Agnus dei

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Polonia, 1945, siamo alla fine del secondo conflitto mondiale. In una foresta, imbiancata da una fitta coltre di neve, si trova un convento dove un gruppo di suore pregano e cantano le lodi al Signore. Una suora novizia, percorre a passo svelto il sentiero tortuoso che attraversa la foresta dal convento fino all’ospedale della Croce Rossa francese. La novizia è chiaramente disperata e chiede aiuto a Mathilde (Lou De Laàge), giovane medico in servizio presso la C.R. Il medico dapprima mostra reticenza, ma quando si rende conto che la supplica della novizia è tenace, accetta di seguirla in convento. Il luogo di preghiera e di fede si manifesta a Mathilde in tutto il suo orrore e disperazione. Soldati russi, durante le operazioni per la liberazione della Polonia dai tedeschi, hanno fatto irruzione in quel luogo di pace e di preghiera ed hanno ripetutamente stuprato tutte le suore, uccidendo alcune di loro e ingravidandone sette. Anne Fontaine ricostruisce una storia vera, realmente accaduta in un convento di suore polacche, in quel lontano 1945. La cineasta francese intraprende un discorso forte e sconvolgente, puntando sulle donne coinvolte nella storia. Dal medico Mathilde, a suor Maria (Agata Buzek), alla madre Badessa (Agata Kulesza) e alle suore gravide di un fardello, frutto della violenza subita, fardello che si manifesta attraverso il ventre gonfio delle madri e rappresenta per tutte vergogna e disonore, una rottura rispetto alla gioia della vita monastica del convento. Il cinema di Anne Fontaine si caratterizza anche con “Agnus Dei” come cinema genuino che racconta una realtà, una storia che prende forma e sostanza attraverso l’immagine, i dialoghi, i volti, i silenzi ragionati, scanditi più fortemente delle parole, sotto lo sguardo meravigliosamente complice della Mdp. E qui, l’occhio della regista, scruta il terrore, l’ignominia dell’affronto che si materializza nel vagito fievole del bambino che viene alla luce, con lo stigma della vergogna e del rifiuto. La fede si presenta in tutta la sua fragilità e la contraddizione cede alla malvagità di affidare quel pianto di neonato ad un sentiero innevato, ben custodito in una cesta, alla mercé (e fortuna) di un passante di buon cuore che se ne prenda cura. Ma non basta! Nella lotta acerrima tra il male ed il bene, c’è un sentimento che nasce e cresce nel grembo stesso della madre, che lo percepisce forte quando stringe al petto la creatura partorita. E la suora, vittima sacrificale di una violenza gratuita e brutale, è, in questo mostruoso contesto, colei che è diventata madre. “Agnus Dei” è senza dubbio un film denuncia di una realtà accaduta, vasta e significativa che mette in luce un’autenticità di vita in cui senza mezzi termini esistono vittime e carnefici, atrocità inaudite, che l’uomo sa produrre ed ha, come è qui narrato, prodotto in quella fase storica. Anne Fontaine realizza un’opera struggente ed encomiabile, un ritratto chiaro di una femminilità lacerata nel dramma, in una carrellata di volti, dal medico che deve saper custodire un segreto, a tutte le suore, che rappresentano uno spaccato soggettivo di emozioni crudeli soffocate sul nascere. Il dramma umano, tutto al femminile, non scantona mai in un manierismo stereotipato che strappa lacrime e commiserazione. Il film, inchioda lo spettatore per il suo stile asciutto e solido ed il buon equilibrio nella narrazione, con cui la Fontaine riesce a comunicare con considerevole maestria la sensazione della disperazione e l’incredulità ad una animalesca violenza subita nell’impotenza totale. Presentato al Sundance, nella sezione Premieres, è assolutamente da non perdere!

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

 

Ci sono film che vedi, ti entrano sotto pelle e non ti lasciano facilmente nonostante l’assenza di trame avvincenti, scene esplosive e inquadrature traumatiche. Hai bisogno di metabolizzare e fare tuo un ricordo che ti accompagnerà per un po’ di tempo. E, in effetti, Agnus Dei (Les Innocents), il nuovo lavoro di Anne Fontaine (Two Mothers) infine nei nostri cinema, è proprio così: è una carezza. E’ una storia drammatica narrata con poesia tanto nelle parole, sempre calibrate, quanto nelle inquadrature, sempre gentili.

