Bridge-of-Spies-2015

Il ponte delle spie

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Marianna Cappi

Brooklyn, 1957. Rudolf Abel, pittore di ritratti e di paesaggi, viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. La democrazia impone che venga processato, nonostante il regime di guerra fredda ne faccia un nemico certo e terribile. Dovrà essere una processo breve, per ribadire i principi costituzionali americani, e la scelta dell’avvocato cade su James B. Donovan, che fino a quel momento si è occupato di assicurazioni. Mentre Donovan prende sul serio la difesa di Abel, attirandosi l’incomprensione se non il disprezzo di sua moglie, del giudice e dell’opinione pubblica intera, un aereo spia americano viene abbattuto dai sovietici e il tenente Francis Gary Powers viene fatto prigioniero in Russia. Si profila la possibilità di uno scambio e la CIA incarica Donovan stesso di gestire il delicatissimo negoziato.
L’intro hitchcockiano cede man mano il passo ad uno svolgimento sempre più letterario, dove il racconto è già leggenda e ancora incertissimo presente, come esemplifica l’immagine tombale del muro di Berlino; e dove il Donovan di Tom Hanks sembra rispondere al paradigma dell’everyman, cappotto cappello ombrello, se non fosse che, nel cinema di Spielberg più che mai, l’apparenza in qualche modo inganna.
Donovan è infatti qualcuno che incarna il mestiere che fa, lo onora come una “professione”. Non si occupa di giustizia, è un giusto. Se a lui appare incredibile che il suo assistito non si preoccupi visibilmente del suo destino, all’altro appare inizialmente inverosimile che l’avvocato non voglia sapere la verità sulla sua colpevolezza o innocenza. “Servirebbe?” No. Per lui, che ha già fatto il proprio dovere in Normandia (salvando ilsoldato Ryan), ogni uomo è importante, ogni vita. Donovan non vede Abel innanzitutto come una spia, un russo, un nemico: sceglie di guardarlo come una persona. Man mano che lo conosce, gli darà un colore e una profondità, fors’anche quella dell’amicizia o dell’ammirazione, ma la scelta riguardo allo sguardo da adottare l’ha fatta in partenza. Come il regista.
Lo dice bene la prima inquadratura, nella quale Abel sta dipingendo il suo autoritratto, con l’ausilio di uno specchio. L’immagine nello specchio e quella sulla tela sono immagini della stessa persona, ma non sono identiche. La prima riflette una superficiale obiettività, la seconda reca traccia del tempo e dei pensieri intercorsi nelle ore del fare, e soprattutto reca traccia del suo autore. Non conta quello che di te penseranno gli altri, dirà Donovan al soldato Powers, ma “quello che sai tu”. Consegnando all’avvocato il dono del finale, Abel gli sta dunque dicendo: “ti conosco, so chi sei”, ed è questo il riconoscimento che più può soddisfare uno come Donovan; di quello pubblico, teletrasmesso, può fare anche a meno, può dormirci su.
In un’epoca come la nostra, di sospetti quotidiani, intercettazioni isteriche, identificazioni affrettate di un uomo col suo credo, il suo abito o la sua provenienza, Il ponte delle spie è un film di bruciante attualità, profondamente consapevole della dignità della professione artistica e della sua funzione sociale.

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Passata l’abbuffata di Star Wars queste settimane natalizie non riservano per l’appassionato cinefilo particolari emozioni: a parte un nuovo Woody Allen e qualche film d’animazione, è tutto un ammassarsi d’indigesti cinepanettoni (anche soltanto uno, sarebbe già troppo), e commedie di dubbio gusto.

Per fortuna, ci pensa lo zio Steven Spielberg a riscaldare i nostri cuori di spettatori e farli battere come raramente succede.

Basta una sola visione per capire che Il ponte delle spie (Bridge of spies) è una pellicola senza tempo: un nuovo classico che ha tutte le carte in regola per fare incetta di premi, e che dimostra quanto la nostra epoca abbia un disperato bisogno di belle storie ben raccontate.

Ed è questo ciò che Spielberg fa da più di trent’anni: raccontarci storie importanti con una voce unica, capace di toccare le nostre corde più profonde, senza mai risultare retorico, pedante o reazionario. Roba per pochi. Roba da maestri.

