Assolo

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Al suo secondo film da regista Laura Morante continua a lavorare su canovacci e svolgimenti in stile francese, commedie garbate e d’ambientazione alto borghese (per quanto il lavoro della protagonista non lasci suggerire un guadagno a livello), dai meccanismi precisi e dalla sceneggiatura impeccabile. Ancora una volta non ci sono ambizioni stratosferiche, cosa che nel panorama italiano è più che unica, ma la voglia di realizzare una commedia scorrevole. Impossibile quindi non partire con della stima.

Assolo purtroppo però non tiene per tutta la sua durata la medesima tensione da commedia, scioglie i suoi intrecci troppo presto ed indugia eccessivamente prima di finire con la più fiacca delle chiuse.

La storia di una donna rimasta sola (due mariti ormai ex e due figli indipendenti) che cerca equilibrio nella sua vita tramite la psicanalisi (anche questo un tema che torna da Ciliegine), sembra inizialmente creare un terreno favorevole alle idee della stessa Laura Morante che ha scritto il film sempre conDaniele Costantini (di supporto anche per la fase di regia). Il personaggio continua ad essere più o meno una variazione sull’inadeguata che l’attrice spesso si trova ad interpretare, quella che il cinema italiano negli anni ha cucito sul suo fisico, una donna piacente ma insicura, vittima di tutte le principali fobie indotte da primo mondo. Eppure di nuovo dopo Ciliegine sembra che nei suoi film lei sia l’unica a saper dare dignità a questo carattere.

In particolare Assolo vive in una prima parte attraverso un sorprendente moltiplicarsi di scene e scenari e comprimari. Tra sogni, realtà, proiezioni mentali e un’infinità di attori che si affiancano alla protagonista, il film sembra avere l’ambizione di seguire una vita in tutte le sue attività quotidiane trovando sempre ambienti e svolgimenti non banali eppur ordinari. Anche i flashback sul passato sembrano ogni volta originali per costume, messa in scena e fotografia. C’è in questo film decisamente molta più vitalità e voglia idee visive di quanta non ne vediamo nel 90% dei nostri film, basterebbe anche solo il ricordo delle sigarette da comprare su commissione della panettiera, con il suo cappotto assurdo e il vento iperbolico a fare da esempio.
L’impressione è che davvero, mantenendo fede al tono leggero e un po’ teatrale della commedia per come la vede Laura Morante, Assolo riesca a trasfigurare tutti i momenti più quotidiani nella finzione del cinema, risultando a tratti di una sincerità disarmante, di certo più che nell’idealizzato finale massacrato dalla tromba composta da Nicola Piovani.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Flavia è una cinquantenne con due matrimoni finiti alle spalle e due figli grandi che la trovano “antica”. Insicura e velleitaria, come si autodefinisce, è incapace di rendersi autonoma dagli ex mariti e dalle loro seconde mogli, che considera molto più risolte di lei. Per dare una direzione alla sua vita si rivolge ad una psicologa cui racconta qualcosa di tutti meno che di se stessa. Riuscirà Flavia a mettersi alla guida della propria esistenza a prescindere dai suoi rapporti con gli uomini, dal suo complesso di inferiorità nei confronti delle donne, e dalla sua “sessualità repressa”?
Laura Morante, alla seconda prova come regista e autrice (affiancata alla sceneggiatura dall’ex marito numero due,Daniele Costantini), prosegue il discorso iniziato con Ciliegine costruendo un’altra commedia più francese che italiana (c’è anche Lambert Wilson nei panni dell’amante d’oltralpe), più newyorkese che romana. Passando per i film della coppia Agnes Jaoui-Jean Pierre Barci e per le commedie di Woody Allen, Morante trova una sua cifra narrativa singolare (verrebbe da dire single) fatta di malinconia, ritmo e leggerezza. È impossibile non voler bene alla sua Flavia che attraversa il presente incespicando nei suoi errori passati e in qualche modo resta in piedi, che aspira ad uscire dal coro ma non osa l’assolo per paura di stonare.
Laura Morante invece è impavida nell’affrontare a testa alta un tema scomodo e apparentemente poco commerciale come i 50 anni delle donne che improvvisamente si sentono inutili, invisibili e inette, ponendo da sole il prefisso “in” davanti ai loro desideri e accettando di dipendere ancora e ancora da quello sguardo maschile condizionato ad orientarsi verso donne più giovani e più disposte all’adulazione. Diversamente da Ci vuole un gran fisico, unica commedia italiana recente a mettere al centro una cinquantenne, il film della Morante rifiuta per la sua protagonista la corda del grottesco: l’autrice si regala un autoritratto pieno di grazia e ironia, mai beffardo o crudele, poco incline ai patetismi e ai compiacimenti vittimisti. Il suo sguardo è gentile anche verso i personaggi maschili, fra cui spicca Marco Giallini per irresistibile sgradevolezza.
Ne emerge un’antieroina che vorrebbe vivere a Paperopoli, un’eterna ragazza che chiama ancora “dischi” i cd, che trova l’autoerotismo ridicolo (o forse solo “stupido”, come Ann in Sesso, bugie e videotape) e che deve mettere ordine nella sequenza degli eventi che determineranno il resto del suo percorso (“prima la patente, poi la casa”, che è come dire prima l’autonomia di movimento, e solo dopo le radici nel terreno giusto). Al centro della storia c’è uno dei temi tabù della nostra epoca, la distinzione fra la solitudine come condizione di vita e la solitudine come percezione di sé: perché si può essere soli e non soffrirne, così come si può essere in due e sentirsi disperatamente soli.
Morante inizia il suo racconto prendendo di petto anche il tema della morte, che sottende l’intera storia e riguarda quasi tutti i personaggi, e lo descrive in una sequenza onirica che attinge a Pina Bausch invece che a Fellini o all’ultimo Sorrentino. In una storia di maturazione la cui protagonista deve imparare a scegliere invece di aspettare di essere scelta, la morte infatti è un punto di partenza, perché al suo cospetto il tempo stringe, le opzioni si riducono, e quelle che restano sono quelle che contano. E il tempo, anche se poco, può bastare, se lo si usa per guidare in avanti, invece che guardare all’infinito nello specchietto retrovisore.