Eventi durissimi sono alla base dell’esperienza che sta per vivere Mathilde (Lou de Laâge), il giovane medico francese che risponde alla richiesta di aiuto di una suora. In un convento isolato la fine del secondo conflitto mondiale ha portato l’orrore: i soldati russi si sono presi il loro “premio”. Di quella tragedia non si vede alcun particolare. Le urla soffocate che si odono provenire dalle piccole celle sono le conseguenze. Conseguenze in grado di mettere in crisi qualunque donna, a maggior ragione se deve conciliare la violenza subita con la propria vocazione.

Siamo nel 1945, in Polonia, e tutti hanno i propri peccati da espiare. Un gruppo di suore di clausura si trova a dover gestire qualcosa per cui non era pronto, per cui nessuno è pronto: la gravidanza non cercata, non voluta, memoria di un dolore. E ora sono molte le Sorelle che versano in un’instabilità permanente. Questa precarietà talvolta è psicologica, altre volte è fisica, ma è sempre devastante. Sarà la fede, o forse il destino, a segnare il loro futuro e la nostra Mathilde avrà un ruolo determinante.

Con Agnus Dei, Anne Fontaine ci sorprende. La sua è una pellicola tanto inattesa quanto coinvolgente e toccante. Per il taglio, per la dolcezza, per la fotografia (a dire poco magnifica) e per quel ritmo che mai incalza, e nemmeno perde colpi. Riesce a tenerci vigili, attenti, preoccupati meglio di qualsiasi thriller. Sa stimolare la nostra curiosità e creare un legame particolare tra noi e quei visi straniti, incorniciati da un velo, che devono fare i conti con la vita in modo brutale. Agnus Dei è un capolavoro di equilibrio. Nulla stride. Tutto è sofferenza.
Presentato in anteprima Sundance, e inserito nella rosa dei candidati della Francia agli Oscar® 2017, Agnus Dei parte da fatti realmente accaduti (e che ancora accadono in zone in cui regnano i conflitti) per raccontare un dramma in cui la quiete è direttamente proporzionale alla profondità delle ferite inferte. Ci induce a non dimenticare quanto l’essere umano riesca a superare il limite senza vergogna ma anche a ricordare quante persone compiano ogni giorno piccoli gesti che possono tramutarsi in eroici. Il bene e il male, il lato candido e oscuro dell’uomo, convivono qui in una surreale alleanza.

L’opera della Fontaine non si avvita sulla guerra e le conseguenze dei suoi abusi, preferisce andare avanti e abbracciare temi intimi come la fede e la quiete interiore per guardare al futuro, quel futuro che è e sarà sempre nelle mani dei bambini.

Vissia Menza, da “masedomani.com”

 

C’è tanta carne al fuoco nel nuovo film di Anne Fontaine, regista delle donne forti, a volte rivoluzionarie, che sempre lasciano il segno. C’è una storia vera innanzitutto, romanzata ma non caricata di orpelli scenografici e accenti melodrammatici: la storia di Madeleine Pauliac, giovane medico della Croce Rossa francese che nella Polonia devastata dalla guerra e dall’avanzata sovietica aiutò a partorire e a guarire dal senso di vergogna le suore di un convento benedettino impunemente violentate da soldati brutali come lanzichenecchi e feroci come barbari medievali.

Già interessante di per sé e non così lontana dall’esperienza personale della regista – che ha adottato un bambino vietnamita nato da uno stupro e ha due religiose in famiglia – questa dolorosa vicenda diventa, nelle mani dell’autrice di Gemma Bovery, qualcosa di profondo e di universale: un’indagine sulla condizione umana, innanzitutto, sulla fragilità, sulla trasgressione e perfino sulla fede, fonte ora di pacata serenità, ora di incertezza e dolorosa accettazione. Eppure si tratta di un racconto intimo, perché fin dal principio Agnus Dei appare come la fotografia di una piccola stanza quieta, di un angolo di privato non spiato dal buco della serratura ma osservato con timido pudore e rappresentato nel rispetto di personaggi che non perdono mai la loro dignità.

E’ questo il cinema che preferiamo e che i drogati di spettacolarità e di retorica non capiscono, un cinema magari troppo oggettivo che nel caso di Agnus Deinon dimentica però di essere teso e incalzante. Non ci si annoia mai, infatti, a seguire il cammino verso l’orrore e poi verso una rinnovata speranza della giovane protagonista laica e delle “sorelle” che si trova a soccorrere e curare, e questo perché quasi ogni scena è attraversata da una tenue battaglia, da una dialettica fra un sentimento (o un’idea, o un comportamento) e il suo opposto.

