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Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick

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Nell’inverno del 1820 la baleniera del New England “Essex”, comandata dal capitano Polard spesso in contrasto con il primo ufficiale Chase, viene attaccata da una balena dalle dimensioni enormi. Pochi marinai si salvano e tra di loro Thomas Nickerson, che all’epoca era poco più di un bambino. Costui trent’anni dopo e con un’iniziale riluttanza accetta di raccontare l’esperienza vissuta allo scrittore Herman Melville. Sta per nascere uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi: “Moby Dick”.
Ron Howard, come la stragrande maggioranza dei lettori del romanzo, non sapeva che alla base del lavoro diMelville ci fosse una storia realmente accaduta che lo scrittore Nathaniel Philbrick ha indagato nel libro “Il cuore dell’Oceano – Il naufragio della baleniera Essex”, vincitore del National Book Award per la Saggistica. La possibilità di confrontarsi con una produzione tra le più complesse da lui mai affrontate si è coniugata con un tema che è centrale nella sua filmografia: la ricerca di se stessi attraverso le difficoltà da superare e lo scontro con qualcuno che rappresenta un ostacolo.
Da Cinderella Man a Rush, passando per Frost/Nixon, Howard si è spesso sintonizzato su questa lunghezza d’onda ma Heart of the Sea gli ha offerto un’ulteriore possibilità. Il suo ruolo di narratore per il grande pubblico, senza però mai dimenticare la necessità del rispetto nei suoi confronti, trova nel personaggio di Melville il proprio doppio ideale. Herman come Ron si fa raccontare (a pagamento) una storia vera per poi intervenire sul suo intreccio con la propria creatività. Howard lo ha fatto molte volte nel corso della sua carriera (pensiamo ad esempio ad Apollo 13) quasi volesse alternare la fiction di pura invenzione con degli ancoraggi alla realtà.
C’è il respiro della classicità cinematografica nel modo in cui riprende l’avventura che vede protagonisti degli esseri umani e un cetaceo che, come lui stesso afferma, non ha nulla de Lo squalo perché preferisce accostarlo a King Kong leggendo in esso il simbolo di una Natura primordiale risvegliata dall’essere umano. Non si dimentica però anche di sottolineare come la balena bianca, divenuta grazie a Melville un soggetto a cui attribuire innumerevoli interpretazioni simboliche, fosse, al pari dei suoi simili, oggetto di un preciso sfruttamento economico perché l’olio di balena è stato l’antesignano del petrolio.
Se nel ‘700 si stimava la presenza negli oceani di cetacei attorno al milione di unità alla fine del secolo successivo esse erano ridotte a circa un terzo. Howard però non è interessato a realizzare un film ‘ecologista’ quanto piuttosto ad indagare, grazie a una struttura narrativa solida e quasi epica, l’oceano di sentimenti che risiede nell’animo umano e che l’immensa coda della balena sembra voler scuotere per metterne a nudo i moti e solcarne gli abissi.

voto: 3,5 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Nathaniel Hawthorne definì Moby Dick la perfetta epica americana, elevando Herman Melville a novello Omero. Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick però non si concentra su quel fortunato romanzo, bensì sulla storia che lo ha ispirato. Vera, quella della Essex, una baleniera letteralmente affondata da una balena divenuta leggendaria. Il film di Ron Howard è perciò anche un film su quell’equipaggio, e sulle sfide che ha dovuto affrontare per sopravvivere. Chi c’è l’ha fatta, a sopravvivere.
Film come questi si pongono a priori come lavori multi-strato, tali e tante sono le implicazioni, e a più livelli. Melville si presenta presso l’abitazione dell’ultimo superstite dell’Essex, che al tempo era appena un ragazzino. Burbero, quest’ultimo, vive con la moglie covando un dolore che da quell’evento non l’ha più abbandonato. Si narrano leggende su quel naufragio, ma la verità fu da subito occultata per ragioni di cui si saprà alla fine del film. Ora però lo scrittore vuole la verità, ed è disposto ad impegnare il proprio patrimonio pur di ottenerla. E malgrado l’ostinata ritrosia del padrone di casa, Melville quella storia la otterrà; certo che la otterrà.

Heart of the Sea fa propri dei toni avventureschi che francamente mancavano ad Hollywood. Le implicazioni di cui sopra vengono schiacciate da tanta magnificenza visiva, che c’è e che a conti fatti rappresenta il fulcro. Malgrado il potenziale, infatti, in quest’ultima fatica di Howard non vanno cercate tutte quelle tematiche che eppure giacciono al cuore di una storia del genere: la convivenza forzata, il binomio uomo/natura, la frenesia di un’epoca e via discorrendo. Tanto che, in quei frangenti in cui si riprende fiato, i personaggi se ne escono con ragionamenti per lo più banali, tali da un lato perché nessuno di loro è un filosofo, perciò questo dovette essere il livello, dall’altro perché troppa speculazione avrebbe effettivamente stonato.