Il ponte delle spie è una spy story basata su fatti realmente accaduti ma è anche un dramma giudiziario intenso e vibrante, contaminato da un inaspettato tocco di black humor dovuto, chiaramente, alla revisione dello script originale di Matt Charman, realizzata dai terribili fratelli Cohen.

Il film si apre nella New York del 1957, più precisamente a Brooklyn. Rudolf Abel (Mark Rylance), viene catturato dall’FBI con l’accusa di essere una spia sovietica.

A difenderlo è chiamato l’avvocato James Donovan (Tom Hanks), scelto dal suo studio per essere un uomo dai saldi principi, perfetto per salvaguardare l’immagine degli Stati Uniti come del paese che agisce nel pieno rispetto dei diritti di tutti i cittadini, compresi quelli più scomodi.

Donovan è inizialmente riluttante ad assumere l’incarico per le ripercussioni che il processo potrebbe avere sulla sua immagine e sulla sua vita famigliare: essere l’avvocato di una spia russa, in piena Guerra Fredda, non è certo un compito molto ambito.

Ben presto, però, il caso e la figura di Abel cominciano ad appassionarlo. Mentre tutta l’America lo vorrebbe vedere condannato a morte, Donovan si butta a testa bassa in una battaglia legale che finirà per creare tensioni all’interno del suo stesso studio e a fare di lui il nuovo bersaglio dell’opinione pubblica.

All’avvocato, questo, poco importa: mentre tutti si preoccupano delle apparenze e di salvaguardare l’immagine degli Stati Uniti, lui bada alla sostanza. Donovan vede da subito in Abel qualcosa che agli altri sfugge: la dignità di un essere umano che non si piega alle circostanze.

Ma proprio quando la spia russa è salvata dalla sentenza di morte l’aereo del tenente americano Francis Gary Powers viene abbattuto in suolo sovietico ed il pilota fatto prigioniero. L’America, grazie alla lungimiranza di Donovan, si trova ora ad avere tra le proprie mani un’importante asso nella manica.

La CIA decide di mandarlo in segreto a negoziare il complicato scambio dei due prigionieri in una Berlino scissa a metà dal muro appena costruito. A complicare ulteriormente il quadro è lo sprovveduto studente Frederic Pryor che, dopo essersi trovato dalla parte sbagliata del muro, finisce con l’essere anch’egli imprigionato…

Donovan, straniero in terra straniera e ostile, cercherà di salvare entrambi, nonostante le pressioni della CIA (interessata soltanto al pilota ed ai suoi preziosi segreti militari) ed i continui scontri tra russi e tedeschi.

Se la regia del film è perfetta (incipit e finale lasciano senza fiato) a fare la differenza è certamente la mano dei Cohen brothers.

Il loro contributo si palesa nei dialoghi incisivi e brillanti, nel sottile humour nero che permea tutta la pellicola e nella caratterizzazione di tanti comprimari, in particolare nella parte ambientata a Berlino: la pittoresca famiglia di Abel è 100% farina del loro sacco, così come i grotteschi negoziatori con i quali Donovan si trova a contrattare.

Ma ad essere “coheniana” sino al midollo è soprattutto la figura del colonnello Rudolf Abel:personaggio sottilmente ironico e dall’aplomb ineccepibile, interpretato da uno stupefacente Mark Rylance, che, con una prova in sottrazione ed un interpretazione magnificamente compassata, rischia spesso di rubare la scena al pur ottimo Tom Hanks.

Quest’ultimo, d’altra parte, il ruolo dell’everyman ce l’ha ormai cucito sulla pelle: chi meglio di lui avrebbe potuto interpretare l’avvocato James Donovan? Un uomo giusto che ama il suo Paese ma, ancor di più, i valori che esso dovrebbe incarnare, pronto a rischiare la vita pur di compiere il proprio dovere.

Con Il ponte delle spie Spielberg è riuscito a fare incontrare il cinema classico e rassicurante di Frank Capra con la scrittura scoppiettante ed imprevedibile dei Cohen, veicolando un messaggio politico potente senza mai peccare di buonismo o superficialità.

