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Dobbiamo parlare

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Le parole pesano, come macigni, quando vengono scagliate gratuitamente per scaricarsi la coscienza o per un assurdo senso di rivalsa. Le parole feriscono, come coltelli, quando sono lanciate per accelerare una crisi preesistente, una cancrena ormai diffusa. Le parole sono salvifiche e utili, ma anche disastrose e inutili, perché tolgono spontaneità alle relazioni sentimentali – o semplicemente interpersonali – e perché affogano in uno stagno di insopportabili luoghi comuni l’istinto e i palpiti del cuore.

E’ questa verità niente affatto ovvia il messaggio che cerca di trasmetterci inDobbiamo parlare un Sergio Rubini sempre più orgoglioso e felice di lavorare con i suoi attori, un uomo di cinema che risponde al generale bad mood giustamente causato dalla crisi attraverso la commedia. Una commedia intelligente, però, soprattutto nel caso della nuovissima “partita a quattro” giocata insieme a Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ragonese e Maria Pia Calzone.

Il regista de La stazione e La terra si muove stavolta all’interno del genere con più sicurezza rispetto a Mi rifaccio vivo, nel quale un Emilio Solfrizzi indiavolato e un Neri Marcorè un po’ “gigione” distoglievano l’attenzione dal naturale fluire di una storia non priva di guizzi arguti. Nella bella casa romana che strizza l’occhio alla tana di Gep Gambardella, invece, i suoi nuovi personaggi sembrano più a fuoco e più rotondi e succosi, non solo perché le riprese del film sono state intervallate a prove teatrali che hanno facilitato il lavoro degli attori, ma anche perché la realtà mostrata e bonariamente criticata è contesto che Rubini mostra di conoscere molto bene.
L’uomo che dalla sanguigna Puglia è venuto ad abitare nella capitale del Cinema osserva tuttavia la città eterna e il suo noto bestiario non filtrandoli attraverso la propria esperienza presente e passata, ma con gli occhi di una trentenne di oggi: la ghostwriter Linda interpretata dalla Ragonese. E’ questo sguardo nuovo e ringiovanito di un uomo che di anni ne ha 56 a dare freschezza a un film che comunque riposa sulla solida esperienza di un artista maturo, un duello verbale che non ha nulla del claustrofobico Carnage e che, in virtù dell’uso dell’ellissi, diventa quasi un ‘happening’. Cosa che ci piace.

Sergio Rubini in fondo vuole bene al suo chirurgo “sbrasone, all’elegante dermatologa Costanza e a Vanni (lo scrittore a cui presta il volto), ma perfino nei confronti di questo ennesimo esempio di intellettuale (figura che torna spesso nel suo cinema) ha un atteggiamento un po’ disincantato. Quello che gli interessa, e che non può accettare, tanto nei centri sociali, quanto nei salotti, è il “vampirismo”, ossia la nefasta abitudine dei malati di egocentrismo dell’ultim’ora a succhiare le energie vitali, l’equilibrio interiore o il denaro degli altri. E’ un’analisi sottile questo viaggio nell’avidità di chi ha oltrepassato il guado del mezzo secolo, che passa attraverso uno studio scherzoso del modus operandi del pigmalione o di chi cerca nel caldo abbraccio di un amante un antidoto all’anaffettività del coniuge. Non c’è cosmico pessimismo, tuttavia, in una simile visione d’insieme, che rivela invece un’infinita tenerezza nei confronti delle umane fragilità e della dedizione al lavoro di un romano purosangue come il Prof, affidato a unBentivoglio che di un abitante della capitale padroneggia tanto l’inflessione quanto l’attitudine alla battuta pronta.

Altra intuizione felice di Dobbiamo parlare è la constatazione che, passato il tempo delle barricate, della contestazione e di tangentopoli, ormai destra e sinistra non sono visioni politiche diametralmente opposte, ma due pose, due modi di parlare, vestirsi e di mangiare. Ciò è male? Forse no, perché solo restando lontani dai giudizi aprioristici che accompagnano le ideologie possiamo veramente capire il valore degli altri. Possiamo trascorrere una vacanza insieme a loro e perdonarli se non hanno letto Joyce o capito l’essenza più profonda di un’opera di Basquiat.