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Tre anni dopo il delizioso e in Italia sottovalutato Ciliegine, candidato ad un Nastro come miglior commedia e ad un David per l’esordio dietro la macchina da presa, Laura Morante torna nelle vesti di regista, sceneggiatrice e protagonista conAssolo, ambiziosa e coraggiosa opera seconda in uscita nelle sale nostrane il prossimo 5 gennaio. Un progetto imperfetto, quello portato avanti dalla Morante, eppure così dannatamente temerario nell’affrontare un genere, quello della commedia dal taglio femminile, a noi quasi sconosciuto.

Protagonista di Assolo una donna di cinquant’anni, Flavia, costretta a dover affrontare per la prima volta una vita da single. Proprio lei, che ha alternato matrimoni falliti (due), figli (due), insensati rapporti con le mogli altrui, amicizie sbilenche, amanti inaffidabili e complessi di vario tipo. Il tutto segnato da una profonda e devastante infelicità. Flavia è infatti afflitta da un’insicurezza patologica che la rende di fatto dipendente dagli altri, tanto da cercare conforto nello studio di una psicanalista, nell’affetto di una dolce cagnetta maltrattata dai vicini e nelle rozze avances di un atroce collega di lavoro. Se non fosse che in un’orchestra in cui tutti gli strumenti sembrerebbero amalgamarsi perfettamente l’uno con l’altro, anche un solista possa serenamente vivere la propria virtuosistica esistenza.

C’è vagamente del Nanni Moretti, quello ‘apicelliano’ degli esordi, in quest’opera seconda della Morante che nuota tra ‘sogni’ d’oro’, incubi ad occhi aperti e rielaborazioni passate volutamente minimaliste dal punto di vista scenografico. Una lunga seduta psicanalitica a tutto schermo, quella costruita dalla regista, che alterna realtà e finzione, ricordi e onirismo, mantenendosi in equilibrio stabile dal punto di vista della grazia e dell’eleganza ma in bilico sul piano del bilanciamento dei toni. E perché no anche dei generi. Perché vari linguaggi cinematografici vengono con audacia affrontati dalla Morante, che spazia tra semi-realismo e realismo, provando a pennellare i lineamenti di una donna in crisi di mezza età, sola e profondamente insicura, visibilmente fragile e inibita alla vita, pudica e introversa, accondiscendente e tendenzialmente frigida. Quasi un caso umano, che preferirebbe vivere a Paperopoli perché città priva di genitori, e da anni incapace di prendere la patente di guida, perché simbolo di un’assunzione di responsabilità da cui lei fugge.