Perché, quando Donovan legge negli occhi di Abel la sua stessa umanità e decide di fare la cosa giusta, comportandosi come un “uomo tutto d’un pezzo”, non resta praticamente più nulla da aggiungere. Se non uno scrosciante e lunghissimo e applauso.

Fabio Chiesa, da “sugarpulp.it”

 

 

Rudolph Abel (Mark Rylance) è intento a dipingere il suo autoritratto, mentre viene inquadrato attraverso il riflesso di questa doppia immagine restituito dallo specchio che gli sta di fronte. Una relazione percettiva che sembra ripetersi nei rispecchiamenti che attraversano tutto l’ultimo film di Steven Spielberg ma con un procedimento non così simmetrico come può sembrare. Di quell’immagine palindroma rispetto alla realtà rimane appunto una rifrazione, un’eco che rimbalza altrove e quando non ne sospende il senso, la muta in qualcosa di diverso. Prima ancora che Abel sia catturato per la sua presunta attività come spia Sovietica negli Stati Uniti del 1957, lo vediamo trafficare “en plein air” con una moneta dentro la quale si nasconde un foglietto cifrato di cui non conosceremo mai il contenuto, nonostante l’esame ottico dello stesso venga filmato in dettaglio da Spielberg. Un oggetto simile ma con un punteruolo avvelenato all’interno sarà consegnato nelle mani di Francis Gary Powers (Austin Stowell); da utilizzarsi nel caso venga catturato dai sovietici durante una ricognizione aerea sopra il territorio nemico. Anche in questo caso ad essere esasperata è la posizione cruciale dell’oggetto, pretesto narrativo per puntare sull’aspettativa, salvo poi depotenziarla, deviarne il significato o scoprire che la scatola è vuota, come per i Mcguffin hitchcockiani. Su questi motivi interrotti, ma che allo stesso tempo si moltiplicano per contagio, come il raffreddore perenne che colpisce Abel e poi si estende a tutti i personaggi incluso l’avvocato Jim Donovan (Tom Hanks) quasi ad accomunarli nella più comune e grottesca delle fragilità, Spielberg gioca continuamente elaborando sulla struttura del cinema classico che ama (Capra, Ford, Hawks) un livello conversazionale che oscilla tra motto di spirito e un’idea di cinema sempre più rara, dove l’immagine è chiarissima e allo stesso tempo aperta a molteplici possibilità rispetto al suo significato letterale, basta pensare alla simmetria rovesciata che sovrappone lo stesso punto di vista mentre inquadra un gruppo di fuggitivi freddati nel tentativo di scavalcare il muro di Berlino, e quello stesso movimento nella corsa di tre ragazzini che oltrepassano la rete di un cortile americano. La stessa tensione combina commedia e noir nello scambio alla frontiera tra est e ovest. Mentre Abel informa Donovan sui due gesti possibili a cui associare la sua salvezza o al contrario una condanna a morte, i negoziati paralleli con Wolfgang Vogel (Sebastian Koch), l’avvocato impiegato dalla Stasi e più volte citato nelle opere di John le Carré, vengono liquidati da Spielberg con una stretta di mano negata. A questa gag si contrappone la scomparsa di Abel nella notte, seduto sul sedile posteriore dell’auto russa, senza che ci sia alcuna possibilità di conoscere il suo reale destino. Come nella sequenza di Schindler’s List dove la sedia posta sotto ai piedi di Amon Goeth viene presa a calci più volte per ultimare l’impiccagione dell’ufficiale nazista, il regista americano sovrappone la cornice situazionale della commedia alla tragedia più oscura, puntando alla persistenza del punto di vista come unica possibilità di interpretazione della Storia, dalla ricerca di un possibile stato di diritto che torni a fondare il dialogo e la verità oltre la ragion di stato, fino alla dimensione ottica che si sovrappone a quella testimoniale dello sguardo “puro” senza alcuna mediazione. La dinamica della scoperta rimane sempre al centro del cinema di Spielberg, sia che si tratti dello sguardo gettato oltre l’orizzonte di un binario sul quale viaggia un treno in corsa, agente di orrore o al contrario di profonda commozione, sia che questo stesso movimento venga allineato a quello di un carrello che attraverso i resti di una colazione ministeriale ci riveli i segni del potere. A questa flagranza, come accadeva in Catch me if you can, si contrappone il ruolo ambiguo della documentazione e di tutti quei segni legati alla rappresentazione. Dai grandi sistemi ottici posti sotto gli aerei per fotografare il suolo nemico al ritratto ad olio come connubio tra Storia e irriducibilità individuale, Spielberg rileva la presenza di una verità altrimenti indicibile, proprio in quel crocevia che può consentire una sovrapposizione con la sua stessa falsificazione simulacrale frutto di un punto di vista più vero del vero, come un vasetto di marmellata acquistato all’angolo. Più di uno specchio allora, il chiasmo come incrocio tra immaginazione e Storia.

