La pazza gioia

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L’imperfezione del mondo e della natura umana: lo dice lui, Paolo Virzì, che è questa una delle costanti del suo cinema, e una delle cose che gli stava a cuore raccontare con La pazza gioia.
Queste imperfezioni, questo tumulto che è la vita, fatta di gioie e dolori, di altruismi e di violenza, di sbagli e redenzioni, il livornese lo racconta con una passione totale, più sfrenata che mai: perché qui può permettersi quello che altrove non poteva permettersi fino in fondo, perché solo i matti superano determinati limiti, o solo chi supera certi limiti è (è considerato) matto.
Ma quanto bene gli vuole, Paolo Virzì, alle sue due matte? Alle due donne interrotte interpretate benissimo, e con altrettanti amore e passione, da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti? Gli vuole tanto più bene quanto più non le scrive e non le racconta né come vittime né come matte angelicate, ma anzi non si tira indietro quando arriva – eccome, se arriva – il momento di farne emergere i lati oscuri, le macchie anche grandi nel passato, perfino le sgradevolezze.
Tutto questo affetto, tutto questo amore, danno a La pazza gioia la capacità di trascinare, di coinvolgere, far ridere e commuovere, in un tumulto di vicende e emozioni che sono ben più complesse di quelle di una fuga on the road di due squinternate qualunque.
Tutto questo affetto, e questo amore, è quello che Beatrice e Donatella hanno cercato, inseguito, elemosinato per tutta la vita, e non hanno mai ricevuto, e che ancora vanno sperando, fino a trovarlo nell’amicizia e nell’accoppiata più improbabile, e per questo migliore, anche al cinema: la loro.
Bisticciano, Beatrice e Donatella, si annusano, con l’una che guida e l’altra che segue: anche se poi, forse, alla fine, vanno sempre di pari passo, perché avanti vanno solo se si aiutano e si compensano, se riparano le ferite della loro anima e della loro mente col balsamo dell’amicizia e della complicità. Migliorano solo quando escono dalle loro ossessioni egoistiche per darsi, smodatamente, l’una alla causa dell’altra.
Mai così profondamente calato nell’universo femminile, Paolo Virzì gira un film niente affatto rosa, ma coloratissimo e intenso, dove la grande questione della maternità e del rapporto con la madre sono raccontati in tutta la loro dirompente e drammatica centralità, ma senza essere mammone, o sdolcinato. Mentre gli uomini, nel migliore dei casi, stanno a guardare, si lavano la coscienza con un pugno di euro, una menzogna mai confessata e carica di vergogna.
E allora, via, attraverso la Toscana e la Versilia, lontanissima oramai da quella di Gino Paoli, eppure sempre la stessa, come il cinema di Virzì cambia sempre rimanendo sempre attaccato a una precisa visione del mondo e delle persone. Via, senza fine, senza un attimo di respiro, per imparare finalmente a essere madri e a essere figlie, fino a quell’attimo senza fine su una spiaggia viareggina, dove una mamma sbagliata può avere finalmente l’occasione per iniziare a rimediare ai propri errori, dove La pazza gioia sospende la sua giostra per farci piangere con due inquadrature, due sguardi, due silenzi.
Dalle protagoniste al direttore della fotografia, dai volti di contorno alla co-sceneggiatrice, Virzì si circonda delle persone giuste per un viaggio tanto vario e ricco di scossoni e deviazioni. Lui, alla guida, procede sicuro, ansioso di macinare strada senza perdersi nemmeno uno dei paesaggi umani che vede dal finestrino, e che racconta. E se prende qualche buca, o se a volte corre un po’, o rallenta un pelo troppo, chi se ne importa: è l’imperfezione, bellezza.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Beatrice Morandini Valdirana ha tutti i tratti della mitomane dalla loquela inarrestabile. Donatella Morelli è una giovane madre tatuata e psicologicamente fragile a cui è stato tolto il figlio per darlo in adozione. Sono entrambe pazienti della Villa Biondi, un istituto terapeutico per donne che sono state oggetto di sentenza da parte di un tribunale e che debbono sottostare a una terapia di recupero. È qui che si incontrano e fanno amicizia nonostante l’estrema diversità die loro caratteri. Fino a quando un giorno, approfittando di una falla nell’organizzazione, decidono di prendersi una vacanza e di darsi alla pazza gioia.
