La legge del mercato

copertina

 

Un tagliente e istantaneo ritratto del mondo del lavoro contemporaneo, dove non c’è spazio per la retorica, per la messa in scena canonica di un dramma, in quanto la materia trattata non necessita di alcun orpello o chiosa da inserire a piè di pagina: Stéphan Brizé con La legge del mercato innesca una lungimirante sospensione del tragico (non attraverso l’ironia, ma con l’interruzione della traduzione simbolica), che viene collocato in un fuori campo assoluto, da dove riverbera su ogni fotogramma. Il suo è uno sguardo quasi documentaristico (il direttore della fotografia Éric Dumont proviene dal documentario), si posa sui corpi con una rigorosità entomologica, tracciando una topologia dei rapporti in cui a emergere è la sostanziale mancanza di solidarietà dei soggetti, coinvolti in un processo di disindividuazione che isola e indebolisce, favorendo il prosperare delle politiche di sfruttamento.

Vincent Lindon circola all’interno del film con il volto impietrito, lo sguardo fisso, il suo corpo si muove negli spazi sconnessi della postmodernità, continuamente braccato da una macchina da presa che lo tallona come se fosse l’ultimo testimone di una civiltà in via d’estinzione. ‘Il discorso’ capitalista ha prodotto una mutazione antropologica devastante, resistere, anche solo parzialmente, al processo di sussunzione comporta un costo altissimo sul piano umano e sociale.

Non si perde tempo, siamo immediatamente scaraventati in situazione, senza fronzoli, mentre Thierry (Vincent Lindon) dialoga con il responsabile dell’agenzia di collocamento che cerca di accampar scuse per giustificare la stupida scelta di aver fatto sostenere un inutile stage da gruista a quindici persone (tra cui lo stesso Thierry), non avvertendole che, non possedendo un’esperienza pregressa ‘a terra’ in un cantiere, non sarebbero mai state prese in considerazione da alcun datore di lavoro. Montaggio pressoché nullo, macchina a spalla che sta addosso ai personaggi, uno stile che ricorda assai quello dei fratelli Dardenne, anche se qui non c’è pedinamento ma un’ostinata fissità di sguardo che fa emergere in tutta la sua gravità la circostanza denunciata, senza drammatizzazioni ulteriori, evidentemente non necessarie. Non ci sono contrappunti musicali, né carrelli, ma solo il volto di uomo che vive l’umiliazione di doversi adattare alla sua età a qualsiasi tipo di offerta di lavoro, perché è stato licenziato dopo vent’anni di servizio da una società che, pur essendo in attivo col bilancio, per ridurre i costi di produzione ha deciso di dislocare la propria azienda in un altro paese. Anche i sindacati, con i quali il protagonista cerca di risolvere la questione, non offrono una soluzione concreta, nella misura in cui le pur doverose vie legali adite contro i responsabili del licenziamento senza giusta causa comportano dei lunghissimi tempi di ricomposizione della controversia, mentre Thierry ha un bisogno immediato di reimmettersi nel mercato del lavoro e tirarsi fuori da una vicenda che lo ha esautorato psicologicamente. Ha una moglie e un figlio portatore di handicap, vive in una modesta abitazione, e in questo periodo burrascoso l’unico momento di svago è rappresentato dalle lezioni di danza a cui partecipa con la consorte, il resto è solo inquietudine e incertezza. Non mancano, ovviamente, i rapaci responsabili della gestione dei finanziamenti che, nonostante rimangano solo cinque anni di mutuo da pagare, gli consigliano gaiamente di vendere la propria casa, o, addirittura, di stipulare un’assicurazione sulla vita in previsione di una sua possibile dipartita.

Alla fine un lavoro lo trova, diventa responsabile della sorveglianza in un centro commerciale, e il suo incarico non è solo quello di evitare i furti, ma di controllare anche che il personale non commetta atti illeciti. Ad occupare lo schermo, a questo punto, subentrano le immagini riprese dalle videocamere di controllo; la freddezza del loro sguardo oggettualizza i corpi, su tutti si stende un velo che declassa all’anonimo rango di consumatore da sorvegliare nell’esercizio delle sue ‘funzioni’. Stessa sorte tocca ai lavoratori del centro commerciale che, osservati anch’essi come se si fosse all’interno di un perverso reality show, vengono umiliati senza alcun riguardo a causa di infrazioni di lieve entità. È a questo punto che Thierry deve decidere se lasciarsi completamente sussumere dalla funzione a cui è stato suo malgrado destinato o opporre un qualche grado di resistenza. Il finale, che non sveliamo, si consuma senza strepiti, sommessamente, con la distanza siderale dello sguardo documentaristico.

