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Kung Fu Panda 3

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Il perfido Kai, supremo signore della guerra di tutta la Cina, trova il modo di sfuggire al regno degli spiriti dove l’aveva esiliato il suo ex fratello di armi Oogway, ed è intenzionato ad attaccare la valle e distruggere il palazzo di giada per carpire il chi – l’energia che anima tutte le cose viventi – dei suoi nemici. Per fermarlo il destino richiede l’intervento del guerriero dragone: e chi altri è il guerriero dragone se non Po, il panda cinese versato nelle arti marziali già protagonista dei primi due episodi della saga di Kung Fu Panda? Ma Po è ancora lontano dal dominare il suo chi, e dall’aver capito chi sia: non aiuta il fatto che è cresciuto senza genitori e chiama papà un’oca affettuosissima ma visibilmente non appartenente alla sua specie.
Il percorso verso la conoscenza di sé per Po comincerà a dipanarsi proprio quando si farà vivo suo padre naturale Li, che gli rivelerà l’esistenza di un villaggio segreto dei panda e lo avvierà verso la riscoperta del suo appartenere alla specie degli orsi cinesi. Ma ci vorrà tutto il cuore e il coraggio di Po – nonché l’aiuto del saggio Shifu, dei Cinque cicloni e di entrambi i suoi papà – per fare fronte alla minaccia di Kai. E la riscossa passerà per un’arte (non marziale) per la quale Po non credeva di possedere alcun talento: l’insegnamento.
Se questa trama può sembrare complicata, l’ora e mezza di narrazione filmica riesca a rendere Kung Fu Panda 3 comprensibile anche ai più piccoli attraverso quella reiterazione variegata ma sistematica che sta alla base di ogni insegnamento efficace. L’altra chiave della comprensibilità della storia – e dell’efficacia della narrazione filmica – è la leggerezza con la quale Kung Fu Panda 3 affronta temi filosofici (e religiosi) piuttosto pesanti. Come negli episodi precedenti, la marcia in più è la velocità: l’azione è sempre fulminea ed elegante come una mossa di kung fu, l’uso di tecniche di animazione (e cinematografiche) miste, come il passaggio dalle immagini in 3D a quelle in 2D, dalla graphic novel all’iconografia tradizionale cinese, ma anche l’uso dello split screen, del ralenti e dell’accelerazione improvvisa, rendono lo svolgimento della storia fluido e spedito.
L’unione di forze dietro la cinepresa, dove troviamo ancora una volta la coreana Jennifer Yuh ora coadiuvata dall’italiano Alessandro Carloni, supervisore artistico dell’intera triade (nonché di Dragon Trainer), è un binomio yin e yang, una fusione armonica fra estetica (ed etica) orientale e tecniche spettacolari occidentali.
Alla produzione c’è come sempre Guillermo Del Toro, garanzia di qualità e di coerenza stilistica della saga. Il risultato è una storia complessa ma accessibile, emotivamente coinvolgente (si veda la sottotrama che riguarda la coesistenza di due padri in assenza della madre, molto attuale di questi tempi), ricca di ironia gentile e di umorismo delicato. Un invito all’autoconsapevolezza e al dominio di se stessi che non diventa mai sermone moraleggiante.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

 

Proprio quando Shifu chiede a Po di sostituirlo come Maestro dei Cinque Cicloni, si presenta in città Li Chan, il panda vero padre di Po. Il nostro eroe deciderà di seguirlo e di incontrare l’ultima comunità di panda esistente: ha bisogno di ricongiungersi alle sue origini per fronteggiare la minaccia del terribileKai, in arrivo dal Regno degli Spiriti, con l’intenzione di rubare il mistico Chi di ogni Maestro e diventare una minaccia per il mondo intero.

Gli ultimi anni sono stati difficili per la DreamWorks Animation: in un mercato di folle concorrenza, tra Pixar, Disney, Illumination Entertainment e Sony Pictures Animation, l’azienda cofondata da Jeffrey Katzenberg era inciampata nei flop diTurbo o Mr. Peabody & Sherman, o risultati inferiori alle aspettative come I Pinguini di Madagascar. Dopo una ristrutturazione e una strategia produttiva più serrata, sostenuta dalle ciambelle di salvataggio di Croods e dei due capitoli di Dragon Trainer, la DreamWorks si affida al suo franchise più amato dopoShrek per ricongiungersi col pubblico, sballottolato in una così affollata offerta:Kung Fu Panda. Il peloso beniamino è anche il migliore per sedurre le platee cinesi: per il colossale boxoffice cinese il labiale delle battute di questo nuovo capitolo è stato rianimato sul doppiaggio in mandarino!