La direzione intrapresa è quella dello spettacolo puro, prendere o lasciare. In un contesto da film d’avventura, che è altra cosa rispetto a certi action sgangherati, smaccatamente hollywoodiani; perché questa è una macchina che quando viene fatta funzionare funziona per davvero. La prima metà del film in tal senso si comporta in maniera pressoché impeccabile: da quando Chase s’imbarca sulla Essex ed ha inizio il suo braccio di ferro “morale” col capitano Pollard, passando per i lunghi mesi di traversata, le prime balene catturate e via dicendo. Poi arriva lei, La balena, quella che già, si apprende, ha devastato un’imbarcazione spagnola.

Questa è la parte più “meditabonda”, se vogliamo, dove il ritmo si abbassa salvo un passaggio specifico di cui ovviamente non vi diciamo. D’altronde, a ben pensarci, ci pare sinceramente dura riuscire a mantenere l’asticella così alta per così tanto tempo. Ammettiamo peraltro che certe misure, proprio in termini visivi, non le riteniamo esattamente “aggraziate”, come la patina verdognola che copre buona parte delle immagini, col risultato di enfatizzare la presenza già massiccia di computer grafica. Tuttavia ha un suo perché, sebbene vada riconosciuto al montaggio un ruolo determinante.

Ad un certo punto abbiamo realizzato che una delle componenti che più mancano ad Heart of the Sea è proprio un non meglio precisato senso delle profondità, qualcosa di simile a quanto avvenuto in Titanic per esempio, ovvero quella paura matta delle acque e di ciò che “nascondono” nel loro ventre. Il che fa riflettere, visto e considerato che l’acqua è l’ambiente della balena, il suo elemento, lo stesso che lo copre e le dà manforte. Probabilmente tutto ciò deriva dalla precisa scelta fotografica di Howard, che centellina panoramiche e campi lunghi in genere, privilegiando nella stragrande maggioranza dei casi inquadrature strette o addirittura strettissime. Si tratta di compromessi, perché se da un lato perdiamo questo senso del mare aperto come ostile, fagocitante, dall’altro ne guadagniamo in “vicinanza” a coloro che quell’esperienza la stanno vivendo.

Si ha infatti l’impressione, sebbene a tratti, di essere proprio lì, sulla Essex, bagnati, sballottati, fottutamente impauriti. E si è finanche mossi dalla stessa curiosità, mossi dal desiderio di scoprire cosa viene dopo, cosa ci aspetta nella prossima caccia, meno ovviamente l’avidità, che lo spettatore coglie per lo più verbalmente, dato che, specie all’inizio, è tutto un parlare dell’olio di balena come di oro liquido sebbene puzzolente. Mi pare che questo sia di per sé un traguardo, perché Heart of the Sea riesce a dare ragione a quanto Hawthorne disse del romanzo di Melville in capo all’epicità del racconto.

Sì, il film di Howard raggiunge quei momenti lì, epici, e lo fa in maniera eminentemente cinematografica. Non ci riesce sempre, è vero, né forse attinge fino in fondo a questo carattere dell’opera di riferimento. Qualcuno potrebbe addirittura lamentarsi del fatto che la balena leggendaria sia meno presente di quanto sia lecito supporre, anche se da tale appunto intendiamo prendere preventivamente le distanze: Heart of the Sea non è un film sulla balena leggendaria, bensì su un gruppo di uomini, uno in particolare, a differenza di quanto riportiamo a inizio recensione. Il percorso di questa storia è infatti cucito su misura al personaggio di Chase (Chris Hemsworth), che è colui che più di tutti risente di questa incredibile avventura.

Trattandosi inoltre di un’epica di stampo marinaresco, si è ancora di più ben disposti, perché certe produzioni latitano, malgrado si tratti di una materia che ha sempre avuto un folto pubblico pronto all’ascolto. Certo, Howard, come sempre, asciuga all’inverosimile pur di rendere accessibile il contesto a chiunque, concentrandosi sulla vicenda e cercando di ricavarne un onesto spettacolo (non a caso consigliamo caldamente di vederlo in una sala quantomeno dignitosa; in IMAX sarebbe il top, anche perché trattasi di un buon 3D). Salvo disprezzare a priori un simile approccio, non si può certo dire che, rispetto agli obiettivi prefissati, Heart of the Sea non riesca nel suo compito.

Voto: 7,5 / 10

di Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Con le immagini di Rush ancora vivide nella memoria, ci si rende conto di quantoHeart of the Sea sia una sorta di estensione stilistica di quella sfida nella Formula Uno degli anni 70 tra Niki Lauda e James Hunt. Entrambi i film sono tratti da fatti realmente accaduti, entrambi sono interpretati da Chris Hemsworth, fotograti da Anthony Dod Mantle e diretti da Ron Howard. La monoposto diventa un veliero, il mare increspato sostituisce l’asfalto, il trofeo non è il titolo mondiale di F1 ma l’olio di balena.