Una nota di merito, infine, va alle donne del film, a Isabella Ragonese che ha vinto la battaglia con un personaggio in continua evoluzione e a Maria Pia Calzone, che non è solo Gomorra, ma molto molto altro.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Vanni e Linda sono una coppia che convive in un attico nel centro di Roma. Lui scrittore, lei ghostwriter, collaborano nella vita lavorativa e sembrano perfetti in quella amorosa. Una sera come tante sono letteralmente presi in ostaggio in casa loro dalla coppia di amici Costanza e Alfredo (Prof), che attraversano una crisi legata a tradimenti e questioni economiche. I loro continui litigi portano anche Vanni e Linda a confrontarsi con la propria realtà di coppia: i due infatti, anche se molto innamorati, hanno dei rancori e nascondono alcuni segreti.

Dobbiamo parlare: due parole tanto semplici ma che alle coppie fanno molta paura, perché quando “si deve parlare” ci sono problemi e la fine dell’amore è annunciata. Nell’ultimo film di Sergio Rubini si parla, e tanto. E alla base di tutte queste parole c’è un puntiglioso e preciso lavoro di scrittura che rappresenta il maggior punto di forza della pellicola, che diverte e colpisce lo spettatore in più punti. La sceneggiatura è firmata da Rubini e Carla Cavalluzziinsieme allo scrittore Diego De Silva, e due dei quattro attori vestono i panni di chi vive scrivendo libri e articoli: è corretto quindi dire che Dobbiamo parlare è un film sulle parole. Inoltre l’impostazione è evidentemente teatrale: non a caso prima di iniziare le riprese i quattro attori hanno solcato le scene durante una piccola tournée avendo così un primo imprinting che ha consegnato loro una certa famigliarità con la storia.

A confermare il senso di teatralità è l’unicità della location. In questo senso è giusto dire che i protagonisti non sono i quattro attori principali, ma ce n’è un quinto, appunto la casa. Questo luogo che imprigiona le coppie senza lasciarle uscire, e che riesce ad irritarle e a innervosirle creando continui problemi, e che dietro la sua bellezza nasconde tante ferite. Proprio come coloro che la abitano, in apparenza tanto innamorati ma con segreti e rimorsi nascosti.

Ma i problemi non sono solo quelli di coppia, ma anche quelli fra i singoli che non riescono ad accettare le differenze dell’altro, e si iniziano a vomitare addosso confidenze private creando un circolo vizioso di urla e isterismi che portano alla luce verità nascoste e inevitabili (e fin troppo rimandati) confronti.

Quattro adulti che non riescono ad uscire da un appartamento senza prima affrontarsi a viso aperto sui propri problemi ricordano un altro film, Carnage di Roman Polanski, a cui evidentemente Rubini si ispira, e forse avrebbe dovuto pensare anche a riprenderne la durata, perché qualche minuto in meno di urla avrebbe alleggerito la visione, ma il messaggio finale del film rimane invariato, concentrando sull’importanza e sulla funzione del dialogo e delle parole il futuro di queste coppie.

Ma loro sono anche la fotografia dell’Italia di oggi, quella che conosciamo ormai fin troppo bene: da una parte la famiglia borghese di centrodestra, che continua a riappacificarsi e rimanere insieme nonostante i tradimenti e i litigi, solo per convenienza e interessi; dall’altra i due intellettuali radical chic di sinistra che predicano l’umiltà e la sincerità ma spendono un patrimonio tra casa e personale domestico, e portano avanti progetti senza che l’altro lo sappia. E alla fine, come nella nostra politica, la destra rimane in piedi e continua ad andare avanti in nome del dio denaro, mentre la sinistra continua a dissolversi e a distruggersi dal proprio interno. E allora ecco che quelle due paroline, “dobbiamo parlare”, hanno fatto il loro lavoro.