La legge del mercato ci convoca, semmai ci fossimo distratti, non solo a ripensare la drammatica deriva intrapresa dal mondo del lavoro, con tutti i processi di desoggettivazione da esso innescati, ma anche, più in generale, le categorie attraverso cui leggere le istanze del reale, sganciandoci dalla sconfortante e oppiacea narrazione delle fantasmatiche opportunità derivanti dalla liquefazione del tessuto economico e sociale. Veniamo prepotentemente risvegliati da un sonoro ceffone e sbattuti contro la drammaticità di un futuro che è sinistramente alle porte. Bisogna, dunque, probabilmente, desaturare gli spazi della contemporaneità per dare alloggio a nuove zone di resistenza, a partire da cui tentare di rimodulare la fenomenologia dei rapporti, altrimenti il rischio è quello di agevolare l’evaporazione della politica, oltre che di incentivare la galoppante degenerazione antropologica (sperando che non sia definitivamente compiuta).

Luca Biscontini, da “taxidrivers.it”

 

 

51 anni, da 20 mesi disoccupato, 500 euro al mese di sussidio, la vita di Thierry è fatta di colloqui (anche su Skype) e trattative (con la banca, con ipotetici acquirenti dell’amata casetta mobile al mare), di momenti quotidiani in famiglia (una moglie e un figlio con qualche ritardo) e di momenti di svago (un corso di ballo con la moglie). Poi, finalmente, arriva il lavoro: addetto alla sicurezza di un supermercato. E Thierry, inappuntabile come di consueto, sarà ben presto messo di fronte ad una situazione difficilmente “negoziabile”.

È molto difficile non pensare all’ultimo film dei Dardenne (Due giorni, una notte), presentato a Cannes 2014, di fronte a La loi du marché di Stéphane Brizé, in Concorso lo scorso maggio sulla Croisette: le analogie sono molte, a partire dall’argomento comune, quello del lavoro e delle implicazioni sociali contemporanee, poi un rigore e al tempo stesso la scelta di un percorso “semplice” per seguire un personaggio chiamato a far fronte ad uno dei mali del nostro tempo.

La differenza sostanziale tra il film di Brizé e quello dei Dardenne – uniti comunque da due grandi interpretazioni, allora Marion Cotillard, stavolta il sempre convincente Vincent Lindon (premiato a Cannes) – è soprattutto di carattere strutturale: in Due giorni, una notte la protagonista (depressa, apatica) doveva far di tutto per convincere i colleghi a rinunciare a dei bonus in modo tale che lei non perdesse il lavoro, mentre Brizé si concentra su un personaggio che, una volta riottenuto un impiego, viene messo di fronte ad un impietoso dilemma morale.

Brizé si prende il tempo necessario per creare i giusti presupposti di un finale coerente, in linea con quanto mostrato fino a quel momento della vita di Thierry, uomo giusto ma mai accondiscendente, marito premuroso e tenero padre, disposto sempre a rimettersi in gioco pur di garantire lo stretto necessario alla propria famiglia: mai una scena madre, o cadute nel patetico, il film sceglie una linea di condotta austera ma non per questo insincera. E la mantiene anche nel momento cruciale, quando Thierry è costretto, suo malgrado, a smascherare prima qualche taccheggiatore occasionale, poi alcuni colleghi del supermercato dediti a lucrare sulle fidelity card o a nascondere qualche buono sconto.

Gente disperata, forse più di lui: e quando “la legge del mercato” viene messa di fronte alla “misura di un uomo” (splendida contrapposizione a cui fa riferimento anche il doppio titolo del film) bisogna per forza di cose prendere una decisione. Soccombere e disumanizzarsi, o smettere la divisa di un sistema che non accettiamo più. Chapeau.