Michele Faggi, da “indie-eye.it”

 

 

Più americano, più classico, più Spielberg di così forse non ce n’è. Ma non mi sembra affatto una brutta notizia, anzi, a meno che non siate tra coloro che hanno odiato War Horse per quello che è o snobbato Lincoln perché tedioso. Buona notizia anche per voi: mi pare che Il Ponte delle Spie sia però assai più divertente e ironico dei precedenti.

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Il Ponte delle Spie è l’ennesima dimostrazione di tante cose, e per questo è rassicurante. Ma non nella maniera reazionaria che ci si può immaginare: trovare un film così classico, che a tratti sembra uscito dritto dagli anni 50, e che funziona benissimo per tutta la famiglia, non è più cosa di tutti i giorni. Può una cosa non scontata essere reazionaria? E sempre di uno spy movie si tratta!

Questa è innanzitutto l’opera di un maestro che sa benissimo cosa vuole dire e come lo vuole dire, con una sicurezza e persino leggerezza (anche nell’essere retorico) che lasciano davvero a bocca aperta, oggi più di ieri. Perché i tempi sono cambiati, il cinema stesso è cambiato, eppure un film come Il Ponte delle Spiesembra senza tempo. Un classico, appunto.

L’inizio è una lezione di regia vera. Ci viene introdotto Rudolf Abel prima che venga catturato dall’FBI nella stanza di un albergo con l’accusa di essere una spia sovietica. Prima che questo avvenga c’è tanto movimento, con Rudolf che se ne va dal suo appartamento, e viene poi inseguito e perso più volte nella folla dagli agenti. Tutta la sequenza è muta: solo rumori e cacofonia della città a fare da teppeto sonoro all’azione. Non sarebbe dispiaciuta a Hitchcock.

Il film si divide poi in due parti: una ambientata a New York e una ambientata a Berlino Est subito dopo la costruzione del muro. Nella prima, l’avvocato James Donovan (Tom Hanks) viene incaricato di difendere Abel: un compito ingrato, vista la Paura Rossa e la reputazione che difendere un comunista potrebbe portargli. Nella seconda, Donovan vola a Berlino Est per negoziare da privato cittadino la trattativa di scambio tra Abel e Gary Powers, pilota americano di un aereo abbattuto dai sovietici.

Le cose per lui si fanno moralmente più complicate quando viene a sapere che un altro cittadino americano è stato catturato: Frederic Pryor, studente di economia a Berlino. Ma la CIA è solo interessata a Powers per questioni di equilibrio politico, mentre Donovan crede che sia giusto riportare a casa anche il ragazzo. Il problema è che Powers è detenuto in suolo sovietico, mentre Pryor è detenuto nell’appena nata DDR. Come negoziare una sola persona per ottenerne in cambio due?

Lo script dei fratelli Coen, che fila liscio come l’olio ed evita volontariamente i meccanismi intricati di altri film di spionaggio (non siamo in zona La Talpa, per chi se lo stesse chiedendo), presenta Donovan come un uomo ordinario che esce dalla staccionata per motivi esterni e gliene succedono di tutti i colori. Ma il personaggio è ovviamente assai più spielberghiano di così: ha una morale e dei principi che vuole difendere a tutti i cosi. È un avvocato, certo, ma è innanzitutto un uomo retto e giusto.

Donovan è anche un padre e un marito, che rischia di mettere in pericolo la famiglia con le sue azioni, ma poi fa di tutto per restare nell’ombra e non mettere moglie e figli in mezzo. Donovan è l’esempio, colui che ha deciso di essere cittadino americano perchè crede nella Costituzione. Descritto così è già un personaggio insopportabile, e invece l’ironia che i Coen gli attribuiscono, e l’interpretazione francamente incantevole e vecchio stile alla James Stewart di Tom Hanks, lo rendono irresistibile.