Paolo Virzì, con la collaborazione di Francesca Archibugi alla scrittura, ha lasciato il freddo Nord di Il capitale umano per tornare nell’amata Toscana che gli consente di fondere, come solo lui sa fare, ironia, buonumore e dramma muovendosi tra le diverse temperature emotive con una sensibilità che si fa, film dopo film, sempre più acuta e partecipe delle sorti dei personaggi che porta sullo schermo. Si sono già scritte nel passato pagine e riflessioni su un Virzì erede della commedia italiana degli Anni d’Oro ma quello che si può aggiungere ora è che al suo personale capitale di autore si è aggiunta una capacità di sguardo sul mondo femminile che nel cinema italiano diretto da uomini non è per nulla usuale.
Sarà forse perché sa scegliere le sue interpreti (Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti sono entrambe straordinarie, ognuna a suo modo, nello scavare in personaggi non facili da rendere tenendo la retorica a dovuta distanza). Sarà perché nel film si sente la verità iniettata (questo è il termine giusto visto che di medicinali si tratta spesso) grazie a una lunga ricerca sul campo su un disagio sociale che si traduce in un disagio psichico. Sarà anche perché si avverte l’attenzione partecipata ad ogni singolo dettaglio in un film in cui si capisce che anche l’ultima comparsa si è sentita parte di un progetto condiviso. Un progetto che vuole porre in evidenza la condizione di questo particolare tipo di donne condannate da una vita in cui hanno sbagliato trovandosi poi però dinanzi a terapeuti ed assistenti sociali che ogni giorno gli sono accanto e combattono con le loro patologie ma anche con visioni banalmente punitive che nulla hanno a che vedere con il recupero sociale. Riuscire a dire tutto ciò (e anche molto di più) in un on the road in cui si ride, si sorride e ci si commuove non era impresa facile. A Paolo Virzì è riuscita da maestro.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Sono pochi i registi italiani che, come Paolo Virzì, sanno far vivere agli amanti del nostro cinema “La pazza gioia” di vedere come il Bel Paese possa vantare ancora un cinema vivo e con molto da dire, ultimamente dotato di una prolificità entusiasmante.
Il regista toscano, presente a Cannes 2016 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs insieme a Bellocchio e Giovannesi, torna sulle scene dopo Il Capitale Umano per ricordarci il potenziale della nostra commedia, divertente, evocativa, emozionante e con il privilegio di poter essere ambientata in luoghi incantevoli, unici al mondo.
La Pazza Gioia è innanzitutto la storia di due donne alle prese con quello che comunemente e riduttivamente viene chiamato disagio mentale ma che, ad un’analisi meno superficiale, è il risultato della complessa interazione fra le persone ed il loro ambiente sociale, non sempre accogliente e pronto a tendere la mano in caso di difficoltà.
Beatrice Morandini Valdirana (l’eccezionale Valeria Bruni Tedeschi) è una donna megalomane ed eccentrica, ospite di una comunità terapeutica in seguito ad un’aggressione che ne ha determinato le misure di sicurezza alle quali è sottoposta. Annoiata dalla vita in istituto, dove al momento non le sono concesse nemmeno libere uscite, la donna tenta di stabilire un contatto con la nuova arrivata, la timida ed introversa Donatella (Micaela Ramazzotti), una ragazza triste e silenziosa, apparentemente sola al mondo e detenuta perché responsabile di un atto orribile. La strampalata relazione fra le due donne, diametralmente opposte sia caratterialmente che dal punto di vista dell’estrazione culturale, sarà la molla che farà scattare il proposito improvvisato di una fuga lontano dalla comunità, alla ricerca di uno spazio personale in cui vivere un momento sospeso, “senza fine”, e potersi sentire finalmente sentire felici.