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

La nostra società si descrive società complessa e nel plasmare la sua identità è fondamentale il ruolo della struttura economica che determina le leggi del mercato, non in rapporto a valori autonomi ma orientata culturalmente da un’economia globale. Detto questo, possiamo dire che l’ultimo lavoro cinematografico di Stéphane Brizé, ” La legge del mercato”, piccolo gioiello antropologico, riflette proprio su questa dimensione umana. “La loi du marchè” racconta un’umanità imbrigliata nella morsa di un sistema di mercato che si presenta sotto le spoglie di autorevoli rappresentanti, amichevoli e comprensivi, con l’unico obiettivo di manipolare le coscienze della gente, per favorire questa invisibile e benevola cupola che ci sovrasta, il mercato globale. Thierry Taugordeau (un bravissimo Vincent Lindon, premiato a Cannes come miglior attore) ha 51 anni ed è disoccupato. Ha una casa di proprietà, una moglie ed un figlio disabile. Ha frequentato numerosi corsi di formazione con la speranza di poter essere collocato in qualche azienda, ma senza risultati positivi. Finalmente viene assunto in un ipermercato come addetto al controllo per i tentativi di furto. Thierry compie il suo lavoro onestamente, ma è la sua sensibilità a venir messa a dura prova, tanto che sarà costretto a riflettere suo malgrado su scale di priorità di valori, schemi e tecniche che ormai hanno mercificato il senso di un’umanità inghiottita dagli interessi economici del mercato. Stéphane Brizé coglie dritto nel segno. Realizza un’opera coraggiosa e sensibile. E’ l’uomo Thierry , che nella sua semplice ma indiscussa forza interiore, denuncia un sistema che abbatte soggettività autonome. Un sistema che non si pone alcun problema di licenziare dopo anni di lavoro dipendenti per problemi di delocalizzazione dell’azienda, condizione che ha colpito lo stesso Thierry, licenziato dopo 25 anni di servizio. Il volto di Vincent Lindon calza alla perfezione la maschera di un uomo che sa aspettare con dignità un nuovo lavoro. Che vive la sua quotidianità in armonia con la sua famiglia e non rinuncia a piccoli momenti di svago con sua moglie (Karine Mirbeck) con la quale con molta serenità e naturalezza, segue la formazione scolastica del loro Matthieu (Matthieu Schaller). E’ proprio il senso profondo di un’armonia familiare che non si baratta contrapposta ad una dimensione del sociale regolata da inderogabili leggi di mercato, che Brizé sa concretizzare e rendere credibili attraverso drammi umani silenziosi. Con una sapiente e compassata lentezza scenica, realizza in modo esemplare un prodotto filmico virtuosamente realista. Non c’è alcun senso di compassione o di rivalsa o di rinuncia in quest’opera cinematografica. Attori non professionisti affiancano la professionalità di Vincent Lindon recitando unicamente il ruolo che loro stessi hanno nella vita reale e lo fanno con ragguardevole bravura. Ed è così che la storia di Thierry Taugordeau diventa la storia di persone della nostra contemporaneità, in lotta per garantirsi un lavoro, in lotta per non perdere la propria dignità e soprattutto per non lasciare nelle mani di avvoltoi che padroneggiano l’economia di mercato la stima di se stessi.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

Austero, freddo e spietatamente distaccato, il nuovo film di Stéphane Brizé è l’ennesimo tentativo di portare al cinema i problemi della disoccupazione e della nuova povertà, frutto dell’odierna crisi economica. Un tentativo però che in qualche modo, grazie proprio alla suddetta imperturbabilità e alla mancanza di una vera trama, riesce nel lavoro di traduzione della situazione di precarietà sociale contemporanea, in immagini-movimento efficaci e comunicative.
Thierry Taugordeau è un cinquantenne francese trovatosi disoccupato dopo il fallimento dell’impresa in cui lavorava. Dopo mesi di ricerca in agenzie di collocamento, riesce finalmente a trovare un impiego come addetto alla sicurezza in un supermercato.
Si troverà però davanti a un importante conflitto morale quando arriverà a dover denunciare persone senza i soldi per pagare o, addirittura, i suoi stessi colleghi.
Questa parabola cruda non ha (e non potrebbe avere) una reale conclusione, perché il dilemma etico di Thierry è inconcludibile e ineliminabile: è insito nel modello di società in cui tutti noi viviamo.
Esso porta in sé l’essenza del tragico, definita come lo scontro tra due principi contapposti, ma entrambi giustificabili e in qualche modo necessari: da una parte c’è chi per vivere è costretto a rubare, dall’altra chi, per non dover egli stesso rubare, è costretto a impedire questi furti.
Da una parte il sentimento di fratellanza, che vede negli occhi di chi ruba per fame gli occhi di un fratello, dall’altra il solipsismo animale, che pensa in primis alla propria sopravvivenza.
Il dubbio morale assume allora qui i connotati del cannibalismo: di chi è costretto a uccidere i propri simili per non essere divorato dal mostro della disoccupazione.
Mangiare o essere mangiati è la dura legge di un mercato che si è trasformato in Divinità.
Un Dio-Mercato ubiquo e onnisciente, che tutto vede attraverso gli occhi delle telecamere poste in ogni luogo, come un grande fratello contemporaneo.