Lo stile registico è lo stesso, con la macchina da presa spesso appoggiata a terra e con l’uso delle camere Go Pro montate su alberi e balaustre dell’imbarcazioneEssex, così come color correction e vignettatura delle immagini. In Rush le dominanti di colore erano il rosso e il giallo, in Heart of the Sea sono l’azzurro e il verde. Al di là dei ritocchi in computer grafica, la fotografia di Dod Mantleesaspera la luce naturale che irrompe dalle finestre o filtra prepotentemente tra le nuvole. Il tocco estetico generale cerca personalità e la trova, la storia invece arranca leggermente.

Anche a livello narrativo si intravede una continuità con Rush e altri precedenti film di Ron Howard. Si raccontano nuovamente personaggi carichi di ossessioni, cocciuti e individualisti, ansiosi di dissetare il proprio ego. La competitività tra il capitano Pollard e il primo ufficiale Chase ricorda quella tra Lauda e Hunt o tra Frost e Nixon. Heart of the Sea è innegabilmente ben scritto, nonostante perda ritmo quando i tre tronconi narrativi dovrebbero intersecarsi.

Il film inizia come un racconto in flashback di uomini caparbi, lupi di mare che navigano per mesi, se non anni, a caccia di capodogli e del loro prezioso grasso. A metà l’uomo si scontra con la natura che assume le sembianze di una gigantesca balena bianca e pecca di arroganza. Il terzo atto è l’estenuante lotta per la sopravvivenza. Una sorta di cucitura narrativa la fa il dialogo parallelo tra uno dei sopravvissuti, ormai vecchio, e Herman Melville che si sta annotando ogni sillaba con voracità per scrivere il romanzo che lo renderà famoso.

Oltre alle ossessioni, all’avventura, alla fame e alla sete in mare aperto, Heart of the Sea getta un rapido sguardo alla società della prima metà dell’800. La brutale pratica della caccia ai cetacei era l’unico modo per ottenerne la principale fonte di energia dell’epoca. Il grasso di balena, convertito in olio, era impiegato come combustibile per le lampade, prima che qualcuno scoprisse che quell’altro genere di olio del sottosuolo potesse servire allo stesso scopo. Il valore storico del film non è da sottovalutare ed è un peccato che la spettacolarità soffra per l’abitudine che il nostro occhio si è fatto di fronte ai film in cerca di epicità.

voto: 3,5 / 5

Antonio Bracco, da “comingsoon.it”

 

 

In forme di volta in volta più nitide, il cinema di Ron Howard va disegnando una sua precisa traiettoria.
A dispetto dell’imperdonabile virata, che ne ha per due volte umiliato il percorso fino alle baracconate romanzesche del briccone Dan Brown, è senza apparente sforzo che le direttrici dei suoi più recenti lavori si orientano lungo un percorso oscillante attorno ai poli del confronto/scontro tra caratteri antitetici e dell’ossessione, pulsione primordiale che precipita chi vi è condannato in una vertigine dei sensi, fino a esasperarne l’ordinaria condotta ben oltre gli argini del buon senso. E se l’intervista di “Frost/Nixon” palpita sulle medesime aritmie di un incontro di pugilato – tanto da rammentare i ganci e le cadute di Russel Crowe sul ring di “Cinderella Man” – è nell’ottimo “Rush” che i detti nuclei tematici conquistano l’acme di una naturale convergenza, in quel nodo che oppone due incompatibili visioni del mondo (il ragioniere Niki Lauda all’avventuriero James Hunt), consumate entrambe da una pulsione irragionevole quanto insopprimibile.

Non meraviglia, dunque, che la successiva tappa di questo ardito inoltrarsi nelle pieghe dell’ossessione sia il confronto col testo principe del mito americano, quel letterario atto di fondazione di una cultura, in cui quest’ansia è meglio che altrove metamorfizzata, sacralizzata, persino, dal rutilante incedere di subordinate che informa lo stile biblico di Herman Melville: Moby Dick. Un esito che procede con la schiettezza di un sillogismo. Eppure non è la voce solenne di Ismaele ad accompagnare il racconto, né vi è traccia alcuna, nel film, del capitano Achab e la sua tremenda ambizione di vendetta. Non siamo sorpresi; a ben guardare non poteva essere il mito a stuzzicare l’interesse di Ron Howard, ma la Storia col suo sapore di verità. Quel che egli traspone in immagini non è, allora, la complessa opera di Melville, ma l’episodio storico che ne ha suggerito l’idea, l’affondamento – nel 1820 – della baleniera Essex ad opera di un enorme capodoglio al largo del Pacifico. Scelta naturale per un cineasta da sempre votato all’enfasi retorica (in piena tradizione hollywoodiana) e consapevole di dover appoggiare le proprie fantasie melodrammatiche su un tappeto di verità storiche per evitare che la lacrime si volgano in leziosità.