Al corpo di Mathilde – che si muove sicuro nello spazio e risponde a istinti e desideri – si contrappone ad esempio quello tradito o rinnegato delle suore, che nascondono la pancia sotto le vesti o si muovono furtivamente fra le celle. Ancora, alla rigida gerarchia che regola la quotidianità del convento fanno da contraltare la libertà e l’anarchia del mondo esterno, che si autodetermina con testarda prepotenza. Infine, alla castità come voto irrinunciabile risponde la natura con i suoi cicli e con le sue leggi, e con una condizione (la maternità) di cui Agnus Dei parla con una tenerezza e un incanto infiniti. Nessuno di questi “misteri” viene svelato fino in fondo nel film, così come nessun conflitto si risolve e nessuna ideologia si impone come la migliore. Anne Fontaine, dopotutto, celebra il dubbio, l’accettazione dell’imprevisto, perfino l’incoerenza.

C’è solo una forza che sembra avere la meglio sulle altre: la forza delle donne, vere vittime della guerra perché prede da catturare, bottino da conquistare, trofei da ostentare. Per quanto diverse fra loro, le suore del convento funzionano come una sola armata, un unico poderoso blocco. Per questo la regista insiste sull’uniformità del loro aspetto fisico: su volti senza trucco che inevitabilmente si somigliano e che si confondono con il bianco della neve, sui corpi appena percettibili sotto le stoffe morbide. Certo, se a interpretare le religiose non fossero state attrici di grande talento, avremmo faticato a distinguerle. E invece ognuna acquista pian piano una sua precisa identità e una luce che si irradia dall’inizio alla fine.

E’ importantissima la luce in Agnus Dei, è soffice e dolce, è rinascimentale, è gioiosa a dispetto della sofferenza che il film restituisce perché coincide con la vita, anzi con le vite, le nuove vite che il convento accoglie prima con bambinesca goffaggine poi con orgogliosa fierezza.

Bene interpretato da Lou de Laâge, Agnus Dei è piaciuto al Vaticano, che l’ha definito “un film terapeutico”. Che aiuti a curare le ferite di guerra o la violenza che le suore o più in generale le donne hanno dovuto sopportare nei secoli, poco importa. E’ con il cuore gonfio di speranza che si esce dalla sala, e con il pensiero che nel nostro brutto brutto mondo non tutto sia da buttare via.

Voto: 4 /5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

 

Agnus Dei ci ricorda quanto può essere terribile l’impatto degli ideali con gli orrori di cui è capace la nostra specie.
Il modo in cui la fede più incrollabile nel bene e nella giustizia reagisce o soccombe alle aggressioni della storia.
Un conflitto drammatico che il film della Fontaine – sceneggiato dalla regista insieme a Bonitzer, Karine e Vial, tratto da un fatto realmente accaduto – mette in scena nello spazio allegorico di un convento, il focolare di Dio, violato da un manipolo di soldati russi alla fine della seconda guerra mondiale.
Siamo nel 1945 in Polonia. Mathilde (Lou de Laâge) è una crocerossina che assiste i francesi feriti in battaglia in un ospedale di fortuna allestito sul campo. Finché un giorno una suora benedettina non la trascina in convento, dove sette delle sue consorelle sono in stato interessante, tra sofferenze fisiche e morali: pochi mesi prima un manipolo di soldati dell’Armata Rossa aveva preso d’assalto l’abbazia e stuprato le povere suore. Mentre la luce debole delle candele lotta per non spegnersi nelle tenebre, la fede – quella in Dio e quella in una società più giusta: Mathilde, da atea e comunista, è parimenti chiamata in causa – agonizza sotto i colpi inferti dal male.
Eppure dalla sofferenza può nascere (letteralmente) vita, anche se per ognuno l’esito è diverso: per una suor Maria (Agata Buzek) che sembra accettare la volontà del Signore trasformandola in grazia, c’è una madre badessa(Agata Kulesza) ingabbiata nei propri dogmi, incapace di venire a patti con la realtà al punto da lasciarsi morire fisicamente e spiritualmente. Ma le sfaccettature sono molte di più per fortuna e conferiscono al testo la giusta distanza ed elasticità ideologica.
Bello poi il tema dell’incontro, di una solidarietà femminile che trascende i rispettivi perimetri di fede – Mathilde capisce queste suore più di alcune delle loro consorelle. Un punto di vista moderno, che interessa molto il mondo di oggi e le sue diverse chiese. Prima fra tutte quella di Papa Francesco.