Un Dio-Mercato dai mille servitori, irrapresentabile, che si confonde nella massa e che è massa (intelligente in questo senso la scelta di Brizé di mantenere spesso fuori campo l’immagine dei datori di lavoro durante i colloqui, facendone sentire solamente le voci. Quasi a rimarcare l’impossibilità di assegnare un volto al potere). Non più dunque un potere personificato, ma mimetizzato, indefinito e per questo inattaccabile.
Vale la pena citare qui una della scene portanti del film: quella del colloquio di lavoro via Skype, che mostra l’alienazione dell’uomo nella tecnologia, il cinismo dei rappresentanti verso i sottoposti, la totale mancanza di rapporti umani diretti.

Un Dio-Mercato che accusa e condanna, che ispeziona i movimenti di tutti, senza eccezione. Struttura in cui, come nella colonia penale di kafkiana memoria, vale il principio per cui “la colpa è sempre fuori dubbio”: nessuno sfugge agli occhi delle telecamere, chiunque è un possibile colpevole. “Il ladro non ha età, non ha colore” insegna a Thierry un collega.
Un Dio-Mercato, infine, che si appropria di ogni istante della vita umana e la assoggetta alla sua autorità. Persino l’esperienza della morte è vissuta all’interno del posto di lavoro, come a negare persino una possibilità di fuga ultraterrena.
Pare insomma non esserci più nessuna intimità, nessun rifugio protetto dal mondo esterno, nessuna dimensione privata.

La pellicola evidenzia così la crisi dell’individualità di fronte alla massificazione e lo fa attraverso elementi stilistici dal forte potere simbolico: la totale mancanza di sorrisi, i piani-sequenza che seguono il protagonista alle spalle, ancora una volta eliminandone il volto: simbolo della soggettività.

Anche la mancanza di obiettivi nei protagonisti, costretti a vivere solamente nell’ottica del lavoro, sembra ammiccare a questa dimensione. I valori assoluti in cui credere sono crollati e persino le distrazioni, gli hobbies, persino il ballo si riduce a un gioco di ruolo tra chi conduce e chi viene condotto.

Tuttavia alla nuova tavola delle leggi, dettata all’uomo dal Mercato, pare sopravvivere in Thierry una forza più autentica, una moralità prima, innata, il cui germe si conserva ancora: è la morale della solidarietà, di chi vede negli occhi del prossimo un riflesso di se stesso, della propria stessa condizione.
Il modello sociale ha inghiottito il protagonista, gli ha imposto le sue regole, ma le espressioni di Lindon tradiscono il rammarico, la tristezza nel dover portare a compimento il suo dovere.
Si ritorna allora all’essenza del tragico: allo scontro tra una legge artificiale, necessaria al proprio vivere all’interno del Leviatano sociale, e una legge etica originaria e totalmente umana: quella della solidarietà, per prendersi cura, del com-patire.

Emblematico il titolo del film nella distribuzione in lingua anglofona (“The Measure Of A Man”) che ci pone, in chiusura, un’ineludibile domanda: qual è il valore di un uomo? Quello calcolato sulla base dei protocolli sociali o quello che richiama a una situazione autentica, di comprensione dell’altro?

Questo il quesito a cui “La legge del mercato” tenta di (non) rispondere, puntando tutte le sue forze sull'(in)espressività di Vincent Lindon (unico attore professionista all’interno del cast), che si porta a casa con grande merito il premio alla migliore interpretazione maschile al festival di Cannes. A lui, in costante dialogo con l’istanza narrante della macchina da presa, è affidata pressoché tutta la scena, essenzialissima e privata di qualsiasi manierismo o slancio estetico.
Il film rimane su un costante livello di apatia ed è caratterizzato da una certa ripetitività narrativa delle sequenze, ma ciò non fa che evidenziare maggiormente lo stato interiore dell’uomo contemporaneo.
Eccessiva ed evitabile pare però la scelta dell’inserimento del figlio disabile, che risulta sovrabbondante nel rimarcare la condizione spiacevole del protagonista, già ben definita anche senza questo elemento.

