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Il medico di campagna

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Lo prevedono tutti gli adagi dell’autore cinematografico all’esordio: parlare di quello che si conosce, è vicino. Allora non deve stupire che il francese Thomas Lilti abbia raccontato nel riuscito e putroppo da noi inedito Hippocrate la storia di un giovane medico alla prima prova in ospedale. Infatti Lilti ha affiancato fin da giovanissimo la passione per il cinema con quella per la medicina, che pratica tuttora, dopo anni di esperienza come sceneggiatore in televisione e al cinema. Ora con la sua opera terza, Il medico di campagna, sposta la sua attenzione sulla figura del maturo dottore generalista di campagna Jean-Pierre, sfruttando ancora una volta alcune sue esperienze dirette. Una figura affascinante, quella del guaritore a domicilio, con la sua borsa di pelle accanto alla vita, che gira per la provincia francese portando la sua sapienza di guaritore, ma soprattutto la saggezza di qualche parola ben spesa. Incontri particolari Jean-Pierre ne fa da tanti anni, lui che vive per il suo lavoro, giorno e notte, sette giorni su sette, e ha la fiducia cieca dei suoi pazienti.

Il suo quotidiano cambia quando inizia il trattamento per un tumore al cervello, obbligandoto a rallentare la sua attività. “Devi smettere di lavorare, se vuoi avere una possibilità di guarire”, gli dice Il suo oncologo, il quale gli invia in studio senza preavviso un aiuto, quello di Nathalie, mettendo alla prova la sua burbera incapacità di socializzare con i colleghi. Proprio lui abituato a far sempre di testa sua, a prendere decisioni da solo, in silenzio.

Il medico del titolo ha il volto segnato di François Cluzet, lo ricorderete in Quasi amici, ormai uno dei maggiori attori del cinema francese, e non solo. Presta ancora una volta il suo volto malinconico, ma affidabile, a un film senza fronzoli, che avrebbe gli ingredienti per esplodere in un melodramma esistenziale, ma è troppo riservato per farlo, come il suo protagonista. Il suo è un senso del dovere fuori dalla nostra epoca, un po’ come il mestiere di medico di campagna, in via d’estinzione; la sua missione non ha niente di eroico, ma qualcosa di arcaico: la ritualità dell’auscultazione con lo stetoscopio, del paziente che si spoglia. Un film di gesti meticolosi e di (poche) parole necessarie, anche quelle del malato da ascoltare, visto che “l’80% della diagnosi viene da loro”.

Carrellata di pazienti, pregno di umanità, regala il rapporto poco convenzionale di un uomo solitario e di una donna, Nathalie, non più giovanissima, che vuole ricominciare. Lui la vede come un’intrusa all’inizio, un problema perché non vuole che si sappia della sua malattia. Troppo forte, però, è il suo bisogno di trasmettere la sua sapienza, l’esperienza dei suoi pazienti, a cui sente di dovere una sostituta capace, come Nathalie si dimostrerà presto. Una coppia molto convincente e dalle dinamiche mai scontate, in cui Marianne Denicourt, vista negli anni ’90 in alcuni film di Desplechin, non è da meno del tenero burbero François Cluzet.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

“Il medico di campagna” di Thomas Lilti è un film piacevole e delicato che ha per protagonista Jean-Pierre, un medico di campagna, appunto, che ha abbracciato la sua professione in modo totalizzante, tanto da rimanere spiazzato quando, scoperto d’avere un tumore inoperabile, gli viene detto che affinché le terapie abbiano una qualche speranza di successo deve farsi sostituire al lavoro.

Per lui il suo non è un’occupazione ma una vera e propria missione: non si limita a curare gli acciacchi dei suoi pazienti ma cerca anche di comprenderli umanamente, a tal punto che negli anni la fiducia che ripongono in lui è totale.
Forse anche per questo Jean-Pierre ritiene di essere quasi insostituibile.

Il medico di campagna: il popolare François Cluzet interpreta Jean-Pierre
Francoise Cluzet mostra egregiamente questo medico appassionato, lasciando che lo spettatore venga coinvolto dalla sua umanità, dal suo amore per la professione, dalla compostezza con la quale affronta la malattia.

