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American Pastoral

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Ritratto della caduta della middle class americana a fine anni ’60.
Quando lessi la news della produzione della trasposizione cinematografica del  libro premio Pulitzer American Pastoral, il mio animo si divise in due fazioni contrapposte: da un lato, la gioia e la curiosità tipiche di una fan del libro, felice che l’universo di riferimento non si fosse concluso ancora; dall’altro, il terrore di una trasposizione inesatta, sciatta, quasi blasfema, rischio ingrossato dalla regia esordiente del divo di Hollywood Ewan McGregor. Nulla di inaspettato, dunque. Eppure, quando ho potuto finalmente vedere il film, American Pastoral ha disilluso entrambi gli aspetti.

La motivazione: perché McGregor ha combattuto per quasi dieci anni con le produzioni prima di giungere alla regia di American Pastoral? Per amore della storia,  per il desiderio di confrontarsi con una regia anche se estremamente rischiosa, per un rispecchiamento personale nelle vicende dello Svedese, che peraltro interpreta? Ancora una volta, tutto e nulla: McGregor, difatti, in conferenza stampa precisa che sì, si innamora della storia quasi quindici anni fa, ma non del romanzo di Roth, bensì della sceneggiatura di John Romano. Ai fini dell’analisi di una trasposizione, questo elemento risulta fondante, dal momento che viene saltato un passaggio, quello dal romanzo al testo sceneggiatura.

La narrazione: chi mastica anche poca letteratura americana contemporanea, sa benissimo che gli universi e le modalità narrative di quella nuova leva di scrittori (Roth, DeLillo, Eugenides…) sono tutt’altro che classicheggianti. American Pastoral (il romanzo) è la storia dello Svedese e della cittadina di Rimrock, narrata dallo Svedese  ad un amico, che a sua volta la racconta ai lettori. Il film oltrepassa questa narrazione complessa, introducendo la vicenda a partire direttamente dal fratello del protagonista. Per i puristi del romanzo (un ruolo sempre antipatico, a mio parere), questa modifica potrebbe risultare blasfemia allo stato puro, ma, alla luce dei fatti, e di film trasposti che si sono annodati nella propria narrazione, la semplificazione di McGregor funziona.

I simboli: American Pastoral percorre tre decenni della storia contemporanea americana, dagli sfavillanti anni Sessanta, durante i quali lo Svedese eredita l’azienda di famiglia, alle contestazioni sessantottine e Seventies contro la guerra del Vietnam, alla morte del protagonista, rappresentante il crollo del sogno americano. Il libro e (fortunatamente) anche il film, però, non si fermano all’allegoria politica, seppur in modi completamente diversi: il film di McGregor pende clamorosamente sul versante umano, familiare, del dolore, dell’indifferenza, della distruzione della perdita, senza mai dimenticare che anche questi elementi sono e devono essere politici. Il balbettio di Merry, ad esempio (Dakota Fanning dall’adolescenza all’età adulta), per esempio, è simbolo di ribellione, di rottura dell’equilibrio di quella famiglia così onesta e perfetta, ma anche rabbia e frustrazione verso una rivoluzione che per lei si rivelerà fatale, violenta, dolorosa: la giovane, infatti, smetterà di balbettare solo quando rinuncerà alla violenza e, parzialmente, alla sua vita, volgendosi alla setta gianista.

La purezza dello stile: nonostante la regia di McGregor risulti decisamente scolastica e da manuale (nessuna sperimentazione, inquadratura o movimento di macchina fuorilegge), l’ambientazione, la scenografia e in generale lo “spirito” di American Pastoral sono decisamente fedeli al testo di Roth, che, infatti, lo definisce “l’unico film proveniente dai suoi libri che ho apprezzato”. Inoltre, lo scenografo Daniel B. Clancy ha operato una mutazione nel corso della storia della tavolozza di colori: se le prime scene sono vibranti e tonali (con McGregor, mi hanno ricordato molto l’ottimo Big Fish di Tim Burton), la parte post-trauma dell’attentato di Rimrock risulta scura, spenta, depressa. Clancy, inoltre, si è dichiaratamente ispirato ai quadri di Edward Hopper, raffiguranti un’America borghese, popolare, ma al contempo misteriosa e angosciante.