Ecco, dunque, l’apparire in incipit di Herman Melville – prima voce, nella falsa soggettiva di un abisso oceanico, poi corpo, per gli umidi viali di un borgo illuminato dall’olio di balena – deciso ad ascoltare la cronaca del naufragio dalla bocca reticente dell’ultimo tra i sopravvissuti. Ed è qui che la narrazione si frange nella tensione di un duplice arco narrativo: la storia di Melville, dell’ossessione che lo lascerà logoro, immiserito e sconosciuto a vagar tra le dogane per un misero salario, e il racconto del folle naufragio, tutto teso e dal vigore marinaresco.
Se pure esiste un equilibrio capace di orientare una così difforme materia narrativa, è certo che Howard l’abbia mancato. Poco o nulla ci affascina in questo Melville cortese e perplesso – più prossimo al John Keats di Jane Campion – che siede in silenzio, prende appunti e sgrana gli occhi all’udire della balena. Il reciproco scambio di confessioni col marinaio avanza senza attriti e lascia l’impressione di una cornice sbrigativa, quasi al montaggio – e in sala – si fosse già impazienti di tornare al naufragio. Che occupa la gran parte del metraggio e si affida al naturale estro da cantastorie, di cui può farsi vanto l’ex rampollo dei Cunningham, sempre abile a imbastire elementari drammaturgie dal forte impianto spettacolare.
Come un direttore del Capodanno viennese, che alla marcia di Radetzky manda al diavolo i tempi della partitura e, spalle all’orchestra, dirige il battimani del pubblico, Ron Howard, indifferente alle finezze di scrittura, sa bene come aizzare l’emotività dei suoi spettatori, e se talvolta eccede in artifici retorici, è pur vero che di rado si è delusi dal ritmo seducente dei suoi feuilleton. Non fa eccezione questo “Heart of the Sea”, in cui il regista oppone all’epica dei motivi biblici, alle dissertazioni zoologiche, alle lungaggini descrittive che sostanziano il febbrile poema melvilliano, quel gusto per l’avventura marittima, che troviamo nei primi scritti dell’autore di “Moby Dick”, resoconti più o meno fantasiosi, tra bonacce, tifoni e spiagge ardenti, della sua giovinezza trascorsa tra baleniere e navi da guerra.

Siamo, infine, all’epicentro del film: le vicende di un’avida ciurmaglia a caccia di balene. Nient’altro, nessun Leviatano a incarnare le sembianze di un male assoluto. A dispetto delle attese (e, purtroppo, delle intenzioni), il capodoglio che viene a turbare il progetto venatorio dell’Essex è più vicino allo squalo di Spielberg, che alla creatura di Melville. Più propriamente, lo si dovrebbe forse assimilare a King Kong, nel suo voler essere una simbolica eversione della sfrenata cupidigia indotta dal Capitale.
Spiace, dunque, che si sia cercato un instabile compromesso coi temi melvilliani, perché quando il film vi rinuncia per darsi interamente all’avventura, lì raggiunge i suoi momenti più alti. Cade, invece, a più riprese, quando indugia sui caratteri e si impone di scovare abissi inesistenti in figure dallo sviluppo bidimensionale. Non stupirebbe che Ron Howard, giunto alla regia per il tramite del protagonista Chris Hemsworth, abbia intravisto nel film l’occasione di allungare il discorso avanzato con “Rush”, instillando a posteriori nei personaggi del capitano e del primo ufficiale vaghi accenni della medesima rivalità – privata, però, del contesto ossessivo e ridotta, infine, a un conflitto sociale. Del resto Peter Morgan, già autore di “Rush” e “Frost/Nixon”, pur non accreditato, ha partecipato alla (sola) revisione dello script ed è curiosa la confessione che il primo ufficiale Hemsworth fa alla moglie, che lo prega di rinunciare al rischioso viaggio: “Non so fare altro”. È solo nostra l’impressione che a parlare sia James Hunt?

Un appunto, infine, sulla tecnica. Per la seconda volta Ron Howard ha scelto di colorare il suo film con la tavolozza turneriana di Dod Mantle e, per la seconda volta, ha tuffato l’occhio in un vertiginoso rincorrersi di prospettive impossibili. In “Rush” era lo sguardo del corpo-macchina a emergere e la sua dispersione lungo le linee dello spazio immergeva il pubblico in quell’ebbrezza percettiva indotta dalla velocità, che ben traduce le difficoltà di concentrazione dei piloti. Utilizzata, qui, per sondare il cuore delle profondità oceaniche, la medesima tecnica, pur regalando un efficace stordimento nelle scene in mare aperto, si afferma come presenza capillare, mossa più dall’inerzia di un facile gusto che dall’applicazione di un progetto ragionato. Ci coglie, allora, il dubbio che una deriva formalista sia dietro l’angolo, ma crediamo che Ron Howard saprà scansarla, riaffermando una volta di più il suo prezioso – e tanto più prezioso in quanto raro – ruolo di menestrello del cinema contemporaneo.