Cluzet, attore dai mille volti, regala a Jean-Pierre  anche un pizzico d’ironia, che rende leggere tante situazioni.

L’uomo, affabile e cortese con tutti, si concede qualche piccola ‘cattiveria’ con Nathalie , la dottoressa che lo affianca in questo periodo che lui vede quasi come una minaccia, per se stesso e per la salute dei suoi pazienti.

A interpretare Nathalie è Marianne Denicourt, che ha già lavorato con Lilti, e ben impersona questa professionista alle prime armi, che vorrebbe imparare da Jean-Pierre e, per questo, accetta anche un po’ di vessazioni.

Thomas Lilti, dopo Hippocrate, ambientato in ambito ospedaliero, realizza un nuovo film a sfondo ‘sanitario’, perché ama portare sullo schermo anche il suo vissuto, essendo stato per anni un medico, prima di dedicarsi alla settima arte in maniera esclusiva.

Forse per questo suo ‘conoscere ciò di cui parla’, la pellicola risulta concreta, viva, reale, soprattutto nei rapporti umani, che sono il fulcro della vita di Jean-Pierre, la base della sua professione.

In campagna non si hanno a ‘stretto giro’ specialisti, è il medico generico a doversi spesso occupare di tutto, dall’ortopedia alla depressione, dai problemi sessuali al semplice mal di testa, passando per il disagio mentale e la cura dei malati cronici.
E  questo Lilti lo mostra con schiettezza, mettendo in evidenza anche le lacune della sanità francese, e le mille difficoltà che incontra un medico in ambiente rurale.

Lilti confeziona una bella storia, semplice e godibile, che mostra uno spaccato di vita reale, e Cluzet e la Denicourt regalano al pubblico due personaggi amabili, dei quali è facile condividere difficoltà e successi.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

Di giorno e di notte, col buono e il cattivo tempo, Jean-Pierre Werner percorre le strade sterrate di campagna per raggiungere i suoi pazienti. Medico devoto alla professione e ai piccoli o grandi malati della sua comunità rurale, gli viene diagnosticato un cancro al cervello e consigliato di trovare alla svelta un assistente. Reticente ad affidare i suoi pazienti a terzi, Jean-Pierre accetta controvoglia l’aiuto di Nathalie Delezia, un’ex infermiera che ha terminato da poco gli studi. La collaborazione si rivela presto difficile ma Nathalie ha carattere e incassa bene le bizzarrie che Jean-Pierre impone al suo tirocinio. Paziente dopo paziente, chilometro dopo chilometro, la rivalità cederà il posto alla fiducia e a un sentimento indeterminato tra solidarietà e desiderio.
Dopo il grande successo di Hippocrate, racconto di formazione in corsia, Thomas Lilti torna di nuovo a parlare di medicina puntando lo sguardo sulla provincia francese, trascurata dai servizi pubblici e disorientata dagli effetti della globalizzazione. Ex internista, l’autore francese prosegue la sua riflessione sul corpo medico passando dalla città alla campagna, dai medici ospedalieri ai cavalieri solitari delle zone rurali. E solitario è pure il suo protagonista, medico di campagna infaticabile che lavora sette giorni su sette fino allo sfinimento e fino a quando un cancro non lo obbliga a fermarsi. Una pausa che converte il medico in malato e permette al regista di insistere sul legame che esiste tra medico e paziente, confrontando due distinti approcci alla medicina: uno tradizionale ed empirico, l’altro metodico e scientifico.
Lilti sottolinea daccapo l’importanza della parola, quella officinale che i protagonisti rivolgono a una giovane donna incinta, a un bambino in ambasce, a un vecchio uomo moribondo. Ambasciatore, sullo schermo e negli ambulatori, di una medicina narrativa che fortifica la pratica clinica e migliora l’efficacia della cura, l’autore colma le lacune (emozionali) della scienza accomodando al cuore della storia due medici votati al paziente che si spostano, ascoltano, auscultano, confortano, alleviano, sostengono, accompagnano dimostrando una conoscenza intima dei loro assistiti, forgiata da una relazione di fiducia e prossimità. Confidenti di momenti difficili, sovente ultima risorsa, sono la luce nella notte degli afflitti.
Secondo film autobiografico per Thomas Lilti, Il medico di campagna ribadisce il discorso di Hippocrate dentro un quadro più artificioso che, pur rinnovando l’onestà del suo proposito, perde lucidità nel passaggio conflittuale tra un vecchio medico gravato e nascosto dietro un eroismo ordinario e una nuova generazione esuberante, dissimulata dietro l’aura del mistero. Nondimeno, Lilti, esigente, divorante ed essenziale come il suo protagonista, disegna un ritratto credibile di un generalista à la ronde negli angoli isolati della nazione, indefesso lungo le strade infangate o dentro il brusio confuso di una sala d’attesa sempre affollatissima.
Il medico di François Cluzet, mélange di sollecitudine e autorità che governa parola e stetoscopio, è il filo rosso del tessuto sociale. E il film, umanista e solare, partecipa della relazione ‘terapeutica’ che Jean-Pierre intrattiene con la sua comunità, vivace e umile galleria di ritratti genuini. Thomas Lilti si conferma in sostanza cronista sensibile del proprio mestiere, dell’apprendistato e della sua trasmissione.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Jean Pierre è il medico di fiducia di tutti gli abitanti di un piccolo borgo situato nelle verdi campagne francesi. L’improvvisa scoperta di una formazione cancerosa che gli annerisce i polmoni lo coglie impreparato e rivoluziona, dopo più di vent’anni di appassionata carriera, le sue prospettive per il futuro.
Un collega gli propone di assumere un medico che possa assisterlo e, col proseguire del trattamento anti tumorale, sostituirlo sul posto di lavoro, ed è così che incontra Nathalie, trentenne appena laureata dopo una breve esperienza da infermiera.
L’iniziale alterigia di Jean Pierre nei suoi confronti, che nasconde le conseguenze di una vita di solitudine colpita dalla malattia, mette alla prova il giovane medico ma va limandosi non appena i due cominciano a conoscersi.