American Pastoral, in conclusione, è la trasposizione/visione di uno dei mattoni portanti non solo della letteratura, ma della cultura americana contemporanea; McGregor, con estrema lucidità, costruisce il suo primo film non sulla portata magnifica del romanzo, sarebbe stato un passo pomposo e distruttivo, bensì sulla purezza del protagonista; purezza che va a scontrarsi, senza mai scheggiarsi, soffrendo, piegandosi ma senza mai morire, con la storia, la vita di un Paese costruito e cresciuto, ancora una volta, nel sangue.

Irene Coluccia, da “storiadeifilm.it”

 

Cosa sono la perfezione, la bellezza, la purezza e la passione davanti all’uragano sconvolgente del destino? A cosa può ridursi un uomo che scopre di aver fallito nell’impresa più grande, ovvero quella di educare la sua unica figlia?

Con American Pastoral, il film diretto e interpretato da Ewan McGregor con Jennifer Connelly e Dakota Fanning, tratto dall’omonimo romanzo di Philip Roth (Premio Pulitzer per la narrativa del 1998), viene messo in scena l’abisso sconquassante della paura, la screpolatura che affligge la bellezza, staccandogli di dosso l’intonaco vuoto eppure rassicurante della quotidianità.

Ambientata nell’America degli anni ’60, l’opera mette in scena le differenze e le diffidenze di padri e figli, lasciando esplodere sullo sfondo del benessere gli scontri razziali e l’infuriare della Guerra del Vietnam.

Lo spettatore viene introdotto alla storia attraverso il racconto di un tale Nathan Zuckerman (interpretato da David Strathairn) che, durante l’incontro con gli ex-alunni della sua scuola, incontra il suo vecchio amico Jerry Levov (Rupert Evans), intraprendendo con lui una discussione circa il fratello maggiore di quest’ultimo, Seymour Levov (Ewan McGregor) detto “lo Svedese” per via della sua chioma bionda e gli occhi blu.

Il narratore dipinge un racconto quasi insensato dello Svedese che appare, agli occhi di chi si accinge a scoprire l’involucro di celluloide della storia, poco attraente e accattivante. Un uomo di bell’aspetto a cui la vita ha regalato la gloria sportiva ai tempi del college, una moglie bellissima (ex Miss New Jersey), una carriera splendida – il padre gli ha lasciato in eredità la sua ben avviata fabbrica di guanti, una casa immersa nel verde e una bambina graziosa quanto sensibile e intelligente.

Ciò che trasuda American Pastoral è il quadro fastidiosamente perfetto di una famiglia brava a nascondersi dietro le apparenze.

L’attrattiva esteriore mette in ombra le debolezze, ma implode con l’accrescere delle normali difficoltà e il primo campanello d’allarme sono le balbuzie della figlia Merry (Dakota Fanning). Dalle sue parole incomplete si diramano crepe psicologiche che mettono in risalto il difficile rapporto con la madre e l’amore incondizionato nei confronti del padre; debolezze che si convertono in idee politiche e col tempo portano la fanciulla a commettere un attentato nel quale muore un uomo.

Costretta a nascondersi per fuggire alla legge, la giovane Merry sarà la rovina dei suoi genitori e soprattutto del padre, che non si rassegnerà mai all’idea di averla perduta, finendo così impelagato in una serie di sotterfugi e ricatti che non faranno altro che condurlo alla tomba.

American Pastoral

Ciò che poeticamente avviene è il passaggio dalla vita bucolica e ‘pastorale’ a quella frenetica e orrorifica. Si passa dal quadro della famiglia perfetta a quello della famiglia disagiata in cui ogni membro pensa a rapportarsi con l’altro come se non ci fosse nessun legame sanguigno. A tal proposito fanno riflettere le parole della vedova del benzinaio (l’uomo rimasto ucciso durante l’attacco terroristico compiuto da Merry) ai coniugi Levov: noi sopravviveremo legandoci al ricordo, mentre voi no.

Dal punto di vista strutturale American Pastoral tralascia alcuni dettagli del romanzo da cui è tratto, presentato tra l’altro una regia ancora poco matura – come è giusto che sia, essendo McGregor al suo primo film da regista, forte in ogni caso nel focalizzarsi sui dettagli fotografici ma priva di stile.
Lo spessore psicologico dei personaggi è delineato a metà e il conflitto generazionale che ha reso grande l’opera scritta non si afferma con la stessa verve nell’opera cinematografica.