voto: 6,5 / 10

Matteo Pernini, da “ondacinema.it”

 

 

Nessuno nel 1820 avrebbe immaginato che un giovane dalla promettente penna di nomeHerman Melville sarebbe arrivato a scrivere quella che Nathaniel Hawthorne definì  “un’opera dalla grandezza simile a quella di Omero”. Parliamo di Moby Dick, il romanzo pubblicato dallo stesso Melville nel 1851 contenente la più grande storia del mare che si possa ricordare all’interno di tutta la letteratura americana, un’opera dal carattere forte e maturo, dove la vita e la sopravvivenza degli uomini è messa contro la furia vendicativa degli abissi aventi il volto di un’elefantiaca balena bianca. Nel suo tempo l’opera fu accolta molto freddamente e Melville sottolineò in una lettera all’amico Hawthorne che il protagonista del romanzo era il male, ossia la bramosia e la cupidigia umana nella continua sopraffazione contro madre natura.

Il racconto di Melville non è semplicemente un romanzo d’avventura, è una storia, una digressione sul bene e sul male, vuole essere qualcosa davvero fuori dagli schemi tradizionali narrativi: il contenuto enciclopedico e allo stesso tempo fortemente digressivo richiede una lettura accompagnata dall’interpretazione, in quanto l’autore utilizza un gran numero di citazioni tratte da storie epiche, shakespeariane, bibliche, che rendono lo stesso Melville quasi un precursore del modernismo, come quello in particolare di James Joyce.

L’idea in sé di Melville però aveva delle fondamenta ben radicate in una cruda e feroce realtà, quella della caccia alla balena, animale usato per trarne olio, prezioso per l’illuminazione. In questo contesto di assoluta fisicità si inserisce Heart of the Sea – Le Origini di Moby Dick diretto da Ron Howard, in uscita al cinema a partire dal 3 Dicembre, con il cast “capitanato” dal Thor di Avengers: Chris Hemsworth. Il film vuole raccontare non l’epopea del capitano Achab, ma vuole spiegare come Melville sia giunto ad una storia fantastica attraverso un racconto reale e veritiero, fatto di uomini, coraggio e intraprendenza.
Tutto ha inizio con un giovane Melville che bussa alla porta di un anziano signore di nome Thomas Nickerson chiedendogli, quasi implorandolo, di raccontargli una delle più grandi storie del mare di ogni tempo. Nickerson, dapprima diffidente, poi inizia una lunga divagazione, partendo da come il mondo dipendesse in maniera quasi vitale dall’olio di balena e da come la vita di alcune città era scandita dalla partenza di enormi baleniere con sopra uomini e speranze di un tempo ormai passato. La nave baleniera Essex, comandata dal capitano Pollard e dal primo ufficiale Owen Chase, intraprende un lungo viaggio verso l’America Meridionale in cerca del prezioso olio, sperando in una fruttuosa mattanza. L’avidità e la bramosia dell’inesperto capitano sottoporrà l’equipaggio a un intenso sforzo per la sopravvivenza, attraverso tempeste e pericoli del mare, fino al palesarsi del mostro. Un’incredibile balena bianca, dall’animo quasi umano, sarà lo spartiacque storico del viaggio dai caratteri catartici. Il naufragio costerà diverse vite e metterà sotto esame ogni singolo uomo, ogni singola situazione. Riuscirà l’equipaggio dell’Essex a sopravvivere al mostro marino e, soprattutto, cosa troverà realmente alla fine del percorso (perché di tale si può parlare)?

Costruito su un’apparato tecnico maestoso fatto di incredibili effetti speciali, il film non si ferma solamente alla fantasticheria e al crudo stupore scenico ma va anche oltre. Se la computer grafica fa miracoli e le riprese, iniziate nel settembre 2013 a Londra e negli Studi Leavesden di Hertfordshire e proseguite alle Canarie sono impressionanti, dall’altro lato della medaglia, al disfarsi di cotanto fasto scenico ecco palesarsi la possanza artistica e culturale di Ron Howard, un regista che ci ha da sempre abituato a film dove l’actionpotesse essere l’amante perfetto del furor narrativo. Ed è proprio questo furor a muovere le vicende di una storia ricca, nobilmente intarsiata di valori umani e metaforici (Moby Dick è nientemeno che l’uomo lupo per l’uomo) adornata di sapiente vivacità artistica e dove il tema della sopravvivenza soverchia nettamente il carattere avventuroso della trama. Le atrocità alle quali i viaggiatori sono sottoposti hanno il tipico carattere Omerico, una catarsi e un’autentica catabasi dove la natura stessa è carnefice verso i propri figli, dove il tempo non ha più valore, le coordinate perdono significato e la carne dell’uomo è più viscida di quella dei capodogli. Ron Howard ha grandi meriti nel rendere epica una storia leggendaria, ma un appunto va inserito, l’uso alquanto sterile del 3D. Un vero peccato visto la portata tecnica di Heart of the Sea che non può limitarsi al mero effetto “da circo” nell’occhiale dello spettatore. Tralasciata questa postilla va riconosciuta la grandezza di Heart of the Sea, un film dal carattere maturo e spettacolare dove una fotografia luminosa e lucida si fondono con panoramiche spettacolari che si soffermano spesso sulla differenza tra la baleniera e la balena, quasi a voler essere da monito per coloro che volessero tentare nell’impresa di ucciderla.