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

“La retorica delle terrazze nel cinema italiano“. Potrebbe essere il titolo di una proposta critica se non suonasse già di per se demenziale, ma l’idea che questo microcosmo popolare abbia rappresentato troppe volte il luogo deputato per raccontare i vizi e le meschinità del paese è una certezza, fino all’ultimo discutibilissimo film di Francesca Archibugi. Ma la terrazza del nuovo film diretto da Sergio Rubini, a differenza di quelle “corali” a cui siamo abituati è uno spazio del tutto inaccessibile, separato a doppia mandata dall’attico romano affittato da Vanni (Sergio Rubini) e dalla compagna Linda (Isabella Ragonese), lui scrittore affermato, lei giovane e talentuosa ghost writer. Linda ha un terrore atavico dei gatti e la terrazza diventa luogo inospitale, osservato a vista da un portiere guardone, proprietario del felino molesto. Il perimetro abitativo si sovrappone allora a quello teatrale, dove i piani della coppia, in procinto di uscire per una serata con l’editore di Vanni, vengono sabotati prima  da Costanza (Maria Pia Calzone) e successivamente dal marito Alfredo, chirurgo sguaiato e spaccone interpretato da un formidabile Fabrizio Bentivoglio, entrambi pronti a far deflagrare la propria crisi sulle incertezze e le fragilità dei due scrittori. Rubini guarda maggiormente al Kammerspiel polanskiano che allo sbrodolamento ombelicale sui massimi sistemi del cinema italiano a cui ci si riferiva, tanto che come in Carnage, seppur in una forma molto più trattenuta, l’obiettivo è quello di ribaltare le simmetrie dello spazio, introdurre alcuni elementi di disturbo e far esplodere la dinamica corale con una lenta erosione dei presupposti costitutivi, utilizzando come veicolo il personaggio di Linda, l’unica ad avere una relazione non riconciliata  con lo spazio sociale anche in termini prettamente visivi e di organizzazione del punto di vista: la terrazza, il panico, la musica ad alto volume, l’infrazione delle regole, il modo in cui Rubini la segue costantemente. Linda è l’unica che tenderà a separarsi dalla morsa consociativa del “gruppo”,  emancipandosi da quello spazio e allo stesso tempo introducendo un volo più libero nello stesso film del regista pugliese, con quella panoramica romana, l’incursione nel fantastico dalla prospettiva dei pesci e sopratutto con l’atto della scrittura come re-introduzione di un regime squisitamente immaginifico. In questo senso Dobbiamo parlare è più sottilmente politico di altri titoli con ambientazione simile, perché pur mantenendo la struttura binaria del confronto, stereotipi inclusi, a partire da quel palleggio destra/sinistra che separa le scelte delle due coppie, la conversazione penetra direttamente la banalità del quotidiano e l’ipocrisia del linguaggio, sovrapponendo sfera individuale e collettiva, con l’introduzione strisciante e corrosiva di quell’idea di patto sociale basata sull’alimentazione reciproca della menzogna. Se quindi l’analogia con “Il nome del figlio” può sembrare flagrante, anche nell’individuare un punto di rottura nel personaggio che subisce il bagaglio storico culturale delle generazioni precedenti (la Ragonese qui e la Ramazzotti dall’altra parte); Rubini lavora in modo completamente diverso, gioca con la parola sottilmente e sviluppa una drammaturgia dello spazio apparentemente classica, ma molto più elaborata nel concertare i piani della visione, tanto da ricordare”L’invidia”, il corto diretto da Rossellini nel 1962 per il film collettivo “I sette peccati capitali”, proprio nel modo in cui utilizza la profondità di campo e le false soggettive che isolano il personaggio di Isabella Ragonese dal contesto. “Dobbiamo parlare” è sicuramente una delle opere minori di Rubini, ma realizzata con quell’attenzione intelligente che nel passaggio da scena a set, individua sempre una via di fuga dalla chiusura dell’ambiente  teatrale, attraverso un occhio cinematografico che rende vivi gli sguardi, gli oggetti e i movimenti come agenti principali di una ricombinazione visiva e quindi interiore dello spazio.

Silvia Bennici, da “indie-eye.it”

 

 

Dobbiamo parlare. Incipit inquietante di qualunque conversazione, anche la più banale,  in grado di creare un’ansia da prestazione notevole in chi la pronuncia e in chi la deve ricevere. Sceglie di partire proprio da questa frase secca e lapidaria Sergio Rubini per il suo ultimo lavoro, Dobbiamo Parlare appunto.