Indiscutibilmente eccellenti le performance degli attori protagonisti, affiancati anche dalla presenza di Luke Whoriskey, Valorie Curry, Uzo Aduba, Peter Riegert, Molly Parker, David Strathairn.

Sul fondo della pellicola rimane l’urlo sordo di un padre che si domanda dove ha sbagliato. Per noi spettatori l’incarnazione del sogno americano nel volto e nell’atteggiamento dello Svedese può forse non avere valore, ma certo resta impressa l’immagine deturpata di sua figlia, la freddezza della moglie e la sua vita che va letteralmente a rotoli insieme al mondo.

Teresa Monaco, da “cinematographe.it”

 

 

Marianna Cappi

Durante un ritrovo di ex compagni di scuola, lo scrittore Nathan Zuckerman incontra il vecchio amico Jerry Levov, che gli racconta la storia di suo fratello Seymour, detto “lo Svedese”, idolo sportivo del giovane Zuckerman. È la storia di un uomo che ha avuto tutto, la bellezza, la fortuna professionale, una moglie Miss New Jersey, e che ha visto il suo mondo andare in pezzi quando la figlia adorata, adolescente, compie un attacco terroristico, uccidendo un uomo e sparendo nella clandestinità. È la storia di un sogno di pace e prosperità e dell’ipocrisia nascosta in esso, della “desiderata pastorale americana” e della contropastorale, “l’innata rabbia cieca dell’America”, nelle parole di Philip Roth, dal cui romanzo-capolavoro il film è tratto.

La parabola della sua vita, la piega che prende dopo una prima parte in cui ogni cosa che tocca sembra trasformarsi in oro, è ciò che fa dello Svedese l’uomo che è. Anche l’ebreo che è, nel senso letterario della condanna all’introspezione e del caricarsi di un senso di colpa senza prove, del tutto autoinflitto. Questo, il film non può renderlo al meglio: può fare del suo meglio per renderlo, ma è un’altra cosa (“Il basket è un’altra cosa, Skip”), perché quella è materia di un’altra natura, appartiene alla grande letteratura.
Il film di McGregor fa del suo meglio, non a caso, quando si tratta di attori: non solo la sua incarnazione di Seymour Levov è credibile, forse un po’ troppo modellata sul personaggio che ha interpretato per Tim Burton in Big Fish (si direbbe che persino alcuni abiti siano gli stessi), ma capace di portare il peso del dramma sul volto, nello sguardo, prima che in gesti più plateali. Capace anche – lo si dice senza ironia – di incarnare il vuoto in certi sguardi, vuoto che nella storia è pieno di senso. E notevoli sono anche le interpretazioni di Dakota Fanning e di Jennifer Connelly, alle prese con un altro, differente “requiem” per il sogno americano.
Quello che il personaggio di McGregor, e il suo film in maniera speculare, non sanno fare, è rendere conto del passato dello Svedese, della sua aura di baciato dalla grazia e dalla sorte. Pur citandolo a parole, nella voice over di Zuckerman, “the magic trick that turns past into present”, quel modo davvero magico di andare avanti e indietro e mescolare le carte della temporalità, che è del romanzo, il film non arriva mai nemmeno a sfiorarlo. Tra passato e presente, è costretto a scegliere, e opta per la formula della cornice, che è corretta, sicura, ma anche chiusa, museale, come la teca dietro la quale si conservano, irraggiungibili, i trofei sportivi dello Svedese.

Voto: 2,5 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

La prima volta di Ewan McGregor dietro la macchina da presa è la trasposizione di un libro.
E non di un libro qualsiasi, bensì di Pastorale Americana di Philip Roth, premio Pulitzerpunto e basta. Detto tutto sulla mole della scommessa? Direi di si.
A questo punto non possiamo che dire “chapeau Ewan, ne hai di fegato” limitandoci soltanto alla mole della sfida che McGregor ha impavidamente accettato.
Ma la bella notizia è che che oltre al coraggio c’è la stoffa.
Si perché la sua regia è solida, costruisce passo dopo passo una tragedia famigliare ineluttabile quanto una disgrazia, resa inevitabile dal carattere dei membri che la compongono.
Fatta eccezione per lo Svedese, interpretato da McGregor stesso in un’ottima performance a cui non sono da meno quelle di Jennifer Connelly nei panni della sua bellissima moglie e di Dakota Fanning in quelli della figlia ‘perduta’.