Non ha l’urgenza politica di Munich, l’atmosfera da capolavoro a tutti i costi diSchindler’s List, e non raggiunge l’amara perfezione di Prova a prendermi. Però non mi pare nemmeno che Il Ponte delle Spie provi a seguire le orme di quei film: semmai, appunto, è una versione assai più rilassata di Lincoln, in cui si ragiona sulla politica come costante trattativa e compromesso anche quando gli ideali sono, appunto, giusti e retti.

Poi ci sono molti dei soliti tocchi di Spielberg, una confezione controllata (fotografia freddissima di Janusz Kaminski e musiche non pompose di Thomas Newmancomprese), una scena sul ponte da incorniciare, e un po’ troppi finali. Ma se il familismo può certo infastidire, fa anche forse credere che sotto nasconda comunque una riflessione su un’epoca.

Voto: 8

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

Di che cosa è fatto un eroe? E per quali motivi viene definito tale? Oggi, se provate a rivolgere domande del genere a un adolescente, probabilmente vi risponderà che maschera, calzamaglia e mantello identificano a prima vista l’eroe, che è tale in virtù dei suoi superpoteri e della capacità di primeggiare in battaglia. Altrimenti, ma qui l’età si alza, c’è il tipo alla James Bond. Sexy, agile, ricco di gadget tecnologici e al di là del bene e del male.
Ma se c’è una cosa che accomuna quell’adolescente cresciuto a pane e Marvel e i suoi genitori che preferiscono storie più plausibili è l’incapacità di pensare l’eroismo nelle forme del tutto anonime di un pacioso signore dalle guance generose, la sciarpa variopinta e il cappotto blu. Un uomo di legge. Di più: uno che le battaglie non le combatte, ma le scongiura. Inoltre: uno realmente esistito.

Solo l’imperturbabile innocenza di Steven Spielberg, che più invecchia e meno cinico diventa (grazie a Dio), poteva pescare dagli archivi della storia il volto comune dell’eroismo, il volto di James Donovan.
Chi era costui? L’avvocato del diavolo nell’America burrosa e paranoica da Guerra Fredda, incaricato di difendere l’indifendibile, una spia russa catturata sul suolo patrio, Rudolf Abel. A lui il regolare processo per salvare le apparenze e ribadire col diritto il primato di uno Stato democratico. Ma per Donovan quel processo deve essere anche giusto, perché non c’è Stato democratico senza primato del diritto. A conti fatti – e non facendo i conti di apparati, familiari e vicini – salverà la vita di un uomo che, come lui, ha servito la complicatissima causa dell’integrità e che a tempo debito servirà da controparte nello scambio con il pilota dell’aereo-spia U2 Francis Gary Powers e lo studente americano Frederic L. Pryor, caduti nelle mani del blocco comunista (URSS e Germania Est).
Donovan si ritroverà suo malgrado in prima linea nella complicatissima partita diplomatica che si terrà in incognito sul campo losco di una Berlino spaccata in due dal Muro. E avrà la meglio sbertucciando servizi segreti di entrambi i blocchi.

Sull’episodio storico vi rimandiamo alla piacevolissima visione del film, che Spielberg dirige con la solita passione e un’invidiabile leggerezza, abbinata al gradevole understatement dello script dei fratelli Coen. Ricostruzione calligrafica del periodo (fine anni ’50) ma efficace, gran duetto d’attori – con Tom Hanks sempre più credibile erede di Jack Lemmon (raffreddato e con il fazzoletto sempre pronto all’uso ricorda il C.C. Baxter de L’appartamento) e il suo sparring partner, Mark Rylance, capace di imprimere umanità e carattere a un personaggio immobile, atono e di poche pose – e attualità a go go: la Guerra Fredda non è in archivio ma di drammatica attualità, senza contare le similitudini con la Guerra al Terrore, dove questioni di natura giuridica, interessi di Stato, odio identitario e uso della tortura rimandano in fondo alla domanda delle domande che riguarda oggi tutte le democrazie minacciate dal terrorismo: è lecito difendersi con metodi che rischiano di snaturare quel che si difende?