Storia di un intricato quadrilatero emotivo: Vanni (Sergio Rubini), scrittore, e Linda (Isabella Ragonese), sua assistente e “ghost writer”, sono una coppia da dieci anni:. Lei ha trent’anni, mentre il suo compagno quella boa l’ha aggirata da un bel pezzo e si avvia ormai verso la cinquantina. Una sera piombano in casa loro- un lussuoso attico nel centro di Roma- la storica coppia di amici costituita da Alfredo, detto “il Prof” (Fabrizio Bentivoglio) famoso cardiochirurgo e sua moglie Costanza (Maria Pia Calzone), stimata professionista a sua volta, in piena crisi matrimoniale. La donna ha infatti scoperto che il marito la tradisce con un’altra, innescando una reazione a catena di eventi pronti a deflagrare, violentemente, tra le quattro mura domestiche, mentre la notte avanza e le bugie si sgretolano lasciando il posto a verità scomode, pronte a minare qualunque tipo di sentimento e relazione in gioco.

La pellicola lascia immediatamente sorpresi: ricalca il tradizionale impianto delle commedie francesi che hanno spopolato negli ultimi anni, prima in teatro e poi al cinema, prodotti come Carnage e Cena tra amici, film campioni di incassi (il secondo è stato oggetto di un remake tutto italiano, Il Nome del Figlio; il primo invece  è balzato agli onori della cronaca grazie alla versione hollywoodiana firmata da Roman Polanski) forti della loro struttura: ambiente unico, dialoghi brillanti, analisi spietata, cinica e scorretta dei sentimenti, della fallacità delle relazioni umane e dei rapporti sociali che lentamente svelano la loro superficialità, a partire da un banalissimo incidente scatenante.

Rubini non si allontana da questo solco, anzi, lo cavalca in modo pedissequo ed orgoglioso, confezionando un prodotto gradevole ed intelligente, in grado di intrattenere il pubblico che tende a seguire, come in una partita di tennis, i serrati botta e risposta tra i vari personaggi, curiosi di capire chi otterrà il punto e chi perderà, invece, la partita. Ma nonostante queste premesse interessanti, il film sembra restare ingabbiato in una logica teatrale stantia e logora: i quattro attori non si lasciano andare divertendosi, anzi, piuttosto ricadono nel controsenso “mucciniano” che prevede che gli attori debbano urlare sul set a tutti i costi, mostrando una gamma di sfumature monocromatiche che vanno dall’isteria, al pianto,al la leggerezza, per poi ricominciare creando un vero e proprio cortocircuito comunicativo.

Ludovica Ottaviani, da “cinefilos.it”

 

 

Dobbiamo parlare è forse la frase più temuta dal genere umano: preludio della fine o di un nuovo inizio. Ma in questo caso non si tratta solo di una frase, dietro al titolo del nuovo film di Sergio Rubini si cela la necessità di confrontarsi e di comunicare dopo anni di silenzi. Protagonisti di questo scontro due coppie di amici: inseparabili e a prima vista perfettamente in sintonia.

Vanni è uno scrittore cinquantenne alla ricerca dell’ennesimo bestseller che non vuole arrivare. Linda è la sua compagna e la sua ghostwriter, di vent’anni più giovane, sempre al suo fianco, nella scrittura come nella vita. Una sera, mentre stanno preparandosi per una cena di lavoro, i loro amici di sempre – Alfredo detto il Prof, chirurgo romano sempre impegnato in ospedale, e sua moglie Costanza – irrompono nel loro attico nel centro di Roma in piena crisi coniugale. La casa bellissima, potenzialmente, presenta mille difetti, ha poca acqua calda, il gatto del portinaio fa spesso capolino in terrazza (e Linda ha paura di qualsiasi animale) e gli infissi sono vecchi 50 anni: insomma, all’apparenza è bella, ma sotto sotto ha molti più problemi di quanti ti aspetti. È la metafora perfetta per la nottata che spetta ai quattro protagonisti: liti, rivendicazioni, minacce e crisi di panico, ma anche la necessità di dirsi la verità, il tutto scaturito dalla scoperta da parte di Costanza del tradimento del Prof. Questa situazione, però, non lascia impassibili Vanni e Linda, che, influenzati dagli amici, iniziano a rivelare quei segreti rimasti sopiti per troppo tempo. E le ore passano ed ecco così che la notte fa spazio alle prime luci del giorno e con lui arriva la chiarezza.