Responsabilità che la Morante regista si è invece assunta, sbandando pericolosamente nell’assemblaggio di un assolo che si fa pirouette. Perché l’opera seconda della musa di Moretti tende a girare troppo a lungo su se stessa, ribadendo concetti e situazioni che minuto dopo minuto finiscono per frenare il ritmo di un film complesso nella sua spiazzante struttura, costantemente in balia del mutamento stilistico tra voce off e piani esistenziali paralleli che si incrociano. Nell’impaurito mondo di Flavia esistono solo e soltanto rapporti malati e per lei limitanti, tanto da dare il via alle danze con un cinico e devastante sogno mortuario in cui tutti i maschi che hanno contraddistinto la sua esistenza vivono quasi con fastidio, per non dire menefreghismo, il suo funerale.

Può una donna che non si ama, essere amata?‘. Questa la semplice e definitiva domanda che si pone uno dei due ex mariti di Flavia (Gigio Alberti, l’altro èFrancesco Pannofino), da sempre incapace di vivere la propria solitudine senza per forza di cose doversi affidarsi ad altri, che siano i colleghi di lavoro (spicca come al solito l’istrionico Marco Giallini), i figli con cui non riesce ad aprirsi, l’amica ‘babbiona’ gelosa dell’ex marito (Angela Finocchiaro), l’esuberante istruttore di guida (Antonello Fassari), la massaggiatrice tutta d’un pezzo e piena di vita che cede però alle botte del geloso compagno (Donatella Finocchiaro) o la saggia ma misteriosa psicanalista (Piera Degli Esposti), chiamata a ‘sbloccare’ una donna di fatto da sempre con il freno a mano tirato perché bloccata dalla propria imperfezione in un mondo, incredibile ma vero, scoprirà essere popolato di gente imperfetta.

Tra iniziazione all’autoerotismo (alla Meryl Streep ne Il matrimonio che vorrei), lezioni di tango in cui attendere con trepidazione quel compagno di ballo che tarda ad arrivare, pochi e amari sorrisi seminati qua e là e quella temuta boa del mezzo secolo di vita che anche in ambito lavorativo si fa tremendamente pesante, la Morante suona con temerarietà una partitura inusuale per il cinema di genere nostrano, tanto da cedere a stecche, evitabili virtuosismi di scrittura e a qualche passaggio a vuoto di troppo, meritandosi comunque un plauso per l’inatteso coraggio dimostrato.

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

Come recita la voce flautata di Laura Morante in uno dei novantasette preziosi minuti del suo secondo film da regista, il termine “assolo” si riferisce a un brano musicale eseguito ­­- in una composizione corale od orchestrale ­- ­da una sola voce o da un solo strumento. Fuor di metafora – e nel contesto delle relazioni interpersonali – il termine allude invece a una conquistata autonomia pratica ed emotiva dalle altre persone e dai loro giudizi quasi sempre  tranchant.
Chi può dire di averla conquistata?
Se parliamo di donne che stanno per compiere (o hanno compiuto) il burrascoso giro di boa dei cinquanta, la risposta alla domanda è: quasi nessuno, perché in una certa fase della vita, questa innocua parolina di nove lettere diventa improvvisamente un’isola che non c’è, nascosta da un gigantesco e mostruoso scoglio chiamato mancanza di autostima.

Di una simile debolezza, così intimamente legata alla caducità della bellezza esteriore (perché ammettiamolo: a chi importa di quella interiore?) hanno parlato in molti per secoli e secoli, ma l’attrice toscana che portava il gelato a Nanni Moretti in Bianca lo fa oggi con grande onestà e con una grazia da Settecento francese, lavando sì i panni sporchi del popolo delle “anta” in un fiume tutt’altro che nascosto, ma lasciandoli asciugare dal sole del buonsenso, dell’autoironia e di un’assertività che significa invito a “esserci”, a occupare prepotentemente lo spazio invece di farsi da parte.