Kung Fu Panda 3 segna l’esordio come coregista di lungometraggio dell’italianoAlessandro Carloni, che si è affiancato alla Jennifer Yuh Nelson già autrice in solitaria del secondo atto, uscito ben cinque anni fa. Il film è sostanzialmenteirreprensibile, a meno che non si pretenda a tutti i costi da un prodotto di questo tipo la sfrenata ambizione sociale o psicologica mostrata da Inside Out oZootropolis. Il team DreamWorks ha sempre saputo cosa vuole: protagonisti simpatici con cui creare un’empatìa che renda entusiasmante anche la storia più lineare e leggera. I colpi di scena, la suspense e le gag divaganti da soli non potrebbero infatti mai prendere sul serio in contropiede lo spettatore più navigato.

Il lavoro di animatori e doppiatori originali, nel dar vita a Po e suo padre Li, valorizzano i caratteri però in ogni situazione, trasmettendo allegria e mantenendo il ritmo sempre molto alto, anche troppo, forse per essere sicuri di non annoiare mai. I Cinque Cicloni recuperano un senso narrativo che avevano un po’ smarrito per strada nel secondo capitolo, e il ruolo del padre adottivo di Po, la divertente oca Mr. Ping (il personaggio preferito di chi scrive), è emotivamente centrato nell’economia di questa particolare vicenda. L’aspetto tecnico sorregge queste dinamiche interpersonali con sufficiente espressività, mentre regia e direzione artistica li inframmezzano a sequenze dinamiche e visionarie che respirano una figuratività vibrante: tra movimenti di macchina vertiginosi e inquadrature evocative, il film è molto bello da guardare.

Probabilmente Kung Fu Panda 3 non lascerà il segno come suoi recenti concorrenti, ma non ci obbliga ad accontentarci delle occasionali uscite paratelevisive in cui ogni tanto ci si imbatte in sala, garantendo un alto livello di professionalità.

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

 

A ben 5 anni di distanza dal suo predecessore, Kung Fu Panda 3 arriva nei nostri cinema carico di entusiasmo ed aspettative. I motivi sono molteplici, in primis il successo del pandaPo, subito salito sul podio dei più amati personaggi (non disneyani) a cartoni animati. Po, con il suo aspetto bonario ed il suo desiderio di riscatto si è dimostrato sin da subito un personaggio con il quale è semplice identificarsi, complice anche quell’atteggiamento un po’ nerd che pervade il personaggio quando questo si confronta con le sue passioni (spesso con risvolti spassosissimi). In secundis c’è un problema non da poco, ossia le cattive acque in cui la Dreamworks Animation naviga da un po’ di tempo a questa parte, specie da quando la concorrenza si è fatta molto più aggressiva in termini di uscite e di successi portati a casa. Dopo il parziale insuccesso de “I Pinguini di Madagascar” ed il vero e proprio flop di “Mr. Peabody & Sherman”, Dreamworks punta allora sul sicuro, riportando Po al cinema nel tentativo, forse disperato, di riacquistare credito preso il proprio pubblico. Il messaggio è chiaro sin dai primi istanti del film quando Po prenderà posto sulla luna del logo al posto del celebre bambino a pesca. Un richiamo, forse volontario, all’importanza che il personaggio ha per la casa di produzione.
Ambientato, ancora una volta, nella calda e quieta Valle alle pendici del Palazzo di Giada edificato dal fu Maestro Oogway, Kung Fu Panda comincia proprio ri-presentando quest’ultimo, ormai in pace nel regno degli spiriti dopo aver lasciato la terra dei vivi nel primo capitolo della serie. Qui Oogway ritroverà un suo vecchio fratello d’armi, poi separatosi da lui da nemico, il potente Kai deciso più che mai a conquistare tutto il “Chi” dei maestri defunti per tornare, poi, a reclamare il mondo dei vivi. L’arrivo di Kai sulla terra coinciderà però anche con un nuovo incarico per Po, quello di Maestro. Succeduto a Shifu, sempre alla ricerca della propria pace interiore, Po si troverà non più al comando, ma alla guida dei Cinque Cicloni, con risultati a dir poco disastrosi. Triste per il proprio fallimento, ed in cerca di un proprio posto nel mondo, Po non sarà sconvolto dolo dall’arrivo di Kai, ma da un più gioioso ritrovamento che pareva impossibile: quello del suo vero padre, il panda Li Chan, misteriosamente arrivato nella Valle proprio alla ricerca di suo figlio.