Seymour “Svedese” Levov è un uomo sincero, fondamentalmente positivo, travolto in pieno dal crollo della parte più importante della sua agiata ma semplice vita, la sua famiglia appunto.
E a nulla valgono i suoi tentativi dettati dal buonsenso e dalla ragione.
La tragedia l’attendeva dietro quella montagna di belle speranze, perché lo Svedese è il Sogno Americano, o meglio la sua parte più bella, quella che non può che soccombere alla realtà.
L’ambientazione e la fotografia ci fanno capire con quanta meticolosità McGregor si sia dedicato a questo progetto.
A partire dalla ricostruzione fedelissima di quel periodo, rendendo perfettamente l’idea dell’aria che tirava negli States di allora, fra le rivolte della popolazione di colore e l’insofferenza crescente nei confronti della guerra in Vietnam (definibile come il primo conflitto dichiaratamente iniquo della loro storia, quanto meno quello già documentabile con immagini televisive).

Alcuni storceranno il naso perché la trasposizione cinematografica è differente dal libro, perché più legata al dramma ‘privato’ della famiglia piuttosto che alla descrizione della società americana di quei tempi.
Tuttavia la chiave di lettura di un buon libro deve anche essere soggettiva, perché nessuno di noi percepisce una lettura in modo identico ad un altro.
E’ quindi plausibile che McGregor abbia amato e metabolizzato American Pastoral in una chiave di lettura più intimista, più legata al singolo che alla Storia.
Ma in fondo “la storia siamo noi“, quindi perché questo punto di vista dovrebbe essere sbagliato?
American Pastoral è  un ottimo film e soprattutto un’ottima opera prima che non può che farci sperare bene per questa nuova sfaccettatura della carriera di McGregor, che da oggi sappiamo essere versatile e poliedrico anche alla regia.

Voto: 4 / 5

Jamguest, da “jammovie.it”

 

 

Seymour Levov non potrebbe desiderare nulla di più dalla vita: ex atleta, affascinante, sposato con un’ex reginetta di bellezza, con cui vive, assieme alla figlia, in una grande casa immersa nella campagna americana, un lavoro redditizio e il rispetto dell’intera comunità. Nulla sembra sconvolgere l’idillio di questa famiglia. Il signor Levov, detto “lo Svedese”, incarna perfettamente il modello americano, il buon cittadino da ammirare e imitare, ma la situazione viene rotta nel momento in cui la figlia sedicenne, Merry, diventa la principale accusata di un atto di violenza avvenuto nella periferica cittadina di Old Rimrock. American Pastoral è, prima di tutto, un dramma familiare, il racconto di una famiglia spezzata da un evento che lascia sconvolta l’intera comunità. Il rapporto principale del film è quello padre – figlia, tra lo Svedese (Ewan McGregor) e Merry (Dakota Fanning), che lo spettatore percepisce essere sempre più complicato, ma, paradossalmente, più profondo e viscerale. Merry è ricercata perché si pensa possa essere la responsabile dell’esplosione avvenuta all’ufficio postale che ha causato la morte di un uomo, amico di famiglia. Quando i signori Levov si presentano dalla vedova dell’uomo cercano delle parole di conforto per quella donna provata e distrutta dal dolore, che li ascolta in silenzio finché non prende la parola, ponendo davanti alla realtà dei fatti i due coniugi e tutto il pubblico: Merry, attraverso quell’atto terroristico, ha portato alla morte di un uomo, ma ha causato una rottura molto più profonda e irreparabile, ovvero quella della sua stessa famiglia. Due famiglie distrutte, con la differenza che una continuerà ad essere unita, anche dopo la morte del padre e marito, mentre l’altra, i Levov, è e rimarrà completamente distrutta. American Pastoral è anche un grande dramma storico. La vicenda si snoda in anni cruciali per gli Stati Uniti perché parte dalla seconda metà degli anni cinquanta e si sviluppa prevalentemente negli anni sessanta: affronta l’epoca del dopo guerra, della ricostruzione, dell’economia che riparte, della vita che continua e della normalità che riprende, ma racconta anche l’America della guerra del Vietnam, della violenza, degli scontri lungo le strade, del trattamento atroce contro i neri. Due periodi a confronto, ma anche due generazioni a confronto: da una parte i Levov, figli della borghesia americana e plasmati dall’idea del sogno americano, dall’alta Merry, figlia della violenza degli anni ’60. Questi conflitti, che ingranano solo dopo parecchi minuti dall’inizio della pellicola, sono ciò che rendono interessante la trama perché scavano all’interno delle personalità del nucleo familiare, presentando le varie sfumature di ogni singolo personaggio. American Pastoral, tratto dall’omonimo romanzo di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer, è il primo lungometraggio diretto da Ewan McGregor che, nella conferenza stampa tenutasi a Roma il 3 ottobre, afferma di essere stato fortemente colpito fin dalla prima lettura della sceneggiatura scritta da John Romano e di avere avuto l’interesse di lavorarci fin da subito. American Pastoral si occupa del dramma di una famiglia e di un’intera nazione, anche se non riesce a coinvolgere totalmente lo spettatore, pur tentandoci continuamente. Rimane comunque un buon film, godibile, che racconta il venire meno di ogni certezza in un uomo che di certezze, nella vita, ne aveva sempre avute.