Attraverso la vicenda di Flavia – che si muove in uno sconclusionato labirinto di solitudine – la regista sprona le donne a non essere più inutili oggetti, a non vivere di luce riflessa, a non attendere con un’ansia sempre crescente che una mano maschile le prenda da una vetrina per riporle in un teca e ammirarle. Quasi sussurrando, la Morante invita il gentil sesso non tanto a un rovesciamento della dinamica vittima-carnefice che porti a una mortificazione dell’uomo, quanto alla scelta di una terza via, una strada tranquilla che passa per il superamento dell’egocentrismo, una pacificata accettazione dei propri limiti e un potenziamento della capacità di sentire per poter assaporare al meglio la vita.

Attenzione, però: Assolo non è una “passeggiata di salute”. A seguire con empatia il percorso della protagonista, stendendosi con lei sul lettino dell’analista e vivendo i rifiuti che subisce, si rischia di lasciarsi andare alla malinconia. Per fortuna l’esagerazione comica permette di mantenere alto il morale, perché una donna uguale a Flavia non esiste per davvero, così come non possiamo definire naturalistico l’approccio alla realtà di Laura Morante, sempre attenta a mantenere un seppur minimo décalage fra la verità e la sua rappresentazione. E allora è giusto ridere, senza tuttavia dimenticare che, come diceva il vecchioMark Twain, “non c’è umorismo in Paradiso” (visto che il divertimento nasce dalla contemplazione delle umane miserie).

E’ più ambizioso Assolo rispetto a Ciliegine, e più “pericoloso”, perché, una volta imparati i trucchi del mestiere, la Morante ha giustamente voluto fare un film non solo di attori e di buoni dialoghi, ma anche di regia. Trovandosi a “gestire” diversi piani temporali e punti di vista, oltre a frequenti scivolamenti in universi onirici, la regista ha dovuto e voluto scegliere una non uniformità stilistica che ha contagiato perfino la recitazione degli attori. A volte si è persa, soprattutto quando ha utilizzato come collante una voce fuori-campo troppo invasiva. Poi però ha deciso di cavalcare l’ingovernabilità della sua “creatura” e ha ripreso slancio, trovando una sua coerenza e una sua forte personalità.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Che cos’è un assolo?
Secondo il vocabolario, un “Brano musicale eseguito, in una composizione corale od orchestrale, da una sola voce o da un solo strumento, con o senza accompagnamento di altri strumenti o di altre voci”.

Tutto questo non è metaforicamente, e neanche letteralmente, Flavia, la protagonista del film, interpretata da Laura Morante. Perché è una donna che non ha mai vissuto da sola, superata la giovinezza non è mai stata per un lungo periodo single, perché la sua continua insicurezza l’ha portata a vivere sempre con qualcuno, arrivando a frequentare anche gli ex-mariti e le loro nuove compagne e moglie, finendo ogni volta per essere sopraffatta dalla personalità di questi uomini e donne.
Inevitabile dunque una cura psichiatrica, la cui dottoressa in questione è interpretata da un’ottima Piera degli Esposti, che cercherà in ogni modo di farla assomigliare di più a un assolo, e non più a una piccola nota dominata da tutte le altre.

Per la sua opera seconda Laura Morante si affida a un lungo e ricco cast.
Oltre alla già citata Piera degli Esposti, troviamo grandi attori come Francesco Pannofino, Marco Giallini, Antonello Fassari, Gigio Alberti, oltre a una straordinaria partecipazione del francese Lambert Wilson, per molti “Il Merovingio” nella saga di Matrix, e soprattutto grandi attrici come le due sorelle Finocchiaro, Carolina Crescentini ed Emanuela Grimalda.
Ma la vera star è la cagnolina Mika, Mia nella vita reale, che nel film aiuta Flavia ad avere una vita migliore con la sua tenerezza e al tempo stesso il suo istinto di repulsione vero gli estranei.
L’idea della Morante, a cui ha lavorato tanti anni, sopravvivendo anche a un blocco che sembrava cancellare del tutto questo film, è carina ed originale, fin dall’inizio si utilizza l’ironia per parlare di problemi seri che possono affliggere nella vita di tutti i giorni le donne come Flavia, che secondo lei esistono davvero.
Le note negative, visto che sempre di musica parliamo, riguardano la durata del film. Forse sono davvero necessari 97’ per raccontare una storia così complessa, ma magari eliminando un paio di personaggi poteva lo stesso risultare convincente e più godibile e comprensibile per lo spettatore.

Assolo sarà presente nelle migliori sale italiane a partire da martedì 5 gennaio 2016.

Valerio Brandi, da “cinefarm.it”

 

 

 

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