“Se voglio dominare me stesso, devo prima accettare me stesso; procedendo d’accordo e non contro la mia natura.”

La prima cosa che salta all’occhio i Kung Fu Panda 3, prima ancora delle sue ottime doti di intrattenimento, è la ricchezza della sua resa visiva, tale che le già bellissime animazioni sono oggi più che mai impreziosite da effetti luminosi e trovate artistiche che, ripescando appieno dall’iconografia cinese e giapponese, calzano al film come un nuovo e ammirevole vestito. La cosa è evidente sin da subito, quando nei primi minuti il bellissimo combattimento “introduttivo” corteggia i sensi dello spettatore con un impareggiabile spettacolo visivo. Dreamworks, in effetti, ha deciso di rivolgersi ad un gran numero di consulenti orientali per la sua produzione e, sebbene non ci sia stato (pare) alcun investimento sul fronte cinese, Kung Fu Panda 3 è – di fatto – il primo film della compagnia sviluppato a braccetto con la Cina e la cosa, francamente, si vede. Seppur la serie fosse già ricca di vaghi riferimenti alla cultura orientale, Kung Fu Panda 3 è un film più che mai ricco di rimandi alla cultura ed alla filosofia cinese da cui prende in prestito anche lo stesso concetto di Chi, a dir poco fondamentale per la trama, e qui finemente utilizzato anche a favore della comprensione dei più piccini in sala. Questo perché, come si diceva, Kung fu Panda 3 è su tutto un ottimo film di intrattenimento, con un ritmo ben cadenzato e mai noioso, spesso intramezzato da spettacolari combattimenti a colpi di kung fu, ma anche da trovate della sceneggiatura decisamente più mature sebbene, è il caso di dirlo, non pienamente sviluppate. Il rapporto di Po con due padri, l’originale astio tra i due genitori, le difficile meccaniche che tra i tre vanno instaurandosi nel film, sono un argomento di per sé complesso, ed anche decisamente sensibile se si pensa al particolarissimo periodo in cui il film arriva in sala. Il film sceglie tuttavia di non barcamenarsi troppo in facili moralismi, scegliendo semplicemente di parlare del rapporto genitore-figlio, senza che l’idea di due padri sia troppo d’intralcio per lo spettatore.

Il film, insomma, tratta il tutto molto delicatamente, senza alcuna pretesa di complessità e, purtroppo, senza neanche approfondire troppo la questione. Per fare un confronto immediato, siamo ad esempio molto distanti dalla politica attuata con Zootropolis/Zootopia, che sceglie invece di marcare molto l’aspetto “morale” della sua trama lasciando allo spettatore un messaggio su cui riflettere ben oltre l’uscita dalla sala. Agli antipodi, Kung Fu Panda 3 si propone invece come un film molto più schietto, dedicato squisitamente all’intrattenimento del pubblico, e con una trama (ed una morale) che servono unicamente al film, lasciando sicuramente un qualcosa di più immediato ma di certo meno durevole rispetto al succitato campione Disney. Il film è comunque avvincente e godibilissimo, giocoforza la simpatia dei suoi personaggi, ormai autentiche icone per gli spettatori di tutte le età, nonché il già citato profilo tecnico e artistico che rende la produzione all’altezza delle aspettative e della concorrenza.

Voto: 7,5 / 10

Raffaele Giasi, da “staynerd.com”

 

 

 

Po incontra il suo padre naturale e viene condotto nella valle segreta dei panda. Riuscirà a trovare, oltre alle sue origini, anche il segreto del Chi, per sconfiggere un nemico tornato dal mondo degli spiriti ?