Voto: 4 / 5

Gianluca Arnone, da “cinematografo.it”

 

Polonia, 1945. Una giovane dottoressa della Croce Rossa, la francese Mathilde Beaulieu, è in missione in terra polacca. Un giorno una suora arriva nell’ospedale dove Mathilde lavora chiedendole aiuto, ma senza spiegarle le ragioni della sua richiesta. La dottoressa la segue nel suo convento di benedettine, e solo al suo arrivo scopre la sconvolgente verità: le suore sono state ripetutamente violentate dai soldati russi, rimanendo incinte. Mathilde prende a cuore la situazione, e insieme al suo aiuto promette anche silenzio e riserbo: ogni notte si reca al convento, rischiando la propria incolumità e compromettendo il suo lavoro, ma in cambio conquistando la fiducia delle suore e instaurando con una di loro, Suor Maria, uno legame profondo.

La regista Anne Fontaine decide ancora una volta, con Agnus Dei, di portare sul grande schermo una vicenda tutta al femminile, prediligendo però la coralità del gruppo invece dell’individualità di un personaggio. Alla base c’è una vicenda vera, narrata nel diario del medico francese Madeleine Pauliac. La donna si trovò davanti agli occhi, durante la Seconda Guerra Mondiale, l’atroce realtà di vedere un’intero convento stuprato, non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Nel diario racconta come molte delle suore, violate fino a quaranta volte, persero la vita, mentre altre rimasero incinte. Proprio su queste gravidanze si concentra l’occhio della regista (anche co-sceneggiatrice), che entra discretamente in un mondo privato adottando una straordinaria fotografia, basata sul delicato gioco di luce e ombra che accarezza visi e vesti.

In Agnus Dei ci sono donne a confronto, mostrate in tutte le loro differenze e contrasti: da una parte le religiose e dall’altra l’atea; da una parte fisici coperti fino a celarne le forme, dall’altra quello di una donna come tante, in pantaloni, gonna o camicia da notte; da una parte il voto di castità, dall’altra la risposta ai propri istinti e desideri. Donne diverse accomunate da una violazione (o tentata) della propria intimità, del proprio corpo, della propria volontà.

Ma in comune hanno la voglia di rialzarsi, di provare in qualche modo a superare o almeno elaborare il male subito: seppur in modi differenti ad affrontare il passato accettandone il presente in vista di un futuro meno greve e grigio. C’è la paura che si venga a sapere cosa è successo fra le mura del convento, ma anche la determinazione a superarlo, con quella fede a cui si è scelto di rispondere, che da “ventiquattro ore di dubbio e un minuto di speranza”. E allora come andare avanti, accettare un simile destino? Come può una donna accettare una violenza, a maggior ragione se è votata alla castità e rimane poi in attesa di un bambino? Quello su cui il film fa riflettere è come ognuna può reagire ad un simile accadimento, in tanti modi diversi, ma pur sempre rivelando quella che è la natura profondamente affettiva di ognuna, dietro cui si cela un istinto materno che solo raramente viene abbattuto.

Tra le attrici si riconosce Lou De Laage, già vista in Italia in L’attesa di Piero Messina. In questo film si confronta con ottimi risultati in un ruolo adulto, lasciando da parte le parti di giovane ragazza che ce l’hanno fatta conoscere. Accanto a lei, tra le tante degne di nota, spiccano Agata Buzek e Agata Kulesza, rispettivamente nei ruoli di Suor Maria e della madre superiora. La prima incarna una forza straordinaria e la volontà di risolvere il problema lasciandosi aiutare e aprendosi al mondo esterno, mentre la seconda rappresenta una logorante debolezza, quella di chi sbaglia e non riesce a perdonarselo.

In Agnus Dei la guerra rimane sullo sfondo, perché la sua forza sta proprio nella sua attualità: quella di parlare di violenza sulle donne in modo così profondo, struggente e straziante, perché ciò che vediamo accade purtroppo ancora oggi, e riesce dopotutto lasciare un filo di speranza nel cuore di chi guarda.