Paolo Virzì, propone ne La Pazza Gioia una sottile e profonda riflessione sui concetti di malattia mentale e terapia, adattandola sapientemente ai toni leggeri della commedia; in un mondo in cui ognuno sembra soffrire di una qualche forma di nevrosi, i pazzi sono forse coloro che non si arrendono alla ingiustizie della vita o che non sono capaci di accettarne i limiti e le sofferenze, spingendosi progressivamente verso il baratro dell’inadeguatezza sociale. Ecco allora Beatrice e Donatella in fuga verso l’Italia dei sani, che si rivela essere (come il regista stesso l’ ha definita) “un manicomio a cielo aperto” in cui le soluzioni possono essere peggio dei problemi, laddove alla base del proposito di curare si antepongono le scartoffie al cuore.
L’unica cura efficace per le due protagoniste sarà invece l’amicizia che, come una forza primordiale ed irrazionale, spingerà l’una a sostenere l’altra in nome dell’emarginazione alla quale sono relegate da un mondo che sa solo giudicare e che, troppo spesso, si dimentica che essere umani significa anche cadere, e che per lenire la sofferenza mentale è indispensabile un motivo per il quale vivere.
La Pazza Gioia è un film in cui si fatica davvero a trovare difetti: le prestazioni attoriali delle due protagoniste, che riempiono la scena anche grazie ad un’alchimia straordinaria, sono perfettamente sostenute da una regia cucita attorno alla loro accurata caratterizzazione, attenta a sottolineare con delicata armonia ogni moto di gioia e tristezza ed ogni gesto di autentica solidarietà. In particolare, la pellicola gode dell’istrionica performance di Valeria Bruni Tedeschi, che con un mix irresistibile di classe e sregolatezza che ricorda la divina Cate Blanchett in Blue Jasmine, restituisce un personaggio iconico ed imponente, suggerendo come la sofferenza non conosca classi sociali, esattamente come l’amicizia e l’amore.
E se è impossibile non accostare questo bellissimo film all’irripetibile La Prima Cosa Bella, Virzì riesce a ricreare ne La Pazza Gioia la stessa struggente tensione emotiva, fra lacrime e risate, allargando però i propri orizzonti dalla storia al contesto. Le vicende delle protagoniste sollevano questioni fondamentali e mai sufficientemente affrontate sul tema della presa in carico della sofferenza psicologica, mostrando come sedicenti “esperti in materia”, nel film come spesso nella vita, finiscano per essere prevaricati con successo da persone normali che, “senza saper né leggere né scrivere” trovano nell’empatia un modo semplice e straordinario per far star meglio chi ne ha bisogno.
Incorniciato dalle incantevoli musiche di Carlo Virzì, che fanno da sostegno e contorno alle soavi note di Senza Fine del grande Gino Paoli, La Pazza Gioia si candida a fare incetta di premi con il suo perfetto equilibrio fra sentimentalismo ed intrattenimento, grazie al quale gli si perdona un finale forse più ideale che realistico.
Virginia Campione, da “cinematographe.it”

Ho avuto il privilegio di vedere il film ‘La pazza gioia‘ di Paolo Virzì (che sarà nelle sale il 17 maggio) in anteprima, in una proiezione privata in cui io e Brunella sembravamo il remake di Albertone e Augusta, immersi tra i VIP del bel mondo dello spettacolo, grazie al fatto che il regista mi aveva incontrato proprio sulle pagine di State of Mind quando stava immaginando il film e aveva voluto conoscermi, per scambiare qualche idea su come funzionino oggi le cose nell’universo della salute mentale.

Serio e scrupoloso, ha svolto accurate indagini alla ricerca dei vissuti profondi che animano i protagonisti del grande teatro della salute mentale in Italia, diventandone appassionato esperto.

Non tutti vengono assolti ma, alla fine, ognuno è compreso e perdonato (insomma ci è andata bene!) per cui sarebbe interessantissimo intervistarlo al termine di questa esperienza.

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Quattro anni fa pubblicammo un libro dal titolo ‘Territori dell’incontro‘, che trattava di libri e film che parlano della sofferenza mentale e del loro possibile utilizzo in psicoterapia e nella formazione professionale.
Certi disturbi, una volta visti sul grande schermo, penso, ad esempio, agli ossessivi di Carlo Verdone o ai matti di Jack Nicholson, non li dimentichi più, al contrario di quando li leggi sui libri.