I primi piani sull’occhio di Moby Dick mostrano l’enorme umanità dell’animale e quando arriva il momento decisivo, Chase ha l’opportunità di uccidere l’enorme bestia ma proprio lì i due sguardi s’incrociano e la pietà si risolve attraverso un meraviglioso dialogo visivo, dove per la prima volta spunta fuori il senso di commiserazione, tipicamente antitetico nell’essere umano. Howard porta nel suo Heart of the Sea tutta la magnificenza dell’opera di Melville, dipingendo un’opera dai tratti danteschi, dove la salvezza dell’uomo dalla natura passa proprio per le mani sporche di sangue dell’uomo stesso.

Emiliano Cecere, da “cinematographe.it”

 

 

 

Da dove nasce l’ossessione del capitano Achab per Moby Dick? A quali elementi di “verità” si ispirò Herman Melville per concepire il suo romanzo più celebre? Prova a raccontarlo Ron Howard che, partendo da In the Heart of the Sea: The Tragedy of the Whaleship Essex di Nathaniel Philbrick, ci riporta dapprima al 1850, ipotizzando di un incontro notturno tra Melville (Ben Whishaw) e l’ultimo sopravvissuto di quel naufragio (Brendan Gleeson) e, poco a poco, riprende la via del mare per catapultarci al 1820, quando la (dis)avventura dell’Essex, partita da Nantucket, ebbe inizio.
La subitanea rivalità tra il capitano Pollard (Benjamin Walker), lì per meriti di nascita, e il primo ufficiale Owen Chase (Chris Hemsworth), “campagnolo” adottato da Nantucket ma uomo di mare ormai da una vita, e una missione da compiere: tornare a casa con almeno 2.000 barattoli di olio di balena. Le cose andranno ben diversamente, la storia “ufficiale” riporterà di un naufragio dovuto ad un incagliamento, la realtà dei fatti è nel racconto dell’ormai vecchio Thomas Nickerson, all’epoca novellino (Tom Holland) e, come detto, ultimo sopravvissuto di quella tragedia.

“Sono ossessionato da questa storia e, al tempo stesso, ho paura di non saperla raccontare come merita”. Ron Howard affida al “suo” Melville le parole con cui, da una parte, sintetizzare la portata di un romanzo che, dal 1851, ha saputo rivoluzionare il concetto di epica nella letteratura americana, dall’altra per giustificare il senso dell’operazione filmica stessa.
Proprio come nel romanzo, la “verità” è affidata al racconto di un testimone – lì era Ismaele, qui Nickerson – e, attraverso l’ossessione di Melville comprendiamo (una volta di più) il perché Achab fosse così maledettamente soggiogato dalla voglia di catturare la balena bianca. Quelle pagine grondanti utopia e follia, quella discesa negli abissi (non solo marini) per andare a scovare il male degli uomini e l’imponenza della natura: c’è anche questo, nel film di Ron Howard, che ci porta addirittura nel ventre di una balena appena catturata, quasi riuscendo a farcene sentire l’odore nauseabondo. Ma Heart of the Sea, anche grazie ad un 3D finalmente non solo accessorio, prova a riavvicinarci all’origine di una storia che, tanto il tempo, quanto – soprattutto – il romanzo di Melville, hanno mutato più e più volte.
Perché, in fin dei conti, l’utopia e la follia è anche quella di gettarsi alla caccia, avvicinarsi il più possibile a verità troppo abominevoli per essere tramandate. Ma che, allo stesso tempo, non possono non trasformarsi in leggenda.

Voto: 3 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

È uno dei grandi classici della letteratura mondiale, un racconto d’avventura e di iniziazione, ma soprattutto una riflessione sull’uomo, la Natura e la volontà umana di governare le Forze con cui invece dovrebbe coabitare. È l’ultimo film di Ron Howard,Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick, ma è anche lo stesso romanzo di Herman Melville.