Elisabetta Zamperin, da “cinema4stelle.it”

 

 

American Pastoral: per il suo debutto alla macchina da presa Ewan McGregorsceglie di portare sul grande schermo l’omonimo romanzo di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer, e si mette in gioco anche come attore, interpretando il protagonista Seymour Levov, detto ‘Lo Svedese’.

American Pastoral: la storia di un uomo che ha tutto e vede sbriciolarsi ciò per cui aveva faticato quando la giovane figlia rimane coinvolta in un attentato terroristico

American Pastoral: ‘lo Svedese’ ha tutto ciò che si  possa desiderare, campione sportivo al liceo, stimato da tutti e amabile con chiunque gli rivolga la parola, ha sposato Down, ex reginetta di bellezza, ha una deliziosa figlia, Merry, ed un lavoro redditizio: la vita gli ha mostrato la strada per la felicità.

E’ la personificazione del ‘sogno americano’ attraverso il quale l’America del dopoguerra si è ripresa dal conflitto bellico, ma quella dello svedese’ è purtroppo una felicità non fatta per durare: quando l’adorata Merry viene coinvolta in un attentato terroristico, lasciando sgomenti i genitori, inizia per l’uomo un doloroso percorso di analisi interiore.

In cosa ho sbagliato? Si chiede l’uomo, ma come chi è genitore sa, questa domanda difficilmente trova una risposta: per quanto un genitore si possa adoperare, i figli seguiranno la loro personalissima strada, dalla quale a volte, si viene completamente esclusi.

American Pastoral: il dolore di un padre che non riesce ad accettare le scelte di una figlia che ritiene vittima delle compagnie sbagliate
Il film, come il libro, non vuole dare un giudizio storico o morale sugli accadimenti che a cavallo tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni settanta hanno tormentato il paese, ma analizzare le dinamiche familiari che vengono scatenate da questa inaspettata vicenda.

La protesta per la guerra in Vietnam, per i maltrattamenti che spesso ancora subiscono i neri nel paese, le barricate, la morte che viene combattuta con altra morte, fanno solo da cornice all’inferno intimo e personale che vive il protagonista, e McGregor è bravo nel vestire i panni del povero Levov.

American Pastoral: l’attore scozzese supera a pieni voti questa sua prima prova da regista e Jennifer Connelly e Dakota Fanning forniscono due buone interpretazioni
E’ un’opera prima ben costruita e ben narrata questa che realizza McGregor, frutto della ‘magia’ che si è creata sul set afferma l’attore/regista, curata nei dettagli e ben recitata.

Il film mette a nudo i protagonisti, mostrandone forza e debolezze, raccontando per quanto possibile in un film quanto grande possa essere il dolore e come siamo facilmente annientabili da chi più amiamo.

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

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