La risposta di Spielberg è, ancora più che in Lincoln, nella Costituzione, ovvero in quella Parola che fonda la convivenza democratica e soprassiede alle dispute. Quella Costituzione che rende eroi chi la difende e la incarna, siano essi capi di Stato o semplici azzeccagarbugli. Lo stile visivo serve allora da grancassa a un concerto di voci dissonanti, misura uno spazio (in Lincoln era soprattutto il Congresso, qui l’aula di un tribunale, un’ambasciata, una stanza degli interrogatori) che esiste solo in virtù della retorica che ospita. Appalta l’immaginario al potere della parola più che alla forza delle armi, illuminando un esercito di negoziatori, diplomatici e pontieri (azzeccatissimo titolo Il ponte delle spie) e relegando sullo sfondo militari e 007. Una sfida che Spielberg risolve anche sul piano iconico, ridicolizzando da un lato l’aereo-spia con i suoi inutili congegni ultra-tecnologici e le potentissime macchine fotografiche a scatto simultaneo, e sottolineando dall’altro l’autentico e inoffensivo uso dell’immagine da parte di un nemico appassionato di pittura, quel Rudolf Abel che si congederà da Donovan regalandogli un ritratto, a memoria del reciproco riconoscimento umano.
Di amici – e nemici – così oggi avremmo bisogno.

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

 

Rudolf Abel, pittore, è anche un agente segreto sovietico che, nel 1957, in piena guerra fredda, viene catturato a New York. L’avvocato James B. Donovan (Tom Hanks) accetta a malincuore l’incarico che gli viene imposto di difendere Abel nel processo che segue l’arresto. E’ un incarico scomodo: Donovan si tirerà addosso l’antipatia di tutto il paese; la moglie ne è quasi scandalizzata. Ma Donovan non tarda a prenderlo sul serio, e a viverlo con un senso del dovere che va ben oltre il ruolo formale (e ipocrita) che gli è stato chiesto di interpretare: quello di fornire all’opinione pubblica mondiale l’immagine di facciata di una democrazia che sa riconoscere, anche al peggior nemico, il diritto alla difesa (un diritto che nella tradizione giuridica anglosassone si lega a un principio fondamentale, il due process of law, che è costantemente sotto minaccia: e lo si è visto, specie dopo l’11 settembre, anche in tempi recenti).

La forza motrice di Donovan non sta tanto in un’innata attitudine caratteriale, o in una questione di valori: a spingerlo a difendere seriamente Abel – al quale finirà per affezionarsi – è l’aver riconosciuto in lui un’integrità morale che, forse, gli era sconosciuta. Ed è questo il colpo di genio su cui si regge tutto il film, servito dall’ottima sceneggiatura di Matt Charman cui hanno contribuito i fratelli Coen (la cui mano è evidente soprattutto in leggeri tocchi d’ironia). Abel non nega mai di essere una spia, non si lascia plagiare dalle offerte di collaborazione con il governo Usa. Appare agli occhi di Donovan “un uomo tutto d’un pezzo”. Agli altri, in famiglia, nel corso del processo, Donovan andrà ripetendo che Abel ha dimostrato fedeltà al proprio paese e al proprio lavoro. Ma quel che Donovan ha scorto, che Spielberg ci fa scorgere (anche grazie alla notevole interpretazione di Mark Rylance), non è semplicemente la banale dedizione al proprio lavoro (che potrebbe, per ipotesi, esser stata anche quella di un criminale come Adolf Eichmann, responsabile delle deportazioni nei campi di concentramento nazisti – si veda “La banalità del male” di Hannah Arendt). Rudolf Abel è uomo mite, irreprensibilmente integro nella sua semplicità, e possiede un inusuale senso del fato (ogni qualvolta Donovan gli chiede, stupito dalla sua flemma: “Ma lei non si preoccupa mai?”, Abel dà una risposta memorabile: “…Servirebbe?”). Doti perfette per un agente segreto, certo: ma quello che vediamo sullo schermo non ci appare mai come una spia, ma come un uomo che non ha paura di affrontare la sorte (lo attende, forse, la pena capitale), che non si piega di fronte a nulla. Intimamente convinto, non di essere nel giusto, ma di non essere in errore. Una forza che può smuovere montagne.
E’ l’incontro con questa forza a generarne in Donovan una altrettanto potente, contraddistinta nel suo caso da un alto tasso di idealismo. Le circostanze di lì a breve cambieranno: un aereo spia U2 verrà abbattuto in Urss; il pilota, Gary Powers, fatto prigioniero. Abel, già condannato, diventerà allora una preziosa merce di scambio per avere indietro il pilota, che non deve rivelare preziosi segreti militari. E’ Donovan a essere incaricato di un negoziato, che stavolta deve restare segreto, per lo scambio dei due prigionieri. Il film cambia pelle: da “La parola ai giurati” si passa a “Salvate il soldato Ryan”. A Donovan sta a cuore anzitutto l’Uomo, prima della ragion di Stato. E siccome caso vuole che a Berlino, dove si sta costruendo il muro, sia stato nel frattempo arrestato un giovane studente americano, Donovan si ostinerà nel tentativo di portare avanti il negoziato per liberare entrambi i prigionieri, non soltanto il pilota, ben più caro alle autorità americane di quanto non lo sia lo studente.

