacere senza ritegno e senza alcun rispetto per la ragazza morta. Jean Pierre e Luc Dardenne, Palma d’Oro al Festival di Cannes 1999 con “Rosetta”, confermano con “La ragazza senza nome” un cinema che guarda soprattutto alla condizione umana in determinate situazioni sociali di aiuto e di riscatto. Jenny è giovane, ingenua, ma carica di vitalità positiva e vuole rendere giustizia a chi, anche se morto, continua ad essere per lei oggetto di inquietudine. Ed è proprio sul volto del giovane medico, rigorosamente “pedinato” dalla mdp dei due cineasti, si cristallizza un carosello di emozioni forti, che si acquietano e si acuiscono nei contatti d’indagine che Jenny cerca di avere con persone che conoscevano la ragazza senza nome. Un cinema chiaro, sostenuto da una ricerca stilistica rigorosa, racconta con garbo le inquietudini della giovane Jenny, personaggio più volte riproposto dai Dardenne nei loro film, che si confronta con l’omertà e la violenza verbale e fisica, della nostra sofferta quotidianità. “La ragazza senza nome” ha il pregio di avere un’ottima struttura narrativa nella sua squisita semplicità formale. Un ritratto schietto di una condizione umana che viene raccontata nel rocambolesco girovagare che la giovane Jenny compie per ricomporre, alla fine, il delicato mosaico che spiegherà cosa sia realmente accaduto ed abbia provocato la morte di una persona, giovane donna, di colore, senza nome.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

Doverosa precisazione con annessa ammissione di umiltà. Non è un’impresa facile recensire il nuovo film dei fratelli Dardenne, La Ragazza Senza Nome. E questo fondamentalmente per due motivi. Mi spiego meglio: pensiamo prima di tutto alla tormentata vicenda distributiva del film. Presentato come da inveterata abitudine al Festival di Cannes 2016, il film viene accolto dalla stampa con una freddezza davvero inusuale, se consideriamo lo standard fissato nel corso di una pluripremiata (soprattutto sulla Croisette) carriera come quella dei due cineasti belgi. Da qui l’azzardata e allo stesso tempo coraggiosa decisione di rimontare il film, tagliandone tra l’altro sette minuti netti. La versione qui recensita è ovviamente la copia revisionata del dopo Cannes.

Ora, nessun resoconto scritto, di seconda mano, potrà mai sostituire pienamente la verità di un’impressione diretta e dal momento che chi scrive non ha goduto del privilegio di gironzolare per Cannes lo scorso maggio, qualsiasi velleità di paragone fra le due versioni del film, che pure servirebbe ad un’esaustiva comprensione dello stesso, viene abbandonata in partenza. Il fantasma di ciò che è stato e non è più aleggia su questa recensione, pur nella consapevolezza che discussioni di questo genere portano sicuramente più acqua al mulino degli storici del cinema e dei cinefili più accaniti, di quanto non facciano per il grande pubblico.

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La Ragazza Senza Nome è la storia della dottoressa Davin, una onnipresente, dignitosa, impacciata e dolce Adèle Hanel, che non apre la porta del suo ambulatorio ad una giovane donna, una notte come tante. Venuta a conoscenza della morte della ragazza, lacerata dai sensi di colpa, Jenny intraprende una tormentata e meticolosa indagine per restituire alla scomparsa la dignità di un nome, di un’identità, brandelli di giustizia negata, e liberare il peso enorme che grava sul suo cuore.

Jean Pierre e Luc Dardenne, campioni del cinema sociale, alfieri di una messa in scena asciutta e rigorosissima, una cura della forma e della sostanza che guarda alla grande lezione del neorealismo, con La Ragazza Senza Nomeconsegnano un film che nei suoi 106 minuti circa di durata non raggiunge e non eguaglia, nemmeno per un momento e questa è una cosa un po’ impietosa da dire, le vette di radicalità e di potenza (politica e dei sentimenti) di capolavori come Rosetta (Palma d’Oro a Cannes 1999) e L’Enfant (vincitore nel 2005).

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Molta carne al fuoco: l’idea della colpa, il senso di responsabilità morale, il diritto all’identità, ad essere riconosciuti, l’attenzione per gli ultimi emarginati, ingabbiata nella struttura narrativa di un thriller, abbozzata nella sua scarna essenzialità. Un thriller senza scatti emotivi, il che è una rarità e anche un problema se vogliamo. A tratti, le necessità del racconto, che seppur tratteggiato lievemente deve molto alla logica di genere, sovrastano l’idea che lo percorre e lo attraversa nemmeno in maniera troppo subliminale.

Eppure, a dispetto delle molte notazioni critiche, c’è molto di valido ne La Ragazza Senza Nome e renderne conto è per l’appunto la seconda ragione per cui recensire questo film in maniera adeguata è affare complicato, a cominciare dalla convincente interpretazione di Adèle Hanel, presente sullo schermo dal principio alla fine del film, senza mai stancare. Il ritratto di una giovane donna che orienta le sue azioni nel solco di una volontà morale ben precisa, ispirata dalla colpa e dalla responsabilità, è tratteggiato con punte di tenerezza e soprassalti di dignità.

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Resta il monito lanciato dai fratelli Dardenne, un indice puntato contro l’indifferenza patologica di un mondo che non sa guardare ai suoi margini. Sbiadito ricordo di un cinema che fu? Può anche darsi, ma ciò non toglie che La Ragazza Senza Nome offra allo spettatore coraggioso spunti di riflessione in abbondanza, un forte sentimento di verità e giustizia e uno stile inconfondibile.