Lo scrittore Herman è a caccia della storia dell’Essex, una baleniera che nel 1982 affondò nel cuore dell’Oceano Pacifico. Lo squattrinato e tormentato scrittore trova la verità presso l’ultimo superstite di quel tremendo naufragio: Thomas Nickerson. Il vecchio baleniere comincia, riluttante, il suo racconto, prima uno scontro tra uomini, poi tra gli uomini e il demonio, un mostro marino terribile e implacabile, quello che il mondo conoscerà poi con il nome di Moby Dick, nell’eterno classico di Melville.

Ispirato al romanzo Nel cuore dell’oceano – La vera storia della baleniera Essex, Heart of the Sea prosegue il cammino che Ron Howard aveva cominciato con Rush. Sia quest’epopea avventurosa che il film sportivo portano avanti i temi della determinazione, della forza di volontà, della gara. Ma se prima i protagonisti erano esseri umani, qui lo scontro diventa impari, tra Dio (o la Natura) e l’uomo. Non solo i temi ma anche la tecnica di Howard ricorda moltissimo il suo film precedente. Il regista entra nella nave con la sua macchina da presa, ce ne mostra ogni dettagli, dalla prua alla poppa. Argani, vele, corde e fiocine tutto viene scandagliato e toccato, annodato, sistemato, approntato per l’incredibile battaglia dei marinai contro il mare. Battaglia che si avvia verso l’inevitabile e scontata conclusione quando all’orizzonte compare quel “demonio bianco”. E il cammino dell’obiettivo, ancora una volta, come in Rush, è supportato dalla mano di Anthony Dod Mantle, direttore della fotografia che fa avvertire sulla pelle dello spettatore il sole, il sale, la fame e la sete, in una luce calda, brillante, spietata, così come il tremendo cetaceo.

Ron Howard può contare su un cast stellare che comprende Tom Holland, Ben Whishaw, Cillian Murphy, Brendan Gleeson, Benjamin Walker, Michelle Fairley insieme a tanti altri volti noti di cinema e televisione, tutti guidati da Chris Hemsworth che, ancora una volta in grande forma, conferma le sue solide doti artistiche in continua crescita.

Pur trovando il suo punto debole nella scrittura a volte troppo invadente con dialoghi didascalici, Heart of the Sea riesce a mettere in scena con la potenza delle immagini e della luce l’eterna lotta tra uomo e Dio, tra Natura e cultura, arrivando alla conclusione che ci sono forze, battaglie, mostri che l’uomo non può vincere. A volte bisogna guardare negli occhi l’avversario, come l’Owen Chase di Chris Hemsworth fa con la balena, e ammettere la resa, incondizionata, di fronte alla sua superiorità.

voto: 3,5 / 5

Chiara Guida, da “cinefilos.it”

 

 

Il ritorno di un grande regista come Ron Howard è sempre un evento e ritorna con questo filmone d’avventura, spettacolare e pieno di immagini roboanti, “heart of the sea”, con protagonisti Chris Hemsworth, Cillian Murphy, Michelle Fairley e Paul Anderson. Questo film è un adattamento per il grande schermo del libro di Nathaniel Philbri intitolato “nel cuore dell’oceano-la vera storia della baleniera essex”. Il film, prodotto da Warner bros, è basato quindi su un fatto storico realmente accaduto, il naufragio della Essex che ispirò poi il celebre romanzo “Moby dick”. Il premio oscar Ron Howard dirige questa avventura in mare con il suo piglio deciso e tradizionale e con tensione al massimo. La storia narra che nell’inverno del 1820 la baleniera Essex fu attaccata da un branco di capodogli e una in particolare, dotata di forza enorme e intelligenza quasi umana, la affondò accanendosi particolarmente. Le conseguenze per l’equipaggio sopravvissuto furono terribili, si ritrovarono a combattere uno contro gli altri e anche in uno scontro mortale tra uomo e natura che portò l’equipaggio a prendere decisioni estreme e a fare l’impensabile per rimanere in vita. Sfidando la fame, il panico e la disperazione gli uomini metteranno in discussione le loro convinzioni più profonde, i loro valori e la loro moralità sarà messa a confronto di prove durissime, mentre il loro capitano e il primo ufficiale cercheranno di abbattere la balena. IL film è straordinariamente coinvolgente e spettacolare, epico come solo i film d’avventura sanno essere, ricco ma il giusto di effetti speciali e con una trama verosimile; il tocco retrò del film che aggiunge Ron Howard è la ciliegina sulla torta ben confezionata. Non è soltanto un” monster movie”, è una storia umana in cui ci si può riconoscere, è una storia che vuole indagare i limiti umani messi a dura prova dal destino; è un film” introspettivo sui generis”, di una introspezione che non ti aspetti per un film d’avventura perché ha momenti di profondità psicologica ben descritta e con non troppa retorica. L’equipaggio della “Essex” che dovrà cercare di sopravvivere per lunghi 90 giorni in mare aperti e in balia di una balena è la metafora della lotta quotidiana dell’uomo per la sopravvivenza tra i suoi simili. “Heart of the sea” è un film di avventura e sentimenti universali che non hanno tempo storico e ha momenti di profonda riflessione umana e questo è il punto forte del film, il mix tra spettacolarizzazione e introspezione psicologica, altrimenti sarebbe stato un film fine a sé stesso, quasi un videogioco. Nulla aggiunge ad un certo genere di cinema di avventura però si nota il tocco di classe di un grande regista come è Ron Howard teso a dare al film quel “quid”umano e universale che poi è risultato.