In quel libro, oltre a trattare tutti i singoli disturbi, si parlava dei sistemi curanti. Moltissimi psichiatri della mia generazione hanno scelto questo mestiere per combattere a fianco di Nicholson in ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo‘ ed hanno costruito quel mondo imperfetto dei servizi pubblici e del privato sociale che viene ben rappresentato anche in ‘Si può fare‘ di Giulio Manfredonia che, di quel libro, fece la prefazione.
Ora mi toccherà aggiornare quel volume per far posto a questo gioiellino che è La pazza gioia di Paolo Virzì.
Quando esce qualcosa che riguarda il mondo della sofferenza mentale tutti noi operatori vi ci gettiamo avidi, felici che se ne parli non soltanto nei titoli della cronaca nera e desiderosi di riaffermare appassionatamente le nostre idee, scontrandoci come solo la direzione del PD sa fare.
Il livello di psicopatologia che serpeggia tra noi curanti è decisamente superiore alla media e la riforma basagliana ha avuto perlomeno il merito di togliere un po’ di operatori dalla strada.
La maggior parte dei film sul sistema curante si occupa dei manicomi, per stigmatizzarne gli orrori e la soddisfazione orgogliosa di averli, primi nel mondo, chiusi e della psichiatria territoriale, per sottolinearne l’insufficienza di risorse e l’abbandono dei pazienti nonostante l’impegno di terapeuti spinti da una vocazione talvolta eroica.
Dall’altro lato, quando si parla del privato, ci si concentra soprattutto sugli studi di psicoterapia i quali, che siano dell’upper east side newyorchese o de noantri, ci descrivono complicate relazioni terapeuta-paziente che varcano il rigido confine del setting per inoltrarsi nel territorio del codice penale.
La pazza gioia di Virzì si occupa di quello spazio intermedio, in grande espansione, dove pubblico e privato si incontrano mettendo a disposizione il primo, la correttezza scientifica e il rispetto della legge e il secondo, le risorse e l’efficienza.
Insomma, il mondo delle comunità terapeutiche, delle cooperative e del volontariato che collaborano per produrre un’unica sinfonia sotto la direzione dei Centri di Salute Mentale.
Non dirò una parola sulla trama del film che, tra risate ed occhi inumiditi, ci sorprende fino all’ultima immagine con un fuoco di fila di colpi di scena temuti e auspicati dallo spettatore; spettatore che adotta da subito le due sciagurate protagoniste che, all’inizio, si vorrebbero prendere ‘a schiaffi a due a due finchè non diventano dispari‘ e, al termine, vorresti ospitarle a casa sentendo che così anche un pezzo di te troverebbe pace.
Non c’è un personaggio che sia solo buono o solo cattivo.
Virzì, lo aveva già dimostrato in tutti gli altri suoi film: non parte da una prospettiva ideologica ma compassionevole, come chi sa che l’essere angelo e demonio allo stesso tempo è esattamente la cifra (scrivo così perché fa fine, ma avrei detto caratteristica) dell’essere umano.
La differenza tra operatori e pazienti si confonde, alcuni curanti starebbero meglio dall’altra parte, mentre la relazione terapeutica più bella e salvifica è quella che una protagonista instaura con l’altra protagonista, la più matta di tutta la compagnia.
Se non mi vergognassi della banalità della frase dopo una vita di studio direi che, alla fine, il vero ingrediente indispensabile per la cura è la relazione terapeutica, dove sperimentare un amore compassionevole in cui il curante riconosce nell’altro le sue stesse fragilità e meschinità e vi fa pace, rimandando ad altri il compito impossibile e logorante della perfezione.
Il film è intessuto di queste relazioni terapeutiche, poco tecniche ma molto calde, trasversali tra i personaggi anche più marginali e, a prima vista, abietti. Ognuno visto più da vicino ha le sue ragioni e, come diceva De Andrè: ‘Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo‘.
Non vorrei aver dato l’impressione che si tratta di un film serioso a cui far seguire il temuto dibattito.
Si sta molto in apprensione. Si tifa ora per l’uno e poi anche per il suo avversario e soprattutto, non si ride di qualcuno, ma si ride perché quella pazza gioia è contagiosa.