Francesco Costantini, da “darksidecinema.it”

 

 

Una schiena, uno stetoscopio, una mano. Già nei ravvicinati dettagli della prima inquadratura è racchiuso il cuore dell’intreccio narrativo dell’ultimo, come al solito stringato ed essenziale, lavoro dei fratelli Dardenne, presentato in concorso al sessantanovesimo Festival di Cannes.
In uno studio medico, la giovane dottoressa Jenny “ascolta” ogni giorno i suoi pazienti. Attraverso lo stetoscopio diagnostica bronchiti, la sua mano esperta interviene a quietare crisi epilettiche e spasmi dovuti a stress, a curare ustioni. Ma il medico generico non può risolvere tutto. Perché è un’umanità due volte malata quella racchiusa in “La Fille inconnue”. In una Liegi asettica e intorpidita, meta predestinata del cinema dardenniano, le auto e le moto sfrecciano senza sosta (addirittura lungo l’intero arco temporale dei titoli di coda), la vita si sussegue per accumulo, incurante di quello che succede intorno. Gli occhi dei due cineasti belgi si posano su Jenny perché il suo lavoro le permette, anzi ci permette, di diventare testimoni oculari di un vissuto quotidiano colmo di egoismo, ipocrisia, solitudine, abiezione. Un ambiente nel quale non può che attecchire la metastasi dell’indifferenza di fronte ai drammi dell’immigrazione e della prostituzione minorile. Una “Cecitàsaramaghiana che trova spazio innumerevoli volte nel film, anche in sequenze apparentemente innocue, come quando un ragazzo cerca di intimidIre e aggredire la protagonista e infine le lancia addosso proprio il suo stetoscopio. Metafora lampante di un tessuto sociale che si rifiuta di voler anche solo “ascoltare” le nefande dinamiche circostanti.

Jacques Derrida sosteneva che “laddove vi è decisione e responsabilità vi è sempre un soggetto finito e mortale”. La responsabilità è il tema intorno alla quale si sviluppa l’esile sviluppo narrativo, acuito certo dall’esercizio professionale della ragazza, ma inteso primariamente come slancio vitale umano, non solo da una prospettiva “fisica” quanto morale. Jenny è una donna letteralmente posseduta dalla morale (ma i Dardenne la tengono lontana da facili e ampollosi moralismi). Il corpo senza vita di una ragazza immigrata senza nome, legata a una sua negligenza ai limiti dell’imputabilità, la induce a dover a tutti i costi lottare per arrivare alla verità, per dare un nome e una degna sepoltura a un essere umano ignorato tanto in vita quanto da cadavere. Attraverso il pedinamento incessante dei Dardenne, scopriamo il radicale cambiamento della ragazza che, abile nel non farsi sopraffare dalle emozioni sino a quel momento, viene sconvolta dal fatto (ironia della sorte dopo aver rimproverato il suo stagista per il medesimo motivo) e crolla di fronte alla minaccia del senso di colpa. È l’inizio di una lenta indagine al limite del poliziesco per risalire all’identità della povera vittima, un’indagine prolungata, affannosa, con poche vie di luce, che sembra apparentemente compromettere la sanità mentale della donna ma che nel finale si tramuterà in un solenne inno alla ricerca di una civiltà e di un’identità individuale andate perdute, un elogio alla devozione dei propri doveri morali, quella qualità che Derrida attribuisce esclusivamente (e fieramente) all’Uomo.

I Dardenne continuano a focalizzare l’attenzione sulla donna per dibattere le loro tematiche sociali. Ne evidenziano l’evoluzione, la maturazione e lo spirito combattivo volto al “giusto”. In tal senso Jenny ricorda certo l’audacia e l’intraprendenza di Rosetta ma è la forza d’animo a dividerle. Il personaggio interpretato dalla “combattente” Adele Haènel (molto somigliante per spirito recitativo alla Cotillard di “Deux jours, une nuit“), rappresenta la figura femminile dardenniana dotata della più alta funzione salvifica, ancor più di Samantha/Cécile de France in “Il ragazzo con la bicicletta” e di Sandra/Marion Cotillard in “Due giorni, una notte“, un’eroina capace di “ascoltare” la voce della coscienza, intimandola  a fermarsi, a interrogarsi, a reagire. Fino al raggiungimento della verità.

L’estenuante e macchinosa ricerca del nome che elementarmente tiene in piedi l’esile intreccio non è manierismo autoriale né tantomeno povertà di idee (che paradossalmente abbondano per i temi trattati) bensì l’ennesima rappresentazione di un cinema crudo e volto a un iperrealismo sociale che procede per accumulo, nulla a che vedere con la detective story o col rimando noir, che rimangono solo una suggestione. I Dardenne, infatti, si tengono alla larga dai canoni del thriller, anche se non smettono un secondo di pedinare la loro protagonista. Penalizzato magari da ristrette casualità e da lacune di sceneggiatura (le peripezie attorno alla famiglia di Brian, la figura non del tutto tratteggiata dello stagista Julien) e da una minore potenza espressiva rispetto al capolavoro precedente, “La Fille inconnue” rimane comunque l’ennesimo, necessario tassello di due tra i più grandi cineasti europei capaci di sciorinare impegno civile e politico in chiave cinematografica con notevole semplicità e profondità.

Voto: 7 / 10

Matteo De Simei, da “ondacinema.it”

 

 

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