Voto 7/10

Eugenio Radin, da “ondacinema.it”

 

 

Dopo il trionfo a Cannes 2015, per la migliore interpretazione maschile, il celebre attore francese Vincent Lindon arriva nelle nostre sale cinematografiche con la sua eccellente prova in La legge del mercato, film per la regia di Stéphan Brizé; per la terza volta protagonista di un  film del regista (dopo Mademoiselle Chambon e A few hours of spring), Lindon veste questa volta i panni scomodi di Thierry, un uomo di mezza età con una famiglia sulle spalle che si ritrova, dopo essere rimasto senza lavoro,  a dover negoziare il proprio futuro con una dura e paradossale legge del mercato, che vorrebbe obbligarlo a scambiare dignità e moralità con un impiego che gli garantisca il sostentamento. Padre di un figlio handicappato e marito integro di una moglie che pazientemente resta silenziosa al suo fianco, cercando di rendere il più possibile sopportabile il difficile momento di vita, Thierry deve accettare un lavoro ignobile, che lo pone faccia a faccia con la sofferenza e la disperazione di chi, come lui, deve far quadrare i conti in una società ostile e spietata di fronte al bisogno.

Stéphan Brizé sceglie per La legge del mercato un taglio asciutto e documentaristico; non a caso  il direttore della fotografia Eric Dumont prima di lavorare a questo film si era occupato esclusivamente di documentari e, nonostante la giovane età, la sua esperienza ad inquadrare materiale reale è stata quindi determinante nel riuscire a trasmettere un significato particolare attraverso il tipo di inquadratura scelta.
Ne La legge del mercato, infatti, la scena parla più della sceneggiatura, restituendoci lunghi e statici momenti di vita attraverso cui lo spettatore ha la possibilità di cogliere i sentimenti e le sensazioni di un uomo alle prese con un nemico subdolo e terrorizzante: la paura di non avere abbastanza denaro per sopravvivere. Ecco quindi sfilare sotto gli occhi della platea i passaggi di una dignità e di un’esistenza distrutta: la mancanza di soldi per garantire il sostegno scolastico ad un figlio in difficoltà, i colloqui via Skype con il direttorucolo di turno che giudica in modo cinico e frettoloso le capacità e possibilità di un uomo di cinquant’ anni che ha lavorato tutta la vita,  i corsi su come fare un colloquio o guidare una gru senza la possibilità di poterlo mai fare, data l’inesperienza nel settore, il tutto in un’escalation di piccole umiliazioni quotidiane che sfoceranno proprio nel tanto agognato impiego. Thierry dovrà a questo punto ingoiare l’ennesimo boccone amaro, diventando suo malgrado complice dello stesso sistema che ha decretato la propria rovina…ma fino a che punto potrà farlo?

La legge del mercato si pone come film politico, apertamente critico nei confronti della società non solo francese ma mondiale, in cui la smania per il profitto sta facendo perdere di vista il valore umano delle persone, relegate ad essere identificate solo attraverso le prestazioni lavorative e giudicate moralmente e pesantemente per atti insignificanti, resi gravissimi solo dalla loro identità di lavoratori. Un film che fa riflettere sulle responsabilità dei nostri governi ma anche sulla dimensione privata delle persone, spesso messa a dura prova da leggi del mercato divenute ormai insostenibili.

Vincent Lindon offre in questa pellicola una performance memorabile e struggente, fatta di silenzi e rassegnazione resa palpabile da ogni movimento o espressione. Nulla di ciò che accade nel cuore in tumulto di Thierry arriva direttamente alla parola ma lo spettatore diviene magicamente in grado di  leggere i pensieri dell’uomo, che arrivano a trovare libero sfogo solo dentro alle note della bellissima musica dei titoli di coda, specchio della schiacciante malinconia di una vita disposta a pagare ogni prezzo tranne vendere la propria umanità.

Virginia Campione, da “cinematographe.it”

 

 