Daniela Merola, da “kiamarsi.it”

 

 

Moby Dick non è di certo una novità al cinema, considerando che il seminale romanzo diHerman Melville fu portato sul grande schermo già nel 1930 da Lloyd Bacon e poi da John Huston nel 1956 con la più nota delle trasposizioni, dove Gregory Peck dava volto al capitano Achab. Ma nessuno, prima di RonHoward, aveva pensato di raccontare cosa ha ispirato Melville nella stesura del suo celebre romanzo ed è quello che accade in Heat of the Sea – Le origini di Moby Dick.

Leggenda vuole che Melville si ispirò ai reali fatti della baleniera Essex che nel 1820 fu affondata in seguito all’urto con un enorme capodoglio a 3200 km dalla costa occidentale del Sud America, fatti che si fusero con l’uccisione, nel 1830, del capodoglio albino chiamato Mocha Dick, abbattuto a largo dell’isola cilena di Mocha, un enorme mammifero che si dice avesse nel dorso diversi arpioni conficcati e attaccasse le navi come spinto da una furia vendicativa. Nel film di Ron Howard, tratto dal romanzo Nel cuore dell’oceano – La vera storia della baleniera Essex di NathanielPhilbrick, si fondono le due storie e si immagina che lo scrittore Herman Melville paghi l’ex marinaio Thomas Nickerson per farsi raccontare nei minimi dettagli la storia che sta dietro il misterioso affondamento della baleniera Essex, sulla quale da ragazzo navigò. Thomas narra le gesta del capitano George Pollard e del primo ufficiale Owen Chase, di come quest’ultimo si fosse fissato nella cattura di una balena bianca di cui aveva sentito raccontare da alcuni mercanti messicani e di come l’incontro con quel leggendario essere fu fatale a molti di loro.

Con uno stile che più classico non si può, Ron Haward condisce il suo racconto di luoghi comuni che rendendo Heart of the Sea un film perfettamente allineato con la tradizione dell’avventura marinara a cui lo spettatore medio è alfabetizzato. Il punto di vista sulla vicenda è quello di un giovane mozzo, interpretato dall’imminente Spider-Man Tom Holland, con tutte le conseguenze che questo comporta: mascotte della ciurma, capro espiatorio, figura filiale per il tenace Owen Chase, il primo ufficiale che ha lasciato una moglie gravida sulla terra ferma e ha il corpo scultoreo del Dio del Tuono Chris Hemsworth. Non mancano le tensioni tra l’equipaggio, con tanto di personaggio viscido e doppiogiochista (Frank Dillane di Fear the Walking Dead), la spettacolare tempesta notturna che mette in ginocchio tutto l’equipaggio e, una volta presa la strada del naufragio, l’immancabile momento del cannibalismo. Insomma,Heart of the Sea è un calderone di déjà-vu in mezzo al quale è inserita anche la balena di Melville, un enorme mammifero che occupa una porzione del film, forse la più bella ma anche al più breve, che ci dice come il film di Ron Howard non sia Moby Dick… almeno non solo.

È pregevole l’idea di volersi discostare dalla storia che tutti conosciamo inserendo elementi che Melville promise di tralasciare (il cannibalismo), ma appunto nel non voler essere il solito film su Moby Dick, Heart of the Seafinisce per essere il solito film in costume su un’avventura in mare. Ovviamente si tratta di grande cinema avventuroso, un sontuoso blockbuster che riesce a far collimare a perfezione la classicità del racconto, l’epicità delle scene e l’utilizzo delle più moderne tecnologie. Le scene di pesca sono spettacolari e avvincenti, le balene sono realistiche e il film è presentato con un 3D che riesce ad aggiungere una marcia in più nelle scene action e, in particolare, in quelle sottomarine.

In confronto al Moby Dick originario manca l’ossessione del pescatore per l’oggetto della sua caccia, così come l’azione quasi vendicativa del mostro ha un che di stonato in questo contesto, però Owen Chase – messo di fronte all’animale causa della situazione – arriva alle stesse conclusioni del Capitano Achab, che rappresentano la stessa morale melvilliana.

Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick è la sintesi tra vecchio e nuovo che ci si aspetterebbe dal più classico dei registi non classici di Hollywood: quando entrate in sala sapete perfettamente quello che andrete a vedere.

Roberto Giacomelli, da “darksidecinema.it”

 

 

 

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