Non è la prima volta che Thomas Lilti si confronta col mondo della medicina, ma mentre Hippocrates – Diary of a French Doctor, suo lungometraggio precedente, era una commedia dalle venature dark e un sottotesto drammatico, Il medico di campagna affronta l’analisi della figura del dottore umanizzandone i tormenti e accarezzandone le aspirazioni.
Accantonati il registro cupo, l’atmosfera da dramma incipiente e inevitabile e le tinte forti per dedicarsi a sfumature più intime e delicate, Lilti racconta una storia semplice e universale sulla malattia, sul malessere che da essa deriva e che consuma l’esistenza, sulla necessità del compromesso di fronte alla possibile capitolazione e sulla speranza che può nascere anche dal meno promettente degli incontri.
Senza lesinare stoccate all’impianto burocratico e all’arrivismo politico e speculativo che sbandiera la sanità alla stregua di uno specchietto per allodole ignare, la pellicola si concentra sui volti e sulle personalità dei suoi protagonisti, immergendosi nella loro quotidianità fatta di routine, dettagli apparentemente insignificanti, difficoltà e piccole-grandi vittorie.
Tenendo sempre a freno la possibilità di una banale deriva melodrammatica, moralista o inutilmente retorica, la messa in scena si sofferma a cogliere attimi di dolcezza, disperazione, accennata sensualità senza abbandonarsi alla prevedibilità del solito dramma strappalacrime di fine vita, scegliendo per una volta la via di una timida e(ppur) luminosa chiave ottimistica.
Il medico di famiglia, ottimamente interpretato dalla coppia Francois Cluzet e Marianne Denicourt, è un film lieve e toccante che riesce nel suo intento: prendere il racconto sostanzialmente lineare dei mesi di vita di Jean Pierre segnati dalla battaglia contro il cancro e trasformarlo in paradigma di propositività, forza d’animo e fiducia in se stessi.