L’Uomo innanzitutto. Nell’umanesimo di Spielberg, la Storia è una finta protagonista: a interessare davvero il regista sono gli uomini comuni: a partire da Donovan stesso, che è il tipico individuo ordinario in circostanze straordinarie. Come in Hitchcock, ma come già in tanto cinema dello stesso Spielberg – che si tratti di soldati, ragazzini o addirittura di un cavallo – in quello che è il più sottovalutato degli ultimi suoi film.
Il cinema di Spielberg è intimamente classico, e “Il ponte delle spie” è destinato a essere ricordato come uno dei più riusciti esempi di classicismo spielberghiano. Non intendiamo il classicismo di opere che entrano a far parte di un canone destinato a memoria imperitura: parliamo del classicismo cinematografico statunitense, quel cinema che veniva prima della New Hollywood di cui Spielberg è uno dei massimi esponenti. New Hollywood che ha contribuito a rinnovare, piuttosto che sovvertire, quel classicismo; e più recentemente a custodirlo, a dispetto di ogni nuova onda post-moderna nel frattempo intervenuta. Cinema che risplende della luce riflessa di grandi maestri, primo fra tutti John Ford.
Come Ford, anche Spielberg, come già in tanti altri film (a partire almeno da “Il colore viola”) aspira a esser fondativo. E a estrarre dalla storia di piccoli grandi uomini il succo di quegli ideali che costituiscono la spina dorsale della Nazione. Una nazione, gli Stati Uniti, che sembra portare nel Dna l’aspirazione a essere baluardo della libertà: non solo per sé ma per tutto il mondo. E a essere seguita come un faro nella notte, nella Storia come nel cinema.
Non scorgiamo nell’umanesimo di Spielberg alcuna sfumatura di troppo: non c’è malafede, non ci sono secondi fini: ci sono, solamente, nobili fini, destinati a veicolare valori quali la rettitudine e l’integrità morale. Capaci di far emergere potenzialmente in ciascuno di noi l’eroe che custodiamo senza saperlo. Intento nobile, che si avvale di un apparato tecnico e artigianale di alto livello, e che sa come evitare di ostentare troppo, o con cattivo gusto, la retorica – perché di retorica ce n’è eccome.

Si esce dalla sala forse commossi, magari anche – e ben venga – rigenerati. Basta e avanza per meritare lodi a questo cinema; altro è però – anche se conta meno – lo sporco lavoro (il nostro) di domandarsi come ponderare l’importanza di questo film, nella prospettiva della storia del cinema. In questo senso dobbiamo considerarne anche i limiti. Che camminano a braccetto con i suoi pregi: in un film come “Il ponte delle spie”, nonostante tutti i conflitti messi in scena, esterni e interni al protagonista, ogni passaggio si risolve per il verso giusto. Si percepisce la debolezza di quello che dovrebbe essere un ingrediente fondamentale di ogni narrativa: il conflitto. James B. Donovan è capace di capire subito o quasi subito, e come per istinto, il verso giusto secondo il quale agire. Nella capacità di affrontare – e superare – ogni ostacolo, un po’ per fortuna, un po’ per saggezza, e molto per la capacità di rimanere un uomo prima che un professionista, sta il suo eroismo. Accanto a questa figura centrale, tutto ciò che è negativo, nel film, diventa evanescente. Il mero tornaconto, le sirene del prestigio, la spietatezza del potere, il cinismo e l’ipocrisia delle istituzioni e dei loro rappresentanti, la pura malvagità: come nelle fiabe – e a differenza di molti miti – tutto ciò che rema contro appare duttile e cedevole, in confronto alla luminosità incarnata dal protagonista.
Ecco: Spielberg, pur volendo forse contribuire all’edificazione progressiva di una mitologia americana, si è limitato a raccontare una fiaba. Assai bella.