Voto: 3,5 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

Polonia, anno 1945. Mathilde Beaulieu è una giovane dottoressa francese della Croce Rossa. Quando una suora polacca, cerca il suo aiuto, Mathilde la segue nel convento di benedettine, dove scopre che molte di loro, violentate dai soldati russi nel corso di una violenta irruzione, sono rimaste incinte e sono sul punto di partorire. Tenuta al segreto professionale, cui si aggiunge quello imposto dalla madre superiora e dalla situazione, Mathilde fa visita al convento di notte, esponendosi a non pochi rischi, e supera gradualmente la paura e la diffidenza delle monache, arrivando a stabilire con una di loro, Suor Maria, uno scambio profondo.
Anne Fontaine, che da sempre racconta storie di donne, supera questa volta la dimensione individuale per approcciare quella collettiva, non solo perché s’immerge nella vita di comunità del monastero, con la sua drammaturgia di caratteri differenti, differenti motivazioni, paure e gerarchie, ma perché, sollevando il velo su una prassi di guerra tanto atroce quanto purtroppo comune, parla di ciò che non può essere ignorato da nessuno, nemmeno nel nome del pudore o della presunta protezione (ed è questo concetto ad essere tradotto, nel film, nella vicenda tragica della madre superiora).
Lo stile di regia sembra tener presente un’ampia destinazione del messaggio: la storia forte non si traduce mai in immagini forti, la vita della protagonista fuori dalle mura del convento è romanzata a fini narrativi (con qualche forzatura, va detto) e il film si chiude su una nota forse eccessivamente ottimista. Ma è una scelta di tono dalle motivazioni autoedividenti, e forse l’unica possibile per un film di questo tipo, che è anche e soprattutto un racconto di resistenza e di superamento (o elaborazione) del male.
Fontaine impiega nel migliore dei modi gli strumenti a disposizione, a partire dalle interpreti – Lou de Laage, ma soprattutto Agata Buzek (Maria) e Agata Kulesza (la madre superiora) -, e poi la luce, e il dialogo: tutto è mantenuto con saldezza entro limiti ben posizionati ed efficaci, sebbene più dal punto di vista narrativo che da quello prettamente filmico.
Ispirato al diario del medico francese di stanza in Polonia Madeleine Pauliac, Agnus Dei (titolo italiano che riprende nel significato l’originale Les Innocentes) trasforma la scrittura scarna e cronachistica degli appunti privati in un racconto vivo e pulsante, che trae una sorta di universalità e anche di contemporaneità dal fatto di essere ambientato in un mondo, quello del convento, dove il tempo ha un altro passo, più lento, quasi immobile. È dunque la Polonia del 1945, ma potrebbe essere la Bosnia del 1993 o l’Africa di oggi. Divise tra l’essere donne per natura e spose di Cristo per scelta, grazie alla mediazione della discreta Mathilde, le suore del convento trovano, col tempo, nella maternità, un’identità e una vocazione che può placare il dissidio. Parallelamente, nella collaborazione tra la religiosa Maria e l’atea Mathilde che porta alla soluzione finale, si compie una delle linee più riuscite del film, quella che va oltre lo scandalo e la denuncia e parla il linguaggio della relazione.

Voto: 3,38  / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

L’assurdità presente nella realtà supera di gran lunga l’immaginabile: Agnus Dei lo racconta con il tocco poetico del cinema, in grado di far convogliare le arti.

Siamo nel 1945 in Polonia, nonostante la seconda guerra mondiale sia terminata, ne restano strascichi di terrore e violenza. Le cicatrici e i ricordi tremendi si accompagnano al terrore di una violenza che sembra non trovare pace. Il conforto e la speranza hanno smarrito la residenza, perfino la fede vacilla, perché non si trovano giustificazioni.

Agnus Dei è una storia al femminile che, attraverso un episodio storico, porta in luce un dramma più che attuale.
La violenza sulle donne e il fondamentalismo sono dei mali per cui serve lottare con coraggio, affrontando il paradosso tra la regola e la sua attuazione.

Un convento di suore ha subito l’invasione di soldati senza rispetto né coscienza alcuna. La violenza subita da alcune donne che hanno fatto voto di castità non solo le ha umiliate e rese sofferenti, ha messo a repentaglio il loro credo. Lo stupro è orrore ed è un pericolo, quello di portare in sé il seme di quel peccato: la gravidanza.

Come può un religioso accettare di aver tradito Dio, senza volerlo? Come si può accettare di tenere in ventre il figlio di quel ricordo orribile? Alcune suore ne prendono atto, affrontandolo, altre lo rifiutano, altre ancora ne cancellano l’esistenza. Eppure è successo e bisogna farne i conti. Non si può chiedere aiuto alla Chiesa, altrimenti il rischio è che venga chiuso il monastero. Allora bisogna custodire il segreto, proteggersi, e cercare un aiuto dal mondo esterno.