Roberto Lorenzini, da “stateofmind.it”

Senza fine?

Beatrice Morandini Valdirana è una chiacchierona istrionica, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella Morelli è una giovane donna tatuata, fragile e silenziosa, che custodisce un doloroso segreto. Sono tutte e due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, entrambi classificate come socialmente pericolose. Il film racconta la loro imprevedibile amicizia, che porterà ad una fuga strampalata e toccante, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani. [sinossi]

Il senso di un sodalizio artistico lo si comprende anche nei momenti in cui la collaborazione si interrompe o viene meno. Così, se è doveroso rimarcare che La pazza gioia è un film di Paolo Virzì, è altrettanto evidente come il film non sia stato scritto stavolta anche da Francesco Bruni, impegnato nella sua terza fatica da regista, Tutto quel che vuoi (sarà pronto per la prossima Mostra di Venezia?). Virzì ha così lavorato allo script insieme a Francesca Archibugi, dando in qualche modo un seguito a Il nome del figlio, prodotto dal regista di Ovosodo attraverso la Motorino Amaranto.
Non sono poche i punti fermi delle storie narrate finora dalla Archibugi presenti ne La pazza gioia, a partire dalla casa di cura psichiatrica gestita con metodi tutt’altro che repressivi che riporta alla mente il reparto di neuropsichiatria infantile del policlinico Umberto I nel quale opera Sergio Castellitto ne Il grande cocomero.
L’incontro tra le poetiche dei due registi non è del tutto armonioso, e le fratture si evidenziano qui e lì durante il racconto, concentrandosi soprattutto nella descrizione di Villa Biondi e della fauna che vi soggiorna, ospite coatta; tra la carnascialesca e vitale visione corale di Virzì e il bozzetto e l’artificio più naturale nella Archibugi rischia di crearsi un vuoto, voragine pronta a risucchiare le due protagoniste.
Per quanto possa sembrare paradossale, a fronte di una struttura narrativa tanto episodica La pazza gioia appare un’opera eccessivamente programmatica, interessata a inserirsi in un tracciato predefinito senza alcuna intenzione di proporre guizzi o eversioni dalla prassi.
Il canovaccio, dopotutto, è uno dei più canonici per quel che riguarda le storie “al femminile”: la fuga come prima presa di coscienza, l’abbandono dell’apatia quotidiana a favore dell’ignoto e dell’inaspettato. Dell’avventura. Se questo schema solitamente si applica alla borghesia, per definizione insoddisfatta nella società dei consumi, Virzì è accorto e preferisce scivolare su terreni a lui più congeniali. In realtà il personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi apparterrebbe in ogni caso a una classe privilegiata (forse persino nobile, a quanto afferma lei stessa), ma il suo precipuo interesse, come quello di Micaela Ramazzotti, sta nel disagio psicologico che la pervade.
L’aspetto più interessante de La pazza gioia risiede proprio nella problematica “di classe” delle due donne: Donatella/Ramazzotti è una sottoproletaria, con una famiglia inesistente, incapace di trovare soluzioni alla propria condizione, mentre Beatrice/Bruni Tedeschi è cresciuta nell’ozio e nel lusso, sperperandoli per un grande amore (a dir poco truffaldino). Di fronte alla società sono però entrambe “pazze”, allo stesso modo e con le medesime probabilità di guarire.
Come spesso gli capita Virzì dimostra il meglio di sé quando riesce a dare slancio alla propria spontaneità registica, scardinando un racconto troppo prevedibile e slabbrato, disperso in una vicenda picaresca che accumula situazioni e incontri non sempre convincenti. Rispetto ad alcuni dei titoli principali della sua carriera (Ovosodo, Baci e abbracci, Tutta la vita davanti, Il capitale umano) La pazza gioia perde in più di un’occasione la dimensione di insieme, sfaldandosi in piccoli bozzetti e arcipelaghi emotivi altalenanti, ma riesce a trovare un riscatto in poche, mirabili sequenze: il primo incontro tra le due donne, quello tra la Ramazzotti e il padre (un Marco Messeri dimesso al punto giusto). Gli aspetti più prevedibili e banali – anche la scelta della colonna sonora si dimostra “facile”, sia per quel che riguarda il tormentone Senza fine di Gino Paoli, motore anche narrativo, che la preghiera laica Ave Maria di Fabrizio De André – trovano così una pur parziale compensazione, e La pazza gioia riesce persino a commuovere, senza troppi ricatti sentimentali.