Voto 7,5/10

Stefano Santoli, da “ondacinema.it”

 

 

New York, 1957. La Guerra Fredda non è mai stata così calda; almeno non ancora. Una spia russa viene catturata a Brooklyn. Il governo degli Stati Uniti è pronto a sfruttare mediaticamente la situazione affidando la difesa del prigioniero a James Donovan (Tom Hanks), uno degli avvocati più stimati della città. God Bless USA, dove la giustizia è per tutti. Ma il processo è una farsa e la nazione impaurita vuole vedere il terrore rosso esorcizzato sulla forca. La lungimiranza di Donovan va oltre la rappresaglia invece, lì dove le persone contano e la giustizia è tanto nella Costituzione quanto nella propria coscienza. Tanto basta all’avvocato per insinuare il dubbio nella Corte: e se succedesse la stessa identica cosa a una spia americana? L’ipotesi è fondata e Donovan si troverà a negoziare uno scambio di prigionieri a Berlino Est per conto della CIA. E per se stesso.

La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, nasce e si sviluppa come thriller morale nelle abili mani diSteven Spielberg, tornato con Il Ponte delle Spie a un cinema potente e umano capace di valorizzare le sue straordinarie capacità narrative. Nonostante il quadro generale di due nazioni contrapposte, due stili di vita così diversi, due universi alternativi, Spielberg riesce a ricondurre la vicenda, con passione e intelligenza, all’unità di base con cui si misura tutto: la persona, con i suoi valori e i suoi limiti.

Solo dopo aver decostruito e abbattuto un contesto infarcito di propaganda e ideali molto più labili della granitica apparenza (su ambo i fronti), la storia di Donovan e Rudolf Abel – la spia sovietica – è in grado di rivelare la sua essenza. Ne Il Ponte delle Spie, il dilemma etico evocato da Spielberg si ripropone e cambia forma di continuo, rinnovandosi nei protagonisti come negli spettatori senza sciorinare toppo in fretta troppe e facili certezze. Il nemico è il Male per definizione? La Giustizia è solo quella della legge, o dei governi? E qual è il vero giudice a cui dovremmo affidarci? Ogni persona conta, e le sfumature non sono solo dettagli trascurabili tanto nella Storia quanto nel cinema. Il vero patriottismo non è quello condito di retorica e sbandierato artificiosamente alle masse, ma quello di chi, senza clamore, è pronto a lottare per una giustizia universale.

Non è un legal thriller storico Il Ponte delle Spie, e la parte iniziale riservata al tribunale è solo l’antefatto per mettere in discussione una visione superficiale in cui buoni e cattivi hanno i loro ruoli già scritti, da una parte o dall’altra della Cortina di Ferro come “in casa”. L’umanesimo americano di Spielberg cede di rado alla retorica e, considerato l’eroismo borghese di un padre di famiglia come tanti, ma che come tanti non è – già sondata numerose volte ad Hollywood – non naufraga sotto il canto delle sirene nazionalistiche per confezionare un film classico nello stile e nei toni, come nella miglior tradizione del cinema etico d’oltre oceano. D’altra parte, alla sceneggiatura ci sono anche i fratelli Coen che, grazie alla loro concretezza e lucidità, chiudono perfettamente il triangolo cinematografico in stato di grazia che ha agli altri due vertici il ritrovato Steven Spielberg e una coppia di grandi attori: la sicurezza Tom Hanks e l’incredibile Mark Rylance nel ruolo della spia russa.

di Giacomo Sebastiano Pistolato, da “nonsolocinema.com”

 

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