Thierry ha 51 anni, una moglie e un figlio disabile. È disoccupato, ha frequentato corsi di formazione che non gli hanno portato un nuovo lavoro e le sue ricerche non producono esiti positivi. Finché un giorno viene assunto in un ipermercato con il ruolo di controllo nei confronti di tentativi di furto. Tutto procede regolarmente fino a quando un giorno si trova davanti a un dilemma morale.
Il nuovo film di Stéphane Brizé esce con due titoli: quello francese è La loi du marchée l’internazionale A Simple Man. Entrambi centrano il senso del film. Perché Thierry è davvero un uomo semplice ma, allargando la lettura, possiamo anche dire che è semplicemente un uomo costretto a misurarsi con le leggi di un mercato che diventa di giorno in giorno un Moloch sempre più spietato che divora persone mostrando un volto apparentemente amichevole e solidale. Il regista francese ha realizzato un’opera di denuncia che, a partire dalla tipologia di produzione, guarda a un mondo economico che possa strutturarsi diversamente. Il film è infatti coprodotto da lui, Lindon e Rossignon con una rinuncia di una buona parte del loro salario che ha permesso di pagare normalmente la troupe.
Lindon ha poi accettato di recitare con una gran parte di non professionisti e anche in questo risiede un elemento di interesse. Perché il casting è stato realizzato selezionando persone che nella vita di tutti i giorni hanno le stesse mansioni che interpretano sullo schermo. Il film procede con una gradualità che non si trasforma nella tanto temuta (da una parte degli spettatori) ‘lentezza’ offrendo con questa scelta la possibilità di seguire il percorso di un uomo che ha perso il lavoro dopo 25 anni di attività perché la sua azienda ha ‘delocalizzato’ (termine accuratamente soft che si può agilmente tradurre in: ‘si è traferita in un altro Paese in cui può sfruttare una manodopera a costo più basso e spesso priva di tutele’). Tutti sono gentili con lui, anche l’impiegata di banca che gli prospetta la morte e quindi la necessità di vendere la casa per acquistarne una più piccola e intanto magari accendere un’assicurazione sulla vita o chi gli fa colloqui per l’assunzione via Skype evitandosi il fastidio di averlo davanti a sé fisicamente. Vincent Lindon offre al suo Thierry la fisicità di un uomo solido anche moralmente. Una solidità che la società cerca di incrinare a poco a poco utilizzando l’arma del suo bisogno di lavorare.
La presenza del figlio disabile non è assolutamente necessitata dal bisogno di creare compassione. Ha invece il valore di ‘segno’ forte che ci accompagna verso la parte finale del film: proprio perché vive quotidianamente anche questo tipo di difficoltà Thierry si trova a disagio dinanzi a chi, in un supermercato, ruba non per vizio ma per necessità. Deve quindi decidere fino a che punto la ‘legge’ vada fatta rispettare anche perché scopre che può diventare un pretesto per licenziare. Oggi più che mai il motto evangelico “Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato” viene disatteso da chi, più o meno scientemente ma comunque sempre con effetti deleteri, ha deciso di adorare il dio Mercato.

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

È da Entre adultes che il cinema di Stéphane Brizé documenta dall’interno la vita quotidiana avvicinandosi alla fenomenologia dei rapporti senza assecondare uno sguardo drammatizzato, ma al contrario rivelando gesti scarnificati e scabrosi nella loro verità essenziale. Più l’occhio del cineasta francese si avvicina all’essenza di un sentimento più questo diventa irraggiungibile. Nella collaborazione condivisa con Vincent Lindon a partire dai precedenti Quelques heures de printemps e Mademoiselle Chambon, si assiste ad un progressivo depotenziamento della presenza fisica dell’attore francese fino ad evidenziarne gli aspetti crepuscolari nell’inesorabile assorbimento con l’ambiente e in una direzione più radicale rispetto al modo in cui questo stesso processo avviene nei film di Philip Lioret o di Claire Denis, che ancora mantengono una relazione tattile con quella fisicità. La loi du marché è in questo senso la prova più radicale di Brizé, non solo per le ambizioni volutamente antropologiche di tutto il progetto, ma per il modo in cui lo stesso Lindon diventa parte di una realtà effettivamente esperita da un punto di vista precario, a tal punto da spingere la sua prova attoriale in uno spazio dove la condivisione diventa indistinguibile dalla trasfigurazione drammaturgica. Per quanto il risultato possa sembrare freddamente distante è in realtà più immersivo rispetto ai pedinamenti Dardenniani. Brizé coglie tutto nello stesso istante senza staccare l’ambiente dalla soggettiva del personaggio principale, allineando il punto di vista a quello disumanizzato dei dispositivi di sorveglianza per realizzare la sua personale versione de L’argent Bressoniano, dove la presenza “fisica” del denaro viene sostituita con le superfici che annientano la presenza soggettiva. Sia che si tratti della vendita di un vecchio caravan, di un colloquio di lavoro via Skype, delle discussioni sindacali che girano e vuoto ed infine del lavoro di Thierry Taugourdeau (Lindon) come responsabile della vigilanza all’interno di un ipermercato, le figure che si avvicendano perdono le caratteristiche definite dei personaggi rivelandosi attraverso gli aspetti più indicibili delle loro fragilità. Interrogati come criminali in uno sgabuzzino perché sorpresi a rubare due confezioni di carne fresca o i buoni sconto destinati ai clienti e vietati per i cassieri, vengono filmati da Brizé davanti ad una parete bianca, isolati da qualsiasi relazione dialettica e definiti attraverso l’isolamento, anche visivo, della loro condizione come se fossero animali in gabbia. Se Cantet ne L’emploi du temps evidenziava lo scollamento tra corpo e funzionalità dello spazio, come accade per i “ritornanti” del suo consueto sceneggiatore Robin Campillo, attraverso personaggi che in qualche modo sovvertivano le regole generando un corto circuito anche paradossale con tutte le forme del contratto sociale, l’impostura del lavoro viene individuata da Brizé come una regola che definisce tutto il tempo e tutto lo spazio, senza consentire alcuna rottura e osservando l’intera comunità come parte integrante di una ripetizione coattiva. Il mercato è allora il vero e proprio fuori campo del film di Brizé, un mostro invisibile che non viene rappresentato attraverso la persistenza della merce, mentre preme minacciosamente dall’esterno oggettificando la visione e i gesti quotidiani, svuotati da qualsiasi dimensione affettiva. Quando Thierry si dichiara contento per il nuovo lavoro oppure accetta di buon grado le indicazioni del promotore finanziario durante l’accensione di un nuovo mutuo così come i giudizi di un datore di lavoro che esamina i candidati via Skype senza il rischio dello scambio vitale, esprime la stessa mancanza di empatia dimostrata con i responsabili dei piccoli furti, impermeabile alle loro richieste e giustificazioni, rigoroso e indifferente per necessità. Anche nella contrattazione per la vendita del caravan Brizé rende percepibile l’assenza di uno scambio sociale chiudendo i personaggi dentro lo spazio angusto del van, luogo di condivisione famigliare per eccellenza trasformato in una prigione, dove l’unica attività dialettica è quella economica, legata alle condizioni di quattro persone che rimangono a galla senza più riconoscersi. La presenza autoriale di Stéphane Brizé rimane assente, ritraendosi dai pericoli dello stile con un nitore quasi accecante, così come il difficilissimo lavoro di erosione operato da Lindon sulle sue qualità interpretative, una riduzione dell’ego possibile solo per un grande attore e un regista di talento.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