Michele Parrinello, da “persinsala.it”

 

 

Esplorazione della professione medica, ma soprattutto del suo rapporto con un mondo che resiste alle pressioni della modernità, Il medico di campagna è un dramma apprezzabile nel suo rifiuto della retorica, malgrado qualche limite narrativo nella prima parte.
The Twilight Doctor
In un paesino della campagna francese, Jean-Pierre è l’instancabile medico che assiste, in studio e a domicilio, tutti i residenti, curandoli e rassicurandoli. Colonna portante della comunità, Jean-Pierre si trova tuttavia costretto a condividere il suo compito con la giovane Nathalie, appena giunta in paese; una grave diagnosi medica gli impone infatti di ridurre i suoi impegni… [sinossi]
Al suo terzo lungometraggio, il francese Thomas Lilti torna ad approfondire, dopo il precedente Hippocrate, peculiarità e implicazioni della professione medica. Una scelta, quella del quarantenne cineasta d’oltralpe (lui stesso ex medico) dal forte sapore autobiografico: tale da portare con sé tutti i rischi di uno sbilanciamento, dal lato del rigore narrativo e del necessario distacco dalla materia trattata, del racconto nato dall’esperienza. Arte che necessita, come quella medica, di un’adeguata mistura (da calibrare a seconda dei casi) di empatia e distacco emotivo, il cinema diviene oggetto da maneggiare con cautela quando attinge direttamente alla fonte dell’esperienza personale, riducendo le sue mediazioni e i suoi necessari artifici narrativi. Rischi di cui Lilti, in Il medico di campagna, mostra di essere ben consapevole, visto il tono che ha scelto di dare al suo film: quella espressa dalla sua ultima opera è infatti un’emotività trattenuta, un approccio quasi “clinico” alla materia (e al contesto in cui questa viene calata) che si traduce nel volto impassibile, appena segnato dalle impercettibili pieghe di un’umanissima paura, di un versatile Francois Cluzet.

È un po’ fuorviante, la locandina italiana del film di Lilti, laddove sceglie di richiamare (senza che ve ne sia alcun reale motivo) il campione d’incasso La famiglia Bélier, e laddove pone l’accento sull’interpretazione più nota tra quelle recenti del protagonista, il suo ruolo nel fortunato Quasi amici – Intouchables. Associazioni, entrambe, che poco si confanno al dramma del dottor Jean-Pierre, la cui levità e il cui carattere pudico, poco incline all’abuso dell’artificio emotivo, non si traducono nella prevalenza di toni da commedia. C’è invece, tra le pieghe della trama de Il medico di campagna, la consapevolezza amara di un mondo al tramonto, di un modello di convivenza che va lentamente trasformandosi ed adattandosi alle logiche della vita urbana, della messa a rischio dei legami primari e dei principi sui quali questi si fondano. Trasformazioni che si accompagnano alla messa in discussione di una figura quale quella rappresentata dal protagonista, professionista/complice che interpreta il suo ruolo (unico, in quanto depositario di un’”arte” non condivisibile, ma semmai solo tramandabile) come funzione sociale prima che scientifica. Un ruolo di instancabile comunicatore, persino di collante (nella sua trasversalità interclassista) della comunità.

Fondato su una situazione-cardine che è quasi un topos, letterario prima che cinematografico (il suo titolo, non a caso, viene adottato per la prima volta nell’800 da Balzac, per essere poi ripreso da vari film e opere televisive, privi di collegamenti reciproci), Il medico di campagna fatica nella sua prima parte a carburare, scomposto in una successione episodica di eventi che descrivono l’attività del protagonista e della sua (mal digerita) partner. La sceneggiatura fatica un po’, in tutta la prima frazione del film, ad integrare la dimensione più intima della vita del protagonista (affidata a un Cluzet comunque efficace) col ritratto della vita della cittadina e delle sue logiche, che stentano ad emergere in un convincente quadro d’insieme. Un’integrazione che comunque il film riesce a raggiungere nel prosieguo della narrazione, aiutandosi (così come il protagonista) col personaggio interpretato da Marianne Denicourt; emblema, quest’ultimo, di un distacco, culturale e generazionale insieme, che costerà al vecchio medico un non indifferente sforzo di adattamento. Il regista, così come il suo protagonista, sembrano accogliere l’integrazione nella comunità (e nel racconto) del personaggio della giovane medica, prendendo la sua presenza come elemento capace di dare dinamismo (ma anche equilibrio) alla narrazione.