Raffaele Meale, da “quinlan.it”

Nel Cinema di Paolo Virzì, la Toscana (quella periferica delle fabbriche di Piombino, del lungomare di Forte dei Marmi, dei quartieri popolari di Livorno) è sempre stata la terra perfetta per le sue favole reali, il luogo dove le sue storie trovano un respiro concreto e caldo. Non è un caso che, dopo l’esperimento noir brianzolo de Il capitale umano, un’opera completamente costruita sulla fredda disperazione e sul calcolo narrativo, il regista livornese ritorni a casa per ritrovare i buoni sentimenti “familiari” e la sua musa Micaela Ramazzotti. La pazza gioia, dunque, segue le disavventure tragicomiche di una coppia improbabile formata da Beatrice, donna borghese esiliata nella casa di cura dopo aver quasi portato alla bancarotta il marito, e Donatella, ragazza madre a cui hanno tolto il figlio dopo un “incidente”.
Virzì, come le sue due strabordanti protagoniste, evita il pietismo o il risvolto puramente sociale per imporre il suo lavoro come opera, orgogliosamente bipolare. Il film, infatti, vive con tranquillità il suo essere costantemente scisso tra contraddizioni e divisioni nette. E’ commedia on the road e melodramma puro, ha una prima parte introduttiva poco coinvolgente e una seconda, invece, emotivamente straziante, la sua sceneggiatura rimbalza tra battute scontate (c’è ancora il bisogno di scherzare su Berlusconi?) e piccoli gesti o sguardi che fanno vacillare (l’incredibile scena sulla spiaggia) e l’ambientazione si divide tra una casa di cura campagnola eccessivamente tranquilla e lo squallore algido degli ospedali psichiatici (qui si vede l’intervento concreto di Francesca Archibugi).la pazza gioia Persino tra le due protagoniste, l’eccessiva e irrefrenabile Valeria Bruni Tedeschi, sempre sopra le righe, e una Micaela Ramazzotti impostata sul dolore, la sottrazione e la mortificazione della propria bellezza, si riconosce questa polarizzazione. Virzì, dunque, con una confezione ultra-colorata che guarda al cinema francese, desidera raccontare una storia che si muova tra la folle gioia e il lancinante dolore delle sue due donne, sempre in balia di alti e di bassi, di up e di down.
Il film è quindi una pura manifestazione di tutte le direttrici e di tutti i meccanismi del cinema di Virzi. La sua encomiabile capacità di raccontare sentimenti assoluti, emozioni nitide, sono punti di forza oggettivamente efficaci nel colpire al cuore il pubblico (le lacrime si sprecheranno nel pubblico per il finale). Purtroppo, il regista, pellicola dopo pellicola, trasforma la sua poetica in un manierismo gentile/comico che, eccetto il lavoro (riuscito?) de Il Capitale Umano, riconferma la formula base su cui sono costruite tutti i suoi lavori. Il personaggio estremo della Bruni Tedeschi, ad esempio, almeno nella sua superficie, nasce come una satira stanca di certa borghese di destra che porta il film a deragliare, schiacciato dalla sua magnifica presenza.
E’ ancora una volta la Ramazzotti, mai cosi efficace come nelle mani del marito regista, a rompere gli schemi da Commedia all’italiana post-mortem, trascinando La pazza gioia in altri territori. Magnifica nei duetti con i suoi genitori folli, i cammei brevissimi di Anna Galiena e Marco Messeri, l’attrice ci culla e si fa cullare sulle note di Gino Paoli, avvolgendo e sublimando il film nel suo splendido dolore di madre, stravolta da un passato angosciante ma disposta a tutto pur di rivedere, anche solo per un istante, il suo bambino (irrimediabilmente?) perduto.
Luca Marchetti, da “sentieriselvaggi.it”

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