Thierry (Vincent Lindon) sta disperatamente cercando di reinserirsi nel mondo del lavoro. Ha appena portato a termine un corso che, beffardamente, non gli serve a nulla: «avrebbe dovuto informarsi prima su quanto le sarebbe tornato utile». La prima parte di La Loi du Marché è attraversata da questo costante senso di frustrazione, una mortificazione dopo l’altra. Ad un certo punto Thierry si trova nel bel mezzo di una situazione che lo vede assorbire critiche da tutti i lati; in uno schermo è appena passata la registrazione di un suo colloquio, e quello che segue è una sorta di forum di discussione su come il nostro si è comportato secondo gli intervenuti: passaggio di una pesantezza incredibile, con il cinquantenne costretto ad incassare interventi il più delle volte superflui, non importa fino a che punto espressi in buona fede. In un altro gli viene fatto notare, così… en passant, che il suo curriculum è scritto male.

 

Molti qui al Festival hanno parlato di già visto, alcuni addirittura di un argomento che non c’interessa. Mi pare invece che la storia di Thierry sia di un’attualità disarmante, e Brizé si dimostra piuttosto abile nel cogliere certi momenti chiave. La Loi du Marché è infatti strutturato su episodi, che servono per lo più a descrivere una condizione che a raccontare una storia con un inizio ed una fine. Inquadrature strette, asfissianti, con un Lindon chiamato ad una prova non facile, perché gli occhi sono sempre su di lui, pronti a notare il seppur minimo cenno di cedimento. Che non arriva, sebbene si trovi sottoposto a situazioni umanamente provanti.

Ma Brizé non cerca compassione, né si accoda alla trita retorica del «i veri eroi sono i padri che arrivano a fine mese»; Thierry opta per delle scelte alle volte “sconsiderate” viste da fuori, come quando contratta per la vendita della sua roulotte per le vacanze: il potenziale acquirente comprende il disagio dell’altra parte, e ne approfitta tirando sul prezzo. Di lì a poco, con uno scarto di qualche centinaio di euro, Thierry mette da parte il bisogno anteponendogli la dignità, non l’orgoglio: basta, la roulotte non si vende. Siamo ancora nella prima parte.

Senonché il lavoro arriva, e veniamo catapultati nella seconda parte. Dopo averci mostrato che vita conduce Thierry e la sua famiglia, ossia la moglie ed il figlio con un handicap, tra cucine Ikea, scuole di ballo e prestiti nell’ordine di somme risibili, i ruoli s’invertono: ora è lui a dover assistere alle umiliazioni altrui, in un capovolgimento che bisogna ammettere non appare forzato affatto, anzi. Assunto da un supermercato come guardia, succede di tutto e di più. Come dice un suo collega, «il ladro non ha età né colore», mentre si prodiga nel diffondere la scienza su come acciuffare gli arraffoni, quelli che con la scusa di dare uno sguardo alla merce se la ritrovano in una tasca a caso come se non fosse successo nulla.