Rigoroso nella regia, privo di svolazzi estetici che sarebbero risultati poco in linea con la sostanza della sua trama, il film di Lilti riesce a rendere in modo efficace i caratteri di una vita comunitaria gelosa dei suoi rituali, restia a cedere alle minacce di una modernità che preme insistente ai suoi confini, fondata su un insieme di pratiche e momenti simbolici di cui il protagonista (nel suo ruolo, personale e sociale insieme) rappresenta una componente importante. La sostanza del melò, l’attitudine a toccare con mano, e rendere tangibili, i sentimenti (tra cui quello, fondamentale, della paura della morte) emergono in pochi e selezionati frangenti, fornendo consistenza e capacità attrattiva al racconto, precisando i personaggi e i reciproci “non detti”: ne è esempio la sequenza, furba nelle scelte ma efficace nella resa, in cui le note di Hallelujah di Leonard Choen, durante la festa locale, accompagnano le inquietudini del protagonista, della donna e della di lui famiglia.
Questa capacità di raccontare, senza facili scorciatoie o inutili orpelli estetici, la realtà di una professione unica, inserendola in una dimensione altra e distinta rispetto a quella urbana (che si presume quella con cui lo spettatore ha più dimestichezza) fa di questo Il medico di campagna un’opera in sé meritevole d’interesse. Le sue imperfezioni narrative non inficiano, se non in piccola parte, la pregnanza del suo sguardo su un mondo umano pieno di sostanza e suggestioni.

Marco Minniti, da “quinlan.it”

 

 

Un medico di base della campagna francese scopre di avere un tumore al cervello. Dovrebbe smettere di lavorare e prendere seriamente le cure, ma che sia giorno o notte che ci sia il sole o una tempesta, Jean-Pierre (Cluzet) continua a prestare servizio ai suoi pazienti. Il medico dell’ospedale che lo ha peso in cura, difronte alla caparbietà dell’amico, decide di mandargli una donna appena laureata (Denicourt) per aiutarlo con il lavoro. Jean-Pierre si mette subito sulle difese, aggredendo la donna ogni volta che commette un errore. Ma Nathalie è forte, non si arresta e riuscirà perfino ad aprire il cuore del gelido dottore.

Lilti costruisce un’altra storia nell’ambiente medico, con la stessa dedizione di Hippocrate ma questa volta per addentrarsi nella campagna francese, dove assenteismo e disorganizzazione rendono difficile il lavoro al medico di base. La storia, cui i protagonisti sono solo due, permette anche all’autore di indagare a fondo il rapporto tra medico e paziente ma anche di mettere a confronto i meccanismi di una grande struttura organizzata e sterile come quella dell’ ospedale e le visite a domicilio ai pazienti di un medico di base, costituite dalla fiducia e dalla figura professionale che il medico assume, ad esempio, per un anziano.

La storia è arricchita da secondi personaggi sempre funzionali a capire la psicologia dei protagonisti e quindi le loro azioni. I protagonisti sono adulti solitari con un passato abbastanza lungo da averli segnati irrimediabilmente, ma, nonostante ciò, Nathalie e Jean-Pierre hanno una passione, quella del loro lavoro, che li tiene energici e poco malinconici. Dalle immagini e dallo script emerge l’importanza della parola nell’attività medica, aspetto questo che il regista vuole sottolineare per far emergere la sua autobiografia da ex-internista. La parola è fondamentale e Lilti la sottolinea, a volte con esagerazione, per esempio quando vediamo i protagonisti mentre si rivolgono fuori dall’orario di lavoro a una giovane donna incinta, a un bambino in ambasce o a un vecchio uomo moribondo.

Il medico di campagna è un film autobiografico che guarda con un po’ di nostalgia il lavoro del medico di qualche tempo fa, quando l’uso del computer non era ancora così necessario o quando i pazienti intasano la sala d’attesa perché non c’è bisogno di prendere un appuntamento. Allo stesso tempo, guarda con sospetto le nuove generazioni, in questo caso adottando il punto di vista di Jean Pierre verso la nuova dottoressa Nathalie che, ad esempio, cerca di ottimizzare i tempi facendo ricorso alla tecnologia.

Nel complesso il film è solare e positivo, sicuramente umanista e genuino.

Anna Pennella, da “cinemamente.com”

 

 

 

 

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