Gira voce che il Partito Comunista Cinese non abbia preso bene il primo “Kung Fu Panda”. Non che non fosse piaciuto, anzi il contrario. La domanda era “Perché non l’abbiamo fatto noi?”. E così leggenda vuole che proprio “Kung Fu Panda” abbia dato il via al piano di sviluppo cinese di blockbuster, piano che ha avuto il suo trionfo questo inverno quando durante le celebrazioni del Nuovo Anno cinese “The Mermaid” di Stephen Chow ha incassato più nella sua prima settimana in Cina di quanto “Star Wars: Il risveglio della forza” abbia incassato nella sua prima settimana in Usa (rileggete la frase)  e nelle due settimane precedenti il campione del box office cinese era stato “Kung Fu Panda 3”, nel frattempo diventato una coproduzione Usa-Cina.

“Kung Fu Panda 3” è un capolavoro tecnico di animazione per vari motivi. La scelta di ambientare parte della storia nel “mondo degli spiriti” permette invenzioni visive spettacolari, e altrettanto efficaci sono la sequenza a molti strati bidimensionali per il flashback della pergamena e quella a palette ridotta per la classica sequenza dell’allenamento. L’uso dello split screen è più che raffinato, i movimenti di camera durante l’azione perfetti, la tangibilità dei protagonisti impressionante (la mano di Tigre sulla spalla di Po, i primi piani di Shifu), insomma: un piacere per gli occhi. Nel comparto narrativo le solite certezze: non solo la relazione tra Po e il suo padre adottivo raggiunge nuove vette, ma Shifu e Tigre si confermano i migliori ruoli di Dustin Hoffman e Angelina Jolie dell’ultimo decennio. Però l’aggiunta di due nuovi pezzi da novanta nel cast (JK Simmons a fare il cattivone e Bryan Cranston a fare il padre naturale di Po), in realtà non dà risultati drammatici eccezionali. Entrambi gli attori/personaggi si esibiscono più che altro in gag comiche – bella quella del cattivo che torna dopo cinquecento anni e nessuno più si ricorda chi è, bellissima quella di padre e figlio che fanno gli scemi nella stanza dei cimeli del kung fu. Gli spunti drammatici del film, dal ritrovamento del padre/delle origini alla questione del Chi come compimento del kung fu, servono infatti nel film più che altro come pretesti per mandare avanti la storia, e non mancano alcuni passi falsi (il personaggio della panda ballerina). Anche il finale è, come in quasi tutti i blockbuster, tanto roboante quanto confuso, ma si accetta perché la prospettiva è sostanzialmente spettacolare/umoristica. Ecco va detto che “Kung Fu Panda 3” è un bel film dove i bambini e gli adulti ridono ogni cinque minuti, il che, dopo la svolta letteralmente cerebrale della Pixar, è una bella boccata d’aria fresca. Inoltre per gli estimatori di arti marziali, come chi scrive, i combattimenti di Kung Fu Panda continuano ad essere tra i migliori che si vedano nei blockbuster, spanne sopra ai vari schiaffoni alla cieca tra supereroi. Tacendo delle prodezze di Po, basti dire che Tigre si esibisce perfettamente in due classici: il combattimento “con la mano dietro la schiena” e il combattimento “proteggendo il bambino”.

Suona strano, ma possiamo dire che Kung Fu Panda con la coproduzione è effettivamente diventato più cinese. Secondo la tradizione locale, ad esempio, viene data molta importanza ai paesaggi, e ci sono tipiche note di quello che ai nostri occhi appare kitsch orientale (petali di ciliegio OVUNQUE). Vengono citati i classici degli Shaw Brothers (la trilogia della 36a camera dello Shaolin) ma anche successi del cinema cinese recente (palesemente, “Kung Fusion” del già citato Stephen Chow). Sopra a tutto, non può essere casuale che l’ingresso della Cina nella produzione sia associato alla centralità del tema confucianissimo della Scuola. Il tema della Scuola è tanto amato da essere il filo conduttore di tutte le pellicole dedicate al personaggio principale del cinema cinese d’azione contemporaneo, cioè Yip Man, il maestro di Bruce Lee, interpretato in una trilogia di successo da Donnie Yen ma anche  da Tony Leung nel bellissimo “The Grandmaster” di Wong Kar Wai. Le scene di allenamento collettivo di “Kung Fu Panda 3” non solo potrebbero essere prese da uno qualunque di questi film, ma sono la realtà quotidiana della Cina e delle grandi comunità cinesi sparse per il mondo.