Il film è la trasposizione cinematografica dello spettacolo teatrale Provando…Dobbiamo parlare portato in scena sempre da Sergio Rubini, regista, co-autore e protagonista, insieme a Isabella Ragonese, Fabrizio Bentivoglio eMaria Pia Calzone. Il quartetto ha testato il pubblico prima di imbarcarsi in quest’avventura e si vede. L’impronta teatrale è presente in tutto il film, dalla location al punto di vista: quello di un normale pesciolino rosso (regalo di Vanni per Linda per aiutarla a superare le sue fobie) doppiato da Antonio Albanese.

Dobbiamo parlare è in fondo un affresco amaro dell’amore ai tempi di whatsapp, un ritratto pungente di cosa significa essere una coppia nel ventunesimo secolo raccontato da quattro borghesi troppo impauriti dall’uscire dallo loro routine per mettersi in gioco a cinquant’anni (o anche trenta). Sergio Rubini crea così un vero e proprio campo di battaglia sia verbale (i dialoghi sono serratissimi) ed emotivo (le emozioni sono palpabili).

Chi sopravviverà a questa lunga notte?

Mi piace: La chimica tra i quattro personaggi e la poeticità della location.

Non mi piace: I dialoghi a volte troppo veloci non ti permettono di seguire la storia fluentemente.

Consigliato a chi: Ama quei film dove lo stampo teatrale c’è e si vede.

Voto: 3/5

Letizia Lara Lombardi, da “bestmovie.it”

 

 

Due coppie, un appartamento e un grande malinteso. Il ritorno di Sergio Rubini sul grande schermo è segnato dall’incalzante Dobbiamo Parlare, brillante commedia degli equivoci dal ritmo frenetico e dall’effetto detonante, come quello di una miccia che fa esplodere l’ordigno di un magnifico ménage lessicale tratto da un copione degno di una vivace pièce teatrale.

Voce del verbo “parlare”. Tempi e modi sono in continuo mutamento, si adattano allo spazio e virano a seconda delle necessità dettate dagli attori, seguendo un twist narrativo che capovolge le molteplici dinamiche e ne ribalta le convenzioni.

Linda e Vanni vivono da 10 anni in un attico nel cuore di Roma. Entrambi sono scrittori e condividono una smodata passione per l’arte, in particolare per la composizione creativa. Lui è un affermato romanziere alla ricerca dell’ispirazione giusta per svoltare la sua carriera con un nuovo bestseller. Lei, una giovane e promettente penna che produce scritti e di professione fa la ghostwriter, precisamente per il suo compagno. Tra le frequentazioni più assidue, i due amano trascorrere il tempo (o così pare) in compagnia dei loro migliori amici Costanza ed Alfredo, una coppia di medici incalliti, entrambi eclettici, boriosi e tremendamente classisti. Il loro matrimonio è ai minimi storici, il rapporto coniugale sull’orlo di una crisi di nervi che, casualmente, decide di scoppiare nel giorno in cui Vanni e Linda hanno un impegno improrogabile, un vernissage ultra esclusivo con tanto di cena al seguito in compagnia di un editore amico di Linda. In preda ad una crisi di panico, Costanza piomba a casa degli amici, confessando loro che il marito, conosciuto ai più con l’appellativo di Prof., la tradisce con l’amante.

Photo: courtesy of CINEMA

Ma quella che si preannunciava una tranquilla serata mondana, occasione ideale per evadere dalla funesta magione condensata di pensieri e di concetti troppo sterili per finire sulla bozza del libro di Vanni, si trasforma improvvisamente in un rendez-vous improbabile in cui le certezze diventano insicurezze e il salotto di casa un palcoscenico dove il confronto diventa scontro. Le mura domestiche si trasformano così in un ring colloquiale all’interno del quale i quattro personaggi rimangono aggrappati alle corde per una lunga ed estenuante notte di misunderstanding in cui la verità diventa una scomoda antagonista da dover affrontare.

La parabola contestuale inscenata da Sergio Rubini è un concentrato di raffinata scrittura e sublime imprinting tragicomico degli attori, da Isabella Ragonese a Maria Pia Calzone, da Fabrizio Bentivoglio (istrionico e in stato di grazia) allo stesso Rubini, artefici di una prova corale di estenuante recitazione e di forzature caricaturali necessarie a creare un’equilibrata e indispensabile aura di retorica enfatica. Una commedia naif e stratificata dagli accenti francesi che attinge a piene mani dalla tradizione degli spettacoli boulevardier di qualità e da pellicole eclettiche e sofisticate quali La cena dei cretini (di Francis Veber, 1998) e Cena tra Amici (di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, 2012), rielaborando la materia in salsa tricolore, attraverso una regia essenziale e funzionale alla storia, e proponendosi come versione italiana di Carnage di Roman Polanski.