È una prospettiva interessante, che nulla ha a che vedere con quella di (uno a caso)Due giorni, una notte, che sarà sempre un’opera intrisa di sociale, ma con un discorso che va a parare altrove. La Loi du Marché pone dei quesiti terribili, senza astrazioni di sorta: è possibile salvaguardare la propria integrità e al tempo stesso restare a galla in un mercato come il nostro? La storia di Thierry si svolge in Francia, ok, ma un italiano non fatica a sentirla vicina, possibile, verosimile. Tanto che a tratti sembra di assistere a un horror, misto al realismo di scene in cui il montaggio interviene pochissimo, lasciando che la macchina da presa registri a mo’ di documentario.

Non è poi così difficile capire come mai un film del genere non abbia attecchito a dovere, perché in fondo la storia che racconta l’abbiamo vista tante volte, che siano i Dardenne o effettivamente Cantet. Né Brizé dal canto suo dimostra di essere interessato a cose dell’altro mondo, ostentando un’originalità che proprio non gli appartiene. Eppure La Loi du Marché colpisce, perché, pur nel suo reiterare discorsi già fatti, aggiunge un personaggio che vale la pena conoscere. E se alla fine andrà come sembra, ossia con la Palma a Lindon, non si potrà gridare ad alcuno scandalo: il film è lui, in tutto e per tutto.

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Come filmare il rapporto tra l’individuo e il mondo del lavoro? La legge del mercato, il gran bel film francese passato in concorso a Cannes 2015, più che mostrare il disagio, lo filma come effetto sulle reazioni del protagonista. A 51 anni, dopo essere stato disoccupato per 20 mesi, Thierry inizia un nuovo lavoro che lo mette però davanti a un dilemma morale. Può fare finta di niente e subire i suoi crudeli meccanismi oppure no?

Stéphane Brizé, al settimo lungometraggio, lavora ancora sul corpo di uno strepitoso Vincent Lindon, premiato come miglior attore sulla Croisette, dopo Mademoiselle Chambon e soprattutto l’ottimo Quelques heures de printemps in cui è un uomo che torna a vivere con la madre dopo aver scontato 18 mesi di carcere e scopre che la donna è affetta da un male incurabile.

Il film è come suddiviso in diversi quadri, di diversa durata. Macchina da presa fissa o che si muove impercettibilente, lo stesso senso di chiusura del film precedente dove il rigore del piano è già un elemento che nega ogni via di uscita. Anzi, costringe Thierry a stare anche troppo vicino agli altri personaggi, come attaccato, come se oltre le parole si sentisse anche il peso della presenza fisica. Tutta l’ultima parte, dove clienti e dipendenti vengono controllati nella stretta stanza del centro commerciale, trascina davvero dentro la claustrofobia di una situazione dove il protagonista si trova sul limbo, tra l’essere dentro e fuori il sistema. Tra questi il piano dell’uomo anziano, che ha sottratto della merce ma non si può permettere di pagarla, segno delle difficoltà sempre più crescenti che contagiano l’individuo comune, con una potenza documentaristica efficace come quella dei migliori lavori sulla crisi economica. E questa traccia attraversa tutto il film e anche nel modo di filmare gli ambienti non si avverte nessuna manipolazione da set. Lindon infatti è l’unico attore professionista in mezzo ad altri che non lo sono: agenti della sicurezza, banchieri, cassiere. E la sfera professionale convive anche con quella umana. La dimensione intima prevale prima di tutto: le scene a cena col figlio disabile, i corsi di ballo.

“Quante gocce d’acqua ci sono in un bicchiere vuoto?” chiede il figlio ai genitori. Forse è una domanda decisiva che s’inquadra col senso di tutto il film. Vincent Lindon è come un cavaliere che si muove nel deserto. Recita ancora più con i gesti e i silenzi che con le parole. Solo Jean Gabin, prima di lui, era capace di farlo con questa naturalezza. Ma è anche un pugile che riceve colpi ma poi non si tira indietro per darli.
Un’altra variazione rispetto ai Dardenne di Due giorni, una notte o Laurent Cantet di A tempo pieno. Un po’ più freddo di questi due film ma non per questo meno intenso.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

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