Tornando a noi: l’ultima produzione della (Oriental) Dreamworks è uno spettacolare film di animazione, un divertente cartone per bambini, un ottimo film di arti marziali. “Kung Fu Panda 3” magari non raggiunge nuove vette, ma certo non tradisce.

Voto: 7 / 10

Alberto Mazzoni, da “ondacinema.it”

 

 

Continua, con la gioia di grandi e piccini, la sorprendente avventura di Po, il paffuto panda cinese bianco e nero, aspirante esperto in arti marziali. Ormai l’esilarante personaggio animato, diventato Guerriero Dragone in “Kung Fu Panda”, primo film della strepitosa saga, per poi scoprire i segreti delle sue origini misteriose e liberare la forza che lo condurrà al successo in “Kung Fu Panda 2”, chiude in questo “Kung Fu Panda3” il suo ciclo di avventure. La novità, in questo terzo episodio, è il ritorno del padre di Po, Li Chan, che abbondonò il figlio in un tempo remoto per forze maggiori. Po verrà condotto da suo padre in un segreto villaggio paradisiaco abitato da tanti spassosissimi panda ed è lì che Po saprà di appartenere alla specie degli orsi cinesi. In “Kung fu Panda 3” la figura del malefico assume le sembianze di Kai, spirito super cattivo, proveniente dal regno degli spiriti ed intenzionato ad attaccare la valle della Pace per distruggere il palazzo di Giada. Kai è spietato. Ha le fattezze di un mastodontico alce dalle gigantesche corna. Molto astuto ed abile nella lotta, questo mostro orrifico sconfigge tutti i più famosi maestri di kung fu, compreso il saggio Shifu. Ma c’è una cosa che distingue questo perfido personaggio ed è che si appropria del “chi “, la forza interiore di ognuno delle sue vittime, linfa vitale dell’esistenza. Po, Guerriero Dragone, dovrà sconfiggere questo spirito malvagio. Ma come farà Po che non ancora sa veramente lui chi è e di conseguenza non conosce il suo chi? La saggezza di Shifu, il sostegno di entrambi i papà e dei leggendari cinque Cicloni porteranno Po verso la strada della vittoria attraverso la costanza dell’umiltà di apprendere, per arrivare alla consapevolezza di sé stesso ed alla riconciliazione con quel passato che gli appartiene. Jennifer Yuh Nelson è la regista fedele delle storie di Po, qui affiancata da Alessandro Carloni, supervisore artistico già in “Kung Fu Panda 2”. La regia, la sceneggiatura di Glenn Berger, nonché l’impiego di tecnologie d’avanguardia curate minuziosamente nei dettagli, come l’unione dell’animazione 2D e 3D ispirata ad un antico rotolo cinese che rende l’idea di un dipinto animato, l’uso sapiente del ralenti che cambia in accelerazioni fulminee spiazzando lo spettatore nelle vorticose scene di combattimento, garantiscono a questo ultimo episodio della saga una fluidità solida e convincente. Nell’ineluttabile confronto-scontro tra il bene ed il male, rispettando lo yin e yang nella concezione orientale, la storia dell’umile ed entusiasta orso cinese bicolore dagli occhi dolcissimi, si coniuga con quel pensiero filosofico che riconosce l’universalità di sentimenti edificanti. L’aver ritrovato l’affetto di Li Chan, suo padre naturale, restando fedele figlio di quell’oca premurosa (la diversità in quella goliardica tribù dei panda) che gli ha fatto da padre adottivo, la preziosa collaborazione dell’esercito dei panda, nuovo di zecca, portano Po ad avere la coscienza di una forza sicura su cui contare. E sarà nel Regno degli Spiriti, una realtà senza tempo, che Po avrà l’assoluto riscatto di sé stesso. Etica ed estetica, stile e resa coinvolgente della storia, garantiscono la riuscita totale di questo delizioso prodotto della DreamWorks Animation accessibile ad un pubblico di piccoli spettatori già dall’età di sei anni.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

 

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