Photo: courtesy of CINEMA

Tra contrasti, litigi, omissioni di colpa e confessioni, il film ha la forza di trascinare lo spettatore in un vortice di digressioni ludiche, scambi di battute al vetriolo, automatismi narrativi e rovesciamenti repentini di ruolo in cui amori e amicizie vengono messi in discussione e un semplice dialogo può alimentare un dibattito inarrestabile. E alla fine, che siano taciuti o rivelati, i dilemmi coniugali vengono inevitabilmente a galla nello stesso modo in cui un pesce rosso cerca di fuggire da un’ampolla piena d’acqua per sconfiggere la solitudine e trovare la sua anima gemella. Ma in fondo cos’è peggio di una relazione protratta nell’ombra del silenzio che una vita da single urlata al mondo in totale libertà? La risposta è tutta nel film.

Andrea Rurali, da “masedomani.com”

 

 

“Dobbiamo parlare”, due parole che chiunque si è sentito dire una volta nella vita, alle quali si reagisce sempre con un po’ d’inquietudine, perché di solito sono solo l’inizio di una discussione o un’avvisaglia per qualcosa di grave. È proprio sul senso di questa frase che Sergio Rubini costruisce il suo nuovo film, un ritratto intenso e mordace della vita di coppia, in particolare di due coppie di amici, entrambe nel bel mezzo di una crisi.
Personaggi di questa storia sono Vanni e Linda, entrambi scrittori insieme da dieci anni, che vivono apparentemente sereni nella loro quotidianità, in una bella (ma poco funzionale) casa in affitto al centro di Roma. Una sera, mentre stanno per raggiungere a cena l’editore di lui, arriva Costanza, migliore amica di Linda, disperata per aver scoperto il tradimento del marito, Alfredo il Prof. Mentre cercano di capire la situazione, Alfredo piomba in casa loro e i due si ritrovano letteralmente immersi nei problemi dei loro amici. Tutto questo porterà ad una svolta. Vanni e Linda si ritroveranno a riflettere anche sul loro rapporto, tirando fuori ciò che realmente pensano l’uno dell’altra.

Con Dobbiamo Parlare, Sergio Rubini si unisce a quella schiera di suoi colleghi che hanno portato sceneggiature di stampo teatrale al cinema, vedi il recente Il Nome Del Figlio, scegliendo di raccontare la storia usando un unico ambiente, che diventerà il campo di battaglia delle due coppie protagoniste. La sceneggiatura, scritta a sei mani da Rubini, Carla Cavalluzzi e Diego De Silva (del quale si nota la mano per l’ironia e la sagacia)gioca molto su una satira intelligente e accattivante, svelando quell’ipocrisia tipica della medio borghesia italiana.

Oltre l’ottima scrittura, sono gli attori che fanno sì che questo film funzioni. Davvero eccellenti Rubini e Bentivoglio, che nel ruolo del romanaccio borghese un po’ cafone si dimostra molto credibile,  nonostante sia un personaggio totalmente lontano da lui. In continua evoluzione Maria Pia Calzone che, per fortuna, continuiamo a vedere al cinema in ruoli diversi dalla Donna Imma di Gomorra, scoprendo che è forse una delle attrici più versatili in circolazione, mentre Isabella Ragonese, nonostante abbia l’aspetto e le movenze adatte al personaggio di Linda, ne dà un interpretazione un po’ debole e non molto in parte.
Tra insulti, rivelazioni inaspettate, colpi bassi e vendette si creerà una vera e propria lotta psicologica,Dobbiamo Parlare fa un analisi profonda non solo sulla crisi di coppia ma, soprattutto, su quella individuale, attraverso uno sguardo critico e uno scambio verbale che a volte può portare allo sconvolgimento totale delle proprie vite, portando quasi sempre alla decisioni più giusta per tutti.

Ilaria Scognamiglio, da “cinemamente.com”

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