Mathilde arriva come un miracolo, giovane e gentile, ma anche temeraria e forte. Medico della croce rossa, prende a cuore la salute delle suore e le aiuta negli ultimi giorni di gravidanza e poi con il parto.

Viene raccontato un contrasto, tra cosa sia giusto e cosa necessario: le suore devono ubbidire alle regole dell’ordine, i medici a quelle militari. Solo trasgredendole però, si può tornare liberi, trovando la propria vocazione e identità.
Predominano i canti gregoriani, le preghiere in latino, che rappresentano la quotidianità, il dovere, l’espressione emotiva. Dall’altra parte pende il silenzio in cui trovano spazio i passi, i respiri trafelati, i gesti che muovono un’aria densa di dolore.

Il mondo è lontano dalla vita di preghiera e devozione a Dio, il tempo prende un altro ritmo, scolpendo delle immagini presenti e misteriose. I fotogrammi rimandano all’arte fiamminga del ‘400, a gli Sposi di Jan van Eyck con il volti scolpiti dalla luce e la prospettiva di uno sguardo che si prolunga oltre il soggetto, dentro le porte, attraversando gli ambienti fino a ciò che non si vede. Il buio e la luce consigliano a confrontarsi con l’ambiguità della vita, che induce a scelte alternative.

L’unione tra Mathilde e suor Maria è l’incontro di due mondi lontani in un amore per la vita, a rischio di andare contro il proprio sistema di concezioni.
Maria va contro le direttive della Madre Superiora e Mathilde contro quelle della Croce Rossa, per salvare quei bambini innocenti.

Anne Fontaine comunica in modo così cristallino e netto da suscitare sgomento e compassione. A volte sembra trasformarsi in freddezza, che ci tiene quasi a distanza, come l’incapacità di approcciarsi, quando si ha bisogno di un abbraccio. Le sensazioni, invece di trasformarsi in commozione partecipata, si concentrano nei pensieri: milioni di domande che non riescono a esaurirsi.

Agnus Dei mira all’anima per difendere e dar voce alle donne abusate e isolate. Affronta tematiche di grande peso, con la delicata leggerezza del linguaggio registico. La stessa che c’è tra il drammatico della situazione e l’ilare di piccoli momenti di spensieratezza.

Federica Guzzon, da “cinematographe.it”

 

 

 

Volti nell’ombra. Tracce pittoriche nei primi piani, con echi – per ammissione della stessa cineasta – di Georges De La Tour, con la macchina da presa che va a scavare oltre i primi piani, dentro quei visi. Il chiaro e lo scuro. Con le immagini di Caroline Charpentier, uno dei più importanti direttori della fotografia francesi che ha collaborato tra gli altri con Carax, Doillon, Godard, Beauvois, Rivette, Téchiné e Straub-Huillet.

Ispirato alla vita di Madeleine Pauliac, giovane medico della Croce Rossa, militante nella Resistenza nel 1945, Agnus Dei (traduzione discutibile di Les Innocents) racconta la storia di Mathilde Beaulieu, in missione per aiutare i sopravvissuti della Seconda guerra mondiale che scopre la tragica vicenda di alcune suore benedettine di un convitto che sono rimaste incinta dopo essere state violentate dai soldati sovietici.

Anne Fontaine parte ancora da un ritratto al femminile, come in Coco avant Chanel e Gemma Bovery – che però stavolta diventa corale. I piani di Mathilde (interpretata con gelido e tormentato trasporto da Lou de Laâge, la protagonista di L’attesa di Piero Messina con Juliette Binoche), si intersecano alternativamente con quello delle altre religiose a cominciare da quello di Suor Maria (Agata Buzek) e della Madre Superiora (Agata Kulesza).

L’oscurità persistente viene soltanto attenuata dalla luce delle candele o dal bianco della neve. Come per alimentare un film fatto di contrasti: luce/ombra, fede/ragione. Gestito attraverso uno stile classico ma finalmente non calligrafico rispetto al cinema precedente della regista. Il suo Agnus Dei ha anche tracce di un tormento mai risolto, evidente nel pianto di Mathilde e momenti di controllata tensione come l’arrivo dei soldati sovietici o il tentativo di stupro. “Per noi la fine della guerra non significa la fine della paura”. E lo sguardo della Fontaine continua a far tenere questo timore oltre ciò che mostra, dalle confessioni ai canti religiosi. Con uno sguardo anche al cinema di Tavernier che guarda la Storia. Senza però diventare ‘cinéma de Papa’.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

 

 

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